Ilva, si estende lo sciopero



Ilva di Taranto, muri contrapposti


Fumata nera al vertice sull’Ilva. ArcelorMittal, anche in assenza di un accordo sindacale, non si ferma, per cui la procedura per la cassa integrazione ordinaria per 1.395 dipendenti dello stabilimento di Taranto prosegue sulla base delle richieste formulate nelle passate settimane, vale a dire 13 settimane di stop. La reazione del sindacato non si è fatta attendere: le federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl hanno infatti subito proclamato uno sciopero di 24 ore sui tre turni di giovedì 4 luglio. La scelta della data non è casuale; nello stesso giorno, è previsto un incontro al ministero dello sviluppo economico sulla spinosa questione dell’immunità penale agli attuali amministratori su fatti ed atti compiuti dai predecessori. Un aspetto quest’ultimo che ha provocato una divisione all’interno della stessa compagine governativa, con il Movimento 5 Stelle fermo nella revoca dell’immunità e la Lega, viceversa, più possibilista.


Ilva, lo scontro diventa sempre più incandescente


Un braccio di ferro che, giorno dopo giorno, diventa sempre più duro con le conseguenze che potrebbero essere pagate proprio dai lavoratori dipendenti. Lo scontro che va avanti da qualche giorno fra il management di ArcelorMittal, la nuova proprietà di Ilva, e il ministro del lavoro e dello sviluppo economico, Luigi Di Maio, si arricchisce infatti di un nuovo capitolo. Come noto, dopo un periodo di enormi difficoltà successivi alle disavventure giudiziarie della passata proprietà, una cordata capitanata da ArcelorMittal ha acquisito la proprietà degli stabilimenti ex Ilva, il più famoso dei quali a Taranto, dove la presenza nello stabilimento ha generato occupazione, ma anche pressanti questioni sanitarie. Lo scontro recente ha avuto una prima puntata con la comunicazione di ArcelorMittal della volontà di mettere in cassa integrazione poco meno di 1.400 dipendenti, cosa molto criticata dai sindacati, dalla Fiom alla Ugl, perché contrastante con gli accordi presi. Ma la classica goccia è stata la cancellazione dell’immunità sugli atti compiuti, cosa che ha portato i vertici di ArcelorMittal a dire che, in assenza di tutela legale, che l’altro vicepremier Matteo Salvini avrebbe voluto lasciare, lo stabilimento di Taranto chiuderà a settembre. Il tutto in attesa del tavolo di confronto al Mise che, stando così le cose, si annuncia carico di tensione.


Confronto serrato sulla Cassa in Ilva


Dopo le polemiche dei giorni passati, con l’azienda a rivendicare la propria decisione, giustificandola con le mutate condizioni dei mercanti internazionali, e i sindacati e il governo a chiedere il rispetto dei patti sottoscritti nell’autunno scorso, la settimana si è aperta con un primo incontro nella sede nazionale di Confindustria a Roma. Sul tavolo, la richiesta di ArcelorMittal, che guida la cordata che ha acquisito gli stabilimenti Ilva, di procedere alla cassa integrazione guadagni ordinaria per poco meno di 1.400 unità nello sito di Taranto, a partire da luglio e per complessive 13 settimane. Ciò che i sindacati presenti in azienda – Fiom, Fim, Uilm, Ugl Metalmeccanici e Usb – contestano è la tempistica nella quale è maturata la richiesta. Soltanto un mese fa, i vertici di ArcelorMittal avevano scongiurato qualsiasi ricaduta possibile sui lavoratori per effetto della modifica delle stime di produzione, da 6 milioni di tonnellate a 5.


Ilva disattende i patti ed annuncia la Cigs per 1.400 dipendenti


La settimana dei patti disattesi. Quello che sta succedendo sull’asse Napoli-Taranto richiama ancora una volta la leggerezza con la quale le multinazionali prendono alcune decisioni, destinate a pesare enormemente in termini occupazionali e sociali. Prima la Whirlpool con l’annuncio della chiusura del sito di Napoli, che seguirebbe il depotenziamento degli altri due stabilimenti campani; ora ArcelorMittal, che guida la cordata della nuova Ilva, annuncia la volontà di procedere alla cassa integrazione straordinaria per 1.400 dipendenti per tre anni, adducendo presunte difficoltà di mercato per i prodotti siderurgici. In entrambi i casi, si tratta di un venir meno agli impegni presi con le istituzioni nazionali e locali e con i sindacati nell’autunno scorso. La decisione sull’Ilva è stata accolta negativamente dalle organizzazioni sindacali, con le federazioni di categoria, dalla Cisl alla Ugl, passando per la Cgil e la Uil, supportate dai rispettivi segretari generali che richiamano ArcelorMittal al rispetto degli impegni presi. Una decisione giudicata inaccettabile, proprio nel momento in cui, come aveva potuto testimoniare lo stesso segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, che aveva visitato lo stabilimento tarantino un paio di settimane fa, si stava avviando un positivo percorso di ripresa, anche con una attenzione al tema ambientale, molto sentito dalla cittadinanza locale.


