E se ripartissimo da Cossiga?


Sulla strada delle riforme costituzionali

di Mario Bozzi Sentieri

In occasione del suo intervento all’Università di Sassari, per il decennale della morte di Francesco Cossiga – Presidente della Repubblica dal giugno 1985 al maggio 1992 – il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha ricordato l’impegno di Cossiga per le riforme costituzionali, impegno che lo spinse ad  ipotizzare una vera e propria Assemblea Costituente in grado di fare uscire il nostro Paese dall’ingorgo istituzionale nel quale  – sul finire degli Anni Novanta – l’Italia si era impantanata: “Cossiga avvertiva – ha riconosciuto Mattarella –  l’esigenza di riforme costituzionali in Italia e si riassume in questo la ricerca e la evoluzione dei rilievi che, dapprima in modo assolutamente misurato e, via via, in modo più vivace, rivolse sulla questione che animava anche il dibattito tra le forze politiche”. La “vivacità” evocata da Mattarella è quella del Cossiga “picconatore”, un’immagine che ha segnato l’ultima parte del suo mandato presidenziale, alla vigilia della stagione di Tangentopoli e della fine della Prima Repubblica. Cossiga non gradiva il ruolo del presidente notaio, soprattutto in anni in cui era evidente a tutti la crisi del sistema partitocratico e la necessità di risolutive riforme istituzionali. Fino al punto da rompere il vecchio ordine antifascista, diventando l’autore di significative aperture nei confronti del Msi-Dn (che peraltro non  aveva contributo alla sua elezione) auspicando – come ebbe a scrivere in una lettera indirizzata al partito in occasione della Festa del “Secolo d’Italia” a Rieti, nell’estate 1991 – che tutte le forze politiche dovessero concorrere al cambiamento istituzionale, senza che siano più “addotti a scusante o a motivo di rinvio spiriti di rivalsa o contrapposizioni ideologiche”, in considerazione del fatto che “abbiamo bisogno di una democrazia compiuta e governante ed oggi siamo chiamati ad edificarla insieme”. Lo  stesso Cossiga, alcune settimane prima, il 26 giugno 1991, aveva, del resto,  inviato alle Camere un messaggio proprio dedicato alle riforme istituzionali, evidenziando puntualmente (ed in modo inusuale per un presidente in carica) le principali questioni cui l’intervento riformatore avrebbe dovuto rivolgersi:  la forma di governo e il sistema elettorale, il ruolo delle autonomie, la disciplina dell’ordine giudiziario, i nuovi diritti di cittadinanza e gli strumenti relativi alla finanza pubblica. Il Presidente “picconatore” arrivava anche ad individuare le possibili procedure da adattare per la realizzazione del progetto di riforma, ipotizzando una modifica dell’art. 138 della Costituzione sulle modalità di revisione della stessa Costituzione, con l’elezione di una vera e propria Assemblea costituente, a cui affidare il compito di riscrivere la parte relativa all’ordinamento della Repubblica. Il