Caos Libia, la Turchia invia miliziani siriani, la preoccupazione della Grecia


Ankara pronta a mandare anche truppe regolari

La situazione in Libia si fa più incandescente. La Turchia, ha riferito nelle scorse ore l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ha deciso di inviare 300 mercenari siriani in Libia per combattere al fianco dell’esercito libico di Fayez al-Sarraj – presidente del governo riconosciuto dalla comunità internazionale – contro l’offensiva delle forze del generale Khalifa Haftar, numero che però potrebbe lievitare nelle prossime ore. Una mossa che impensierisce Grecia ed Egitto, temendo la sfera di influenza turca nella regione. Il Parlamento di Ankara, intanto, si riunirà già il 2 gennaio, forzando il calendario che prevedeva la riapertura dell’Assemblea per il 7 gennaio, per votare un intervento delle truppe regolari. Sono ore calde un po’ in tutto il Medio Oriente, a ben vedere. Se da una parte la Turchia prova a esercitare pressioni tanto in Siria quanto in Libia, dall’altra gli Stati Uniti sono impegnati in diverse questioni. Washington ha infatti intrapreso una serie di azioni contro milizie sciite irachene a controllo iraniano. «Non staremo a guardare il fatto che l’Iran assuma azioni in grado di mettere uomini e donne americane in pericolo», ha affermato il segretario di Stato americano, Mike Pompeo. In Afghanistan, invece, si tratta per un accordo di pace con i talebani, con questi ultimi che hanno concesso (come richiesto dagli Usa) una tregua. L’eventuale firma di un’intesa tra le parti riporterebbe a casa numerosi soldati statunitensi.


A rischio inondazione 163 coste del Mediterraneo


Centosessantatré aree costiere del Mediterraneo sono a rischio inondazione, a causa dell’aumento del livello dei mari dovuto al cambiamento climatico. Tra queste aree, ci sono anche alcuni siti Unesco. A rivelarlo è il progetto “SaveMedCoasts”, illustrato nella conferenza “Scenari di aumento del livello marino lungo le coste del Mediterraneo”, svoltasi all’Ingv, l’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, a Roma. «Si tratta di pianure costiere, come l’area della laguna di Venezia, le Cinque Terre, le spiagge di Lipari, siti Unesco, che entro fine secolo potrebbero sparire o subire pesanti inondazioni», ha spiegato all’agenzia Ansa il responsabile del progetto, Marco Anzidei, dell’Ingv. Secondo le stime dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, entro il 2100 il livello medio del mare per Lipari potrebbe aumentare di circa 1,30 metri, per Venezia di circa 85 centimetri e per le Cinque Terre di circa 60 centimetri. Lo studio, finanziato dalla Direzione generale per la Protezione civile e gli aiuti umanitari dell’Unione europea per il biennio 2017–2018, è basato sui dati dell’Ipcc, Intergovernmental Panel on Climate Change, il comitato Onu per i cambiamenti climatici. Successivamente i dati sono stati riadattati ad un mare chiuso come il Mediterraneo e su analisi del movimento verso il basso della superficie terrestre.


Siccità e incendi. Due volti della stessa emergenza


di Claudia Tarantino

L’estate è solo agli inizi, ma è già da diverse settimane che l’Italia boccheggia, stretta nella morsa dell’afa e delle alte temperature, e brucia, a causa degli incendi di vaste dimensioni che stanno interessando tutta la Penisola, in particolare le Regioni meridionali, Sicilia in testa.

Le precipitazioni insufficienti degli ultimi mesi hanno fatto scattare l’allerta siccità, mentre l’emergenza incendi ha già fatto registrare il record del decennio per le richieste di intervento degli aerei dello Stato (391 dal 15 giugno, 44 soltanto ieri).

In entrambi i casi, l’acqua è l’elemento determinante, anzi, la sua assenza.

Le scarse piogge invernali e primaverili non hanno consentito il ripristino delle riserve idriche necessarie a far fronte a questo periodo caldo e così il nostro Paese si trova con 20 miliardi di metri cubi d’acqua in meno, pari all’intero lago di Como, a dover fronteggiare l’inevitabile impatto della siccità su allevamenti e coltivazioni, e a dover ricorrere alle erogazioni razionate e alla chiusura di fontane e ‘nasoni’ per evitare ogni spreco.

