“Sfide” letterarie: Guareschi batte Umberto Eco


di Mario Bozzi Sentieri

“Robinson”, l’inserto culturale de “la Repubblica”, ha lanciato, da alcune settimane, un torneo letterario, costruito sulla formula, un po’ calcistica, dell’eliminazione diretta. Le trentadue opere selezionate in partenza, collegate ad altrettanti scrittori significativi del Novecento italiano, si sfidano, subendo il verdetto di sette lettori accreditati dal giornale: chi vince passa al confronto seguente. Tra le sfide più calde della prima fase quella tra Giovanni Guareschi, l’autore di “Don Camillo”, ed Umberto Eco, in lizza con “Il nome della rosa”. Un confronto oggettivamente difficile per Guareschi, visto l’orientamento de “la Repubblica”, i legami della testata con Eco, collaboratore di punta del gruppo Espresso-Repubblica, e – si suppone – le simpatie dei “giurati”. In realtà il risultato ha ribaltato le previsioni della vigilia, con un clamoroso 4 a 3 per l’autore di Don Camillo, che è passato al turno seguente. Onore ai lettori che hanno preferito il destro-destro Guareschi ad una delle icone intellettuali della sinistra, motivando la loro scelta con spirito anticonformista, al punto da giudicare Eco ampolloso, opulento, macchinoso e pretenzioso, laddove Guareschi viene apprezzato per “l’umiltà e la saggezza dei piccoli gesti”, a tratti sorprendente, da leggere. Insomma un ulteriore “sdoganamento” culturale per un autore che – nel dopoguerra – è stato considerato, a sinistra, illeggibile ed insignificante, al punto da essere bollato come “tre volte cretino” da Palmiro Togliatti, il leader maximo del Partito Comunista Italiano, venendo poi archiviato, nel luglio 1968, in occasione della morte dell’autore di Don Camillo, con un titolo infamante e volgare: “E’ morto lo scrittore che non era mai sorto”. Uno “sdoganamento” quello offerto da “la Repubblica” ancora più importante per essere arrivato da un giornale-partito connotato “a sinistra”, in un contesto culturalmente significativo, qual è il “torneo letterario” di “Robinson”. Qualche altro segnale c’era peraltro già stato. Lo “sfidante” Eco, nei saggi Sulla letteratura del 2002, aveva già indicato tra le sue letture giovanili autori come Giovanni Mosca e Guareschi, colonne, nel 1948, della battaglia anti Pci. Non era certamente un caso visto che all’epoca l’imberbe autore del “Nome della rosa” era impegnato nella GIAC (l’allora ramo giovanile dell’Azione Cattolica) e nei primi Anni Cinquanta era stato chiamato tra i responsabili nazionali del movimento studentesco dell’AC di stretta osservanza anticomunista. Michele Serra, oggi giornalista di punta de “la Repubblica”, nel 1994, era andato oltre, distribuendo “Don Camillo” con il settimanale satirico “Cuore”, nato da una costola de “l’Unità”, arrivando a scrivere che Guareschi non appartiene né alla destra né alla sinistra, ma a tutti, come i grandi scrittori, rivalutandone pasoliniamente il populismo antiborghese e l’identità contadina. Diciamo che il sorpasso di Guareschi su Eco conferma una tendenza, smentendo la vulgata sui lettori de “la Repubblica” ed invitando a riconsiderare le coordinate fondamentali della letteratura del Novecento italiano. Ulteriori risultati lo confermano: il “non collaboratore” Giuseppe Berto che supera, nella sfida di “Robinson”, il Pier Paolo Pasolini di “Ragazzi di vita”; Leonardo Sciascia che batte Andrea Camilleri; il conservatore Giuseppe Tomasi di Lampedusa che supera il “ribelle” Luciano Bianciardi. Anche la sfida, ora in corso, tra Guareschi e Piero Chiara offre scenari inusuali, con da una parte il nazional-popolare e monarchico padre di Don Camillo e dall’altra un liberale di vecchia scuola, Piero Chiara, rara avis in un’intellettualità impegnata non a sinistra, al punto da essere nominato vicepresidente del Pli, il Partito Liberale Italiano: una sfida – a ben guardare – tutta interna al centrodestra, seppure sulle colonne di un quotidiano di orientamento laico e riformista.