messaggio si concludeva con un appello alle Camere per l’avvio di un processo riformatore finalizzato al superamento di quella che appariva oggettivamente come una “democrazia bloccata”, in vista della fondazione di un nuovo patto nazionale da porre a fondamento delle rinnovate istituzionali democratiche e repubblicane. Che valore può avere, nel settembre 2020, a quasi trent’anni da quel messaggio, l’invito di Cossiga, evocato da Mattarella? Innanzitutto che, oggi come ieri,  di fronte all’ingorgo  istituzionale – usiamo un termine in voga nei primi Anni Novanta che bene si adatta all’attuale fase post referendaria – è urgente fare  chiarezza, di fronte agli italiani, su quelli che sono gli orientamenti dei diversi partiti in merito all’auspicato rinnovamento istituzionale, al ruolo delle Camere, alla legge elettorale, al processo di decentramento,  fino ad arrivare – in una logica presidenzialista – al potere del Capo dello Stato e alle modalità che sovraintendono la sua elezione. Fondamentale – come era negli auspici di Cossiga – il tema della sovranità popolare, finalmente riportata al centro del confronto politico, quale base di un nuovo patto nazionale in grado di tenere conto dei mutamenti avvenuti negli ultimi decenni, della fine dei partiti che formarono l’Assemblea Costituente del ’46 e furono protagonisti della Prima Repubblica. Infine – last, but not least – le modalità d’intervento. Ripartire da Cossiga significa ritrovare l’idea di una Costituente eletta dai cittadini, grazie alla quale avviare finalmente un’organica riforma dei nostri assetti istituzionali, superando il piccolo cabotaggio di un riformismo pasticciato e contraddittorio. Quello che è accaduto dopo il recente referendum sul numero dei parlamentari era preannunciato ed infatti tutti, oggi, parlano di correre ai ripari per approvare le necessarie “correzioni”. Basterà qualche rettifica in corso d’opera? Ecco allora Cossiga. Ben oltre le sue provocatorie “picconature” Cossiga aveva tracciato un solco significativo e profondo, forte delle qualità che derivavano dalla sua lunga esperienza e  con la puntualità dello   studioso di diritto, quale  era, muovendosi dalla consapevolezza che – come egli puntualizzò più volte – erano le profonde trasformazioni sociali ed economiche, che avevano interessato l’Italia dal dopoguerra agli Anni Novanta, a rendere ineludibile una complessiva revisione dell’assetto istituzionale repubblicano. Da questo punto di vista, a trent’anni di distanza dagli interventi cossighiani, siamo ancora all’anno zero di un ingorgo istituzionale che frena la crescita del Paese, la sua modernizzazione, la corretta selezione del personale politico ed il collegamento tra i cittadini-elettori e i propri rappresentanti.  In molti ne sono consapevoli. Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti, magari ripartendo dalle intuizioni di un Presidente lucidamente provocatore.


