Il giudice: «Quei lavoratori vanno risarciti e riassunti»


Anche in tempi di Jobs act e di Articolo 18 depotenziato, è possibile vincere una causa di lavoro, essere
risarciti e, soprattutto, reintegrati sul luogo di lavoro. È accaduto a ben dodici dipendenti della Tmp di
Cassino, tutti ausiliari del traffico licenziati nel marzo dello scorso anno. Il giudice ha accolto la tesi dei
lavoratori, assistiti dalla Ugl, ritenendo illegittimo il licenziamento. I dipendenti, oltre ad essere reintegrati,
avranno gli stipendi arretrati a partire dal 1 aprile del 2018.


La Consulta “boccia” parzialmente il Jobs Act in caso di licenziamento illegittimo


avv. Ferruccio Pezzulla

Nota a sentenza Corte Cost. n. 194/2018

Come noto la Corte Costituzionale aveva dichiarato l’illegittimità Costituzionale dell’ art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23 del 2015), in riferimento al criterio di determinazione dell’indennità risarcitoria, stabilendo che questo non può essere parametrato unicamente in relazione all’anzianità lavorativa.

A seguito del dispositivo in data 8 novembre 2018 è stata depositata la sentenza contenente le relative motivazioni.

La sentenza della Corte costituzionale (8 novembre 2018, n. 194), dichiara, per l’appunto,  illegittimo il criterio di determinazione dell’indennità di licenziamento stabilito dal Job Act (art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23 del 2015), per il contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte in cui calcola in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato.

Occorre rilevare che non viene messo in discussione il principio del mero ristoro economico, a fronte della declaratoria di illegittimità del licenziamento in luogo della tutela reale accordata dall’art. 18, legge n. 300/1970.

A non aver passato il vaglio della legittimità costituzionale è il sistema rigido di previsione di una indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore, contrario, ad avviso della Corte, ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e in contrasto con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4  e 35 della Costituzione.

 

Osserva al riguardo la Corte:

“Ricostruite le caratteristiche della tutela prevista dal denunciato art. 3, comma 1, tale disposizione, nella parte in cui determina l’indennità in un «importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio», contrasta, anzitutto, con il principio di eguaglianza, sotto il profilo dell’ingiustificata omologazione di situazioni diverse (terzo dei profili di violazione dell’art. 3 Cost. prospettati dal rimettente). Come si è visto, nel prestabilirne interamente il quantum in relazione all’unico parametro dell’anzianità di servizio, la citata previsione connota l’indennità, oltre che come rigida, come uniforme per tutti i lavoratori con la stessa anzianità. È un dato di comune esperienza, ampiamente comprovato dalla casistica giurisprudenziale, che il pregiudizio prodotto, nei vari casi, dal licenziamento ingiustificato dipende da una pluralità di fattori. L’anzianità nel lavoro, certamente rilevante, è dunque solo uno dei tanti. Prima dell’entrata in vigore del d.lgs. n. 23 del 2015 il legislatore ha ripetutamente percorso la strada che conduce all’individuazione di tali molteplici fattori. L’art. 8 della legge n. 604 del 1966 (come sostituito dall’art. 2, comma 3, della legge n. 108 del 1990), ad esempio, lascia al giudice determinare l’obbligazione alternativa indennitaria, sia pure all’interno di un minimo e un massimo di mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, «avuto riguardo al numero dei dipendenti occupati, alle dimensioni dell’impresa, all’anzianità di servizio del prestatore di lavoro, al comportamento e alle condizioni delle parti». Inoltre, a conferma dell’esigenza di scrutinare in modo accurato l’entità della misura risarcitoria e di calarla nell’organizzazione aziendale, la stessa disposizione dà rilievo all’anzianità di servizio per ampliare ulteriormente la discrezionalità del giudice, relativamente ai datori di lavoro che occupano più di quindici prestatori di lavoro. L’anzianità di servizio superiore a dieci o a venti anni consente, infatti, la maggiorazione dell’indennità fino, rispettivamente, a dieci e a quattordici mensilità. Anche l’art. 18, quinto comma, della legge n. 300 del 1970 (come sostituito dall’art. 1, comma 42, lettera b, della legge n. 92 del 2012) prevede che l’indennità risarcitoria sia determinata dal giudice tra un minimo e un massimo di mensilità, seguendo criteri in larga parte analoghi a quelli indicati in precedenza, avuto riguardo anche alle «dimensioni dell’attività economica».

Il legislatore ha dunque, come appare evidente, sempre valorizzato la molteplicità dei fattori che incidono sull’entità del pregiudizio causato dall’ingiustificato licenziamento e conseguentemente sulla misura del risarcimento. Da tale percorso si discosta la disposizione censurata. Ciò accade proprio quando viene meno la tutela reale, esclusa, come già detto, per i lavoratori assunti dopo il 6 marzo 2015, salvo che nei casi di cui al comma 2 dell’art. 3 del d.lgs. n. 23 del 2015. In una vicenda che coinvolge la persona del lavoratore nel momento traumatico della sua espulsione dal lavoro, la tutela risarcitoria non può essere ancorata all’unico parametro dell’anzianità di servizio. Non possono che essere molteplici i criteri da offrire alla prudente discrezionale valutazione del giudice chiamato a dirimere la controversia. Tale discrezionalità si esercita, comunque, entro confini tracciati dal legislatore per garantire una calibrata modulazione del risarcimento dovuto, entro una soglia minima e una massima. All’interno di un sistema equilibrato di tutele, bilanciato con i valori dell’impresa, la discrezionalità del giudice risponde, infatti, all’esigenza di personalizzazione del danno subito dal lavoratore, pure essa imposta dal principio di eguaglianza. La previsione di una misura risarcitoria uniforme, indipendente dalle peculiarità e dalla diversità delle vicende dei licenziamenti intimati dal datore di lavoro, si traduce in un’indebita omologazione di situazioni che possono essere – e sono, nell’esperienza concreta – diverse. 12.− L’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 23 del 2015, nella parte in cui determina l’indennità in un «importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio», contrasta altresì con il principio di ragionevolezza, sotto il profilo dell’inidoneità dell’indennità medesima a costituire un adeguato ristoro del concreto pregiudizio subito dal lavoratore a causa del licenziamento illegittimo e un’adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare illegittimamente (quarto dei profili di violazione dell’art. 3 Cost. prospettati dal rimettente).

