Piano per i giovani, pensioni da 660 euro con 20 anni di contributi


di Claudia Tarantino

Si apre la discussione sull’ipotesi avanzata dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, di un assegno minimo di circa 660 euro per quei giovani che in futuro andranno in pensione senza aver maturato contributi necessari a raggiungere quella soglia.
Si tratta, cioè, di persone che rientrano interamente nel sistema contributivo, che hanno iniziato a versare i contributi a partire da gennaio 1996 e che, vista l’attuale situazione di crisi occupazionale, sono alle prese con carriere discontinue e rischiano così di uscire dal mondo del lavoro, stanti le attuali norme, con l’assegno di vecchiaia oltre i settant’anni.
L’indicazione del governo è quella di farli andare in pensione “prima dei 70 anni e con 20 anni di contributi, avendo maturato un trattamento pari a 1,2 volte l’assegno sociale (448 euro), invece dell’attuale 1,5”.
Ciò vorrebbe dire che i futuri pensionati uscirebbero – sempre secondo i calcoli di Palazzo Chigi – con un assegno minimo di circa 650-680 euro, perché verrebbe aumentata la cumulabilità tra assegno sociale e pensione contributiva. Nella somma andrebbero, inoltre, comprese anche le maggiorazioni sociali.
Questo meccanismo di garanzia per i giovani che rischiano di ritrovarsi con un trattamento pensionistico troppo basso trova i sindacati favorevoli, almeno per quanto riguarda l’impianto generale della misura, ma viene bocciato dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, il quale fa sapere subito che “non condivide l’introduzione di una pensione di garanzia per i giovani che hanno avuto carriere discontinue perché sarebbe un trasferimento di costi a carico delle generazioni future”.
Di tutt’altro tono, invece, si prospetta il dibattito sulla possibile sospensione del meccanismo automatico che adegua l’età pensionabile all’aspettativa di vita. Questo punto, infatti, fortemente caldeggiato dai sindacati, sembra incontrare una certa resistenza da parte del Governo, che rimanda – ancora una volta – la questione alla pubblicazione dei dati definitivi dell’Istat previsti per il mese di ottobre.
E’ piuttosto ovvio che l’Esecutivo sta solo prendendo tempo, perché è molto difficile che quei numeri possano essere tanto differenti dalle stime preliminari di marzo che prevedrebbero, quindi, di portare il trattamento pensionistico su un gradino più alto di cinque mesi, trascinando ‘l’età della vecchiaia’ a 67 anni tondi.


Artigianato in ginocchio, persi 400 mila posti di lavoro


di Claudia Tarantino

Sebbene gli esponenti del Governo non perdano occasione per ribadire che ‘la crescita è finalmente tornata’, la crisi continua a colpire.

I suoi effetti, infatti, si riscontrano sia nelle difficoltà a riprendere terreno delle grandi aziende, sia nell’impossibilità a tirare avanti di artigiani e piccoli commercianti, con pesanti ripercussioni sui livelli occupazionali.

Secondo le stime della Cgia di Mestre “negli ultimi 8 anni l’Italia ha perso quasi 158.000 imprese attive tra botteghe artigiane e piccoli negozi di vicinato. Di queste, oltre 145.000 operavano nell’artigianato e poco più di 12.000 nel piccolo commercio. Le chiusure hanno portato alla perdita del posto di lavoro per poco meno di 400.000 addetti”.

E’ bene notare che questo trend negativo non è migliorato nemmeno negli ultimi 12 mesi, nonostante l’Istat abbia certificato un aumento del Prodotto Interno Lordo, perché “tra giugno di quest’anno e lo stesso mese del 2016 il numero delle imprese attive nell’artigianato e nel commercio al dettaglio è sceso di 25.604 unità (-1,2%)”.

Nonostante tutto, non si può neanche dire che sia tutta colpa della crisi e del generale calo dei consumi, perché tasse sempre più pesanti da sostenere, mancanza di credito, una burocrazia ancora astrusa, insieme all’impennata del costo degli affitti, hanno contribuito a mettere in ginocchio molti piccoli imprenditori, costringendoli ad abbassare definitivamente la saracinesca.

