Economia: sulla scia dell’Europa anche l’Italia frena


Nell’ultima Nota mensile l’Istat, oltre a confermare il rallentamento dell’economia italiana già osservato attraverso le ultime diffusioni, prevede il prolungarsi di un periodo non particolarmente esaltante: l’indicatore anticipatore registra un’ulteriore flessione, «segnalando la persistenza di una fase di debolezza del ciclo economico». Ciò si aggiunge a quanto emerso qualche giorno fa dalle rilevazioni di Markit economics, secondo cui l’indice PMI del settore manifatturiero è tornato in una fase di contrazione (quindi sotto i 50 punti) per la prima volta dal 2016. C’è però anche da dire che il rallentamento dell’attività ha interessato non solo molti Paesi membri dell’Eurozona, ma anche l’area euro stessa. Tanto che, come ricorda l’Istat nella nota mensile, nel terzo trimestre il Pil dell’area ha rallentato al +0,2% dal +0,4% del trimestre precedente. È vero anche, però, che nel nostro Paese l’economia ha registrato una frenata: dopo 14 trimestri di crescita il Prodotto interno lordo ha registrato una variazione nulla, riflettendo il contributo nullo sia della domanda nazionale che di quella estera. Anche gli ultimi dati sul mercato del lavoro sono poco incoraggianti. A settembre è stato caratterizzato da una diminuzione degli occupati e da un aumento delle persone in cerca di un’occupazione. Rimane comunque positivo l’orientamento del mercato nel terzo trimestre, quando si registrata una diminuzione del tasso di disoccupazione di 0,6 punti percentuali, calo che ha contribuito ha portare il dato al di sotto del 10%.


Whirpool , ritorno in Italia


Zero esuberi. È finalmente uscito, dopo una lunga ed estenuante trattativa, il numero al quale avevano da sempre ambito le organizzazioni sindacali nella vertenza Whirpool. Nella serata di giovedì è stato infatti raggiunto un accordo al Ministero dello sviluppo economico, che poggia su un investimento di 250 milioni in tre anni. Il nuovo piano industriale, sottoscritto, alla presenza del ministro Luigi Di Maio, che ha apposto la sua firma al protocollo d’intesa, evidenziando come si stia tornando a localizzare, dalle federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl e dall’azienda. Molto significativo il fatto che Whirpool abbia deciso di riportare in Italia, per la precisione nel sito marchigiano di Comunanza, una produzione precedentemente spostata in Polonia. Il piano sarà accompagnato da un periodo di utilizzo di ammortizzatori sociali per favorire il passaggio verso prodotti più appetibili sul mercato, in particolare su Carinaro e Napoli.


Elogio e tutela del politicamente scorretto


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Se esiste una cifra stilistica del dibattito politico attuale, questa si trova nello scontro tra vecchio e nuovo. Tra l’establishment ed il cosiddetto populismo. Tra i politici paludati che sostengono che quello attualmente dominante – ovvero quello del dominio dell’economia e della finanza globale, del totem dello spread e del vangelo dell’austerity – è l’unico sistema possibile e le nuove figure emergenti che chiedono a gran voce di cambiare, facendosi interpreti di una massa popolare impoverita, privata della propria sicurezza economica e sociale e rimasta per troppo tempo inascoltata. Tra le litanie politicamente corrette delle stanze dei bottoni, e le richieste scorrette, ma necessarie ed accorate, scaturite dalle province dell’impero. Da quando il sistema ha iniziato a scricchiolare, con l’ascesa un po’ ovunque in Europa delle forze di cambiamento, anche la vecchia classe dirigente, messa alle strette ed in chiaro affanno, ha iniziato, però, a perdere il consueto aplomb. L’ultimo caso è quello del ministro degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselborn, che, nel corso di un vertice europeo, non è riuscito a dissimulare il suo malumore nel corso del confronto con il ministro degli Interni italiano, ovvero il nostro vicepremier Salvini. Il leader della Lega, infatti, ormai rappresenta il principale interprete del vento del cambiamento, un vero e proprio “spauracchio” di dimensioni planetarie, come dimostrato dalla recente copertina di Time a lui dedicata, essendo la figura attorno alla quale si potrebbero catalizzare le forze in grado di scardinare l’equilibrio europeo e quindi mondiale. Ministro di spicco nel primo governo interamente “populista” in un Paese grande ed influente come l’Italia e ben inserito in un contesto di alleanze internazionali. Sappiamo bene che fra pochi mesi si terranno le elezioni europee e c’è agitazione per la prevedibile nascita di nuove proporzioni all’interno dell’Europarlamento. In Italia ci si prepara a questa delicata tornata elettorale affilando le armi della propaganda e provando a tessere strategie. Se il Pd tenta di imbastire una poco probabile rimonta con la cena fra i leader che hanno portato il partito ai minimi storici e i Cinquestelle come al solito correranno da soli, a destra l’idea è quella di rinvigorire un’alleanza ultimamente molto indebolita. Una maggiore unione fra forze con origini più compatibili rispetto a quelle dell’inedito Esecutivo gialloblu è senz’altro un elemento positivo, purché si vada incontro, in modo forte e chiaro, in tutte le sedi nazionali ed internazionali, al vento del cambiamento e si abbandoni ogni nostalgia di un vecchio sistema che non solo ha profondamente deluso, ma che sembra anche definitivamente orientato al declino, affinché una rafforzata compagine di centrodestra sia leader del rinnovamento che sta sbocciando in Europa.


