Il gap demografico: l’Italia si restringe


di Mario Bozzi Sentieri

L’Italia si sta restringendo. A dircelo gli indicatori demografici annuali dell’Istat: per il quinto anno consecutivo il nostro Paese fa registrare un calo di popolazione di 116mila unità in meno rispetto al 2018. L’istituto nazionale di statistica mette in evidenza anche un altro dato importante: per ogni 100 persone che muoiono in Italia ne nascono solo 67, dieci anni fa erano 96. Il tasso di ricambio naturale tra nascite e decessi è il più basso mai espresso dal paese da 102 anni. Dato ancora più preoccupante è la spaccatura dell’Italia, con un Mezzogiorno, tradizionalmente prolifico, dove  si concentra il calo della popolazione, mentre a crescere è la popolazione del Nord, in modo particolare nelle provincie autonome di Trento e Bolzano, in Lombardia ed Emilia Romagna. I numeri non danno scampo: secondo una costante universale il valore di sostituzione, ovvero il numero di figli necessari a garantire una bilancia demografica in pareggio, è  di 2,1. Se un Paese lo supera la popolazione ha tendenze espansive, se non lo raggiunge si va verso una contrazione demografica. Le statistiche dell’Italia mostrano che il Paese è sceso sotto il tasso di sostituzione nel 1977, e dal 1984 è stabilmente sotto il valore di 1,5, un livello che non solo non evita il declino demografico, ma annuncia quasi certamente che la caduta sarà traumatica. Questa la fotografia della realtà, oggettivamente disarmante anche per le conseguenze della crisi demografica, che avranno – sempre di più – un peso determinante sul sistema pensionistico (con la diminuzione della massa dei contribuenti e l’aumento dei beneficiari), sul sistema sanitario  (sostenuto da una popolazione attiva ridotta), sulle dinamiche socio-economiche nel loro complesso (sempre più “frenate”) e sulle relazioni tra le diverse aree del mondo (con un’evidente sproporzione delle nascite tra il nord ed il sud del pianeta). Sul “che fare” le indicazioni appaiono decisamente poco aggressive. Scontati i richiami alle politiche sulla famiglia, alla precarietà lavorativa ed esistenziale, ai servizi insufficienti, al welfare inaccessibile e al disatteso, da decenni, “Quoziente Famiglia”, cioè il calcolo delle tasse basato sul numero dei figli. Oltre non si va. Soprattutto per “aggredire” le cause “strutturali” del crollo delle nascite. Il tema, infatti, ancor più che relativo alle politiche sociali, è antropologico e culturale. Il primo dato è la “percezione” della maternità tra le giovani generazioni, figlie del relativismo etico e dell’edonismo, nel nome del “child-free”, che ormai ha contaminato ampi strati della popolazione, facendosi cultura diffusa, luogo comune condiviso. Secondo una ricerca dell’Eurispes, pubblicata nel 2019 (“Soprattutto io. Coppie millenians tra stereotipi, nuovi valori e libertà”), per sette italiani su dieci i figli non sono una condicio sine qua non per essere felici nella vita. Oltre i numeri, oggettivamente allarmanti,  ancora più allarmante è che nessuno sembra volersi fare carico del  problema. Pochi ne parlano. I mass media ne fanno appena cenno. Nessun talk show dedica attenzione alla crisi demografica. Quando va bene si possono ascoltare le solite, spesso stanche  e ripetitive critiche sulla mancanza di politiche per la famiglia e sulla crisi economica: troppo poco per trasformare in  un caso il crollo delle nascite, creando il necessario allarme nazionale sulle ricadute socio-economiche di tale crollo. L’invecchiamento italiano (con un’età media che si aggira intorno ai 44 anni) condiziona infatti  le stesse dinamiche sociali, come confermano gli ultimi cinquant’anni della nostra storia. Pensiamo all’Italia degli Sessanta del ‘900 (dove, non a caso il tasso di natalità era doppio rispetto a quello attuale)   espressione di un un’energia sociale ed economica, in cui la spinta demografica era un fattore essenziale, una sorta di “investimento” sul futuro che, oggi, purtroppo non si riesce neppure ad immaginare. A vincere è l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale. A crescere sono le diseguaglianze, con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie di rappresentanza che l’hanno nel tempo garantita. Siamo insomma al “letargo esistenziale collettivo”. In discussione c’è l’esistenza stessa del nostro Paese: linea piatta per l’Italia senza figli e senza domani.  Decisamente una brutta prospettiva… A meno che non si cominci ad invertire la tendenza, favorendo la crescita di una nuova cultura  dell’accoglienza alla vita e delle politiche in grado di favorirla. Di questo bisogna trovare il coraggio di discutere, prendendo consapevolezza delle conseguenze della crisi demografica e invitando le forze politiche e le istituzioni a una forte assunzione di responsabilità.  Consapevolezza e responsabilità: di questo, alla prova dei fatti, c’è un gran bisogno, ancora prima che degli asili, degli assegni  familiari e degli incentivi per le famiglie. Che pure servono, ma non bastano.


