A Roma la Terza Conferenza nazionale sulla famiglia


di Annarita D’Agostino

La famiglia come ‘pilastro’ fondamentale del nostro sistema economico e sociale: è questa l’immagine che il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, sceglie per presentare il tema della terza Conferenza nazionale sulla famiglia, inaugurata oggi in Campidoglio, a Roma. “Non si tratta solo di un omaggio retorico, un riconoscimento generico, il ruolo della famiglia è un fondamento della Repubblica”. Se questo è vero, allora il Paese si aspetta misure concrete a favore dei nuclei portanti della nostra società: “abbiamo un vantaggio temporale sul prossimo confronto sulla Legge di stabilità” ha detto Ornella Petillo, che rappresenta l’Ugl alla Conferenza, “e questo ci permette di chiedere che si mettano al centro del dibattito politiche come il quoziente familiare”.
Un invito a fare di più arriva anche dal presidente della Camera, Laura Boldrini, che avverte: “Se vogliamo uscire dal discorso retorico sulla famiglia dobbiamo partire da questo numero: 474mila, i nuovi nati. Perché i nostri figli non pensano a diventare genitori? Cosa impedisce loro di fare questo progetto? Non lo vogliono? Ritengono che la famiglia sia passata di moda?”. Purtroppo no: “Dietro questa scelta – dichiara Boldrini – non c’è la mancanza di desiderio di genitorialità, ma come si può pensare ad un progetto di coppia, ad avere un alloggio, a crescere dei figli se si vive una vita di precarietà, se si sta attaccati al telefono ad aspettare un sms per il job on call?”.
Servono più investimenti, nell’occupazione, nel welfare, nell’istruzione, nella lotta alla violenza domestica, partendo dalla consapevolezza che sono misure necessarie per creare benessere e ricchezza. Altrimenti, le tante proposte avanzate dalla Conferenza saranno sempre accantonate a causa dei soliti ‘margini finanziari ristretti’.


Istat, indice di fiducia delle imprese al top dal 2007


di Claudia Tarantino

Buone notizie arrivano dall’Istat per quanto riguarda la fiducia degli italiani rispetto all’evoluzione della situazione economica del Paese. L’indice del clima di fiducia dei consumatori, infatti, “aumenta in misura consistente, passando da 111,2 a 115,5”, tornando così sui livelli del primo trimestre 2016.

Inoltre, l’Istituto di Statistica segnala che “a settembre 2017 continua ad aumentare anche la fiducia delle imprese” toccando addirittura il livello più alto da dieci anni: l’indice composito è salito, infatti, da 107,1 del mese scorso a 108 punti, il massimo che si sia registrato dal periodo pre-crisi ad oggi (ad agosto 2007 era 109,6).

L’auspicio di tutti, ovviamente, è che questo clima persista. Ma, poiché ciò dipende principalmente dalla capacità di spesa che le famiglie italiane avranno nei prossimi mesi, è altrettanto ovvio che solo attraverso interventi su lavoro, pensioni e tasse non ci sarà un’inversione di rotta e le attese sulla capacità di spesa e di risparmio dei consumatori non verranno tradite.

Non dimentichiamo, infatti, che anche lo scorso agosto si era parlato di trend positivo, di crescita oltre le aspettative ma poi, di fatto, molto poco è stato realizzato dal Governo per rendere strutturale questa ripresa.

Tornando ai dati, “tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in aumento, seppur con intensità diverse: la componente economica e quella futura aumentano marcatamente mentre l’incremento è più contenuto per la componente personale e per quella corrente”.

Molto probabilmente, su questo ha inciso il fatto che il mese di settembre non è proprio quello migliore per i conti degli italiani, che devono ancora smaltire le uscite straordinarie del periodo estivo pur trovandosi alle prese con l’avvio dell’anno scolastico e, quindi, con le spese relative a libri e quant’altro.

Non a caso, “aumenta il numero degli interpellati che ritiene possibile risparmiare in futuro (orizzonte temporale: 12 mesi)”.