L’Italia che arranca


di Giovanni Magliaro

I numeri e le statistiche, nella loro aridità e nella loro semplicità, valgono molto più di tanti bei discorsi e di tanti blabla. Platone nella Repubblica diceva che i numeri sono essenziali ai governanti perché li aiutano a ragionare. Sicuramente aiutano tutte le persone in buona fede non solo a ragionare e a capire la realtà ma anche a basarsi su qualcosa di solido per cercare le soluzioni ai problemi.
Se diamo uno sguardo approfondito allo stato della nostra Italia, da un punto di vista economico e sociale, i numeri e le statistiche ci delineano un quadro molto lontano da certe affermazioni governative o di certa stampa che hanno interesse a divulgare una realtà di comodo.

Cominciamo dal lavoro. Di lavoro come lo intendiamo oggi ce ne sarà sempre di meno in futuro. L’automazione, con lo sviluppo delle nuove tecnologie, ridurrà l’offerta di nuovi posti specialmente nelle fasce meno qualificate. Amazon, per fare un esempio, utilizza già oggi oltre diecimila robot per smistare i pacchi con i prodotti acquistati tramite internet. La macchine tendono a sostituire gli uomini. Nella sola Unione Europea viene considerato a rischio sostituzione con robot e computer nei prossimi anni circa il cinquanta per cento dei posti di lavoro non specializzati. Come se ne esce? In un solo modo : con la crescita in termini di competenze e di preparazione del capitale umano che non può essere sostituito da macchine. Il Governatore della Banca d’Italia, Visco, ha scritto recentemente:” Il capitale umano, cioè il patrimonio di conoscenze di cui si dispone, è fondamentale per la crescita economica. L’Italia è entrata invece in un circolo vizioso : bassi rendimenti nell’istruzione scoraggiano investimenti nel capitale umano e impediscono il raggiungimento dei Paesi avanzati. Una scarsa dotazione di capitale umano non favorisce la capacità dell’economia di innovare”.
Gli Stati Uniti stanno facendo grandi investimenti nella formazione tecnico-scientifica. Il risultato è che la disoccupazione è al 5 per cento mentre la media europea è dell’undici e cinquanta per cento. Ma all’interno dell’Europa abbiamo la Germania, con un ottimo sistema formativo, con una disoccupazione al 5 per cento e l’Italia (dove la qualità della formazione è messa molto male) con disoccupazione al 12,6 per cento. I giovani italiani sono i più colpiti dagli squilibri della formazione e dalla enorme distanza che separa la scuola dal lavoro. La disoccupazione giovanile europea è al 23 per cento, in Italia siamo al 43 per cento (penultimo posto nei Paesi Ocse dopo la Grecia) con le regioni meridionali dove un giovane su due è senza lavoro.
C’è il paradosso che molti posti di lavoro restano scoperti perché non si trovano le competenze necessarie. Un esempio. L’ultimo concorso per entrare in Magistratura, sistemazione prestigiosa e ben retribuita, ottimo status sociale e carriera garantita. Posti disponibili 365, 21.000 domande, solo 311 assegnati e quindi 54 rimasti scoperti perché non avevano raggiunto la sufficienza.
Secondo l’Osservatorio della Unioncamere quattro aziende su dieci in media fanno fatica a trovare le professionalità idonee e con punte maggiori in certe regioni : nel Veneto ad esempio si arriva a otto su dieci. Sono diventati introvabili esperti di software, analisti programmatori, ingegneri specializzati e via dicendo.
Ciò è dovuto anche al fallimento dei Centri per l’impiego che hanno sostituito i vecchi uffici di collocamento. Mentre in nazioni più attrezzate buona parte delle assunzioni passa attraverso gli sportelli pubblici (esempio Germania il 31 per cento) da noi si rivolgono ai Centri solo il 3 per cento di quelli che cercano un lavoro. Ma nei Centri tedeschi lavorano a tempo pieno oltre centomila addetti buona parte dei quali è personale specializzato, in Italia gli addetti sono 8000. Si raccontano storie di imprenditori che si sono rivolti ai Centri per l’impiego e dopo inutili perdite di tempo hanno reperito il personale attraverso altri canali.
In realtà in Italia per gli ammortizzatori sociali si spendono 24 miliardi di euro all’anno ma la maggior parte vanno per indennità di disoccupazione e cassa integrazione mentre la spesa per le politiche di attivazione del lavoro è stata ridotta. In tutta Europa il primo destinatario della spesa pubblica per il lavoro è il giovane disoccupato da noi avviene il contrario.