I costi sociali e ambientali dell’e-commerce


di Mario Bozzi Sentieri 

Quanto costa l’e-commerce? Non parliamo – sia chiaro – dei costi d’invio dei singoli pacchetti, quanto piuttosto dell’impatto sociale e ambientale che l’espansione delle consegne a domicilio stanno provocando sulle nostre città. In apparenza l’e-commerce sembra essere un efficace strumento per garantire acquisti a buon mercato e a stretto contatto con le esigenze del consumatore. I numeri parlano chiaro.  Il fatturato dell’e-commerce quest’anno dovrebbe salire a 1.950 miliardi di euro nel mondo, di cui 400 in Europa (dati eMarketereEcommerce Foundation). Non si tratta più di un mercato di nicchia, perché man mano che la penetrazione tecnologica aumenta, il numero degli utenti-acquirenti online segue. In buona sostanza, il 10,1% delle vendite nel mondo quest’anno avverrà online, ma nel 2021 dovrebbe raggiungere il 16% a quota 4.479 miliardi di dollari. USA e Cina rappresentano da sole il 69% del business e con l’Europa arrivano al 95%. Tutto bene, dunque? In realtà – in un mondo in cui sembra aumentare  l’attenzione verso la tutela dell’ambiente – proprio dall’e-commerce passa un aumento delle emissioni inquinanti. Anche qui i numeri parlano chiari. Secondo il rapporto di McKinsey il numero dei veicoli commerciali nel mondo è cresciuto da 250 a 330 milioni di unità nel mondo tra il 2006 e il 2014. A provocare questo aumento (più 32%) il diffondersi delle consegne a domicilio, attraverso gli acquisti online, sempre più veloci, efficienti, puntuali, a scapito di un generale ingolfamento del traffico delle città con conseguente emissioni di gas di scarico inquinanti da parte di furgoni proporzionalmente più inquinanti degli altri veicoli. A Londra, ad esempio, i furgoni delle consegne rappresentano il 30% delle emissioni inquinanti, nonostante siano appena il 10% del parco macchine in circolazione. Per non parlare dell’aumento del tempo trascorso alla guida per gli automobilisti, conseguenza proprio dell’impennata di presenza di furgoni per le consegne. McKinsey stima che se nella capitale britannica erano necessari 20 minuti per compiere un tragitto nel 2012, adesso ne servono 25. Un abitante di Los Angeles, poi, passerebbe in strada due settimane lavorative all’anno della sua vita. Quali le possibili soluzioni? Un rimedio consisterebbe nel fare uso di furgoni elettrici per le consegne, che non emettendo sostanze inquinanti, contribuirebbero a ridurre l’impatto negativo sull’ambiente. Al momento questo tipo di furgoni rappresentano però un’esigua minoranza. Secondariamente, si potrebbe optare per consegnare la merce anche di notte, fatto questo che inciderebbe però sul rapporto con il cliente (costretto ad essere disturbato nel sonno), sull’importo dei salari per i lavori notturni (con ricadute sui prezzi finali del prodotto) e sullo stesso inquinamento, spostato dal giorno alla notte. Ci sono poi dei costi sociali e culturali che non possono essere sottovalutati. Essi gravano sullo stesso tessuto urbano letteralmente assediato e spogliato delle sue prerogative commerciali. Negli ultimi 10 anni sono quasi 63mila i negozi che hanno abbassato per sempre la serranda, con il numero degli esercizi commerciali in calo del 11,1% rispetto al 2008. Un dato preoccupante contenuto nel rapporto “Demografia d’impresa nei centri storici italiani” realizzato da Confcommercio. Tra le realtà più inquietanti messe in evidenza dallo studio c’è quella dei centri storici delle principali città italiane, che dal 2008 ad oggi hanno visto scomparire quasi il 12% degli esercizi commerciali. La riduzione dell’offerta commerciale rappresenta dunque un impoverimento reale, economico e culturale, per le nostre città. A venire meno non c’è infatti solo la filiera del commercio ma anche il presidio del territorio (con conseguenti ricadute sull’ordine pubblico e sulla stessa estetica urbana) e – più in generale – un graduale abbandono di spazi ricchi di storia, di tradizioni, di coesione sociale. In questi contesti la via più immediata è recuperare il rapporto tra cittadino e centro storico attraverso politiche a  favore delle piccole realtà commerciali e della piena fruibilità dei centri storici delle nostre città. Al fondo la ripresa di consapevolezza rispetto ad  una cultura complessa e stratificata in grado di dare organicamente senso e valore ai diversi ambiti della vita delle nostre comunità, dal commercio al vivere civile, alle architetture dei nostri centri urbani. Parafrasando Jean Fourastié che, già cinquant’anni fa, scriveva “Non è bene che Parigi divenga Los Angeles più Notre-Dame; né che Atene divenga Toronto più l’Acropoli” va, oggi, detto che – nel segno di un commercio sregolato – non è bene che Roma divenga Amazon più il Colosseo; né Firenze Alibaba più Palazzo Vecchio. Vorrebbe dire il trionfo dell’Ecumenopolis senza anima.