La scuola italiana oltre il Covid


La vera partita è quella del futuro
di Mario Bozzi Sentieri

Passata “a nuttata” dell’emergenza Covid, prima a poi bisognerà affrontare la crisi reale della Scuola italiana, al di là dei numeri, degli spazi da riempire, delle carenze di personale. Ad oggi il quadro è disarmante: dei “mitici” banchi di nuova generazione ne sono disponibili soltanto 400mila (sui previsti 2 milioni), sulle 85mila immissioni in ruolo promesse ne sono state effettuate 22.500, rimangono 215mila posto vacanti, che saranno coperti dalle supplenze. Ma oltre questa fase emergenziale c’è molto di più. C’è una crisi strutturale che richiede non solo risorse e chiarezza d’intervento, quanto soprattutto una visione di lungo periodo, in grado di guardare lucidamente al futuro e di bene interpretare, oggi per il domani, il ruolo che la Scuola dovrebbe avere. In ragione soprattutto della sua funzione che è quella di formare alla vita, di fare crescere i cittadini di domani, di trasmettere conoscenze e creare aspettative positive. In realtà, negli ultimi decenni, a trionfare sembra essere stata l’idea della Scuola-azienda, portato di una visione vetero manageriale delle istituzioni scolastiche, burocratica, falsamente modernista (impegnata a rincorrere il mito della didattica digitale), più attenta ai numeri (come se producesse bulloni invece che nuovi cittadini, l’uno diverso dall’altro), inclusiva a parole, astratta (con il suo esoterismo didattico-pedagogico), impegnata, attraverso il cosiddetto insegnamento per competenze, a trasformare l’educazione e l’insegnamento in “addestramento”. La didattica tradizionale, fondata sulla triade spiegazione-valutazione-interrogazione, è stata così ribaltata, con i risultati che, oggi, sono evidenti a tutti: perdita di qualità dell’insegnamento e trionfo dell’ideologia dei “contenuti minimi”, delle conoscenze e delle competenze essenziali richieste allo studente per accedere alla classe successiva. E’ rispetto a questo quadro ideologico-gestionale che la Scuola va ripensata e riformata. Non è dunque solo una questione di spazi, di investimenti, di nuove tecnologie, quanto piuttosto di priorità, di visione d’assieme, di indirizzi. Che l’attuale titolare del dicastero dell’Istruzione sia un disastro è palese. Ma meglio di lei non hanno fatto i ministri che l’hanno preceduta: incapaci per le loro debolezze formative, ma anche succubi degli ideologismi “progressisti” che dagli Anni Settanta in poi hanno condizionato gli orientamenti pedagogici e, più in generale, la cultura sociale. Meglio allora abbassare l’asticella delle conoscenze e baloccarsi con le “competenze” flessibili, con il livellamento antimeritocratico, con lo svuotamento della figura-simbolo dell’insegnante, nel segno di una generica interdisciplinarietà, annacquata e spesso inconcludente. In questo contesto anche il confronto competitivo tra Scuola pubblica e Scuole paritarie si è andato via via perdendo, mettendo a rischio la stessa tenuta del delicato equilibrio del sistema scolastico. Che cosa accadrebbe se i 13mila istituti paritari italiani (con 900mila studenti) dovessero chiudere? Di fronte a questa massa di studenti le emergenze delle ultime settimane apparirebbero poca cosa. Ed allora, anche qui, una riflessione più matura e meno ideologica andava fatta, in occasione proprio con l’emergenza Covid, lavorando per un’organica integrazione pubblico-privato, soprattutto degli spazi e, più in generale, delle esperienze. Lascia costernati – in estrema sintesi –  il minimalismo di quanti vedono nelle “sedute innovative” (i banchi con le rotelle) uno dei passaggi cruciali per la “tenuta” della Scuola 2020. Di ben altro occorre iniziare a parlare e ben più alta dovrebbe essere la consapevolezza di chi in questo ambito si trova ad agire. Sulla Scuola – non è una novità – si gioca la partita cruciale del domani.  Ridurre tutto ad un problema contabile (o di “rotelle”) significa non comprendere i tratti reali della sfida, che riguarda certamente il futuro della Scuola, ma con essa soprattutto il nostro futuro nazionale.

 