I settant’anni del “Borghese”


Il primo numero il 15 marzo 1950

di Mario Bozzi Sentieri

Settant’anni di vita non sono, per una rivista, un traguardo da poco, particolarmente in tempi – come l’attuale – di comunicazione usa e getta. “Il Borghese” c’è arrivato. Con tutte le difficoltà dettate dal mutare degli orientamenti e dei contesti politici, con qualche pausa e più di un “acciacco”, la rivista-simbolo della destra italiana, uscita, per la prima volta, a Milano, il 15 marzo 1950, ci consegna una Storia importante, imprescindibile per comprendere i complessi itinerari delle destre italiane ed insieme le trasformazioni del nostro Paese, dagli Anni Cinquanta al Terzo Millennio. Alla base della nuova pubblicazione c’è il genio comunicativo ed insieme l’inquietudine intellettuale di Leo Longanesi, intellettuale raffinato, disegnatore e grafico, organizzatore culturale e politico in senso lato, scopritore di talenti: un anticonformista per partito preso. “Il Borghese”, lanciato grazie al sostegno finanziario dell’industriale Giovanni Monti, nasce come il contraltare “da destra” di una certa intellettualità radical-liberale, voce di un’Italia “contro”, “nostalgica” non tanto di un Regime, quanto di uno stile e di valori opposti all’emergente volgarità di massa, al facile democratismo, al progressismo dei costumi, ai “voltagabbana” della cultura, sempre pronti – per dirla con Ennio Flaiano – ad accorrere in aiuto del vincitore, ieri fascista, oggi antifascista. Da qui il nome della testata, sfrontatamente alternativa alle mode correnti e al proletarismo emergente: “Fino a cent’anni fa – scriveva Longanesi – nessuno restava offeso a sentirsi chiamare ‘borghese’; borghese era un titolo, una condizione onorevole che nessuno rifiutava; i borghesi non si credevano ancora aggettivi dispregiativi della storia, ma sostantivi, nobili, validi, gloriosi sostantivi. Poi la parola ‘proletario’ li sommerse. Cinquant’anni di polemiche, di insulti, di risse, di sangue costrinsero i borghesi a soffiarsi il naso nella loro bandiera”. “Segnato” dalla grafica del suo inventore, originariamente stampato su carta ruvida color paglierino, insieme raffinato ed un po’ retrò, “Il Borghese” non può essere considerato semplicemente un periodico neofascista. Come ha scritto Mario Tedeschi, succeduto, nel 1957, a Longanesi, nella direzione della rivista, esso voleva essere “un giornale conservatore”, intendendo per conservatori coloro che vogliono “conservare la libertà in vista di un domani migliore”. In realtà “Il Borghese” fu questo e molto di più. La testata, nella sua lunga esistenza, riesce a raccogliere il meglio della cultura anticonformista (dal neofascismo alla destra cattolica, con la sua polemica postconciliare, dal conservatorismo prezzoliano al liberalismo) rappresentata da una brillante leva di giornalisti ed intellettuali. Basti considerare le firme del primo numero (Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli, Giovanni Spadolini, Ernst Jünger, Alberto Savinio, Henry Furst, Giuseppe Prezzolini) a cui – tra gli altri – si aggiungeranno: Giano Accame, Giovanni Artieri, Piero Buscaroli, Piero Capello, Mino Caudana, Luciano Cirri, Carlo De Biasi, Enrico Funchignoni, Alberto Giovannini, Francesco Grisi, Giovanni Guareschi, Piero Operti, Camillo Pellizzi, Claudio Quarantotto, Fabrizio Sarazani, Ardengo Soffici. Cultura e non solo. Negli anni la rivista si segnala per l’aggressività delle inchieste contro la dilagante corruzione democristiana e per la polemica anticomunista (dal “Rapporto sul comunismo in Italia”, inchiesta di Tedeschi, pubblicata nel 1954, con cui si denuncia la fitta rete di società commerciali del Pci, al vero volto del socialismo filocomunista, svelato, alla fine degli Anni Sessanta, alle caustiche cronache di Gianna Preda). Nel dicembre 1965 un’intervista di Gianna Preda a Giorgio La Pira, esponente del cattolicesimo “progressista”, provoca le dimissioni di Amintore Fanfani da Ministro degli Esteri e una crisi di governo. Il sodalizio Tedeschi-Preda, che segna senza soluzione di continuità gran parte dell’esperienza de “Il Borghese” si caratterizza anche per l’attenzione ai fenomeni di costume, in un’Italia in forte trasformazione, che consuma – come scrisse Tedeschi – “gli ultimi scampoli dell’ordine e del benessere, residuo del Regno e del Fascismo il primo, frutto della ricostruzione il secondo: parole e verità oggi vietate. Erano, quegli anni, il dono d’un tipo di regime, il centro-destra, che nel 1960 sarebbe caduto e che attualmente viene ricordato e descritto alle giovani generazioni come una versione democristiana della ditta¬tura mussoliniana. Forse perché, negli anni fra il 1950 ed il 1959, i treni ancora arrivavano in orario”. Fanno epoca le fotografie, con didascalia, inserite al centro della rivista: immagini vere ed impietose del moralismo imperante e della politica di Palazzo, con quell’attardarsi sui ministri con le dita nel naso, sui deputati addormentati in Parlamento, sulle amenità e le procacità di un’Italia in trasformazione. Negli “anni di piombo” anche “Il Borghese” pagò la sua appartenenza politica. Tedeschi, diventato, nel 1972, senatore del Msi, fu tra i promotori di Democrazia Nazionale, scissione, in chiave “moderata” del Msi. L’operazione non ebbe successo e venne penalizzata dagli elettori. La rivista durò comunque fino alla scomparsa di Tedeschi (8 novembre 1993). Dopo vari passaggi di proprietà ed esperienze di breve periodo, “Il Borghese” ha trovato, nel 2007, un più stabile assetto societario, grazie alle Edizioni Pagine di Luciano Lucarini, con Claudio Tedeschi, proprietario della testata, nel ruolo di direttore responsabile: una Storia che continua, segno di una grande tradizione culturale e giornalistica da rivendicare con orgoglio, a settant’ anni dalla sua prima uscita.