Inoltre, come denuncia il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo, occorre tener conto anche del fatto che “negli ultimi 15 anni le politiche commerciali della grande distribuzione si sono fatte sempre più mirate ed aggressive” e così “per molti artigiani e piccoli negozianti non c’è stata via di scampo. L’unica soluzione è stata quella di gettare definitivamente la spugna”.

Secondo l’associazione, “in questi ultimi 8 anni lo stock complessivo delle imprese attive nell’artigianato è costantemente sceso da 1.463.318 a 1.322.640, le attività del commercio al dettaglio, invece, sono diminuite in misura più contenuta: se nel 2009 erano 805.147, nel giugno di quest’anno si sono attestate a quota 793.102”.

Le categorie artigiane che dal 2009 hanno subito le contrazioni più importanti sono state quelle degli autotrasportatori (-30 per cento), i falegnami (-27,7 per cento), gli edili (-27,6 per cento) e i produttori di mobili (-23,8 per cento).

In controtendenza, invece, il numero di parrucchieri ed estetisti (+2,4 per cento), gli alimentaristi (+2,8 per cento), i taxisti/autonoleggiatori (+6,6 per cento), le gelaterie/pasticcerie/take away (+16,6 per cento), i designer (+44,8 per cento) e i riparatori/manutentori/installatori di macchine (+58 per cento).

Ancora una volta è il Sud a dimostrarsi come l’area più colpita, con una contrazione delle attività artigianali del 12,4 per cento. In testa la Sardegna (-17,1 per cento), seguita da Abruzzo (-14,5), Sicilia (-13,5), Molise (-13,2) e Basilicata (-13,1). Anche se, in termini assoluti, è la Lombardia (-18.652) il territorio che ha registrato il numero di chiusure più elevato, seguita da Emilia Romagna (-16.466), Piemonte (-15.333) e Veneto (-14.883).

Tutto ciò, quindi, è un’ulteriore dimostrazione che il Testo unico sull’apprendistato del 2011, il Jobs Act e le altre misure prese finora non sono sufficienti a rilanciare la crescita e l’occupazione né sono in grado di fermare la spirale negativa che sta risucchiando le piccole imprese ed i suoi addetti.
E pensare che una volta l’artigianato era il fiore all’occhiello del nostro Made in Italy.


Piano per i giovani ancora in attesa


di Claudia Tarantino

Intervenendo al Meeting di Cl a Rimini, il premier Gentiloni ammette finalmente che, a differenza di quanto sbandierato dal Governo, i giovani non sono stati finora al centro dell’attenzione dell’Esecutivo o, quantomeno, che le misure messe in atto fino ad oggi in loro favore non hanno portato i risultati sperati.

Il Presidente del Consiglio, infatti, ha dichiarato che bisognerà attendere la prossima Legge di Bilancio per vedere “alcune limitate misure per accompagnare la crescita, con interventi molto selettivi incentrati soprattutto sull’accesso dei giovani al mondo del lavoro con incentivi permanenti e stabili”.

Al di là dei proclami, però, il nodo da sciogliere resta, come sempre, quello delle coperture finanziarie, che si prevede già non saranno elevatissime. Anzi, proprio nel definire ‘limitate’ le misure da mettere in campo, lo stesso Premier mette le mani avanti e lascia intendere che la legge di Bilancio non conterrà – purtroppo – niente di tanto rivoluzionario, in netto contrasto con la sua stessa dichiarazione di “misure choc per l’ingresso nel mercato del lavoro dei giovani”.

Naturalmente, la soluzione tecnica non è ancora stata decisa, quindi, sul tavolo ci sono diverse ipotesi aperte, soprattutto riguardo al taglio del cuneo fiscale, che dovrebbe rendere più conveniente per le imprese l’assunzione dei giovani, e la riduzione dei contributi versati dai neo assunti, che dovrebbe alzare un po’ gli stipendi.

Tra le ipotesi in campo c’è il taglio del 50% per due o tre anni dei contributi per i neo assunti che abbiano meno di 32 anni. “Il dimezzamento dei contributi – spiega il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, – dovrebbe riguardare sia le imprese che i lavoratori”. Ciò significa che la quota versata all’Inps dalle imprese scenderebbe da circa il 24% al 12%, mentre quella dei lavoratori da poco più del 9% al 4,5% circa. Le somme mancanti verrebbero poi versate dallo Stato all’Istituto di previdenza. Da qui, però, la necessità di trovare risorse per coprire l’intera operazione che avrebbe un costo stimato tra i 900 milioni e i due miliardi di euro all’anno.