 


Sindacalismo non è “pensiero unico”


di Mario Bozzi Sentieri

“Se il Paese avesse un solo sindacato sarebbe meglio. Il sistema industriale è uno solo, al suo interno ci sono diverse proprietà. Sarebbe meraviglioso che succedesse la stessa cosa con i sindacati”. Lo ha detto Romano Prodi intervistato da Paolo Mieli all’evento per i 110 anni di Confindustria alle Ogr di Torino. “Lo sostengo da tanti anni – ha aggiunto – Il pluralismo sindacale non giova al Paese perché per definizione un sindacato deve andare più avanti dell’altro e in questo caso la concorrenza non può essere virtuosa. È una concorrenza che non ha senso perché il Paese è unico”. È veramente disarmante il semplicismo intellettuale con cui, proprio nell’ambito di una celebrazione storica, viene posto ed affrontato un tema cruciale per la Storia sociale e culturale del nostro Paese. Prodi dovrebbe sapere che l’esistenza di diverse voci sindacali non è una bizzarria, ma ha ragioni profonde, che nascono dalla complessità dei percorsi sociali e culturali che hanno segnato l’Italia, almeno dalla metà del XIX secolo. Se per Sindacalismo, soprattutto in Italia, deve intendersi l’insieme delle teorie e dei movimenti sorti per organizzare i lavoratori dipendenti e per tutelarne i diritti e gli interessi economici, politici, sociali e culturali, è la divergenza dei rispettivi orientamenti ideologici, che ha portato a distinguere diverse “scuole sindacali”: social-riformista, rivoluzionaria, nazionale, cattolica. È contrapponendosi a Karl Marx e all’idea di un partito guida del proletariato, che, nel nome dell’indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato, che il Sindacalismo Rivoluzionario ha affermato l’idea che la classe operaia debba agire in maniera autonoma sul terreno della produzione e contando soltanto sulle proprie capacità. È ancora in opposizione alla visione dogmatica del socialismo scientifico d’impronta marxista, nei due aspetti del materialismo storico e dell’internazionalismo di classe che ne sono alla base, che il Sindacalismo nazionale ha anteposto gli interessi nazionali al concetto puro di lotta di classe. Ed è nel segno della Dottrina sociale della Chiesa che è nato il sindacalismo d’estrazione cattolica ed interclassista. Ognuna di queste “scuole sindacali” ha sviluppato una profondità di vedute e diverse chiavi di lettura della realtà che vanno comprese e valorizzate, ben oltre le contingenze, i passaggi contrattuali, la lotta per la rappresentanza. Ignorarne o sottovalutarne l’esistenza, in un’Italia in cui la tendenza all’omologazione culturale e politica è un rischio oggettivo, vuole dire non solo negare il valore del pluralismo sindacale quanto soprattutto, azzerare storie diverse, diverse visioni. Vuole dire omologarsi al “pensiero unico”, un rischio che soprattutto i lavoratori non possono permettersi di correre.


Che fine ha fatto la “dottrina sociale”?


di Mario Bozzi Sentieri

