Inflazione al top dal 2013, Istat rivede dato

di Claudia Tarantino

Per il mese di aprile 2017 l’Istat è costretta a rivedere al rialzo le stime provvisorie, perché l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,4% su base mensile e dell’1,9% rispetto ad aprile 2016 (la stima preliminare era +1,8%), da +1,4% di marzo.
Per ritrovare un dato più alto bisogna tornare a gennaio 2013 quando l’inflazione era al 2,2%, mentre a febbraio dello stesso anno aveva toccato l’1,9%.
L’Istituto di statistica spiega che “l’accelerazione dell’inflazione deriva soprattutto dalla crescita dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (+5,7%, da -1,2% del mese precedente), a cui contribuiscono sia l’Energia elettrica (+5,4%) sia il Gas naturale (+5,9%), che segnano entrambi un’inversione di tendenza rispetto a marzo (rispettivamente da -1,0% e -1,4%) e dalla dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+5,5%, da +2,5% del mese precedente)”.
Secondo le rilevazioni Istat, l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sale di quattro decimi di punto percentuale (+1,1%, da +0,7% di marzo), mentre quella al netto dei soli Beni energetici si attesta a +1,3%, da +1,2% del mese precedente.
L’incremento su base mensile dell’indice generale “è ascrivibile – per l’Istat – in larga parte ai rialzi dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+3,3%) e di quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,2%), che risentono entrambi di fattori stagionali legati alla Pasqua e al ponte del 25 aprile. Si registra, invece, un calo dei prezzi degli Alimentari non lavorati (-1,0%)”.
Su base annua la crescita dei prezzi dei beni si amplia di un decimo di punto percentuale (+1,8% da +1,7% di marzo), mentre accelera in modo marcato il tasso di crescita dei prezzi dei servizi (+1,8% da +1,0%). Di conseguenza, ad aprile il differenziale inflazionistico tra servizi e beni si annulla (era -0,7 a marzo).
L’inflazione acquisita per il 2017 è pari a +1,4% per l’indice generale; +0,7% per la componente di fondo.

Il carrello della spesa
Risulta “diminuito ad aprile rispetto a marzo, mentre sale rispetto ad un anno fa. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona diminuiscono dello 0,4% su base mensile, ma registrano un aumento dell’1,8% su base annua (era +2,3% a marzo)”.
I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto scendono dello 0,3% in termini congiunturali e mostrano una crescita su base annua del 2,2%, in attenuazione dal +2,7% del mese precedente.
L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,8% su base mensile e del 2,0% su base annua (era +1,4% a marzo), confermando la stima preliminare.
“Il rialzo congiunturale – secondo l’Istat – è in parte dovuto al rientro definitivo dei saldi invernali di abbigliamento e calzature, di cui il NIC non tiene conto”.
L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,3% su base mensile e dell’1,7% nei confronti di aprile 2016.

