LAVORO PROTETTO

C’è l’intesa sul protocollo per le vaccinazioni in azienda. Un’iniziativa rivolta ai lavoratori, a prescindere dalla tipologia contrattuale con cui prestano attività nell’azienda

Le aziende potranno vaccinare i propri dipendenti: il ministero della Salute ha firmato l’accordo e l’Inail ha fissato le regole con il protocollo, uno dei due in materia di sicurezza, approvati ieri da Governo e parti sociali. Il Protocollo nazionale per la realizzazione dei piani aziendali finalizzati all’attivazione di punti straordinari di vaccinazione anti Covid nei luoghi di lavoro – l’altro è illustrato nella pagina Lavoro – è un’iniziativa rivolta a lavoratrici, lavoratori, a prescindere dalla tipologia contrattuale con cui prestano attività nell’azienda, e ai datori di lavoro. Questi ultimi, singolarmente o in forma aggregata e indipendentemente dal numero di dipendenti occupati, con il supporto o il coordinamento delle Associazioni di categoria di riferimento, possono manifestare la disponibilità ad attuare piani aziendali per la predisposizione di punti straordinari di vaccinazione anti Covid nei luoghi di lavoro, destinati alla somministrazione in favore delle lavoratrici e dei lavoratori che ne abbiano fatto volontariamente richiesta. I datori di lavoro, che non sono tenuti alla nomina del medico competente o, in caso di impossibilità a farne ricorso, a strutture sanitarie private, possono avvalersi delle strutture sanitarie dell’Inail. I costi per la realizzazione e la gestione dei piani aziendali, inclusi i costi per la somministrazione, sono a carico del datore di lavoro, mentre la fornitura dei vaccini, dei dispositivi per la somministrazione (siringhe, aghi) e la messa a disposizione degli strumenti formativi previsti e degli strumenti per la registrazione delle vaccinazioni eseguite è a carico dei Servizi sanitari regionali. Se la vaccinazione viene eseguita in orario di lavoro, il tempo necessario è equiparato all’orario di lavoro. Nel testo viene richiamato anche il recente decreto Covid che esclude espressamente la responsabilità penale degli operatori sanitari per eventi avversi nelle ipotesi di uso conforme del vaccino. Quanto all’aggiornamento dell’altro protocollo siglato ieri, sono state confermate le misure per contrastare il diffondersi del virus: dalle mascherine al distanziamento fino alla sanificazione periodica. Resta la raccomandazione, ove possibile, di ricorrere «al massimo utilizzo della modalità di lavoro agile o da remoto» da parte dei datori di lavoro privati.

La Sanità alla rincorsa del cittadino digitale

di Claudia Tarantino

Il Sistema Sanitario Nazionale arranca nella corsa al digitale rispetto alle esigenze di medici e cittadini: i primi già utilizzano ampiamente le applicazioni per aggiornare le proprie competenze e per comunicare con i pazienti, mentre i secondi dimostrano di avere molta dimestichezza con quelle tecnologie digitali in campo sanitario che permettono, tra le altre cose, di controllare il proprio stato di salute o di prenotare online visite ed esami.

Questo il risultato di una ricerca condotta dall’Osservatorio innovazione digitale in sanità della School of Management del Politecnico di Milano, presentata nel corso di un convegno dal titolo indicativo ‘La Sanità alla rincorsa del cittadino digitale’.

Dallo studio, infatti, emerge che la sanità italiana è sempre più digitale, ma l’innovazione avanza a rilento. E, per quanto alla base del problema ci sia una carenza di investimenti, sono anche altri i fattori determinanti di questo ritardo.
Per i ricercatori, infatti, la spesa complessiva dell’Italia per la sanità “resta lontana dagli standard dei Paesi europei avanzati e la contrazione conferma quanto i ritardi normativi, la mancanza di risorse inizialmente promesse nel Patto per la sanità digitale e l’incertezza dovuta alle riforme sanitarie in atto in molte Regioni abbiano bloccato nuovi progetti”.

Osservando i dati economici, dopo un 2015 sostanzialmente stabile, nel 2016 si è registrato un leggero calo degli investimenti: sono stati spesi complessivamente 1,27 miliardi di euro (l’1,1% della spesa sanitaria pubblica, 21 euro per abitante), con una contrazione del 5% rispetto al 2015 (1,34 mld, pari all’1,2%). “Nel dettaglio, – si legge nella ricerca – 870 milioni di euro sono stati spesi dalle strutture sanitarie (-6%), 310 mln direttamente dalle Regioni (-3%), 72 mln dagli oltre 47 mila medici di medicina generale (1.538 euro per medico, con un aumento del 3% rispetto al 2015) e 16,6 milioni direttamente dal ministero della Salute (-8%)”.

L’innovazione tecnologica non ammette ritardi e nel nostro Paese i tempi di realizzazione delle iniziative, sia a livello nazionale che regionale, sono troppo lunghi, con il rischio quindi di non stare al passo con la rapidità di evoluzione di bisogni e aspettative di cittadini e pazienti.
Certo, se Governo e ministero della Salute decidessero finalmente di attivarsi per dar seguito a quanto stabilito nel Patto per la sanità digitale e in altre riforme rimaste solo sulla carta, nonché di restituire alla Sanità la centralità che merita, i ‘tempi di navigazione’ del nostro SSN non sarebbero così lenti.