Sul fronte delle imprese, invece, nel mese di settembre si segnala un aumento del clima di fiducia in tutti i settori (in particolare manifatturiero, costruzioni e commercio al dettaglio) ad eccezione dei servizi, dove l’indice rimane invariato rispetto al mese precedente (a quota 107,0).

E’ bene notare, infine, che a fare da traino è soprattutto il mercato estero, sia per il fatturato (+2,3% su mese, +7,1% su anno) sia per gli ordini (+6,4% su mese, +16,2% su anno).

Invece, il mercato interno segna per il fatturato -1,7% su mese e +2,2% su anno e per gli ordini rispettivamente -4,2% e +6,2%.

Insomma, nonostante i segnali positivi lanciati dall’Istat, rimane ancora molto da fare.


Punto di svolta per le banche italiane


di Annarita D’Agostino

“Il sistema italiano è ad un punto di svolta” ma “il cammino resta lungo”: è questo lo ‘stato dell’arte’ del comparto bancario nazionale secondo il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che oggi è intervenuto all’ Italian Banking Conference organizzata dall’università di Confindustria, la Luiss Guido Carli di Roma. Il nostro Paese è “sulla buona strada” grazie a “soluzioni specifiche” per circostanze specifiche, che hanno evitato “importanti distruzioni di valore” e tutelato “i livelli occupazionali”. Tuttavia, per il ministro le crisi bancarie europee “hanno messo in luce le criticità da affrontare nelle norme europee”, e servono “decisi passi in avanti” sul completamento dell’Unione bancaria, assicurando cge “il processo di transizione sia definito in modo ordinato per evitare shock”.
Le posizioni del governo italiano trovano una sponda nella Bce: “La strada che le banche europee, ed italiane in particolare, stanno percorrendo è quella giusta. Le banche italiane hanno fatto un percorso notevole” ha dichiarato Ignazio Gentiloni, membro del consiglio di vigilanza dell’Istituto di Francoforte. Ma, nonostante “un miglioramento netto”, resta “ancora molta strada da fare” e “non bisogna sedersi sugli allori”.
A fare gli onori di casa, la presidente della Luiss, Emma Marcegaglia, che ha elogiato il modo con cui il governo italiano ha affrontato i problemi del mondo bancario, definendolo “intelligente e positivo”, ma invitando ad evitare una regolamentazione eccessiva, per far sì che le banche possano continuare ad erogare credito.


Pensioni, dal 2018 per le donne stessa età degli uomini


di Claudia Tarantino

Come previsto dalla riforma delle pensioni contenuta nella legge Fornero del 2011, a gennaio 2018 l’età per la pensione di vecchiaia delle donne sarà uniformata a quella degli uomini: 66 anni e sette mesi (con l’aumento di un anno per le dipendenti private e di 6 mesi per le autonome).

Nonostante si tratti già dell’età più alta in Europa, non è tutto, perché a breve questo scalino potrebbe di nuovo salire con il passaggio a 67 anni compiuti, atteso nel 2019 per effetto dell’adeguamento dell’età di vecchiaia all’aspettativa di vita.

Anche in questo caso, l’Italia farà da apripista, perché il passaggio a 67 anni per l’uscita dal lavoro è previsto addirittura per il 2030 in Germania, per il 2018 nel Regno Unito, il 2027 in Spagna e dopo il 2022 in Francia.

Insomma, stiamo per diventare il paese europeo con le regole previdenziali più rigide. Primato che, purtroppo, non riusciamo a raggiungere sotto altri aspetti, ben più importanti, come quello economico ed occupazionale.

Il problema è che questa corsa al livellamento dell’età pensionabile per uomini e donne, che potrebbe anche essere condivisa dal punto di vista della parità di genere, sembra essere piuttosto un tentativo affannoso di fare cassa e mettere in sicurezza il sistema previdenziale, soprattutto in un momento in cui il Governo sta promuovendo interventi, come le agevolazioni per le assunzioni dei giovani, che si scontrano con le ristrettezze del bilancio statale.