Il neosocialismo “scopre” l’idea partecipativa


L’ultimo Piketty
di Mario Bozzi Sentieri

L’ultimo libro di Thomas Piketty tradotto in italiano (“Capitale e ideologia”, La Nave di Teseo) è un tomo poderoso: 1200 pagine, più di un kilogrammo di carta sottile. L’economista francese non è nuovo a queste “prove di forza”. “Il Capitale nel XXI secolo”, uscito nel 2013 aveva una lunghezza di oltre 900 pagine, a conferma della volontà visionaria di Piketty, impegnato a misurarsi sui grandi scenari della storia e dei cambiamenti ideologici. Genericamente etichettabile come un neo-socialista, oggi l’autore di “Capitale e ideologia” sposta la visuale dai tradizionali riferimenti di classe a quelli di una più ampia “lotta ideologica”, muovendosi dalle antiche società schiavistiche fino ad approdare alla modernità ipercapitalista. Alla base la convinzione che la diseguaglianza non è provocata dall’economia ma dalla politica e dall’ideologia e proprio per questo è possibile intraprendere un’altra strada. Per la complessità di “Capitale e ideologia” una recensione tradizionale appare difficile. Intorno alla sua visione di fondo Piketty innesta approfondimenti e linee di fuga complesse, finalizzate ad immaginare un nuovo futuro egalitario, nel quale fondamentale appare il ruolo di una politica fiscale giusta e progressiva, quello dell’istruzione ed il concetto di condivisione, di saperi e poteri. A noi piace sottolineare un significativo passaggio in quello che l’autore identifica come “socialismo partecipativo”: la scoperta della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende sulla base delle esperienze di cogestione tedesca e nordica. Come noto in Germania e in Svezia i rappresentanti dei dipendenti partecipano ai consigli di amministrazione delle aziende, ciò – nota Piketty – favorisce un cambiamento ideologico, in grado di innescare una circolazione del potere di proprietà. “Tutti i dati a nostra disposizione – si legge in “Capitale e ideologia” – indicano che questa esperienza ha avuto un pieno successo. Le regole della cogestione hanno consentito un maggiore coinvolgimento dei dipendenti nella definizione delle strategie a lungo termine delle imprese e un equilibrio tra l’onnipotenza (spesso dannosa) degli azionisti e gli interessi finanziari a breve termine dell’azienda. La cogestione ha favorito l’emergere, nei paesi di lingua tedesca e in quelli scandinavi, di un modello sociale ed economico che è più produttivo e meno diseguale di tutti gli altri modelli sperimentati fino a oggi”. Piketty auspica l’estensione del modello partecipativo ad altri paesi, chiedendo inoltre una maggiore parificazione tra azionisti ordinari e rappresentanti dei lavori. Il dato di fondo è che con queste aperture non solo si esce finalmente dalle vecchie logiche classiste e conflittuali, ma si offre un’alternativa reale alle nuove domande partecipative, domande che interessano le aziende ed il mondo del lavoro, ma riguardano inevitabilmente anche il tema della rappresentanza politica, collegato alle tradizionali forme della democrazia liberale. Ciò che ci piace sottolineare nell’inaspettata apertura di Piketty è proprio la rottura con i vecchi schematismi di classe e quindi la necessità di costruire concreti e più ampi modelli partecipativi, in questo incontrando temi ed analisi che appartengono al Sindacalismo Nazionale e all’Idea Sociale. Proprio per queste “ascendenze” fino a ieri questi richiami erano scarsamente considerati dalle più tradizionali visioni conflittuali e di classe, variamente declinate (dal riformismo socialista al radicalismo comunista). Ora – dice Piketty – occorre girare pagina, misurandosi in una nuova “lotta ideologica”. L’autore di “Capitale e ideologia” la vede in funzione di una rottura con la narrativa proprietarista, imprenditoriale e meritocratica, che legge quale strumento “trasversale” di dominio: “Sinistra intellettuale benestante e destra mercantile – scrive Piketty – incarnano valori ed esperienze in qualche modo complementari. E condividono anche non pochi tratti comuni, a cominciare da una certa dose di ‘conservatorismo’ di fronte all’odierna situazione di disuguaglianza. La sinistra crede nell’impegno e nel merito nello studio; la destra, nell’impegno e nel merito negli affari. La sinistra si prefigge l’acquisizione di titoli di studio, di sapere e di capitale umano; la destra, l’accumulazione di capitale monetario e finanziario”. Mettiamo da parte certe facili, troppo facili, schematizzazioni ideologiche (nell’eterno gioco su cos’è di destra – cos’è di sinistra). Dal nostro punto di vista l’applicazione del modello partecipativo permette piuttosto una reinterpretazione della narrativa proprietarista, imprenditoriale e meritocratica, sulla base dell’estensione della proprietà (“Tutti proprietari, non tutti proletari” – diceva un vecchio, ma efficace, slogan), dell’efficienza produttiva (con una reale ridistribuzione della ricchezza), della mobilità sociale (attraverso un riconoscimento dei meriti in grado di riattivare l’ascensore sociale). Su questi crinali si gioca la battaglia del futuro. Lieti di incontrare – per un pezzo del percorso – Piketty e chi – da sinistra – voglia riconoscersi nelle sue tesi “partecipative”. Ma ben determinati ad andare oltre le incrostazioni ideologiche che stanno alla base di un neosocialismo che – al fondo – è già un po’ vecchio.


