Ritorna l’Iri


Tra mercato e intervento pubblico, proviamo a resettare il sistema produttivo

di Mario Bozzi Sentieri

Alla vigilia della Fase2 e della più o meno piena ripresa delle attività economiche, il quesito ricorrente è: tornerà lo Stato imprenditore? Non è un quesito da poco, vista l’eccezionalità della crisi economica e del già grave stato della nostra realtà produttiva. Farne una battaglia ideologica (di qui i paladini del libero mercato dall’altra parte i neobolscevichi statalisti) sarebbe però un errore. Il vero tema è come ed in che misura raddrizzare le vacillanti sorti della nostra economia, individuando strumenti efficaci d’intervento. Partiamo da un dato di fatto. Il nostro sistema economico, così come quello della maggioranza degli altri Stati europei, non stava proprio, ancora prima dell’emergenza sanitaria, in buona salute. Dal 2008 qualcosa si era inceppato nelle sorti e progressive del neocapitalismo globalizzato, a cui molti avevano creduto, dopo la rottura, nel 1989, del vecchio ordine mondiale. Tramontata quella d’impronta comunista, l’utopia liberista sembrava vincente su tutta la linea. Così come preconizzato da Francis Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo) il turbo liberismo pareva votato a rappresentare l’estremo e più perfetto stadio dell’evoluzione economica mondiale. L’utopia era destinata a realizzarsi nel progresso tecnologico ed industriale, con il capitalismo all’apice dello sviluppo, in un perfetto connubio tra democrazia liberale e democrazia economica, tra libertà ed opportunità individuali. In realtà l’accelerazione del quadro storico, lungi dall’assumere i tratti della “linearità” – così come teorizzato dopo l’89 – verso il progresso tecnologico-industriale ed il suo corollario politico, rappresentato dal liberalismo assoluto, ha aperto, nel primo ventennio del Terzo Millennio, scenari critici dagli sviluppi tutt’altro che scontati. Il laissez faire laissez passer si è scontrato con la spregiudicatezza degli Stati emergenti (Cina in testa) e la loro capacità invasiva. D’altro canto – ed è storia degli ultimi mesi – il mitico Mercato, di fronte a certe emergenze, ha dimostrato di non avere né prodotti, né soluzioni da offrire, lasciando allo Stato interventista di provvedere: ordinando quarantene, chiudendo le frontiere, limitando le attività economiche, privando i cittadini di alcune libertà costituzionali, intervenendo nei rimpatri, attivando le Forze Armate per gestire le emergenze, fornendo mascherine. Per le stesse considerazioni, nella fase della “ricostruzione” post pandemia, lo Stato non può esimersi dal farsi carico direttamente (cioè ben oltre gli “incentivi” e le “norme salvagente”) della crisi economica e sociale. Deve farlo – questo è il tema – sulla base di una corretta valutazione del proprio ruolo e ritrovando un’ormai dimenticata vocazione d’indirizzo, riemersa sull’onda dell’emergenza, in grado di programmare le grandi scelte strategiche nazionali in campo economico e sociale, attraverso un’attenta politica previsionale, unita alla partecipazione, sulla base delle competenze, delle categorie produttive. Non serve insomma una qualsiasi “bad company”, attraverso la quale ammortizzare le perdite e gestire le “dismissioni”. Ci vuole qualcosa di più. La prima necessità è ripensare un progetto aggiornato d’intervento pubblico, un vero e proprio Istituto nazionale (un IRI bis?) capace di costruire una nuova stagione di crescita, ricapitalizzando le imprese e favorendo investimenti in innovazione. Lavorando – in definitiva – ad un futuro, che – ci dicono gli istituti di ricerca – deve puntare sulla logistica, sui trasporti, sui porti, 5G, robotica, energia, sanità, cultura, turismo, costruzioni, sistema creditizio. Non dunque un ruolo di mero “salvagente” per le aziende in crisi. Sul fronte delle risorse a disposizione c’è la più volte citata Cassa depositi e prestiti. Un’idea innovativa è venuta recentemente dall’ Osservatorio permanente sulla sicurezza dell’EURISPES, diretto da Gian Maria Fara, che ha proposto di dare vita ad una holding che metta a frutto i 32 miliardi sottratti alle mafie: una sorta di IRI 2 articolata per settori di competenza affidati a manager di comprovata esperienza (come, ad esempio: immobiliare, produzione agroalimentare, agricoltura, distribuzione, servizi e ambiente). E poi c’è il grande tema dell’individuazione della classe dirigente e degli assetti istituzionali. Occorre tornare a “selezionare” le elites e nello stesso tempo salvaguardare la partecipazione-rappresentanza degli interessi generali. La capacità di partecipare deve essere determinata dalla preparazione culturale e tecnico-professionale acquisita dall’esercizio delle specifiche competenze, messe a disposizione del bene collettivo, nel contempo occorre però puntare ad un coinvolgimento sistematico e istituzionalizzato delle categorie produttive, che parta dalle aziende e dai territori. Anche qui è necessario voltare pagina, imparando a declinare il nuovo lessico dell’emergenza e a mobilitare le risorse sociali e professionali, già presenti. Competenze, dunque, partecipazione, decisione, programmazione di sistema e – se necessario – intervento pubblico: ecco gli ulteriori elementi che l’emergenza sanitaria ha portato al centro del dibattito e del doveroso intervento riformatore. E che ora diventano essenziali per fronteggiare la crisi economica con interventi “strutturali”. Su questo occorre confrontarsi e decidere, senza preconcetti ideologici. Pena una crisi sistemica dalle prospettive devastanti.