Il rischio, inoltre, è di non tenere nella dovuta considerazione le peculiarità delle carriere lavorative delle donne che, per le interruzioni dovute alla maternità, ad un mercato del lavoro meno favorevole, al lavoro di cura della famiglia, hanno meno continuità nel versamento dei contributi.

In contrasto con proclami e promesse, quindi, sembra che il Governo voglia ‘archiviare’ qualsiasi possibilità di rendere le pensioni più accessibili, non solo per le donne, e la discussione con i sindacati è destinata ad infuocarsi.

Restano da affrontare, infatti, proprio il tema della flessibilità in uscita delle donne e il nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile legato alle aspettative di vita.

Finora l’Esecutivo non ha accolto le richieste di congelare l’automatismo che prevede appunto l’innalzamento a 67 anni nel 2019. Sembra, piuttosto, che voglia perseguire la strada, già giudicata inadeguata e insufficiente dalle parti sociali, di una estensione della platea di persone a cui l’incremento non si applica, inserendo i lavoratori che svolgono mansioni gravose.

In verità, il Governo finora non ha mostrato aperture su numerose questioni, manifestandosi a mala pena disponibile a valutare la possibilità di ridurre gli anni di contributi necessari all’accesso all’Ape sociale.

Anzi, nonostante le continue rassicurazioni del premier Gentiloni, appare quanto mai difficile credere – visti questi presupposti – che l’Esecutivo sia disposto ad accogliere qualsiasi suggerimento.


Piano per i giovani, pensioni da 660 euro con 20 anni di contributi


di Claudia Tarantino

Si apre la discussione sull’ipotesi avanzata dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, di un assegno minimo di circa 660 euro per quei giovani che in futuro andranno in pensione senza aver maturato contributi necessari a raggiungere quella soglia.
Si tratta, cioè, di persone che rientrano interamente nel sistema contributivo, che hanno iniziato a versare i contributi a partire da gennaio 1996 e che, vista l’attuale situazione di crisi occupazionale, sono alle prese con carriere discontinue e rischiano così di uscire dal mondo del lavoro, stanti le attuali norme, con l’assegno di vecchiaia oltre i settant’anni.
L’indicazione del governo è quella di farli andare in pensione “prima dei 70 anni e con 20 anni di contributi, avendo maturato un trattamento pari a 1,2 volte l’assegno sociale (448 euro), invece dell’attuale 1,5”.
Ciò vorrebbe dire che i futuri pensionati uscirebbero – sempre secondo i calcoli di Palazzo Chigi – con un assegno minimo di circa 650-680 euro, perché verrebbe aumentata la cumulabilità tra assegno sociale e pensione contributiva. Nella somma andrebbero, inoltre, comprese anche le maggiorazioni sociali.
Questo meccanismo di garanzia per i giovani che rischiano di ritrovarsi con un trattamento pensionistico troppo basso trova i sindacati favorevoli, almeno per quanto riguarda l’impianto generale della misura, ma viene bocciato dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, il quale fa sapere subito che “non condivide l’introduzione di una pensione di garanzia per i giovani che hanno avuto carriere discontinue perché sarebbe un trasferimento di costi a carico delle generazioni future”.
Di tutt’altro tono, invece, si prospetta il dibattito sulla possibile sospensione del meccanismo automatico che adegua l’età pensionabile all’aspettativa di vita. Questo punto, infatti, fortemente caldeggiato dai sindacati, sembra incontrare una certa resistenza da parte del Governo, che rimanda – ancora una volta – la questione alla pubblicazione dei dati definitivi dell’Istat previsti per il mese di ottobre.
E’ piuttosto ovvio che l’Esecutivo sta solo prendendo tempo, perché è molto difficile che quei numeri possano essere tanto differenti dalle stime preliminari di marzo che prevedrebbero, quindi, di portare il trattamento pensionistico su un gradino più alto di cinque mesi, trascinando ‘l’età della vecchiaia’ a 67 anni tondi.