Ed è sempre la siccità, unita all’incuria e all’assenza di attività di manutenzione del territorio, a mantenere elevato il rischio incendi in molte parti della nostra Penisola. Secondo Coldiretti, le fiamme “hanno già distrutto migliaia di ettari di boschi e campi coltivati, nonché provocato la morte di migliaia di animali”. Dalla Sicilia alla Calabria, dalla Toscana al Lazio, dalla Campania alla Sardegna, gli incendi provocano “danni incalcolabili dal punto di vista ambientale, con perdita di biodiversità e distruzione di ampie aree di bosco che sono i polmoni verdi del Paese”.

Senza contare che, per arginare quanto più possibile i danni, è necessario l’intervento di centinaia di uomini e mezzi, che hanno inevitabilmente un ‘costo’ per lo Stato.

Anche oggi, dalle prime ore del giorno, gli equipaggi di Canadair ed elicotteri della flotta aerea dello Stato, coordinati dal Dipartimento della Protezione Civile a supporto delle operazioni svolte dalle squadre di terra, hanno ripreso le operazioni di spegnimento dei tanti incendi boschivi che ormai da giorni stanno interessando gran parte dell’Italia.

La situazione più difficile appare quella siciliana, soprattutto nei pressi delle città di Messina ed Enna, dove numerose abitazioni e aziende sono state evacuate dai Vigili del fuoco, che stanno lavorando senza sosta per impedire alle fiamme di raggiungere i centri abitati.

Si susseguono studi e ricerche che rivelano come, nei prossimi decenni, il rischio di incendi boschivi nell’area Mediterranea potrebbe aumentare a causa di condizioni climatiche più aride, ma nessuna seria misura di prevenzione sembra, al momento, essere stata attuata.

Basti pensare che proprio le Regioni che solitamente hanno più a che fare con gli incendi, Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Puglia, Sicilia e Umbria, non hanno ancora né un elicottero né un aereo per poter supportare le squadre di terra e così devono sempre richiedere l’intervento della flotta area dello Stato.


Carburanti, stop ai ribassi


di Claudia Tarantino

Nelle ultime due settimane i continui ritocchi in discesa dei prezzi dei carburanti hanno fatto esultare gli automobilisti italiani ma, dall’ultima rilevazione di Quotidiano Energia, i ribassi sulla rete carburanti si sono fermati.
Nonostante le quotazioni dei prodotti petroliferi in Mediterraneo abbiano ancora il segno meno, infatti, non si registrano nel nostro Paese interventi sui prezzi raccomandati da parte delle compagnie.
E così, mentre a livello globale gli esperti del mercato petrolifero si scontrano sulle possibili conseguenze di quotazioni in caduta libera – dovute principalmente all’aumento della produzione da parte di Libia e Nigeria, paesi Opec esentati dai tagli alla produzione, e all’incremento delle scorte – nel nostro piccolo noi guardiamo ai numeri esposti dai distributori con un sospiro di sollievo ogni qualvolta scorgiamo un ribasso, seppur di pochi millesimi.
Quotidiano Energia, che elabora i dati comunicati dai gestori all’Osservaprezzi carburanti del Mise, ha registrato sul territorio ancora un lieve calo dei prezzi praticati a valle dei movimenti dei giorni scorsi.
Più in dettaglio, il prezzo medio nazionale praticato in modalità self della benzina è pari a 1,504 euro/litro, con i diversi marchi che vanno da 1,495 a 1,531 euro/litro (no-logo 1,485).
Il prezzo medio praticato del diesel è pari a 1,346 euro/litro, con le compagnie che passano da 1,341 a 1,369 euro/litro (no-logo a 1,323).
Quanto al servito, per la benzina il prezzo medio praticato è di 1,629 euro/litro, con gli impianti colorati che vanno da 1,581 a 1,717 euro/litro (no-logo a 1,519), mentre per il diesel la media è a 1,476 euro/litro, con i punti vendita delle compagnie da 1,433 a 1,563 euro/litro (no-logo a 1,358). Il Gpl, infine, va da 0,587 a 0,615 euro/litro (no-logo a 0,588).