Un’altra ipotesi è quella di proseguire con gli sgravi riducendo strutturalmente i contributi di quattro punti, due a favore delle aziende e due dei lavoratori. Ovviamente, anche questa misura avrebbe un costo rilevante e, soprattutto, crescente nel tempo, visto che il taglio dei contributi diverrebbe nel medio-lungo periodo strutturale per tutti i lavoratori.

Come affermato dal sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, “certamente la scelta sarà legata a quanto sarà il costo di queste misure” ma “dobbiamo usare tutte le cartucce a nostra disposizione per evitare un effetto che dura in modo limitato nel tempo”. Come avvenuto nel 2015 quando, per lanciare il Jobs Act, il governo aveva optato per uno sgravio totale, ma limitato nel tempo.

Tra gli strumenti che ha citato il sottosegretario ci sono anche il servizio civile, il potenziamento dei centri per l’impiego, l’utilizzo dei contratti di apprendistato formativo che devono essere rimessi tra gli “strumenti ordinari per i giovani”. Inoltre, in autunno “partirà la seconda parte del programma Garanzia Giovani ora rifinanziato dall’Europa e dal Governo italiano”.

Bisognerà vedere se questi propositi porteranno a risultati concreti o se – come è prevedibile – si tratta dei soliti interventi pre-elettorali che servono solo a fornire dati da sbandierare prima dell’apertura delle urne.


Incendi, Italia prima in Ue per numero di roghi


di Claudia Tarantino

Secondo lo studio ‘Incendi boschivi in Europa, Medio Oriente e Africa del nord’ del Joint research center europeo, “circa l’85% del totale delle aree che finiscono in fumo in Europa si trova in cinque Paesi della fascia del Mediterraneo: Francia, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna” e, se si considerano tutti gli ettari boschivi andati in fumo tra il 1980 ed il 2015 nei cinque Stati, “si arriva a un totale di oltre 16 milioni di ettari nei 35 anni”.

E nella classifica dei Paesi più colpiti dagli incendi, il nostro è al secondo posto, con 3,852 milioni di ettari bruciati, subito dopo la Spagna che guida la classifica con 5,925 milioni, e prima di Portogallo (3,812 milioni), Grecia (1,635 milioni) e Francia (896.216).

A ben vedere la mappa del Centro di coordinamento per la risposta all’emergenza della Commissione europea, però, “con 371 roghi, l’Italia, nell’estate 2017, è il primo Paese in Europa per numero di incendi boschivi, e con 72.039 ettari andati in fumo è seconda solo al Portogallo (115.323 ettari) per estensione bruciata”.

Per fortuna, vista la gravità e l’estensione degli incendi che stanno interessando il nostro Paese in questa lunga e torrida estate, il meccanismo di Protezione Civile Europeo sembra funzionare e così la Protezione Civile Italiana, comunque riconosciuta all’avanguardia in questo settore, ha potuto ricorrere per la seconda volta in poco tempo alla ‘solidarietà europea’, chiedendo cioè ad altri Stati membri un supporto per fronteggiare i 18 incendi ancora attivi in Italia ed intervenire nelle zone più a rischio, che sono in Lazio, in Sicilia e in Calabria.

Per farsi un’idea della ‘dimensione’ di questo disastro che si sta portando via il nostro patrimonio boschivo, oltre agli irrimediabili danni provocati negli ecosistemi naturali delle zone tra le più belle della nostra Penisola, basta confrontare i dati con la Spagna, dove gli incendi sono stati ‘solo’ 43 e hanno incenerito 19.666 ettari, o con la Francia: 22 incendi per 9.585 ettari bruciati.

A supporto dell’Italia, oltre al Sistema informativo di allerta sugli incendi nelle foreste europee (Effis) che evidenzia i focolai più estesi e pericolosi, è al lavoro anche il sistema europeo di mappatura satellitare Copernicus, per valutare la gravità dei danni.

Purtroppo, come evidenziato anche da Coldiretti, il mese di luglio è stato “bollente, con temperature massime che sono risultate superiori di 1,2 gradi la media di riferimento” e con “precipitazioni in calo del 42%”. Questo ha creato “un mix esplosivo che aggrava la siccità nei campi e alimenta gli incendi, anche provocati dai piromani”.