Sulla scia della Rivoluzione Industriale, la Chiesa Cattolica ha elaborato, nel corso degli anni, un’organica dottrina sociale, in grado di fissare principi, insegnamenti e teorie rispetto ai problemi di natura sociale ed economica del mondo contemporaneo. Al fondo l’idea che debba essere la Dottrina a guidare e giudicare la prassi socio-economico-politica, non viceversa. In realtà, i recenti orientamenti cattolici sembrano guardare più alla denuncia sociologica che all’elaborazione di efficaci contromisure, com’era stato nel passato, a partire dall’Enciclica “Rerum Novarum” (1891) emanata da Leone XIII, frutto di un complesso lavorio intellettuale, che aveva coinvolto la cultura cattolica dell’epoca, alternativa al giacobinismo e alla rivoluzione liberal-borghese. Centrale in quel “progetto” il ricostruito ordine corporativo, inteso – per dirla con Giuseppe Toniolo, il maggiore esponente del pensiero cattolico sociale di fine Ottocento – non certo con finalità di mera restaurazione, ma quale strumento rappresentativo della società reale, dalla famiglia al Comune alle professioni. Le encicliche seguenti la “Rerum novarum” si sono mosse su questa linea di pensiero, ribadendo sempre la centralità dell’integrazione sociale e della partecipazione del lavoratore alla gestione dell’azienda. L’impressione è che, oggi, questa ricca tradizione sociale e culturale sia non sufficientemente valorizzata e divulgata dalla stessa Chiesa Cattolica, nel segno di un facile sociologismo di denuncia, impegnato a stigmatizzare l’ambivalenza dell’economia globalizzata, ma poco propenso a dare soluzioni. “Da una parte, mai come in questi anni – ha dichiarato Papa Francesco – l’economia ha consentito a miliardi di persone di affacciarsi al benessere, ai diritti, a una migliore salute e a molto altro. Al contempo, l’economia e i mercati hanno avuto un ruolo nello sfruttamento eccessivo delle risorse comuni, nell’aumento delle disuguaglianze e nel deterioramento del pianeta. Quindi una sua valutazione etica e spirituale deve sapersi muovere in quest’ambivalenza, che emerge in contesti sempre più complessi”. In questo contesto, il ruolo della Chiesa sembra sempre più simile a quello di una ONG con finalità assistenziali piuttosto che espressione di un chiaro progetto alternativo, in grado di informare gli assetti produttivi. E’ un peccato che ciò non avvenga, particolarmente oggi, allorché, in una fase di profonde trasformazioni economiche e sociali, si sente particolarmente la mancanza di organiche indicazioni costruttive e ricostruttive, che riescano a ridare nuova consapevolezza ai lavoratori; che sappiano declinare, sul piano degli istituti rappresentativi (a livello di azienda e di sistema Paese), il richiamo a principi extraeconomici; che indichino realistici meccanismi ridistributivi; che ridiano centralità ai corpi sociali, sfibrati da una sistematica opera di disintermediazione. L’auspicio è che dai principi e dalle denunce si passi alla realtà dura del lavoro quotidiano, finalmente affrancato dagli eccessi del mercato, della globalizzazione incontrollata, della precarietà cronica. Come ha ammonito Giovanni Paolo II, nella Centesimus Annus (1991), in piena continuità con la “Rerum Novarum”, “Si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società”. A questo “controllo”, non solo etico, la Chiesa dovrebbe avere ancora il coraggio di appellarsi, proprio nel nome del mai abbastanza ricordato modello partecipativo: ben più di uno slogan o di un mito suggestivo, ma una concreta prospettiva per ricostruire l’auspicata integrazione sociale, vera emergenza di un mondo spaccato a metà, tra chi  ha molto e chi stenta a vivere.