L’ultima spiaggia del governo: il “vecchio” Iri


Un ritorno al passato non per scelta, ma per mancanza di alternative

«State tornando all’Iri?», la domanda di Gianni Dragoni, giornalista de Il Sole 24 Ore, al ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Risposta: «Se serve sì, in un momento in cui dobbiamo proteggere la nostra produzione industriale e le nostre imprese», indicando, ovviamente, nell’ex Ilva e in Alitalia i due esempi concreti di possibili nazionalizzazioni o di possibili interventi pubblici. Il Governo è finito nell’angolo, soprattutto per proprie incapacità. Contemporaneamente a Strasburgo la nuova Commissione Ue, guidata da Ursula von der Leyen, ha ottenuto il suo via libera con 461 voti favorevoli, 157 contrari (M5s spaccato), e solo il tempo saprà dirci se ne è valsa la pena far saltare il governo gialloblu per arrivare a un governo giallorosso e se davvero per l’Italia, con la nuova Iri che si profila all’orizzonte, sarà vantaggioso avere Paolo Gentiloni come Commissario all’Economia, supervisionato dall’occhiuto Valdis Dombrovskis. Chissà cosa ne pensa Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio in Italia, padre fondatore dell’euro ma soprattutto colui che prima ha risanato e poi privatizzato, cioè chiuso, l’Iri. Intervistato recentemente da Lucia Annunziata a In Mezz’ora In più ha dovuto ammettere: «Si immagini  se io ero così contento di disfare le cose che avevo costruito», ma «erano obblighi europei». Gli stessi che abbiamo anche oggi. La disciplina Ue in merito parla chiaro, stabilendo che qualsiasi aiuto concesso da uno Stato membro o da risorse statali, tale da distorcere o minacciare di falsare la concorrenza, favorendo talune imprese o la produzione di determinate merci, è considerato incompatibile con il mercato interno. Ma non c’è solo questo. Se il ritorno all’Iri fosse stato un progetto inserito in un ambizioso, quanto pur sempre opinabile, programma di Governo, avrebbe anche potuto avere il sapore di un’avvincente sfida. Tuttavia è un ritorno dovuto al fatto che «per Alitalia non c’è una strada di mercato a portata di mano» e per riacciuffare (per i capelli) Arcelor Mittal, dopo averla indotta a scappare con la cancellazione dello scudo penale. Dunque l’operazione ha un retrogusto amaro. I tentativi quotidiani di migliorare la manovra 2020, con la limatura delle nuove tasse, rischiano di cadere nel nulla – ammesso e non concesso che siano veri – qualora lo Stato, sarà chiamato a fare fronte, senza un’idea “vincente” ai due «grandi malati», Alitalia ed ex Ilva, come li ha chiamati lo stesso Patuanelli, rischiando così di rappresentare, più che l’ultima spiaggia, un cimitero degli elefanti.