Tra Stato e anti Stato malavitoso


Le due Italie in guerra tra loro
di Mario Bozzi Sentieri

Siamo in emergenza. E non solo per un ritorno della pandemia e per l’ipotizzata onda lunga della crisi economica e sociale. A scorrere le novecento pagine dell’ultima “Relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia”, relativa al secondo semestre 2019, un gravissimo rischio si profila all’orizzonte del nostro Paese: l’espansione dell’economia criminale, nella sua versione affaristico-imprenditoriale, attraverso l’inquietante intreccio tra utilizzo delle risorse finanziarie, frutto di molteplici attività illecite, controllo del territorio e – non sembri un paradosso – “politiche sociali”. Le organizzazioni “mafiose” – nota il Rapporto della Dia – si fanno carico di fornire da un lato un “welfare alternativo” a quello dello Stato, un “valido e utile mezzo di sostentamento e punto di riferimento sociale”; dall’altro lavorano per “esacerbare gli animi” in quelle fasce di popolazione che cominciano “a percepire lo stato di povertà a cui stanno andando incontro”. Secondo gli investigatori si prospettano due scenari: uno di breve periodo, in cui le organizzazioni punteranno “a consolidare il proprio consenso sociale attraverso forme di assistenzialismo, anche con l’elargizione di prestiti di denaro, da capitalizzare” alle prime elezioni possibili, e uno di medio-lungo periodo, in cui le mafie, e la ‘Ndrangheta in particolare, “vorranno ancora più stressare il loro ruolo di player affidabili ed efficaci anche su scala globale”. Con l’intera economia internazionale che avrà un disperato bisogno di liquidità, è il ragionamento, le cosche andranno a confrontarsi con i mercati bisognosi di iniezioni finanziarie: “non è improbabile – avverte la Dia – che aziende di medie e grandi dimensioni possano essere indotte a sfruttare la generale situazione di difficoltà per estromettere altri antagonisti al momento meno competitivi, facendo leva su capitali mafiosi”. E non è improbabile che “altre aziende in difficoltà ricorreranno ai finanziamenti delle cosche”, senza sottovalutare il fatto che la semplificazione delle procedure di appalto “potrebbe favorire l’infiltrazione delle mafie negli apparati amministrativi”. Diversi i settori a rischio indicati. Quello sanitario, innanzitutto, “appetibile” sia per le enormi risorse che saranno a disposizione sia per il controllo sociale che può garantire. Poi ci sono il turismo, la ristorazione e i servizi connessi alla persona, i più colpiti dal Covid, dove la “diffusa mancanza di liquidità espone molti commercianti all’usura”. E, ancora, i fondi che verranno stanziati per il potenziamento di opere e infrastrutture: la rete viaria, le opere di contenimento del rischio idrogeologico, le reti di collegamento telematico, le opere per la riconversione ad una green economy, l’intero ciclo del cemento. In questo quadro lo Stato che cosa fa? Sono ancora sufficienti – come si legge in premessa al Rapporto della Dia – i richiami