Istat: giovani, avanti molto piano


L’attesa inversione di tendenza, evidentemente, ancora non è avvenuta, almeno a dar fiato alle statistiche che ci presenta l’Istat. L’Istituto segnala, infatti, un miglioramento su alcune voci, ma tale miglioramento è ancora decisamente marginale, sicuramente non sufficiente per poter affermare che siamo davanti ad un nuovo e positivo corso. I giovani che non studiano né lavorano, i cosiddetti neet, ad esempio, diminuiscono dello 0,7%, attestandosi al 23,4%. In pratica, un under 29 su quattro ha rinunciato a fare quello che fanno i suoi coetanei, vale a dire studiare o lavorare. La formazione continua, vero handicap del mondo del lavoro in Italia, rimane una esperienza riservata a pochi, appena l’8,1% del totale (l’incremento è di appena lo 0,2% su base annua). La cosa che deve far pensare è che proprio questi giovani, viceversa, dovrebbero avere una formazione adeguata, viste le previsioni di legge sul contratto di apprendistato. È cresciuta in maniera significativa, viceversa, la quota di giovani con esperienze di partecipazione culturale, oggi vicine ad un terzo del totale; sul versante opposto, un giovane su sei non consegue il diploma di scuola superiore, cosa che avrà, inevitabilmente, dei riflessi molto negativi sulla successiva carriera professionale e sulla qualità della vita.


PA a tempo determinato


Il più grande datore di lavoro, anche se, oggettivamente, poco attento a determinate dinamiche, almeno ad interpretare la fotografia odierna dell’Istat. Lo Stato, più in generale la pubblica amministrazione, continua ad essere il maggiore datore di lavoro, avendo occupate nelle 12.848 istituzioni pubbliche oltre 3,5 milioni di persone, un numero peraltro in leggera crescita nel biennio 2015-2017, soprattutto per effetto di contratti a tempo determinato (+2,2%) che pure dovrebbero trovare un utilizzo limitato nella pubblica amministrazione. È evidente, però, che in questo caso a pesare è la componente scuola-sanità, dove la precarietà è, per così dire, di casa. Addirittura i contratti a tempo determinato sono cresciuti del 7,3% rispetto al 2011; nello stesso periodo, i posti fissi sono, viceversa, diminuiti di quasi un punto percentuale, per effetto del blocco al turn over, diventato più rigido con le disposizioni varate dal governo tecnico di Mario Monti. Tante le donne occupate nelle quasi 13mila istituzioni pubbliche: la componente femminile pesa infatti per il 56,9%. Donne che, però, raramente raggiungono i posti di vertice. In media, alla guida delle pubbliche amministrazioni troviamo una donna ogni sei dirigenti su base nazionale. Il rapporto scende a meno di una ogni dieci in Sicilia e sale ad una ogni cinque in Emilia Romagna, dove, però, si registra un arretramento significativo rispetto all’ultima rilevazione disponibile.


Industria a pezzi


Mentre per l’ex Ilva e Alitalia si fa strada l’ipotesi di un intervento dello Stato, con i sindacati scesi in piazza perché allarmati per il destino delle due aziende, e la Plastic Tax e Sugar Tax che potrebbero mettere in ginocchio molti settori, i segnali che arrivano dall’industria sono allarmanti. A ottobre l’Istat ha stimato che l’indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito dello 0,3% rispetto a settembre. Nella media del trimestre agosto-ottobre la produzione mostra una flessione congiunturale dello 0,6%. Corretto per gli effetti di calendario, a ottobre l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali addirittura del 2,4% (i giorni lavorativi sono stati 23, come ad ottobre 2018). Il Codacons ha commentato i dati sulla produzione industriale aggiungendo un elemento in più a completamento di un quadro negativo: «Di male in peggio. Non solo si conferma la crisi dell’industria italiana, ma i dati appaiono in netto peggioramento con una forte riduzione della produzione rispetto allo scorso anno – spiega il presidente Carlo Rienzi – Si tratta dell’ottavo calo tendenziale consecutivo, un trend allarmante che dimostra come il settore industriale paghi il conto dello stallo generale dei consumi che si registra nel nostro Paese». Anche i dati odierni di Bankitalia indicano un altro segnale su cui riflettere. Se da una parte i tassi dei mutui sono in diminuzione e i tassi di crescita dei prestiti alle famiglie sono cresciuti del 2,4 per cento (2,5 nel mese precedente), dall’altra quelli alle società non finanziarie sono diminuiti ben dell’1,4 per cento (-1,0 nel mese precedente).