Inflazione, Italia e Ue accomunate dal rialzo

di Claudia Tarantino

Italia ed Europa sono accomunate da un aumento generalizzato e prolungato dei prezzi che porta alla diminuzione del potere d’acquisto della moneta e, quindi, del valore reale di tutte le grandezze monetarie.
In altre parole, l’inflazione è in salita sia nel nostro Paese dove, secondo le stime preliminari dell’Istat, ad aprile si registra un nuovo balzo in avanti, su base annua, con una percentuale dell’1,8 rispetto all’1,4 di marzo, sia nell’Eurozona, dove la stima flash diffusa da Eurostat indica l’1,9% con una decisa progressione negli ultimi mesi: 1,5% a marzo, 2% a febbraio, 1,8% a gennaio, 1,1 a dicembre, 0,6 a novembre.
Per quanto riguarda l’Italia, l’Istituto di statistica spiega che si tratta del “tasso più alto da febbraio 2013” e della “sesta variazione positiva consecutiva”. L’accelerazione deriva soprattutto dalla crescita dei prezzi dei beni energetici regolamentati (+5,7%,da -1,2% del mese precedente), a cui contribuisce sia l’energia elettrica (+5,4%) sia il gas naturale (+6,0%), che segnano entrambi un’inversione di tendenza rispetto a marzo (rispettivamente da -1,0% e -1,4%) e dalla dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+5,5% da +2,5% del mese precedente). “Sul capitolo trasporti in particolare – sottolinea l’Istat – l’incremento è ascrivibile soprattutto ai rialzi dei prezzi del Trasporto aereo passeggeri, che registrano un aumento congiunturale del 31,6% e mostrano, su base annua, un forte balzo in avanti (+36,9%, da +9,4% di marzo), complici le festività pasquali alle quali è seguito poco dopo il ponte del 25 aprile”.
L’ ‘inflazione di fondo’, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sale di tre decimi di punto percentuale (+1,0%, da +0,7% di marzo), mentre quella al netto dei soli beni energetici si mantiene stabile a +1,2% come nel mese precedente. L’inflazione acquisita per il 2017 è ora pari a +1,3%.
In frenata, invece, il cosiddetto ‘carrello della spesa’, che include prodotti ad alta frequenza di acquisto come i beni alimentari, per la cura della casa e della persona, i quali segnano ad aprile l’1,8%, in flessione rispetto a marzo (+2,3%). Su base mensile si rileva addirittura un calo, con un ribasso dello 0,4%, “che – spiegano i ricercatori – è dovuto principalmente ai ribassi dei prezzi dei vegetali freschi e, in misura inferiore, del gas gpl”.
Anche nella zona euro, dicevamo, l’inflazione annuale riprende a salire: la stima flash di Eurostat indica 1,9% a d aprile dall’1,5% di marzo, dopo il 2% di febbraio. Nell’aprile 2016 era a -0,2%. Per quanto riguarda le componenti principali, è l’energia a pesare di più (7,5% contro 7,4% di un mese fa), seguita dai servizi (1,8% da 1%), alimentari, alcol e tabacchi (in calo a 1,5% da 1,8%) e beni industriali non energetici (stabili a 0,3%).
“Il reddito procapite delle famiglie in termini reali – secondo l’Eurostat – è calato dello 0,2% nel quarto trimestre 2016, dopo essere cresciuto dello 0,2% nel trimestre precedente. I consumi sono invece cresciuti dello 0,1%, dopo una crescita dello 0,4% nel terzo trimestre”. Nell’Ue nel suo complesso, invece, il reddito procapite è salito dello 0,5% (+0,1% nel trimestre precedente) mentre i consumi sono cresciuti dello 0,3% (+0,8% nel terzo trimestre).
Confrontando i dati Istat ed Eurostat emerge una semplice osservazione: in Europa ci sono Paesi in cui il potere d’acquisto sale ed altri in cui è in caduta libera. E l’Italia appartiene al secondo gruppo.

Pochi fatti e tante buone intenzioni: ecco il ‘vero’ Def per le parti sociali

di A.D.

Forti preoccupazioni e tante critiche nelle audizioni delle parti sociali sul Documento di economia e finanza varato dal governo Gentiloni. Per il segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone, siamo di fronte ad un “libro delle buone intenzioni” ma il cammino da fare è ancora lungo: “dagli investimenti nelle aree sottoutilizzate alla definizione di piani industriali nei settori strategici con finalità occupazionali, da un riequilibrio nella tassazione alla riqualificazione della spesa pubblica, passando da una politica di tagli e revisioni lineari ad una più ragionata, anche per quanto attiene alla gestione delle clausole di salvaguardia, dalle risorse per il pubblico impiego all’introduzione di una flessibilità nell’età pensionabile, diversa da quella prospettata con l’Anticipo pensionistico, condizione necessaria per favorire il ricambio generazionale, passando per la scuola, la salute, la sicurezza e la gestione dei flussi migratori”. Tutte proposte che l’Ugl ha riepilogato nel documento presentato al Parlamento.
Confindustria chiede lo scambio tra aumento dell’Iva e taglio del cuneo fiscale per dare un “un forte stimolo” alla crescita, favorendo le esportazioni e l’internazionalizzazione delle imprese da un lato e contenendo l’inflazione dall’altro. Un’ipotesi sulla quale, però, come analizza l’Ansa, si rischia uno scontro nel partito di maggioranza a ridosso delle primarie: se il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, non disdegna questa possibilità, è invece Matteo Renzi ad escludere senza mezzi termini un ritocco dell’imposta: “Noi le tasse non le aumentiamo. E il governo Gentiloni ha scelto la stessa strategia. Anche per il futuro, a giudicare da quello che c’è scritto nel Def. Il Pd non è più il partito delle tasse, abbiamo davvero rottamato Dracula”.
Anche i numeri del Def non lasciano grandi speranze sulla possibilità di un taglio della tassazione: secondo il Centro Studi Confindustria, per rispettare le regole UE sul deficit si annuncia una stretta di 30 miliardi che renderebbe “difficile sostenere lo sviluppo del Paese”. Ma rilanciare gli investimenti, accrescere la coesione sociale e tagliare il cuneo fiscale sono per le parti sociali priorità che non possono più essere accantonate.
Per gli enti locali la maggiore preoccupazione riguarda invece i tagli che, secondo l’Unione delle province italiane, sono stati “abnormi” negli ultimi anni, e vanno assolutamente scongiurati per i prossimi. Le Regioni, pur avendo raggiunto un accordo ad hoc, stimano già uno scoperto da 2,7 miliardi di euro. L’ipoteca sul futuro del Paese è sempre più pesante.