Artigianato in ginocchio, persi 400 mila posti di lavoro


di Claudia Tarantino

Sebbene gli esponenti del Governo non perdano occasione per ribadire che ‘la crescita è finalmente tornata’, la crisi continua a colpire.

I suoi effetti, infatti, si riscontrano sia nelle difficoltà a riprendere terreno delle grandi aziende, sia nell’impossibilità a tirare avanti di artigiani e piccoli commercianti, con pesanti ripercussioni sui livelli occupazionali.

Secondo le stime della Cgia di Mestre “negli ultimi 8 anni l’Italia ha perso quasi 158.000 imprese attive tra botteghe artigiane e piccoli negozi di vicinato. Di queste, oltre 145.000 operavano nell’artigianato e poco più di 12.000 nel piccolo commercio. Le chiusure hanno portato alla perdita del posto di lavoro per poco meno di 400.000 addetti”.

E’ bene notare che questo trend negativo non è migliorato nemmeno negli ultimi 12 mesi, nonostante l’Istat abbia certificato un aumento del Prodotto Interno Lordo, perché “tra giugno di quest’anno e lo stesso mese del 2016 il numero delle imprese attive nell’artigianato e nel commercio al dettaglio è sceso di 25.604 unità (-1,2%)”.

Nonostante tutto, non si può neanche dire che sia tutta colpa della crisi e del generale calo dei consumi, perché tasse sempre più pesanti da sostenere, mancanza di credito, una burocrazia ancora astrusa, insieme all’impennata del costo degli affitti, hanno contribuito a mettere in ginocchio molti piccoli imprenditori, costringendoli ad abbassare definitivamente la saracinesca.

Inoltre, come denuncia il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo, occorre tener conto anche del fatto che “negli ultimi 15 anni le politiche commerciali della grande distribuzione si sono fatte sempre più mirate ed aggressive” e così “per molti artigiani e piccoli negozianti non c’è stata via di scampo. L’unica soluzione è stata quella di gettare definitivamente la spugna”.

Secondo l’associazione, “in questi ultimi 8 anni lo stock complessivo delle imprese attive nell’artigianato è costantemente sceso da 1.463.318 a 1.322.640, le attività del commercio al dettaglio, invece, sono diminuite in misura più contenuta: se nel 2009 erano 805.147, nel giugno di quest’anno si sono attestate a quota 793.102”.

Le categorie artigiane che dal 2009 hanno subito le contrazioni più importanti sono state quelle degli autotrasportatori (-30 per cento), i falegnami (-27,7 per cento), gli edili (-27,6 per cento) e i produttori di mobili (-23,8 per cento).

In controtendenza, invece, il numero di parrucchieri ed estetisti (+2,4 per cento), gli alimentaristi (+2,8 per cento), i taxisti/autonoleggiatori (+6,6 per cento), le gelaterie/pasticcerie/take away (+16,6 per cento), i designer (+44,8 per cento) e i riparatori/manutentori/installatori di macchine (+58 per cento).

Ancora una volta è il Sud a dimostrarsi come l’area più colpita, con una contrazione delle attività artigianali del 12,4 per cento. In testa la Sardegna (-17,1 per cento), seguita da Abruzzo (-14,5), Sicilia (-13,5), Molise (-13,2) e Basilicata (-13,1). Anche se, in termini assoluti, è la Lombardia (-18.652) il territorio che ha registrato il numero di chiusure più elevato, seguita da Emilia Romagna (-16.466), Piemonte (-15.333) e Veneto (-14.883).

Tutto ciò, quindi, è un’ulteriore dimostrazione che il Testo unico sull’apprendistato del 2011, il Jobs Act e le altre misure prese finora non sono sufficienti a rilanciare la crescita e l’occupazione né sono in grado di fermare la spirale negativa che sta risucchiando le piccole imprese ed i suoi addetti.
E pensare che una volta l’artigianato era il fiore all’occhiello del nostro Made in Italy.