Tutti sappiamo che per rilanciare l’economia e per cominciare a risalire il fondo in cui siamo precipitati nella grande crisi iniziata nel 2008 il fattore più importante sarebbe rimettere in moto la competitività del sistema Italia. Purtroppo oggi per competitività siamo al 49 posto su 144 Paesi (rapporto del World Economic Forum). In Europa ci stanno dietro solo Grecia, Bulgaria e Romania. Non è facile invertire il trend negativo dovuto alla mancanza di investitori privati. L’instabilità politica (dal 1970 ad oggi c’è in media una crisi di governo l’anno), la pesantezza dell’apparato burocratico, gli alti livelli di tassazione e l’assurda complicazione dei meccanismi fiscali, la carenza delle infrastrutture (a cominciare dalla fibra ottica) e il costo maggiore dell’energia scoraggiano gli investitori.
A parte l’instabilità politica (dopo di noi ci sono solo Libano e Turchia), vediamo più da vicino gli altri elementi che ostacolano gli investimenti e quindi la competitività. Al primo posto è da mettere la burocrazia inefficiente. Procedure lente e complicate, leggi e regolamenti che vengono sfornati senza sosta e cambiano di continuo sfiniscono qualsiasi persona o società che voglia intraprendere un’attività in Italia. Per non parlare della corruzione facilitata proprio dalla farraginosità delle leggi.

La pressione fiscale ha continuato a salire in Italia negli ultimi anni. Il carico sulle imprese ha raggiunto il 65 per cento dei profitti (in Germania è al 48 per cento, in Gran Bretagna al 33 per cento). Prima di noi si trovano solo i Paesi scandinavi che però come contropartita danno una ben diversa qualità di servizi pubblici e di welfare. L’aliquota di tassazione sul lavoro in Italia è al 43 per cento mentre la media dell’Unione Europea è al 36 per cento. Secondo i dati di questi giorni in Italia abbiamo per contro una enorme evasione fiscale calcolata in circa 110-120 miliardi di euro all’anno. L’IVA viene evasa per circa il 30 per cento contro il 10 per cento della Germania, l’8 della Francia e il 9 del Regno Unito.