al “potenziamento degli strumenti di prevenzione e contrasto”? La questione è evidentemente ben più complessa, proprio per le valenze sociali dello scontro in atto tra lo Stato e l’anti Stato, tra legalità e anti legalità criminale, con al centro gli interessi reali della gente (senza lavoro), delle aziende (sottoposte al rischio, notano gli analisti, che le mafie allarghino il loro ruolo mettendo le mani anche su aziende di medie e grandi dimensioni in crisi di liquidità),  dei commercianti “strozzati” da un sistema economico e sociale in crisi (ma che continua a ragionare ed operare come se nulla fosse accaduto, tra tasse, balzelli, norme soffocanti, burocrazia esosa) e taglieggiati da una criminalità che si fa Istituzione (nell’intreccio tra potere politico locale, amministrazione e denaro). Gli Enti Locali sono al centro della strategia criminale, perché attraverso i funzionari pubblici le cosche riescono a mettere le mani sulle risorse della pubblica amministrazione e perché consente loro di rendersi irriconoscibili, di mimetizzare la loro natura mafiosa riuscendo addirittura a farsi “apprezzare per affidabilità imprenditoriale”. E’ quest’ultima la “leva” che, soprattutto nelle regioni del Nord, attrae decine di professionisti e imprenditori che si “propongono alle cosche”. Ai 51 Enti Locali già indicati nella Relazione nei primi mesi del 2020 se ne sono aggiunti altri 6 tra cui quello di Saint Pierre in Valle d’Aosta, il primo in assoluto in questa regione. Dei 51 Enti 16 sono stati sciolti più volte, fatto che conferma – spiega la Dia – “una continuità nell’azione di condizionamento delle organizzazioni mafiose in grado di perpetuarsi per decenni e a prescindere dal posizionamento politico dei candidati”. In un quadro siffatto i richiami generici e rassicuranti del governo sulla tenuta economica e sociale dell’Italia appaiono come i classici “pannicelli caldi” inadeguati ad affrontare la gravità della “malattia” in atto, insieme politica, economica e sociale. Perché se il territorio va controllato, con gli strumenti tradizionali della prevenzione/repressione, è attraverso un diretto intervento dello Stato (attraverso somme a fondo perduto, fidi a tasso agevolato, controlli puntuali sugli assetti aziendali, verifica delle attività degli Enti Locali, lotta puntuale al riciclaggio) che si può sperare di frenare l’invasività malavitosa. Anche qui siamo in guerra, una guerra che impone una mobilitazione globale, a cominciare da una piena riscoperta del “senso dello Stato”, in quanto sintesi di valori ed interessi condivisi. Un’impresa non facile viste le debolezze culturali oltre gestionali e politiche della classe dirigente al governo. “Lo Stato è un valore interiorizzato” – scriveva Giovanni Falcone a conclusione del suo libro-testamento su Cosa Nostra. E’ intorno a questa “interiorizzazione” (oltre che a una puntuale lettura delle strategie dell’avversario) che si gioca, a livello delle istituzioni e del Paese reale, la partita decisiva.

