Innovazione limitata


Più antivirus che robotica

L’analisi effettuata dall’Inapp sugli incentivi legati ad Industria 4.0 misura lo stato di salute delle aziende italiane e la loro stessa capacità di rimettersi in gioco, dopo il grande gelo della doppia crisi economica che ha prodotto importanti cambiamenti nella struttura produttiva. Ebbene, un terzo delle aziende ha effettuato un investimento in innovazione tecnologica, anche se poi la voce che assorbe quasi tutto è quella sicurezza informatica, in pratica, in molti casi, l’acquisto di un antivirus. Decisamente più indietro gli investimenti più innovativi su internet delle cose, analisi dei big data, robotica e realtà aumentata.


Nuovi lavori: ecco il Case Manager


Il nome, Case manager, è sconosciuto ai più, ma si tratta di una professione purtroppo in crescita. Si tratta di un professionista esperto nella gestione degli strumenti per l’analisi multidimensionali del bisogno e per la progettazione degli interventi rivolti alle famiglie beneficiarie di misure di contrasto alla povertà e sostegno al reddito. In altri termini, è quella figura di supporto che oggi viene attivata dalle istituzioni nell’ambito del reddito di cittadinanza, ma che, più in generale, può essere consultata dagli enti locali per una valutazione complessiva del disagio del nucleo familiare che può derivare da fattori diversi, dalla mancanza di lavoro alla salute, dalla ridotta istruzione alla disabilità, passando per le dipendenze e per eventuali pendenze penali. Nell’ambito delle risorse del Pon Inclusione 2014-2020, l’università di Padova ha avvitato la seconda edizione del corso di formazione universitaria. Il corso, che è gratuito e dà diritto a crediti formativi, si integra con la formazione nazionale di base. Gli ambiti territoriali intenzionati a segnalare gli operatori dovranno farlo entro il 15 ottobre. Nei tre anni saranno selezionati 2.400 partecipanti.


START UP Guidano gli Stati Uniti


Eppure l’Italia si muove, ed anche bene, almeno a leggere alcune delle perfomance che formano il Rapporto sulla competitività globale 2018 del World economic forum (Wef). Lo studio si basa su 98 indicatori, una sessantina dei quali nuovi rispetto alle precedenti edizioni. L’Italia non cresce di molto sulla somma complessiva (ha un punteggio di 70,8, con un incremento dello 0,3 su base annua, per una posizione finale al 31° posto), ma evidenzia alcuni risultati di assoluto rilievo mondiale. In particolare, l’Italia è al sesto posto assoluto per la sanità, al dodicesimo posto per le dimensioni del mercato, all’undicesimo posto per innovazione. Soprattutto, il nostro Paese piazza i cluster di eccellenza al quarto posto e la qualità degli istituti di ricerca al nono posto, mentre, pure restando indietro, segnano un miglioramento la qualità delle strade (54° posto) e quella della manodopera (40° posto) e il dinamismo delle imprese (21° posto). Decisamente indietro la formazione del personale (104a posizione) e la diversità della forza lavoro (137° posto). Più in generale, però, dal Rapporto emerge un quadro che deve far riflettere. Nonostante un grande battage su Industria 4.0 ed Internet delle cose, delle quali si parla e si dibatte nelle stanze che contano delle principali economie mondiali, larga parte dei Paesi appare fortemente impreparato. Secondo gli estensori del Rapporto, non sembrano apprezzarsi particolari cambiamenti che pure sarebbe utili per rafforzare la produttività del sistema economico. Nella classifica mondiale, gli Stati Uniti d’America sono al primo posto con 85,6 punti, davanti a Singapore (83,5 punti) e Germania (82,8 punti), che precedono di poco la Svizzera e il Giappone. Fra i Paesi europei, il Regno Unito con 82 punti occupa l’ottava posizione, mentre la Francia, con 78 punti, è al diciassettesimo posto. In generale, l’Europa, comunque, appare in ritardo rispetto al sud est asiatico che presenta una maggiore propensione all’innovazione.