Nella sostanza, la quantificazione non sarà fissa e standardizzata e sarà determinata discrezionalmente dal Giudice, avuto riguardo ad una molteplicità di fattori, tra cui anche l’anzianità lavorativa.

Da ultimo si aggiunga che occorrerà verificare anche la compatibilità di tale impianto con il decreto dignità, che ha innalzato, per tutti i rapporti di lavoro soggetti all’applicazione del c.d. jobs act, l’indennità risarcitoria  da tre a trentasei mensilità dell’ultima retribuzione utile per la eterminazione del tfr.

Di seguito il Dispositivo della sentenza.

Il giuidizio di legittimità era stato promosso dalla terza sezione lavoro del Tribunale di Roma; con la sentenza n. 194 dell’8 novembre 2018, la Corte costituzionale ha ora disposto:

1) l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, d.lgs. 4 marzo 2015, n. 23 (cd. Job Act) limitatamente alle parole “di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, “;

2) l’inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 7, lett. c), l. 10 dicembre 2014, n. 183 (cd. Delega Lavoro Job Act) e degli artt. 2, 3, commi 2 e 3, e 4, d.lgs. n. 23 del 2015, sollevate in riferimento agli artt. 34 comma 135 comma 176 e 117 comma 1, Cost., questi ultimi due articoli in relazione all’art. 30 della Carta di Nizza, alla Convenzione OIL n. 158 del 1982 sul licenziamento, e all’art. 24 della Carta sociale europea;

3) l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23 del 2015, sollevata in riferimento agli artt. 76 e 117, comma 1, Cost., in relazione all’art. 10 della Convenzione OIL n. 158 del 1982 sul licenziamento;

4) la non fondatatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, d.lgs. n. 23 del 2015, sollevata in riferimento agli artt. 76 e 117, comma 1, Cost., in relazione all’art. 30 della Carta di Nizza.

 


Se ne è accorta anche la Consulta


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale ugl

Finalmente la Corte Costituzionale ha ravvisato l’illegittimità del Jobs Act, o almeno di una sua parte, esprimendosi in particolare sull’articolo 3, comma 1, del Decreto legislativo n.23/2015, che si occupa delle indennità derivanti dal licenziamento ingiustificato. La norma, prevedendo un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio, è contraria ai principi di ragionevolezza e uguaglianza e limita fortemente la possibilità del giudice di stabilire caso per caso, sulla base della gravità della situazione, l’ammontare dell’indennizzo spettante al lavoratore ingiustamente licenziato. Se con il Decreto Dignità alcune migliorie sono state fatte, ad esempio aumentando le soglie degli indennizzi, senza tuttavia intaccare l’automatismo, ora bocciato dalla Corte, fra anzianità di servizio ed importo del risarcimento, moltissimo resta ancora da fare per ribaltare la ratio alla base delle riforme prima Fornero e poi Renzi. Due riforme del lavoro che hanno avuto il fine di limitare le possibilità di reintegrazione in servizio anche in presenza di un licenziamento accertato come illegittimo dal giudice. La metodologia utilizzata da entrambe le riforme è, infatti, quella di individuare una classifica delle possibili cause di illegittimità e garantire una piena tutela solo a coloro che sono stati licenziati per motivi “più illegittimi” di altri. Facendo così passare il concetto che con un indennizzo, più o meno alto, più o meno legato a fattori oggettivi, come l’anzianità di servizio, o soggettivi, come la gravità dei singoli casi, l’azienda ha la facoltà di licenziare ingiustamente. Senza essere tenuta – salvo particolari e sempre più rari casi – a reintegrare il lavoratore neanche quando un giudice accerta insindacabilmente la natura illegittima del licenziamento stesso. Una visione che il sindacato non può che combattere perché è fondata su un intollerabile abbassamento degli standard e dei diritti del lavoro. Ben sappiamo quale sia la visione di fondo che ha guidato le riforme del lavoro portate avanti negli anni scorsi prima dal governo Monti e successivamente da quelli a guida Pd: la volontà di ricercare la competitività in una forsennata corsa verso la riduzione dei diritti dei lavoratori. Una strategia fallimentare dal punto di vista economico, portatrice solo di precarietà, sotto occupazione e stagnazione dei consumi e della crescita, incapace di ridare slancio reale all’occupazione. Ma, soprattutto, una concezione del lavoro inaccettabile dal punto di vista etico e di garanzia dello stato di diritto. Se la prima legge sul lavoro del “governo del cambiamento” ha cercato in parte di invertire questa tendenza, resta però ancora tanto da fare. Come conferma la stessa sentenza della Consulta, occorre una vera e propria rivoluzione copernicana che rimetta al primo posto la dignità del lavoro.