Stando a un altro studio del Joint research center europeo, “la situazione andrà peggiorando”. Entro fine secolo, infatti, “la salute di 2 europei su tre (pari a 351 milioni di persone) sarà messa a rischio da disastri climatici (in primis le ondate di calore) e il numero di decessi dovuti al clima aumenterà di 50 volte passando da 3000 morti l’anno nel periodo tra il 1981 e il 2010 a 152.000 morti l’anno attesi per il periodo 2071-2100”. Anche in questo caso, come per la diffusione degli incendi, “i più colpiti saranno gli abitanti dei Paesi dell’Europa Meridionale”.

Sfortunatamente, questa previsione sembra piuttosto realistica. Basti considerare, infatti, che gli ingenti danni provocati da siccità, nubifragi e incendi alle coltivazioni e agli allevamenti sta già mettendo in crisi numerose colture su cui si fonda l’economia del nostro Paese, come cereali, ortaggi e legumi, e che rispondono al nostro fabbisogno alimentare.

Visto che siccità e piromani non sono gli unici responsabili di questa grave situazione, sarebbe quindi il caso che il Governo non si limitasse a riconoscere lo stato di calamità naturale, come ha appena fatto anche per la crisi idrica della Capitale, ma disponesse degli investimenti seri per la prevenzione e, soprattutto, per contrastare gli sprechi che sono all’origine di tanti problemi.


Cassa Depositi e Prestiti, risultati economici in salita nel primo semestre


di Claudia Tarantino

Risultati economici in salita per la Cassa Depositi e Prestiti, il cui utile netto nei primi sei mesi dell’anno balza a 2,5 miliardi di euro, rispetto a 0,6 miliardi del corrispondente periodo del 2016.

Nella relazione presentata dall’ad Fabio Gallia e approvata ieri dal cda, presieduto dal presidente Claudio Costamagna, si elencano gli esiti delle attività svolte dalla società per azioni controllata per circa l’83% dal Ministero dell’Economia e per il restante 17% da diverse fondazioni bancarie, che rappresenta “il principale riferimento finanziario nel sistema economico italiano per gli enti pubblici, le imprese e le famiglie”.

Nel resoconto si parla di “un utile netto pari a 2,5 miliardi di euro (era 0,6 miliardi nel primo semestre 2016)” e di “un totale dell’attivo pari a 415 miliardi, in aumento di 4,3 miliardi (+1% rispetto al 31 dicembre 2016)”. Il patrimonio netto totale consolidato si attesta a 34,6 miliardi. Il margine d’intermediazione sale di 1,5 miliardi rispetto al primo semestre 2016 “grazie al significativo aumento degli utili da partecipazioni: +1,3 miliardi di euro rispetto al primo semestre 2016”.

Senz’altro cifre da capogiro, ma i dati più indicativi sono quelli relativi alla risorse mobilitate dal gruppo in favore dell’economia del nostro Paese nel primo semestre dell’anno: oltre 13 miliardi di euro, “con un progresso del 5% rispetto al primo semestre del 2016, di cui oltre 9 miliardi dalla capogruppo, +34% annuo”. Inoltre, più di 11 miliardi sono stati destinati alla crescita e all’internazionalizzazione delle imprese italiane, “+1% rispetto al 1° semestre 2016”.

Ora, ci sono due diverse prospettive attraverso cui analizzare questi dati.

Da un lato, infatti, i risultati del primo semestre 2017 confermano il ruolo centrale e di promozione svolto da Cdp a sostegno dell’economia italiana. “Nel dettaglio, – come spiegato dallo stesso gruppo – le risorse sono state destinate per 6,4 miliardi di euro (49%) all’internazionalizzazione, per 4,8 miliardi di euro (37%) alle imprese, per 1,8 miliardi di euro (14%) al settore Government, Pubblica Amministrazione e Infrastrutture e per i restanti 0,1 miliardi di euro al Real Estate”.