 


La retorica della “ripartenza” non è più sufficiente


Urge un nuovo patriottismo sociale
di Mario Bozzi Sentieri

Torna il sentimento patriottico? A vedere certi spot televisivi si direbbe di sì. Vince il Tricolore che fa da sfondo alla pubblicità, innalzando il prodotto da mero oggetto di consumo a simbolo di coesione nazionale. Il carrello della spesa è patriottico. Perfino quello delle Coop, che ora dicono di vendere ed invitano a consumare rigorosamente italiano. E con loro le Ferrovie impegnate a “collegare le passioni e i legami, pronte più che mai a sostenere il Paese”. E’ caparbia, innovativa e solidale l’Italia immaginata per propagandare il BTP Futura (che però ha chiuso la sottoscrizione poco sopra i sei miliardi di Euro contro una domanda stimata in circa dieci miliardi). Vince la spesa patriottica, la filiera breve ed il “made in Italy”. Fanno tendenza le bellezze artistiche e paesaggistiche del Paese: “E’ il momento di ripartire verso regioni da scoprire e città da visitare; verso persone da incontrare e culture da conoscere; uniti in un unico grande viaggio #InsiemeRipartiremo” – dice lo slogan. Anche i “Mastri Pastai” si mobilitano: “ciò che conta è la forza di guardare avanti”. E tanto basta. “Riusciremo a rialzarci insieme” – afferma la pubblicità dello shampoo. Mentre l’Assicurazione garantisce: “Saremo al vostro fianco, in ogni tappa, sempre”. In questi casi – come ci dicono i manuali – la pubblicità “asseconda” più che “orientare”. Dilaga nel Paese una domanda patriottica, che trova negli spot una rappresentazione compiuta, solenne, retorica. La Nazione entra prepotentemente nell’immaginario collettivo. Per questo viene celebrata e declinata su più piani. Ne siamo lieti ed anche incuriositi. Con un dubbio di fondo però: fino a quando gli spot patriottici riusciranno nel loro intento rassicurante? E che cosa accadrà quando la realtà, la dura realtà post pandemica, soffocherà le aspettative? Il patriottismo è una cosa seria. È Storia e passioni. Sentimenti e sfida futura. Non può essere solo uno sventolare di bandiere. È solidarietà autentica, mobilitazione e coesione sociale. È capacità di intervento attraverso politiche pubbliche finalizzate a garantire pari opportunità e a prevenire fenomeni di esclusione sociale. Intesa in questo modo la coesione nazionale si sostanzia nei diritti che lo Stato riconosce ed aiuta a realizzare, quali il diritto al lavoro e ad un reddito per la propria famiglia, il diritto a votare e a partecipare alle scelte che riguardano la comunità, il diritto a dare un’istruzione ai propri figli, il diritto alla sicurezza e alla salute. Fuor di retorica a quante di queste aspettative riesce a rispondere in modo adeguato l’attuale Sistema? E – di fronte alle carenze dell’odierno momento politico – fino a quando il mantra dell’Era Covid19, “Andrà tutto bene”, riuscirà a lenire le ferite aperte dalla crisi economica e sociale? Perfino la ministro Lamorgese ha paventato un “autunno caldo”, segno – sono sue parole – della difficoltà dei cittadini a provvedere ai propri bisogni. A serpeggiare – come ha notato il Censis in un recente studio – è la paura ed il pessimismo: ben il 67,8% degli italiani ha paura per la situazione economica familiare, paura radicata nei territori e trasversale ai diversi gruppi sociali. La percentuale sale al 72% tra i millennials e le donne, sfiora il 75% nel Sud, supera il 76% tra gli imprenditori e arriva all’82,6% tra le persone con i redditi più bassi. A battere all’uscio degli italiani sono la povertà, l’emergenza abitativa, la disoccupazione, la precarietà giovanile. La lista delle emergenze è lunga, segno di quanto gravi siano le quotidiane esigenze degli italiani, messi ai margini del contesto sociale, spesso costretti a livelli esistenziali di mera sopravvivenza, sviliti nella loro umanità. È un “sistema” (economico e non solo, fatto com’è di relazioni sociali e di tutele) che va ripensato, riportando al centro – ben al di là degli slogan ad effetto – il valore nazionale insieme a quello dell’etica collettiva e quindi di un’autentica socialità, rispetto a cui riordinare priorità, risorse, interventi. Dopo la stagione degli annunci e delle promesse, c’è bisogno di mirati piani d’azione (piano giovani, piano casa, piano povertà, piano famiglia), che fissino scadenze, che, preso atto delle diverse emergenze, indirizzino le risorse in modo chiaro, che fissino priorità. C’è bisogno di una mobilitazione generale dell’intero Paese, consapevoli che in gioco ci sono i più vasti destini nazionali, oltre che quelli economici e sociali di una parte. E qui il cerchio si chiude. Nella misura in cui la Nazione, oggi finalmente “ritrovata” nell’immaginario collettivo, è quella che al di sopra delle contingenze esprime una solidarietà, solo una rinnovata coesione sociale potrà dare sostanza all’idea di Nazione. Non basta insomma qualche spot a confortare quanti pagano la crisi, sanitaria e non solo, sulla propria pelle. Né sono sufficienti gli annunci per passare dalle aspettative alle risposte concrete. Ci vuole ben altro. A cominciare da un patriottismo che solo se declinato a livello sociale potrà rispondere alle domande del Paese reale, imboccando la strada della Rinascita.