Qui ci vuole una nuova “carta della scuola”


di Mario Bozzi Sentieri

Archiviata, dopo le rettifiche del caso, la vicenda della scuola romana, che, sul proprio sito internet, ha messo improvvidamente in evidenza di avere una sua sede composta da allievi solo di “ceto medio alto e di figli dell’alta borghesia”, con un altro plesso frequentato da “alunni di estrazione sociale medio-bassa” e con un “maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana”, rimane, al fondo, lo stato della Scuola italiana a ricordarci le inadempienze di un’Istituzione cardine per il presente ed il futuro del Paese. Dalla Scuola passa l’identità collettiva nel rapporto immediato con le nuove generazioni. La Scuola è specchio e modello del Paese. Per questo richiederebbe maggiore attenzione e più puntuali interventi da parte di chi ha responsabilità di governo. Purtroppo non è così. E non a caso. Essere consapevoli dei problemi della Scuola italiana, cercando di individuare le doverose contromisure, necessita infatti di un’idea di futuro che la politica italiana, almeno quella che detiene le leve del potere, non sembra avere. Il limite dell’attuale approccio all’“istruzione” è, infatti, quando c’è, l’ordinarietà: rattoppare gli istituti scolastici (vecchi e fatiscenti), migliorare i livelli retributivi degli insegnanti (sempre più bassi rispetto a quelli dei colleghi europei), informatizzare l’operatività interna ed esterna innescandola sulle vecchie strutture (con evidenti duplicazioni e spesso un eccessivo burocratismo). Di più non sembra esserci, nella diffusa inconsapevolezza del valore della Scuola e della partita che sulla sua testa si è giocata negli ultimi quarant’anni. “Non ci siamo accorti di come, pezzo dopo pezzo, venivano smontate e gettate via parti decisive di quella scuola dove la maggior parte di noi è  cresciuta e si è formata. Parti che venivano sostituite con materiali fasulli, conditi di propositi tanto altisonanti quanto in sostanza vuoti, che ogni volta lasciavano le cose un po’ peggio di prima” – ha scritto Ernesto Galli della Loggia in L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola. Ciò che è rimasto sono i detriti di quei “propositi altisonanti”: il livellamento antimeritocratico (“Non bocciare” – si legge in Lettera a una professoressa, testo cult degli Anni Sessanta); l’idea che “tutti sono adatti a tutte le materie”; “pieno tempo” come arma anticlassista che – testuale sulla stessa Lettera barbianea – “caccia i ricchi”; e poi – sempre più – il depotenziamento del ruolo dell’insegnante, con la sua ovvia frustrazione; la “diseducazione” delle famiglie, disilluse – non poteva non essere altrimenti – riguardo alla funzione sociale della Scuola. La Scuola di Barbiana contro Giovanni Gentile ci ha portato a questi risultati. Prenderne atto non basta. Da qui bisogna partire, magari riscrivendo i principi che devono stare nuovamente alla base degli orientamenti scolastici (dopo gli eccessi dello sperimentalismo e del radicalismo classista) dando piena e concreta realizzazione al dettato costituzionale in tema di libertà d’insegnamento (contro l’invasività burocratica), di libero accesso all’istruzione (e quindi con un autentico confronto competitivo tra Scuola pubblica e scuole private), di autentico riconoscimento del diritto allo studio a favore dei “capaci e meritevoli”. E’ proprio per uscire fuori da visioni “di classe”, che – di fatto – privilegiano i più abbienti, che occorre identificare chiari percorsi meritocratici (gli unici peraltro che possono rimettere in moto il cosiddetto “ascensore sociale”), in grado di ridare dignità all’insegnamento ed autorevolezza agli insegnanti, di riconoscere il valore dello studio, di fare ritrovare alle famiglie un percorso di crescita sociale per i loro figli, di riconnettere Scuola e mondo del lavoro. Al di là dei principi costituzionali c’è bisogno di una nuova “Carta della Scuola” che indichi priorità e riordini i percorsi scolastici su basi meritocratiche, facendo ritrovare – per dirla ancora con Galli della Loggia – “la tradizionale centralità che nell’istruzione dell’Occidente ha avuto, fino a tempi recenti, la cultura umanistica con i suoi insegnamenti”. Di un nuovo Umanesimo c’è insomma bisogno, di un Umanesimo della Cultura e del Lavoro. Da lì può partire non solo la Ricostruzione della Scuola ma dell’intera società.