Metapolitica del Covid-19


di Mario Bozzi Sentieri

Travolti, in tempo reale, dalle notizie sul Coronavirus, con il suo corollario di norme comportamentali e di regole igienico-sanitarie, il rischio è di perdere di vista il senso profondo antropologico, che l’emergenza virale porta con sé. Ci sono certamente le vittime ed i contagiati. C’è il dramma delle realtà locali, rinchiuse nelle “zone rosse”. C’è la crisi economica, incalzante e pesantissima: crollano i fatturati, vanno giù le borse. Emergono numeri drammatici, a tratti contraddittori: crescita non esponenziale del contagio si dice da un lato (Ardenio Galletti, docente di calcolo numerico e statistico), pericolo pandemia, con 300.000 mila morti si prevede dall’altro (Luca Ricolfi, sociologo e docente di analisi). Nell’inconscio collettivo a venire meno è quel senso appagante di libertà senza confini, che ci faceva muovere senza limiti di spazio e di tempo: connessi con il mondo, liberi di delocalizzarci e di delocalizzare produzioni, idee, sentimenti. Proprietari di un mondo peace and love, in cui tutto ci pareva concesso, ubriachi di benessere, con in pugno una carta di credito passepartout, che oggi, con l’emergenza, appare inesorabilmente “scaduta”. Gli apostoli della globalizzazione continuano a celebrare un mondo (immaginario) senza barriere. Poi però, alla prova dei fatti, sono sempre le frontiere a rimarcare le differenze. E per una volta non c’entra il sovranismo in agguato. Contano poco gli schieramenti e le appartenenze ideologiche. L’emergenza ha i colori delle bandiere nazionali, pronte a selezionare gli arrivi, a respingere gli indesiderati, a selezionare i sani dai contagiati. Tornano i ponti levatoi, retaggio di un Medioevo “oscuro” per definizione: navi respinte, aerei dirottati nel nome della salute pubblica, la quarantena come arma estrema di difesa, che pensavamo appartenere a storie lontane (anche qui vecchi strumenti, utilizzati per le zone colpite dalla peste nel XIV secolo). Vengono meno le piccole e grandi certezze intorno a cui avevamo costruito i nostri equilibri esistenziali e sociali: l’idea di avere strumenti tecnici e metodologici in grado di affrontare qualsiasi emergenza, di esserci dotati di algoritmi imbattibili, di utilizzare intelligenze, perfino artificiali, capaci di sbrogliare anche le matasse più aggrovigliate. Ora dobbiamo fare i conti con gli ospedali “sold out”. Scopriamo che mancano medici (56.000) ed infermieri (50.000). Negli ultimi anni sono stati soppressi 758 reparti. Ed è doveroso chiedere: di chi sono le colpe se non delle politiche di rigore, targate Ue, che hanno prosciugato i bilanci e le politiche sociali? Ed ancora: a che cosa è servita, in questo frangente, l’Europa? Politiche di sicurezza divise e contraddittorie, norme interpretate diversamente da Paese a Paese. Giusto due settimane fa da Bruxelles i commissari per la Salute (Stella Kyriakides) e per la Gestione delle crisi (Janez Lenarcic) dichiaravano: “I virus non hanno confini e possiamo contenere questa epidemia solo se agiamo in maniera coordinata e globale”. Qualcuno se n’è accorto?Ci auguriamo che l’onda di piena del virus passi presto. Ma dopo? Dopo certamente scopriremo di essere tutti un po’ cambiati: più consapevoli dei “contesti”, costretti a fare i conti con i nostri limiti, ma anche con le nostre, spesso inconsapevoli, potenzialità. Spinti, nella crisi, a “fare sistema” dovremo forse tirare le dovute conseguenze, anche politiche, magari ripensando i nostri assetti istituzionali. Parole come competenza, decisione, integrazione sociale non sono solo buone per rispondere all’emergenza. Sono piuttosto fattori essenziali per ricostruire il Sistema Paese e per dare nuove prospettive all’Italia. Se quella del Covid-19 è una “guerra”, la “ricostruzione” dovrà essere adeguata.