Insomma, i settori chiave dell’economia nazionale hanno potuto beneficiare, in un periodo ancora piuttosto ‘critico’ per la crescita, del supporto finanziario della CDP e di alcuni suoi ‘strumenti’ in grado di garantire liquidità ad Enti locali, famiglie e imprese, come ad esempio il ‘Plafond Eventi Calamitosi e Sisma Centro Italia’ in favore delle popolazioni colpite dal terremoto; oppure il ‘FoF Venture Capital’ del Fondo Italiano d’Investimento dedicato alle startup; o, ancora, la ‘Piattaforma Juncker CDP Corporate’ a supporto dei piani d’investimento delle imprese italiane; o, infine, del ‘Fondo FIA2 Smart housing, Smart working, Education & Innovation’ destinato ai lavori di realizzazione del più importante polo dell’innovazione in Europa.

D’altro canto, però, come recita il sito ufficiale, la ‘mission’ della CDP è “sostenere il sistema economico per supplire ai limiti del mercato”, investendo nello sviluppo infrastrutturale del Paese, favorendo il processo di internazionalizzazione delle imprese e promuovendo progetti che possano portare degli utili.

Insomma, un’altra chiave di lettura che ci fa vedere i dati sopra citati sotto un’ottica molto differente. Sapere, infatti, che nei primi 18 mesi del Piano Industriale 2016-2020, che prevede l’investimento di 160 miliardi di euro per stimolare le principali aree di crescita del Paese, è stato già “mobilitato oltre il 25% delle risorse previste”, è un’ulteriore dimostrazione che l’uscita dalla crisi per il nostro Paese è ancora lontana e che le iniziative messe in atto finora dal Governo per favorire sviluppo, crescita e occupazione, sono inadeguate.


Il Dl Sud è legge. Ma gli interventi non sono tutti per il Mezzogiorno


di Claudia Tarantino

Con il via libera della Camera, con 276 sì e 121 no, il decreto Sud è diventato legge.
Si tratta di un provvedimento che contiene al suo interno un ‘mix’ di interventi, non esclusivamente destinati al Mezzogiorno, come invece il nome lascerebbe intendere, ma che – secondo quanto spiegato dallo stesso ministro per la Coesione territoriale e il Sud, Claudio de Vincenti, – “si inserisce in una strategia complessiva del Masterplan: i patti per il Sud con gli investimenti per le infrastrutture, l’ambiente, la cultura, la politica industriale, il credito d’imposta per il Mezzogiorno, l’allocazione dei fondi di bilancio. Insomma una serie di tasselli che oggi compongono un disegno per il Mezzogiorno”.

Ovviamente, tutti ora ci aspettiamo che le misure contenute nel Dl Sud sortiscano qualche effetto per risollevare l’economia meridionale, per restituire un po’ di fiducia ai giovani favorendo l’occupazione, per far sì, in sostanza, che il Mezzogiorno recuperi almeno una parte di quel divario che lo ha visto sempre un passo indietro rispetto al resto del Paese e che qualche giorno fa è stato confermato dallo Svimez, secondo cui “se il Mezzogiorno proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, recupererà i livelli pre-crisi nel 2028, dieci anni dopo il Centro-Nord”.

Fatto sta, però, che già dal numero, certo non esiguo, dei voti contrari, sia dalle forti critiche lanciate dalle opposizioni, il provvedimento sembra tutt’altro che condiviso.

Forza Italia non lo ritiene in grado di rilanciare il Sud perché non riscontra “una strategia seria e sostenibile”, mentre la Lega ha parlato addirittura di decreto “dannoso, capace solamente di illudere i cittadini e gettare nel vuoto risorse senza un vero programma strutturale e industriale”, infine, per Fratelli d’Italia il provvedimento destinato al Mezzogiorno “è privo di copertura finanziaria”.

Il ministro De Vincenti ha difeso il Dl Sud puntando soprattutto sullo stanziamento di quasi 3,5 miliardi “per dare un’ulteriore spinta alla ripresa del Mezzogiorno” e, a chi ha fatto notare che tale cifra è in realtà ‘spalmata’ su diversi anni, ha replicato che “le risorse non sono spalmate, sono pronte per chi le vuole utilizzare, poi possiamo immaginare che servirà del tempo perché siano pienamente utilizzate, ma sono pronte da subito, sono già disponibili”.