START UP Chi investe forte


Non di solo di denaro vive l’uomo, ma, certamente, avere a disposizione parecchie risorse aiuta e non poco. Guardando alle statistiche sulla spesa in ricerca e sviluppo, non sembra esserci partita. In tutta l’Unione Europea, compreso il Regno Unito, la spesa in ricerca e sviluppo nel 2016 ammonta a poco meno di 303 miliardi di euro, vale a dire circa 600 euro per abitante. Il confronto con gli Stati Uniti d’America non sembra ammettere repliche. Il dato disponibile è quello dell’anno precedente; ebbene, nel 2015 la spesa in ricerca e sviluppo è arrivata a 453,2 miliardi di euro, poco meno di 1.400 euro per persona. È vero che larga parte di questa spesa è assorbita dalla ricerca militare ed in parte da quella spaziale, ma è pur vero che spesso è proprio dal campo militare che arrivano alcune delle migliori applicazioni nel settore civile. Si pensi, ad esempio, ad internet, ma anche a molte applicazioni sanitarie. Anche Corea del Sud e Giappone sono sopra all’Unione Europea per la spesa pro capite, rispettivamente con 1.037 euro e 1.022 euro. In termini complessivi, la spesa in ricerca e sviluppo giapponese arriva a poco meno di 130 miliardi di euro, quella coreana a 52,5 miliardi di euro. Più indietro la Cina, con una spesa pro capite di 147 euro, ma anche con 203,2 miliardi complessivi. Tornando in Europa, la Germania segna una spesa di 92.4 miliardi di euro (circa 1.125 euro per persona); a seguire la Francia (50,1 miliardi; 750 euro pro capite), il Regno Unito (40,5 miliardi; 618,7 euro per persona) e l’Italia (21,6 miliardi; 356,2 euro pro capite). Più indietro la Svezia, con 15,1 miliardi complessivi, ma anche con il secondo miglior dato pro capite certificato da Eurostat: 1.537 euro per persona. Al primo posto nella spesa in ricerca e sviluppo per abitante si posiziona la Svizzera, con 2.507 euro per persona (la spesa in assoluto è di 20,6 miliardi di euro). Decisamente più indietro la Russia, con 13,4 miliardi di spesa, vale a dire appena 115 euro per abitante.


Politiche di sviluppo INNOVAZIONE E/E’ PARTECIPAZIONE


di Mario Bozzi Sentieri

Non c’è incontro, convegno, dibattito, dedicato alle problematiche dello sviluppo, in cui non si parli di innovazione. Il tema è cruciale – niente da dire. Il rischio però è di confondere l’innovazione con l’idea un po’ romantica dell’invenzione, della mera creazione tecnologica, laddove invece l’obiettivo è quello di creare un vero e proprio ciclo virtuoso, capace di favorire il miglioramento dei prodotti, di innalzarne la qualità ma anche di generare nuove idee e nuove applicazioni.
La spinta alla ricerca non esaurisce l’innovazione, ma debbono esservi ricompresi vari aspetti dell’idea aziendale: la piena utilizzazione delle risorse informatiche (finalizzate alla gestione interna e, nel contempo, alla scoperta dei nuovi mercati e di nuove alleanze), la ridefinizione dei rapporti interni all’azienda, il posizionamento sui mercati internazionali.
E’un’idea organica dell’innovazione che va pensata e costruita. Intanto perché rompe con la retorica del cambiamento, dietro cui il mondo delle imprese si è nascosto per anni, denunciando i soliti ritardi italiani, invocando le grandi riforme “di struttura”, chiedendo, a gran voce, l’intervento pubblico.
Che il quadro non sia allegro, specie se messo in rapporto ad altre esperienze europee, è un dato. L’eterna querelle sulla collaborazione imprese e università è tutta da risolvere. Il ruolo dei grandi Istituti di ricerca è  da verificare. La spesa delle aziende per l’innovazione tecnologica  è 3-4 volte inferiore rispetto alla media europea ed il capitale umano impiegato la metà. La formazione professionale è ancora considerata una questione residuale.
La sfida è  perciò un’idea di innovazione meno semplicistica, capace intanto di coniugare elementi interni alle imprese e più vaste politiche dello sviluppo nazionale innalzando  la cultura delle imprese stesse, la loro consapevolezza rispetto ad una moderna visione dello sviluppo, che non può ridursi a mera ricerca applicata.
Se di cultura aziendale bisogna parlare è al fattore-L (il fattore-Lavoro) che occorre porre la dovuta attenzione. Intanto perché, al di là di tutte le tecniche produttive e di tutti i  processi di razionalizzazione, è l’Uomo, il lavoratore, che può generare e ri-generare le produzioni, può innalzarne la qualità, può prefigurarne lo sviluppo. E’ il lavoratore-partecipe che può creare la vera innovazione, garantendone la difesa e la crescita.
Non è un caso che a livello continentale si parli di ”adattabilità”, delle imprese e dei lavoratori, al cambiamento, uno dei fattori essenziali per accettare la sfida del cambiamento, i nuovi processi innovativi, l’aggressività dei Paesi industrializzati emergenti.
Siamo, almeno in Italia,  ancora alle prime battute, ai distinguo di merito e di metodo, per esempio, sui livelli di coinvolgimento dei lavoratori e dei loro rappresentanti nell’individuazione delle strategie delle imprese, nell’esercizio del controllo e nell’attività di gestione, nella partecipazione agli utili e agli organismi di rappresentanza . La questione va allora posta al centro delle politiche di governo e del nuovo confronto tra le parti sociali, un confronto non più conflittuale, non più legato ai vecchi schematismi di classe, quanto piuttosto in grado di realizzare una nuova inclusione sociale, rendendo   vincolanti i diritti di coinvolgimento dei lavoratori nelle vicende delle loro aziende.
Da qui, in termini culturali e sociali , può aprirsi finalmente un  vasto orizzonte, interno ed esterno alle aziende, sulla possibilità di coniugare l’ innovazione, organicamente intesa, e la partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali. Anche da qui debbono passare le nuove politiche nazionali di sviluppo.