Più Stato meno mercato?


Un dibattito da riaprire

di Mario Bozzi Sentieri

Deve ritornare l’interventismo pubblico in economia? Ecco un bel tema sul quale riaprire il confronto, senza schematismi politico-culturali. Un tema che dovrebbe trasversalmente interessare e coinvolgere al di là delle vecchie appartenenze, guardando alla realtà, alla crisi economico-sociale in atto, alle debolezze “di sistema”. Dopo decenni di neo-iper-vetero liberismo una qualche messa a punto, nel motore di un capitalismo sempre meno “turbo”, bisognerà pur iniziare a farla. Partendo dallo stato di salute del Bel Paese e dai nuovi problemi sul tappeto. Questioni come l’Ilva o la gestione-ammodernamento della rete autostradale, tanto per citare due casi emblematici all’onore delle cronache, non possono oggettivamente essere gestite in modo ordinario o appellandosi genericamente al mercato e alle sue capacità di autoregolamentazione. E poi c’è la crisi economica. Sono ormai più di venticinque anni che l’Italia deve fare i conti con la stagnazione. Sono i numeri a parlare chiaro. Nell’ultimo decennio il nostro Prodotto Interno Lordo è calato dello 0,3% l’anno, laddove in Germania è cresciuto dell’1,3% e dello 0,9% in Francia. Scende la produzione e con essa gli occupati nell’industria manifatturiera (meno seicentomila dal 2008 al 2018). Le cause sono diverse. Sta proprio qui la tipicità del “caso italiano”. A concorrere alla crisi sono, infatti, diversi fattori che interessano non solo, genericamente, il mercato, le modalità produttive, la capacità competitiva delle nostre aziende. L’instabilità politica, con la conseguente incertezza delle scelte programmatiche a livello governativo, è certamente il primo fattore. Ma, in una sorta di effetto trascinamento, a seguire c’è la Scuola, la crisi demografica, i freni burocratici, la tassazione, i tempi della giustizia, la debolezza della ricerca applicata. È insomma un sistema a non funzionare e a pesare sul mondo della produzione e del lavoro, con, in più rispetto al passato, l’emergere della questione ambientale, il dilatarsi della povertà, i nuovi scenari della globalizzazione. Sul versante degli investimenti green perfino l’Unione Europea sembra orientata a rivedere le regole sui vincoli di bilancio, fino ad arrivare ad un riesame del Patto di Stabilità, con un riferimento agli investimenti pubblici ecosostenibili. Sul piano sociale, gli ultimi dati Eurostat disegnano un quadro nel quale, per l’Italia, la forbice sociale si allarga, evidenziando come il 20% della popolazione con redditi più alti può contare su entrate superiori a sei volte quelle di coloro che sono nel quintile in difficoltà. L’economia globalizzata, favorendo lo spostamento della produzione verso i cosiddetti paesi in via di sviluppo (vere e proprie zone