Dopo i sindacati, anche l’Istat critico: troppe incertezze sul Def

di Annarita D’Agostino

Dopo i sindacati, è la volta dell’Istat: il quadro economico e sociale nel quale si discute il Documento di Economia e Finanza è pieno di incertezze e senza prospettive di superamento della crisi.
Resta stabile, all’11,9%, la quota di famiglie italiane in condizioni di disagio, e sono 1 milione e 250mila i minori in situazione di grave deprivazione, pari al 12,3% della popolazione con meno di 18 anni: davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato Roberto Monducci, Direttore del Dipartimento per la Produzione Statistica, afferma che, nonostante il lieve miglioramento, i dati “confermano dunque l’urgenza degli interventi previsti dal governo per il contrasto alla povertà”.
Il potere d’acquisto degli italiani è in aumento perché è stato “trainato dalla deflazione” per quanto riguarda i consumi. Le famiglie “stanno aumentando la propensione al risparmio” ma “permane una componente di incertezza”.
Fra le maggiori criticità del nostro tessuto socio-economico resta la disoccupazione giovanile: “La quota di giovani che ha trovato lavoro nel periodo è più bassa sia rispetto a quella registrata nello stesso periodo dell’anno precedente (27,9%) – dice l’Istat – sia di due anni prima (24,4%). Il segnale dunque è quello di una situazione del mercato del lavoro ancora sfavorevole per la fascia di età 25-34 anni”. Altrettanto grave la disparità di genere nel mondo del lavoro: la presenza di donne “in famiglie con due figli con tasso di occupazione al 40% rispetto al maschio, con tasso di occupazione dell’80%, è un dato colossale che deve stimolare” a trovare soluzioni.
Le oscillazioni nel commercio estero e nella produzione industriale sono ulteriori fattori di rischio che potrebbero impedire di centrare l’obiettivo indicato dal governo nel Def per quanto riguarda il Pil del 2017. “In particolare – spiega Monducci -, la diminuzione della produzione di beni strumentali potrebbe indicare una decelerazione degli investimenti. Si segnala che una crescita nel primo trimestre in linea o inferiore a quella osservata negli ultimi tre mesi del 2016 richiederebbe, ai fini del raggiungimento degli obiettivi indicati dal governo per il 2017, un’accelerazione dei ritmi di espansione nei trimestri successivi”.
Ma, invece di introdurre stimoli per la ripresa, Monducci segnala come nel 2016 tra le “principali voci di spesa che hanno segnato una contrazione, si evidenzino gli investimenti (-4,5%), in calo per il settimo anno consecutivo”. Per quanto riguarda gli investimenti pubblici, “emerge un trend persistentemente negativo e la divaricazione tra amministrazioni centrali che bene o male producono incrementi e la parte locale che tende a scendere” compromettendo la possibilità di sviluppo a livello territoriale. Poche e poco incisive anche le politiche attive per il lavoro: secondo le rilevazioni Istat, nel quarto trimestre del 2016 i canali che più frequentemente hanno portato a un esito positivo nel trovare lavoro sono stati il ricorso alla rete di parenti e amici (41,9%) o la diretta richiesta a un datore di lavoro (18,9%). Solo l’8% si è rivolto ad agenzie interinali o altre agenzie private di intermediazione e solo il 2,5% degli occupati che non lo erano un anno prima ha trovato lavoro attraverso i Centri pubblici per l’impiego.

Potere d’acquisto ‘asfaltato’ dai prezzi

di Annarita D’Agostino

Nessuna luce in fondo al tunnel della crisi per le famiglie italiane. E il potere d’acquisto viene ‘asfaltato’ dal rialzo dei prezzi. Lo conferma il Misery Index mensile di Confcommercio, che continua a salire anche a febbraio, avvalorando la tendenza negativa riscontrata negli ultimi mesi. L’indice segna un +0,4%, raggiungendo quota 20,5. Ad incidere sul rialzo sono i prezzi dei beni ad alta frequenza d’acquisto, in particolare alimentari e carburanti, che passano dal -1,1% di marzo 2016 al +3,2% di febbraio 2017.
Sale dunque l’inflazione, ma non la capacità di acquisto delle famiglie italiane. I dati di Confcommercio confermano la lettura scettica dei timidi segnali positivi che l’Istat ha rilevato: con un incremento del potere d’acquisto di appena l’ 1,6% in un arco temporale di 15 anni, non si può di certo essere ottimisti sul futuro. E, infatti, è lo stesso Istat a segnalare che, nel quarto trimestre del 2016, la capacità di acquisto delle famiglie consumatrici è diminuita dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.
Secondo l’associazione delle imprese, “pur in presenza di un’attenuazione di queste tensioni nei prossimi mesi, la componente inflazionistica continuerà a svolgere un ruolo negativo sul reddito disponibile delle famiglie. Per ridurre l’area del disagio sociale e consolidare i timidi segnali di ripresa della fiducia emersi a marzo, ridando un po’ di slancio ai consumi, è pertanto necessario che l’occupazione cresca a ritmi più sostenuti rispetto a quanto rilevato negli ultimi otto mesi”. Altrimenti, l’unico moto dell’economia italiana sarà quello dell’altalena dei prezzi.