Cassa Depositi e Prestiti, risultati economici in salita nel primo semestre


di Claudia Tarantino

Risultati economici in salita per la Cassa Depositi e Prestiti, il cui utile netto nei primi sei mesi dell’anno balza a 2,5 miliardi di euro, rispetto a 0,6 miliardi del corrispondente periodo del 2016.

Nella relazione presentata dall’ad Fabio Gallia e approvata ieri dal cda, presieduto dal presidente Claudio Costamagna, si elencano gli esiti delle attività svolte dalla società per azioni controllata per circa l’83% dal Ministero dell’Economia e per il restante 17% da diverse fondazioni bancarie, che rappresenta “il principale riferimento finanziario nel sistema economico italiano per gli enti pubblici, le imprese e le famiglie”.

Nel resoconto si parla di “un utile netto pari a 2,5 miliardi di euro (era 0,6 miliardi nel primo semestre 2016)” e di “un totale dell’attivo pari a 415 miliardi, in aumento di 4,3 miliardi (+1% rispetto al 31 dicembre 2016)”. Il patrimonio netto totale consolidato si attesta a 34,6 miliardi. Il margine d’intermediazione sale di 1,5 miliardi rispetto al primo semestre 2016 “grazie al significativo aumento degli utili da partecipazioni: +1,3 miliardi di euro rispetto al primo semestre 2016”.

Senz’altro cifre da capogiro, ma i dati più indicativi sono quelli relativi alla risorse mobilitate dal gruppo in favore dell’economia del nostro Paese nel primo semestre dell’anno: oltre 13 miliardi di euro, “con un progresso del 5% rispetto al primo semestre del 2016, di cui oltre 9 miliardi dalla capogruppo, +34% annuo”. Inoltre, più di 11 miliardi sono stati destinati alla crescita e all’internazionalizzazione delle imprese italiane, “+1% rispetto al 1° semestre 2016”.

Ora, ci sono due diverse prospettive attraverso cui analizzare questi dati.

Da un lato, infatti, i risultati del primo semestre 2017 confermano il ruolo centrale e di promozione svolto da Cdp a sostegno dell’economia italiana. “Nel dettaglio, – come spiegato dallo stesso gruppo – le risorse sono state destinate per 6,4 miliardi di euro (49%) all’internazionalizzazione, per 4,8 miliardi di euro (37%) alle imprese, per 1,8 miliardi di euro (14%) al settore Government, Pubblica Amministrazione e Infrastrutture e per i restanti 0,1 miliardi di euro al Real Estate”.

Insomma, i settori chiave dell’economia nazionale hanno potuto beneficiare, in un periodo ancora piuttosto ‘critico’ per la crescita, del supporto finanziario della CDP e di alcuni suoi ‘strumenti’ in grado di garantire liquidità ad Enti locali, famiglie e imprese, come ad esempio il ‘Plafond Eventi Calamitosi e Sisma Centro Italia’ in favore delle popolazioni colpite dal terremoto; oppure il ‘FoF Venture Capital’ del Fondo Italiano d’Investimento dedicato alle startup; o, ancora, la ‘Piattaforma Juncker CDP Corporate’ a supporto dei piani d’investimento delle imprese italiane; o, infine, del ‘Fondo FIA2 Smart housing, Smart working, Education & Innovation’ destinato ai lavori di realizzazione del più importante polo dell’innovazione in Europa.

D’altro canto, però, come recita il sito ufficiale, la ‘mission’ della CDP è “sostenere il sistema economico per supplire ai limiti del mercato”, investendo nello sviluppo infrastrutturale del Paese, favorendo il processo di internazionalizzazione delle imprese e promuovendo progetti che possano portare degli utili.

Insomma, un’altra chiave di lettura che ci fa vedere i dati sopra citati sotto un’ottica molto differente. Sapere, infatti, che nei primi 18 mesi del Piano Industriale 2016-2020, che prevede l’investimento di 160 miliardi di euro per stimolare le principali aree di crescita del Paese, è stato già “mobilitato oltre il 25% delle risorse previste”, è un’ulteriore dimostrazione che l’uscita dalla crisi per il nostro Paese è ancora lontana e che le iniziative messe in atto finora dal Governo per favorire sviluppo, crescita e occupazione, sono inadeguate.