Il “modello Genova”


Poche regole (e chiare) per sbloccare le grandi opere
di Mario Bozzi Sentieri

Il decreto “Semplificazioni” continua a complicare i rapporti tra i partiti di governo. I soliti annunci del Presidente del Consiglio non sono stati infatti sufficienti a bloccare il tira e molla tra Pd, Movimento 5 Stelle e Italia Viva. Al centro della querelle la sanatoria per le opere abusive, la responsabilità per danno erariale e il reato di abuso d’ufficio, fattori, quest’ultimi, che paralizzano l’operatività del comparto pubblico, i cui funzionari sono letteralmente spaventati dal rischio di inchieste della magistratura e richieste di danni della Corte dei Conti. E poi c’è la “liberazione degli affidamenti”, con cui il Pd vede il tentativo di imporre il “Modello Genova”. Per alcuni il “Modello Genova” è una bandiera da sventolare come esempio concreto di efficienza ed affidabilità, per altri (a sinistra) uno strumento troppo dinamico d’intervento, che porterebbe a “commissariare” il sistema degli appalti per le grandi opere. Ma di che cosa si tratta esattamente? Il “Modello Genova” non è intanto uno slogan. Non lo è soprattutto per il Sindaco del capoluogo ligure, Marco Bucci, che questo “modello” ha realizzato sul campo, nell’opera, non facile, di ricostruzione del viadotto crollato il 14 agosto 2018. Arrivare, in due anni, a ridare a Genova e alla Liguria uno snodo strategico essenziale, qual era il Ponte Morandi, è un’eccezione in un Paese dove le grandi opere hanno tempi biblici di costruzione. Proprio per questo la gestione commissariale del Sindaco di Genova ha fatto scuola, riuscendo a coniugare velocità di esecuzione ed alta qualità d’intervento ed impedendo, nel contempo, comportamenti illeciti o infiltrazioni da parte della malavita organizzata. Su questo punto Bucci è irremovibile: “Il Modello Genova non è assenza di regole ma semmai il contrario”. Ed ancora: “Abbiamo buttato fuori le aziende sospette di infiltrazioni e lo abbiamo fatto tempestivamente grazie proprio ad una organizzazione ancora più stringente del Codice degli Appalti e grazie alla sinergia con l’ex procuratore capo di Genova Michele Di Lecce”. Tre i punti essenziali della strategia di Bucci. Sul versante amministrativo un punto essenziale è stata l’applicazione dell’art. 32 del Codice degli appalti europei, applicazione resa possibile in quanto Bucci si è mosso in qualità di commissario. L’articolo in oggetto permette, per comprovate esigenze di urgenza, di lavorare direttamente con le imprese saltando la gara ed operando solo sulla base delle manifestazioni d’interesse. Il risultato? Venticinque progetti presentati e selezionati in tre settimane. Secondo punto l’utilizzo delle tecniche di project management, praticate dal settore privato, ma escluse dalla Pubblica Amministrazione, grazie alle quali è stato possibile fare partire tutti i progetti insieme, demolizione e costruzione, selezione e approvazione. Ultima mossa la libertà di scelta delle persone impegnate nella costruzione del nuovo ponte, selezionate in base a capacità, merito e risultati. Senza gare poi non c’è spazio per i cavilli burocratici che spesso riescono, ricorso dopo ricorso, a bloccare l’operatività per anni, allungando i tempi di realizzazione. Al contrario, quando ci si muove sulla base della meritocrazia, dell’efficienza produttiva ed in vista del risultato finale, a vincere non sono i lacci e laccioli della burocrazia, ma la volontà di raggiungere, presto e bene, la meta. A Genova il risultato si è visto. E a vincere non è stata solo la rapida realizzazione di un’opera cruciale, ma un’idea di efficienza che ci riporta al concetto di “stato d’eccezione”, costituzionalmente evocato per le grandi crisi. La necessità – notava Santi Romano – è la fonte originaria della legge. Almeno per le grandi opere, fattore strategico per la ripresa dell’intera economia nazionale, è tempo di tirare le dovute conseguenze. Il “Modello Genova” insegna. Preso atto dello “stato d’eccezione”, a questo punto occorrono uomini e volontà in grado di capirlo ed applicarlo.