Le imprese non cercano dipendenti


Calo sensibile sul fronte dei posti vacanti, altro effetto collaterale del Covid-19

In un Paese diverso dal nostro, il dato dei posti vacanti intorno all’1% potrebbe anche apparire positivo. Il problema, però, è che l’Italia soffre di una endemica incapacità di mettere in correlazione imprese e potenziali lavoratori, per cui siamo davanti all’ennesimo dato che certifica la profonda crisi che stiamo vivendo. Benché in ripresa, il dato sui posti vacanti in tutte le imprese e in quelle con almeno 10 addetti evidenzia in maniera plastica l’assoluto immobilismo che si sta registrando nel mercato del lavoro. Appena un anno fa, infatti, le imprese che lamentavano la difficoltà di trovare personale da assumere erano circa il doppio; se oggi non lamentano più questa difficoltà è perché hanno rinunciato ad assumere. Un aspetto destinato a incidere in maniera profonda anche sulla buona riuscita di alcuni provvedimenti contenuti nella legge di bilancio, in particolare i vari bonus contributivi per i contratti a tempo indeterminato.


Arrendersi mai


È stato sicuramente un male delegittimare il “pezzo di carta”, in primis la laurea e anche gli altri titoli di studio, perché, nonostante la crisi, resta l’unica chiave di accesso utile per realizzarsi o per riconvertirsi professionalmente. Insieme alla crisi, la “svalutazione” del titolo di studio ha indotto molti giovani e meno giovani ad arrendersi, a non fare attente riflessioni prima di scegliere il percorso di studi o intraprendere una “riconversione” professionale. Di occupazione non ce n’è per tutti e la responsabilità di un’eventuale scelta errata non è da imputare tutta agli studenti e alle famiglie o al singolo (ex) lavoratore, ma anche alle lacune del nostro sistema che tuttavia sta tentando un riassestamento. D’altra parte, si preferisce ancora in molti casi avere un figlio in possesso di una laurea, nonostante, qualora non fosse ben mirata, possa rivelarsi ben presto un vicolo cieco, piuttosto che con un diploma professionale, pur potendo rappresentare, se non un’autostrada, quanto meno un accesso sicuro al mondo del lavoro in Italia e non solo. Ad esempio, il Politecnico di Torino inaugura a settembre uno dei primi corsi in Italia che danno attuazione al decreto ministeriale che prevede la possibilità di istituire, in via sperimentale, nuovi percorsi di laurea a orientamento professionale: il corso in Tecnologie per l’industria.


442mila le opportunità nelle imprese a gennaio


Sono circa 442mila i contratti programmati dalle imprese nel mese di gennaio e saliranno a circa 1,2 milioni nei primi tre mesi del 2019. Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, si registra una flessione delle entrate previste (-49.510 rispetto a gennaio 2018 e -58.620 rispetto al trimestre  gennaio-marzo 2018), segnale del progressivo rallentamento congiunturale, a conferma di un quadro macroeconomico già noto e  reso ancora più incerto dall’evolversi degli scenari economici  mondiali. Sale di 6 punti percentuali la difficoltà, segnalata  dalle imprese, di individuare e reperire i profili idonei da  introdurre in azienda, raggiungendo il 31% delle entrate previste  a gennaio. Questo anche per effetto di una maggior richiesta di profili professionali qualificati. Sono alcune delle indicazioni contenute nel Borsino delle professioni presente nel Bollettino mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. Ma tra gennaio e marzo 2019, alcuni comparti, come la moda, la metallurgia e la meccatronica e la chimica-farmaceutica, nel manifatturiero, e la filiera del turismo, nei servizi, si muoveranno in controtendenza, con aumenti delle posizioni lavorative messe a disposizione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Segna il passo, invece, l’agroalimentare con una flessione del 18,2% rispetto alle entrate programmate nello stesso trimestre del 2018. Cresce, in termini percentuali, la richiesta da parte delle imprese delle professioni di elevata specializzazione e dei tecnici (dal 24% al 26% del totale delle entrate programmate),  così come degli operai specializzati (dal 30,3% al 31,3%), mentre  si riduce il peso delle professioni non qualificate (dal 14,2% al  12,6%) e delle professioni impiegatizie, commerciali e nei servizi (dal 31,5% al 30,1%). Proprio questa ricomposizione della domanda di lavoro intorno a profili più qualificati spiega l’aumento di  6 punti percentuali della difficoltà di reperimento (dal 25% di  gennaio 2018 al 31% di gennaio 2019). Fonte Labitalia/Adnkronos