Salgono i prezzi ma non i consumi

Salgono alle stelle i prezzi di frutta e verdura, ma non i consumi, perché gli italiani preferiscono gli alimenti relativamente meno cari, come carne e dolciumi: è quanto emerge dalla lettura dei dati Istat, Eurostat e Coldiretti sui prezzi al consumo di gennaio.
A inizio 2017, secondo i dati Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, ha registrato un aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell’1% nei confronti di gennaio 2016. Particolarmente significativi i rialzi del carrello della spesa, con +1,1% su base mensile e +1,9% su base annua per i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona. Si tratta dei dati più alti mai registrati da oltre tre anni a questa parte, ma l’Italia resta comunque fra i paesi più deboli dell’UE. Secondo Eurostat, infatti, nell’Eurozona a gennaio l’inflazione è balzata all’1,8% rispetto all’1,1% di dicembre, mentre a gennaio 2016 il tasso di inflazione era di appena +0,3%. Per l’insieme dell’UE, il tasso di gennaio è stato dell’1,7% contro l’1,2% del mese precedente. In Italia il tasso (1%) è raddoppiato rispetto a dicembre (0,5%), ma resta il nono più debole nell’UE, mentre sull’anno aumenta dell’1,3%.
Secondo l’Istat sono i beni alimentari non lavorati, come frutta e verdura, che insieme ai beni energetici non regolamentati fanno salire i prezzi: l’Istituto segnala infatti che l’ “inflazione di fondo”, cioè al netto degli energetici e degli alimentari freschi, rallenta allo +0,5% rispetto allo+0,6% del mese precedente. Notevole soprattutto il rialzo mensile dei prezzi degli alimentari non lavorati, pari al +14,6% per i prezzi dei vegetali freschi e+0,9% per la frutta fresca. Considerando le riduzioni registrate a gennaio 2016, le differenze annuali sono ancora più marcate: +20,4%, da +3,0% di dicembre per i vegetali freschi e +7,3% da +4,7% del mese precedente per la frutta fresca. Un balzo dei prezzi sul quale pesano le condizioni climatiche avverse che, secondo Coldiretti, hanno provocato “oltre 400 milioni di euro di danni alle coltivazioni nelle aree dalle quali proviene la stragrande maggioranza degli ortaggi invernali consumati dagli italiani. Dalla Puglia alla Basilicata, dalle Marche al Lazio, dall’Abruzzo al Molise, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Campania alla Sardegna sono decine di migliaia le aziende agricole che hanno perso le produzioni di ortaggi invernali prossimi alla raccolta, dai carciofi alle rape, dai cavolfiori alle cicorie, dai finocchi alle scarole, per effetto del gelo che ha bruciato le piantine, ma – sottolinea l’Associazione – sono saltate molte consegne di verdure salvate per i problemi di viabilità. Gravi sono anche i danni che si sono verificati sugli agrumeti così come per i vigneti di uva da tavola che hanno ceduto sotto il peso della neve, le cui conseguenze sul mercato – sottolinea la Coldiretti – potranno essere verificate solo nei prossimi mesi”.
Analizzando i dati Istat, l’Associazione dei Coltivatori rileva inoltre che “con l’andamento dell’inflazione a gennaio sono stati stravolti i consumi alimentari degli italiani, con un balzo negli acquisti del 14% di carne bovina, del 10% di salumi e dell’ 8% di carne di maiale. Ma ad aumentare è anche la presenza nel carrello dei prodotti a lunga conservazione come i surgelati, dal +14% per i vegetali a +11% per il pesce”. Secondo un confronto sulla base dei dati del sito www.italiani.coop.it relativi a gennaio 2017, rispetto allo stesso periodo dei due anni precedenti l’Associazione dei coltivatori diretti rileva che sono in salita pure i preparati per dolci (+30%), purè (+13%), brodi (+6%) e legumi secchi (+4%), così come quelli di cioccolatini (+16%) e miele (+13%).
Per Eurostat, invece, il maggior impatto sull’innalzamento dell’inflazione nell’area Euro è dipeso dai carburanti per i trasporti (+0,5 punti percentuali), dai combustibili liquidi e dai prezzi dei legumi (+0,14 punti ciascuno).
Infine, su base territoriale, l’Istat segnala una maggior accelerazione dell’indice dei prezzi nel Sud, dove si registrano +1,2% sull’anno e +0,5% rispetto a dicembre 2016. Seguono il Nord-Est, il Nord-Ovest, le Isole e il Centro.