Diamo una scossa all’ascensore sociale


di Mario Bozzi Sentieri

Dopo gli anni dell’egalitarismo a buon mercato (tutti uguali per mantenere, nella sostanza, le vecchie rendite di posizione, trasmesse di padre in figlio) è tempo di riportare al centro del dibattito nazionale il tema della mobilità sociale, l’unico strumento per ridare all’Italia quella dinamicità ormai persa da decenni e per riaccendere, soprattutto tra le giovani generazioni, aspettative oggi sopite. A ricordarcelo, dati alla mano, il primo rapporto annuale Global Social Mobility Index sulla mobilità sociale, dal quale emerge come in una società capace di offrire a ciascuno pari opportunità di sviluppare il proprio potenziale, a prescindere dalla provenienza socio-economica, non solo ci sarebbe più coesione sociale, ma si rafforzerebbe anche la crescita economica. Un aumento della mobilità sociale del 10% spingerebbe infatti il Pil di quasi il 5% in più in 10 anni. Sono ben poche, tuttavia, le economie che hanno le condizioni giuste per favorire la riduzione delle disparità e l’inclusione. Le chance di una persona nella vita sono sempre più determinate dal punto di partenza, cioè dallo stato socio-economico e dal luogo di nascita. Di conseguenza le disuguaglianze di reddito si sono radicate e le classi sociali sono “ingessate”. E veniamo all’Italia. Nell’indice di mobilità sociale, il nostro Paese ottiene un punteggio di 67, con cui supera di poco Uruguay, Croazia e Ungheria e resta alle spalle di Cipro, Lettonia, Polonia e Repubblica Slovacca. L’Italia segna la sua migliore performance nell’ambito della salute, potendo contare sul nono posto per la qualità e l’accesso alla sanità e sul quarto posto per l’aspettativa di vita. In termini di accesso all’istruzione, qualità ed equità, il nostro Paese da un lato gode di un buon ratio studenti-insegnanti, dall’altro – rileva il rapporto – da “una mancanza di diversità sociale” nelle scuole, che non favoriscono cioè l’inclusione tra ceti diversi. Un’annotazione che pare trovare riscontro anche in recenti fatti di cronaca, che hanno sollevato l’accusa di scuola “classista”. Tra i punti deboli anche l’alta percentuale di inattivi (Neet, né al lavoro né in formazione) tra i giovani (quasi il 20%) e le scarse possibilità di formazione continua, che limitano le opportunità di apprendimento per i lavoratori. Solo il 12,6% delle aziende – sottolinea il rapporto – offre una formazione formale e per i disoccupati è difficile accedere a corsi per migliorare le competenze. Tra le aree su cui intervenire figura, ovviamente, quella delle opportunità di lavoro, dove l’Italia è al 69mo posto, penalizzata dagli alti livelli di disoccupazione. In sintesi: ad uscire fuori è la fotografia di un Paese che tende all’immobilismo sociale e quindi raffredda le aspettative e le ambizioni della società, frustrando l’accessibilità alle varie posizioni sociali, attraverso una serie di vincoli strutturali, riconducibili all’autoreferenzialità dei diversi gruppi professionali, alla cooptazione delle classi dirigenti, ad un sostanziale rigidità dei cosiddetti “processi ascensionali”. Che fare? Per far ripartire l’ascensore sociale, il rapporto consiglia, tra le altre misure, di rafforzare la progressività delle tasse sui redditi, riequilibrare le fonti di tassazione, introdurre politiche che contrastino la concentrazione di ricchezza, puntare sull’istruzione e sulla formazione continua, migliorando la disponibilità, la qualità e la diffusione dei programmi educativi. Sarebbe poi necessario offrire una protezione a tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro stato occupazionale, in particolare nel contesto del cambiamento tecnologico e delle industrie in transizione. Le aziende, dal canto loro, dovrebbero avere un ruolo guida, promuovendo una cultura di meritocrazia nelle assunzioni, fornendo formazione professionale, migliorando le condizioni di lavoro e pagando salari equi. Da parte nostra vorremmo aggiungere una necessità di fondo: fare sistema. Creare, insomma, quei doverosi collegamenti territoriali, interaziendali, di categoria, in grado di favorire le sinergie sistemiche nell’ambito della Scuola, della ricerca, della formazione, dell’accesso al credito, della selezione della classe dirigente. Con al fondo la consapevolezza di quanto sia necessario investire per favorite quella mobilità interna, capace di creare nuova ricchezza reale e aspettative vere in un Paese altrimenti destinato ad un cronico immobilismo. Senza una nuova dinamicità, è la stagnazione sociale a vincere, una stagnazione ben più grave di quella produttiva.