La scommessa sul futuro si gioca al tavolo dell’innovazione. Ma se guardiamo ad uno dei settori dove l’innovazione ha più spazio, cioè l’informatica, c’è da preoccuparsi un bel po’. In quanto a copertura delle reti di accesso di nuova generazione, la cosiddetta banda ultralarga, siamo l’ultimo Paese europeo. La velocità media di navigazione da noi è 5,6 megabit al secondo, la metà della Germania , un terzo dell’Olanda. Le abitazioni coperte dalle reti di nuova generazione sono il 36 per cento contro il 68 per cento della media europea. Il web è un volano strategico per l’economia e una straordinaria opportunità per le aziende. Il fatturato delle imprese europee ottenuto attraverso internet si aggira sul 20 per cento, da noi è il 7 per cento. I popoli sono divisi oggi tra chi ha accesso con facilità alle informazioni e alle opportunità fornite dalla rete e tra chi ne è escluso. Parliamo del cosiddetto digital divide. Da noi regna sovrano e si fatica se non ad eliminarlo almeno a ridurlo.

Per completare il quadro potremmo elencare altri dati su elementi fondamentali che completano la fotografia dell’Italia di oggi. La giustizia che non funziona : in Italia servono in media tre anni e mezzo per risolvere una banale lite commerciale e otto anni per definire una procedura fallimentare. Parliamo di tempi tre volte maggiori della media europea. Tutto ciò causa un rilevante costo economico e causa una scarsa reputazione a livello internazionale scoraggiando gli investimenti in Italia. Chi ha ragione rischia di avere sempre e comunque torto e chi ha torto punta tutto sui tempi lunghi per farla franca.

Le reti infrastrutturali. Il primo treno ad alta velocità nel mondo ha viaggiato in Italia. Era il 1939. Un elettrotreno ETR 200 percorse la tratta Firenze Milano a 165 chilometri orari con punte di 200 chilometri. Oggi sono coperti dall’alta velocità 1000 chilometri, un terzo della rete di cui dispongono spagnoli e francesi. Le grandi opere hanno bisogno del portafoglio dello Stato. Ma in Italia la spesa pro capite per infrastrutture è stata tagliata negli ultimi anni del 30 per cento. Ha riguardato ferrovie, strade, porti. Il risultato è che oggi siamo al posto numero 82 nel mondo per dotazione infrastrutturale, ultimi in Europa.

E poi il problema dei problemi è che c’è ancora un divario inaccettabile tra il Nord e il Sud. Fino a quando questo divario non sarà colmato saremo sempre in questa situazione di ultimi o penultimi in Europa.

Certo, il quadro descritto può sembrare pessimistico o esagerato in senso negativo. Di fronte a queste cifre disastrose c’è da ricordare che comunque l’Italia è ancora la quinta manifattura al mondo e la seconda in Europa dopo la Germania e che abbiamo tante imprese che esportano e crescono grazie alla qualità dei prodotti e alla genialità degli Italiani. Abbiamo ancora ottime scuole e università, ospedali all’avanguardia e perfino tribunali dove la giustizia funziona. Il problema è che parliamo di situazioni a macchia di leopardo, di linee di eccellenza su cui non si riesce ad allineare il resto della penisola. Abbiamo, e non lo dobbiamo dimenticare mai, grandi capacità individuali e non siamo certo secondi a nessuno per intelligenza e capacità di inventare.
Sono convinto che l’Italia per uscire dal tunnel avrebbe bisogno di uno scatto di reni, di una tensione sociale e morale come quella che si manifestò negli anni del dopoguerra quando riuscimmo a ricostruire un Paese distrutto e riuscimmo a conquistare le prime posizioni tra gli Stati ad economia avanzata. Come quella che caratterizzò il periodo d’oro del ventennio fascista quando furono costruite oltre cento città nuove e si modernizzò l’Italia (strade, scuole, ponti, reti ferroviarie, università, ospedali, bonifiche). Ora stiamo toccando il fondo. Per una legge fisica inevitabilmente risaliremo, magari dopo aver buttato a mare la zavorra.


Mattarella a Helsinki: obiettivo crescita, coesione e lavoro giovani


di Claudia Tarantino

Si chiude oggi la visita del Presidente Mattarella ad Helsinki dove, nella tre giorni finlandese, il capo di Stato italiano è stato ricevuto dal presidente Sauli Niinistö, ha incontrato il sindaco della capitale, Jan Vapaavuori, ha partecipato ad incontri bilaterali sulle relazioni politiche ed economiche tra Italia e Finlandia e sulla lotta al terrorismo e infine, prima della partenza, ha incontrato il primo ministro Juha Sipila.

Tra i principali temi affrontati: le prospettive dell’integrazione europea, il governo dei flussi migratori e l’equilibrio tra rigore e crescita.