Tuttavia, non ha potuto negare la presenza nel provvedimento di misure che nulla hanno a che vedere con il Sud. “Se è vero che alcune misure non sono strettamente per il Mezzogiorno, – ha dichiarato – poi lo sono in grande prevalenza: penso alle misure sugli incendi boschivi che riguardano tutta Italia ma abbiamo visto che in queste settimane hanno travagliato soprattutto il Sud. Oppure il fondo finanziamento ordinario delle università dove abbiamo messo in sicurezza tutte le università italiane, ma con un’attenzione particolare a creare un meccanismo perequativo che aiuti in misura significativa le università del Mezzogiorno legato ad un uso efficiente delle risorse e premialità”.

Tra le misure che non sono prettamente destinate al Sud ci sono, ad esempio, la ormai celebre norma ‘Salva Flixbus’, l’operatore low cost del trasporto di linea su autobus a media e lunga percorrenza, che potrà continuare ad operare, o quella che assegna 100 milioni al Centro Italia per la rimozione delle macerie nelle aree colpite dal sisma dello scorso anno e dispone che le case con danni gravi siano escluse dalla tassa di successione. O, ancora, le misure per contrastare la dispersione scolastica e la povertà educativa minorile in determinate aree a rischio esclusione.

Inoltre, nel corso dell’iter parlamentare sono state introdotte norme di contrasto degli incendi dolosi, deroga al numero minimo e massimo di studenti che possono comporre una classe (nelle regioni colpite dai terremoti del 2016 e 2017); risorse per contrastare la diffusione del coleottero Xylosandrus compactus; interventi per ridurre l’uso delle buste di plastica.

Tra le misure dedicate al Mezzogiorno, invece, il ‘pacchetto’ della legge prevede in particolare:
– l’introduzione delle Zone Economiche Speciali (ZES), il cui scopo è la creazione di condizioni favorevoli in termini economici, finanziari e amministrativi, che consentano lo sviluppo delle imprese già operanti e l’insediamento di nuove imprese, nonché l’accelerazione delle procedure adottate per la realizzazione degli interventi previsti nell’ambito dei Patti per lo sviluppo.
– lo strumento Resto al Sud, che prevede un incentivo per l’apertura di nuove aziende attive nei settori dell’agricoltura, dell’artigianato, dell’industria, della pesca e dell’acquacoltura, o anche nei servizi (ad esempio turismo). E’ rivolto in particolare ai giovani imprenditori ‘under 35’ di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, cui sarà offerto un ‘bonus’ di 40mila euro, di cui il 35% a fondo perduto ed il restante 65% con un prestito a tasso zero, volto a coprire l’intero investimento e il capitale circolante, con esclusione delle spese per la progettazione e quelle per il personale (per le società con più soci il ‘bonus’ può arrivare fino a 200 mila euro).
– la misura Terre incolte, che promuove la nascita di nuove imprese tramite la concessione o l’affitto (per un massimo di 9 anni), a seguito di bando pubblico, da parte degli enti locali di terreni e aree in stato d’abbandono da utilizzare per progetti di riuso. In questo caso l’incentivo sarà destinato ai giovani d’età compresa tra i 18 e i 40 anni. Nella precedente discussione avvenuta a Palazzo Madama, i senatori hanno deciso di includere nelle agevolazioni anche alcune attività agricole situate nelle regioni colpite dai “recenti eventi sismici”.
– allungati i termini della Cassa Integrazione Straordinaria che potrà essere ancora utilizzata da imprese operanti in aree di crisi industriale complessa. Oggi può essere concesso un ulteriore intervento fino a 12 mesi. La deroga può essere prevista non una sola volta ma “per ciascun anno di riferimento” dell’accordo stipulato con il Ministero del Lavoro.
cluster tecnologici nazionali, che saranno utilizzati per l’accelerazione e la qualificazione della programmazione nel campo della ricerca e dell’innovazione a favore delle aree del Mezzogiorno.
– sottoscrizione di un Contratto istituzionale di sviluppo, per la realizzazione di interventi urgenti necessari per Matera capitale della cultura 2019.
– potenziamento della viabilità in Calabria, grazie al riutilizzo di risorse risparmiate dal completamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria.
Ilva: si specifica che le somme confiscate o pervenute allo Stato saranno destinate al risanamento e alla bonifica ambientale.
– a seguito dell’eccezionale siccità della stagione primaverile ed estiva 2017, sono estese le misure di risarcimento, a seguito di eventi calamitosi, anche alle imprese agricole che hanno subito dei danni.