Una Costituente per una nuova Repubblica


Tra “Sindaco d’Italia” e presidenzialismo

di Mario Bozzi Sentieri

Secondo la Noto Sondaggi più della metà degli italiani è favorevole all’elezione diretta del capo del governo.  La rilevazione è stata fatta sull’onda della proposta di riforma costituzionale lanciata da Matteo Renzi. Quella di Renzi sul Sindaco d’Italia è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Nel senso che l’idea, nella quale si riconosce la maggioranza del popolo italiano, non è proprio una novità, ma  appartiene, da sempre, al riformismo costituzionale di destra (Carlo Costamagna parlava di Repubblica presidenziale già nell’ottobre 1946, su “Rivolta Ideale”) ben rappresentato, oggi,  da Fratelli d’Italia, che, non a caso, nell’ultimo fine settimana, ha lanciato la sua  campagna di raccolta firme a favore di quattro proposte di legge di iniziativa popolare, tra cui appunto quella per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Sul fronte dei contenuti non c’è partita: la riforma istituzionale è una necessità e gli italiani ne sono ben consapevoli. Più complessa la questione “di metodo”. L’annuncio, oggettivamente strumentale, di Renzi sul Sindaco d’Italia può aprire la stagione delle riforme? Ci sono le condizioni per un fronte politico trasversale che si faccia carico della volontà riformatrice? E può bastare una proposta di legge d’iniziativa popolare, da portare all’attenzione del Parlamento, per sbloccare finalmente gli arrugginiti ingranaggi istituzionali del nostro Paese? Nel passato ci aveva provato, sul finire degli Anni Settanta, Bettino Craxi, con l’idea della Grande Riforma. Prima di Craxi, Randolfo Pacciardi, mitica figura dell’antifascismo repubblicano, aveva dato vita, nel 1963, al movimento Unione Democratica per la Nuova Repubblica, fortemente caratterizzato in senso presidenzialista. Nel 1968 era toccato a  Bartolo Ciccardini, con il suo gruppo, di “gollisti democristiani”, Europa Settanta. Giorgio Almirante della “Nuova Repubblica” aveva fatto la bandiera della destra degli Anni Ottanta. Il professor Gianfranco Miglio, nel 1983, aveva riunito una serie di esperti di diritto costituzionale e amministrativo, arrivando a produrre un organico progetto di riforma della seconda parte della Costituzione. Di premierato aveva parlato, nel 2005, anche Silvio Berlusconi. Nessuno però è riuscito a passare dalla fase della proposta a quella dell’effettiva iniziativa riformatrice. Anche oggi gli scenari non sembrano molto diversi. Come ha sottolineato Giovanni Orsina, politologo e direttore della School of Government alla Luiss, in un’intervista a Il Giornale, a mancare sono proprio i partiti che “hanno perso la loro forza e non si possono rianimare con lezioni di ingegneria costituzionale: le riforme, quelle vere, rimangono al palo perché manca il tempo per portarle a compimento e perché nessuno ha la forza per imporle”. Stigmatizza sempre Orsina: “Il sistema deve essere riformato per la sua debolezza, ma è troppo debole per riformarsi”. Che fare allora? Fermarsi, come nel passato, alle buone intenzioni o provare ad andare oltre? Il già ricordato Costamagna, settantacinque anni fa, poneva l’accento su un fatto, solo in apparenza scontato: “promuovere l’interesse del Popolo all’opera del proprio ordinamento costituzionale parrebbe il compito più degno del costume di una ‘vera’ democrazia”. Da dove partire allora per ridare dignità ai costumi democratici e voce a quel popolo che – sondaggi alla mano – vuole l’elezione diretta del presidente della Repubblica? Non ci sono risposte facili.  Ma perché non pensare a un’ipotesi di lavoro, tanto trasversale quanto provocatoria, come l’elezione/convocazione di un’Assemblea Costituente? La proposta di un’Assemblea Costituente appare la strada più immediata, in grado di rispondere alle evidenti questioni di metodo e di contenuto: un’Assemblea eletta con il sistema proporzionale, frutto di un chiaro confronto programmatico, e con un mandato temporale ben definito (sei mesi), che possa elaborare un progetto di riforma organico e condiviso. Alle diverse forze in campo di fare le loro proposte e di verificarle con l’opinione pubblica. Ciò renderebbe finalmente palesi i diversi orientamenti, obbligando i rispettivi schieramenti a scoprire le carte sui grandi temi “sensibili” del presidenzialismo, del sistema elettorale, del bicameralismo, del rapporto tra i poteri dello Stato, del vincolo di mandato, del decentramento amministrativo, con il conseguente coinvolgimento dei cittadini-elettori, resi finalmente partecipi di un essenziale passaggio politico-istituzionale per la vita del Paese. L’elezione/convocazione di un’Assemblea Costituente non è, tra l’altro, in contrasto con eventuali elezioni politiche generali. Può anzi precederle, rimarcando, in modo chiaro, l’idea della riforma costituzionale, ma tenendola ben distinta da un confronto sui programmi, sull’azione di governo, sui grandi temi dell’emergenza economica e sociale. Importante è uscire fuori dalle dichiarazioni ad effetto. Il tema della rappresentanza e delle competenze è un tema troppo serio per ridurlo ad un  tweet, lanciato, come un trik e trak, per fare un po’ di rumore ed attirare l’attenzione, ma niente di più.