Ilva, i sindacati chiedono un incontro a Di Maio


Allarme arancione, se non rosso, sul futuro dell’Ilva di Taranto, tanto che le rappresentanze locali di Cgil, Cisl, Uil, Ugl ed Usb, supportate dalla rispettive federazioni nazionali, hanno sollecitato il ministro del lavoro e dello sviluppo economico, Luigi Di Maio, a convocare un incontro per fare una verifica sullo stato di attuazione dell’accordo del settembre dello scorso anno e per valutare le prospettive future, alla luce dell’annunciata volontà di ArcelorMittal di tagliare la produzione in Europa.


Ilva, primo grave incidente a Taranto


Primo grave incidente sul lavoro nel nuovo corso di Ilva, dopo l’acquisizione da parte di ArcelorMittal. Un operaio di 43 anni è stato investito da un getto di acqua bollente alle gambe che ha provocato ustioni, giudicate guaribili in un mese. Un incidente importante che avrebbe potuto avere conseguenze ancora più drammatiche, se il dipendente fosse stato colpito in altre parti del corpo. La reazione delle organizzazioni sindacali è stata compatta ed immediata, considerate anche le polemiche delle settimane scorse in ordine alla effettiva attuazione degli impegni presi nell’accordo che ha portato alla cessione del sito di Taranto alla nuova proprietà. Da parte delle organizzazioni sindacali è arrivata la richiesta di un incontro per verificare le procedure di sicurezza e per valutare in maniera attenta la disponibilità di dispositivi di protezione individuale. Sul caso specifico, sono in corso le indagini da parte degli organi competenti.


Le partite ancora aperte in Ilva


I sindacati di categoria dei metalmeccanici rilanciano sul versante del dialogo e della trattativa, in linea con i contenuti dell’accordo del 6 settembre 2018. Chi ha partecipato all’incontro con i vertici di Arcelor Mittal sul destino di Ilva, parla di «incontro complesso» che è comunque servito per entrare, dopo parecchio tempo, più nel dettaglio sui vari temi in campo che non riguardano soltanto l’industria siderurgica italiana, ma attengono anche al contesto economico europeo nel quale comunque la nuova Ilva vuole inserirsi in maniera importante. Le voci che arrivano dall’incontro, in particolare dalle federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl, puntano ad evidenziare gli elementi positivi, in particolare la riduzione del numero degli infortuni e il progressivo recupero dell’occupazione, anche se non mancano comunque gli appelli a fare meglio e di più, in particolare sull’indotto. Fra i temi trattati, anche l’avanzamento del piano ambientale.


Ilva di Taranto, stop allo sciopero


ArcelorMittal può tirare un sospiro di sollievo, anche se non può di certo cullarsi sugli allori. È stato infatti revocato – ma non da tutte le sigle sindacali – lo sciopero di 24 ore di tutto il personale dell’Ilva di Taranto, in programma per il prossimo 14 gennaio. Più che una pace, però il tutto appare come una tregua. La proprietà ha voluto rassicurare i sindacati riguardano alcuni punti spinosi, a partire dal completamento dell’organico, ancora al di sotto degli accordi presi al ministero dello sviluppo economico, dove l’asticella è stata posta a 8.200 unità. Conferme da parte dell’azienda anche sul fatto che lo spostamento di una parte del personale è soltanto temporanea e sull’avvio dei percorsi di formazione e riqualificazione dei dipendenti. Nelle prossime settimane è previsto un nuovo incontro di verifica. Intanto, oltre 800 dipendenti hanno scelto di aderire all’offerta di 100mila euro lordi per lasciare l’azienda.


Ilva, parte la formazione per i dipendenti in cassa integrazione


Da una parte le uscite incentivate, dall’altra la riqualificazione di chi resta e deve essere impiegato in attività diverse rispetto a quelle finora praticate. Parte da questo assunto il senso del tavolo di confronto che si è tenuto a Taranto sul futuro immediato degli stabilimenti Ilva in Italia, dopo il passaggio di consegne alla nuova proprietà. Sul versante degli esodi incentivati, l’accordo del 6 settembre scorso aveva previsto un bonus via via decrescente a favore di chi, volontariamente, accettava di dimettersi. Al momento, sono più di 8oo (650 da Taranto) i dipendenti di Ilva che hanno accettato l’offerta di 100mila euro lordi, pari a circa 75mila euro netti. Conseguentemente, la cassa integrazione dovrebbe scattare per meno di 2mila lavoratori. Di questi, nello specifico, si è parlato anche nel corso dell’incontro che si è tenuto a Taranto fra i commissari straordinari e le rappresentanze territoriali di Fim, Fiom, Uilm, Ugl Metalmeccanici ed Usb. Previa formazione, i dipendenti di Ilva in cassa integrazione saranno impiegati nei lavori di messa in sicurezza permanente, di gestione dei rifiuti, di caratterizzazione e analisi del suolo e del sottosuolo e in tutte le altre attività connesse alle operazioni di bonifica del sito. Le attività formative saranno finanziate con il ricorso alle risorse dei fondi interprofessionali con un coinvolgimento costante ed attivo della Regione Puglia.