Istat: prosegue la fase di debolezza dell’economia italiana


Secondo l’indicatore anticipatore potrebbe continuare ancora

È proseguita, nel III trimestre (quando si è registrato un +0,1% del Pil), la fase di debolezza dell’economia iniziata nel 2018, andamento che, stando all’indicatore anticipatore, potrebbe protrarsi ancora. È quanto spiega l’Istituto nell’ultima Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana. Migliorano tuttavia i consumi che, dopo la fase di stagnazione della prima parte dell’anno, hanno registrato un aumento significativo tra luglio e settembre (la spesa delle famiglie è cresciuta dello 0,4% congiunturale). Nello stesso periodo è proseguita la risalita del mercato del lavoro: sia le ore lavorate che le unità di lavoro risultano in aumento (+0,4% e +0,3%), così come che la stima degli occupati (+0,2% a ottobre). Male però la fiducia dei consumatori.


Povertà, a rischio oltre 12 milioni di italiani


È quanto emerge dall’ultimo report “Condizioni di vita, reddito e carico fiscale” dell’Istat

Anche nel 2018 si conferma il Mezzogiorno l’area del Paese con la percentuale più elevata di individui a rischio povertà o esclusione sociale, pari al 45%. Ripartizione nella quale si registra un aumento del rischio di povertà rispetto all’anno precedente, al 34,4% dal 33,1%. È quanto emerge dall’ultimo report “Condizioni di vita, reddito e carico fiscale” dell’Istat. Secondo lo studio, a livello nazionale, risulta a rischio povertà – percependo quindi meno di 10.106 euro l’anno (842 euro al mese) – il 20,3% dei residenti, ovvero oltre dodici milioni di individui. Si trova in condizioni di grave deprivazione materiale, invece, l’8,5% degli italiani, mentre l’11,3% vive in famiglie a bassa intensità di lavoro (ovvero famiglie con componenti tra i 18 e i 59 anni che nell’anno di riferimento del reddito hanno lavorato meno di un quinto del tempo). Nel complesso, spiega poi l’Istat, è pari al 27,3% del totale (contro il 28,9% del 2017) la popolazione che rientra in almeno una delle tre categoria sopraelencate. Tornando alle ripartizioni territoriali, se il Mezzogiorno registra il livello più alto di rischio povertà o esclusione sociale, il dato più basso si registra invece nel Nord-est con il 14,6%. La diminuzione del valore di questo indicatore riguarda soprattutto i residenti nel Nord-ovest (da 20,7% nel 2017 a 16,8% nel 2018), in particolare per la più marcata riduzione dell’indicatore della grave deprivazione materiale. Si registra un miglioramento delle condizioni di vita anche per le persone che risiedono nel Nord-est (da 16,1% a 14,6%) e nel Centro (da 25,3% a 23,1).


Istat: nel 2019 Pil in rallentamento al +0,2%


Tasso di disoccupazione al 10% quest’anno e al +9,9% nel 2020

Per il 2019 l’Istat prevede un marcato rallentamento della crescita del Prodotto interno lordo italiano, ma nel 2020 si dovrebbe assistere ad un leggero recupero. È quanto emerge dall’ultima analisi dell’Istituto di via Cesare Baldo, “Le prospettive per l’economia italiana nel 2019-2020” -, secondo cui, dopo il +0,8% del 2018, quest’anno il Pil aumenterà dello 0,2% e dello 0,6% il prossimo.  Stando ai dati, alla fine del 2019 la domanda interna al netto delle scorte dovrebbe fornire un contributo positivo alla crescita pari a 0,8 punti percentuali e l’apporto della domanda un +0,2. Al contrario, la variazione delle scorte dovrebbe fornire un impulso ampiamente negativo, pari al -0,8%. Per quanto riguarda invece le previsioni per il 2020, l’Istat si aspetta un contributo della domanda interna su livelli simili a quelli dell’anno corrente (+0,7%) e un rallentamento del contributo della domanda estera netta al +0,1%. Anche il prossimo anno le scorte dovrebbero contribuire negativamente alla crescita, ma rallentando al -0,2%. In questi due anni, spiega poi l’Istat si dovrebbe registrare un rallentamento rispetto all’ultimo periodo della spesa delle famiglie e delle ISP, mentre dovrebbe aumentare quella delle Amministrazioni pubbliche. Per quanto riguarda invece il mercato del lavoro, le stime indicano un calo del tasso di disoccupazione al 10% quest’anno e al 9,9% il prossimo, contro il 10,6% del 2018 e l’11,2% del 2017, con un aumento dello 0,7% delle unità di lavoro sia nel 2019 che nel 2020, rallentando dal +0,8% registrato nel biennio precedente (2017-2018).