Il gap demografico: l’Italia si restringe


di Mario Bozzi Sentieri

L’Italia si sta restringendo. A dircelo gli indicatori demografici annuali dell’Istat: per il quinto anno consecutivo il nostro Paese fa registrare un calo di popolazione di 116mila unità in meno rispetto al 2018. L’istituto nazionale di statistica mette in evidenza anche un altro dato importante: per ogni 100 persone che muoiono in Italia ne nascono solo 67, dieci anni fa erano 96. Il tasso di ricambio naturale tra nascite e decessi è il più basso mai espresso dal paese da 102 anni. Dato ancora più preoccupante è la spaccatura dell’Italia, con un Mezzogiorno, tradizionalmente prolifico, dove  si concentra il calo della popolazione, mentre a crescere è la popolazione del Nord, in modo particolare nelle provincie autonome di Trento e Bolzano, in Lombardia ed Emilia Romagna. I numeri non danno scampo: secondo una costante universale il valore di sostituzione, ovvero il numero di figli necessari a garantire una bilancia demografica in pareggio, è  di 2,1. Se un Paese lo supera la popolazione ha tendenze espansive, se non lo raggiunge si va verso una contrazione demografica. Le statistiche dell’Italia mostrano che il Paese è sceso sotto il tasso di sostituzione nel 1977, e dal 1984 è stabilmente sotto il valore di 1,5, un livello che non solo non evita il declino demografico, ma annuncia quasi certamente che la caduta sarà traumatica. Questa la fotografia della realtà, oggettivamente disarmante anche per le conseguenze della crisi demografica, che avranno – sempre di più – un peso determinante sul sistema pensionistico (con la diminuzione della massa dei contribuenti e l’aumento dei beneficiari), sul sistema sanitario  (sostenuto da una popolazione attiva ridotta), sulle dinamiche socio-economiche nel loro complesso (sempre più “frenate”) e sulle relazioni tra le diverse aree del mondo (con un’evidente sproporzione delle nascite tra il nord ed il sud del pianeta). Sul “che fare” le indicazioni appaiono decisamente poco aggressive. Scontati i richiami alle politiche sulla famiglia, alla precarietà lavorativa ed esistenziale, ai servizi insufficienti, al welfare inaccessibile e al disatteso, da decenni, “Quoziente Famiglia”, cioè il calcolo delle tasse basato sul numero dei figli. Oltre non si va. Soprattutto per “aggredire” le cause “strutturali” del crollo delle nascite. Il tema, infatti, ancor più che relativo alle politiche sociali, è antropologico e culturale. Il primo dato è la “percezione” della maternità tra le giovani generazioni, figlie del relativismo etico e dell’edonismo, nel nome del “child-free”, che ormai ha contaminato ampi strati della popolazione, facendosi cultura diffusa, luogo comune condiviso. Secondo una ricerca dell’Eurispes, pubblicata nel 2019 (“Soprattutto io. Coppie millenians tra stereotipi, nuovi valori e libertà”), per sette italiani su dieci i figli non sono una condicio sine qua non per essere felici nella vita. Oltre i numeri, oggettivamente allarmanti,  ancora più allarmante è che nessuno sembra volersi fare carico del  problema. Pochi ne parlano. I mass media ne fanno appena cenno. Nessun talk show dedica attenzione alla crisi demografica. Quando va bene si possono ascoltare le solite, spesso stanche  e ripetitive critiche sulla mancanza di politiche per la famiglia e sulla crisi economica: troppo poco per trasformare in  un caso il crollo delle nascite, creando il necessario allarme nazionale sulle ricadute socio-economiche di tale crollo. L’invecchiamento italiano (con un’età media che si aggira intorno ai 44 anni) condiziona infatti  le stesse dinamiche sociali, come confermano gli ultimi cinquant’anni della nostra storia. Pensiamo all’Italia degli Sessanta del ‘900 (dove, non a caso il tasso di natalità era doppio rispetto a quello attuale)   espressione di un un’energia sociale ed economica, in cui la spinta demografica era un fattore essenziale, una sorta di “investimento” sul futuro che, oggi, purtroppo non si riesce neppure ad immaginare. A vincere è l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale. A crescere sono le diseguaglianze, con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie di rappresentanza che l’hanno nel tempo garantita. Siamo insomma al “letargo esistenziale collettivo”. In discussione c’è l’esistenza stessa del nostro Paese: linea piatta per l’Italia senza figli e senza domani.  Decisamente una brutta prospettiva… A meno che non si cominci ad invertire la tendenza, favorendo la crescita di una nuova cultura  dell’accoglienza alla vita e delle politiche in grado di favorirla. Di questo bisogna trovare il coraggio di discutere, prendendo consapevolezza delle conseguenze della crisi demografica e invitando le forze politiche e le istituzioni a una forte assunzione di responsabilità.  Consapevolezza e responsabilità: di questo, alla prova dei fatti, c’è un gran bisogno, ancora prima che degli asili, degli assegni  familiari e degli incentivi per le famiglie. Che pure servono, ma non bastano.