franche in cui i diritti umani non sono garantiti e dove i salari sono più bassi) ha reso evidente l’assenza dello Stato regolatore, a tutto vantaggio di un capitalismo senza frontiere e senza regole. Visto quel che è accaduto e sta ancora accadendo importa allora poco ricapitolare vecchie scuole e categorie desuete. Più significativo è attrezzarsi per definire nuovi assetti, capaci di creare un diverso clima sociale, in grado di informare, di dare nuova  forma e speranza al sistema-Paese. Mettiamo perciò da parte le definizioni di scuola (con in testa il radicalismo neoliberista) e andiamo alla sostanza delle cose, magari con un occhio rivolto verso quello che una ventina d’anni fa si considerava un sistema al tramonto, l’economia sociale di mercato d’impronta renana, a fronte del trionfante modello “neoamericano”, fondato sui valori individuali, la massimizzazione del profitto a breve termine, lo strapotere finanziario. Risultati recenti ci dicono che lavorare per un progetto partecipativo e di autentica integrazione sociale dà buoni risultati sia per la crescita delle aziende e dunque del benessere dei lavoratori ed il giusto profitto del capitale sia, più in generale, per il sistema-Paese. Certo è che un nuovo modello di integrazione socio-economica non si improvvisa. Bisogna averne ben chiare le direttrici essenziali e su di esse lavorare con coerenza, in un attento equilibrio tra rigore e sviluppo, flessibilità e garantismo, capacità di programmazione ed adattabilità. Non escludendo l’intervento pubblico, a partire dai settori strategici delle infrastrutture, della Scuola e della ricerca, del gap demografico e dell’efficienza burocratica. Nessuno – sia chiaro – vuole restaurare l’idea di uno Stato omnia facies, talmente invasivo da occuparsi – per dirla con una battuta – della produzione dei panettoni. D’altro canto però i temi sul tappeto evidenziano un quadro generale di crisi che non può essere affrontato con strumenti usuali o peggio ancora appellandosi alle mitiche leggi di mercato, ormai alla corda. È piuttosto a uno Stato autorevole ed inclusivo che bisogna fare appello, uno Stato, espressione di una Politica “alta”, che non sia solo momento di mediazione, quanto soprattutto luogo ideale per fissare priorità, per dare obiettivi, per costruire momenti concreti di dialogo e di concertazione, per “rivoluzionare” assetti obsoleti, inadeguati a rispondere al mutare della realtà sociale. E’ insomma mettendo finalmente all’ordine del giorno del Paese non solo la stanca elencazione dei problemi, delle emergenze, dei tagli di bilancio che si può sperare di invertire l’attuale congiuntura. Al contrario è alzando il tiro nelle idee e nelle proposte che si può pensare di lavorare con lo sguardo rivolto “al dopo”. Pena un irreversibile tramonto.