Proprio oggi, nel corso del colloquio con il primo ministro finlandese, Mattarella ha ribadito che “bisogna lavorare alla coesione sociale, al rafforzamento del sistema Euro e per favorire il mercato del lavoro per i più giovani”.

Ora, tralasciando per un attimo la necessità di una politica fiscale europea e di un ministro delle Finanze europeo – su cui i due Paesi sostanzialmente concordano – c’è da notare che, anche se pronunciato in terra scandinava, il discorso di Mattarella riguarda principalmente l’Italia.

E’ proprio a ‘casa nostra’, infatti, che il mercato del lavoro ha bisogno di una spinta, che l’occupazione dei giovani deve essere messa al centro dell’agenda di Governo e dove la coesione sociale ha bisogno di essere rinsaldata perché, come ricordato ieri dal segretario generale Ugl, Paolo Capone, “la pace sociale è solo apparente e prossima al limite di rottura”.

Non dimentichiamo che la crisi ha colpito anche la Finlandia la quale, però, ha provveduto per tempo ad una serie di riforme interne che l’hanno portata sulla strada della ripresa, con una crescita del tre per cento.

Lo stesso non si può dire del nostro Paese dove l’Esecutivo sbaglia politica sul lavoro, sulle pensioni, e spera che misure ‘una tantum’ e ‘bonus’ siano sufficienti per uscire dalla crisi.


Questione migranti: una sfida che riguarda tutti, nessuno escluso


di Claudia Tarantino

Finalmente il Governo sembra essersi reso conto che per bloccare l’enorme flusso di immigrati verso l’Italia occorre fare accordi con i Paesi di partenza, come d’altronde sostenuto da tempo dall’Ugl e come dimostrano i primi risultati della cooperazione tra Italia e Libia sui flussi migratori.

Se, infatti, il premier Gentiloni, ha potuto portare all’Eliseo, al vertice tra Francia, Germania, Italia e Spagna, allargato ai leader di Libia, Niger e Ciad, un “perfetto esempio” di come andrebbe gestita l’emergenza immigrazione, è proprio grazie ad un nuovo approccio alla questione, che vede i Paesi europei impegnati a “sostenere lo sviluppo in Africa”, ad accrescere la “capacità di controllo delle frontiere” e a “mettere in crisi il modello di business dei trafficanti”.

Dal summit francese, se non altro, è emersa la volontà comune di una maggiore cooperazione per gestire i flussi e contrastare la lotta al traffico degli esseri umani.

Anche se nelle dichiarazioni dei leader presenti sono state ripetute continuamente parole come ‘cooperazione’, ‘collaborazione’, ‘condivisione degli sforzi’, ‘strategia comune’, è stato il commento della leader tedesca ad essere quanto mai calzante: “Visto che non c’è solidarietà reale, – ha affermato la Merkel – dobbiamo trovare nuove soluzioni”.

Il nodo della questione, infatti, resta quello della revisione degli accordi di Dublino che prevedono la permanenza dei migranti nei Paesi in cui sbarcano in attesa della verifica dello status di rifugiato.
Un sistema che finora ha mostrato tutti i suoi limiti, soprattutto per il nostro Paese che è, insieme alla Grecia, quello maggiormente interessato dagli sbarchi e, quindi, messo in condizioni critiche dall’eccessiva presenza di migranti, tanto da non essere più in grado di gestirli adeguatamente.

La stessa Merkel ha ammesso che il ‘sistema Dublino’ “non offre soluzioni soddisfacenti”, in quanto “i Paesi cosiddetti d’arrivo sono sfavoriti” ma, al di là dei commenti e degli apprezzamenti al lavoro svolto dall’Italia, è arrivato il momento che la Ue trovi una via per ridistribuire il peso dell’arrivo dei migranti in tutti i Paesi.

Insomma, la questione dei migranti è una sfida che riguarda tutti, nessuno escluso.

Il compito del Governo, quindi, resta quello di riuscire a raggiungere un accordo a livello comunitario affinché gli altri Stati membri siano partecipi nella relocation dei migranti, altrimenti si rischia che il numero degli sbarchi divenga insostenibile e che tutte le problematiche connesse all’immigrazione restino irrisolte.