Tria: «Non accettiamo la morale su politica e crescita»


Intervenendo in aula al Senato sulla manovra, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, ha assicurato che l’esecutivo sta «attentamente valutando, man mano che va avanti il disegno delle misure fondamentali, i loro costi effettivi, se si possano cioè trovare gli spazi finanziari per migliorare l’equilibrio tra la crescita e il consolidamento dei conti pubblici. In questa direzione il dialogo con l’Ue può trovare spazi nuovi». Il rischio, ha spiegato il titolare di via XX settembre, è che se l’opinione della Commissione europea dovesse trovare conferma all’Ecofin, prenderebbe vita «la prospettiva di procedura infrazione sul debito, una prospettiva che pone il governo e il Parlamento sovrano di fronte alla necessità di assumere una decisione di forte responsabilità e di attuare una operazione di verità». «Non è nostra intenzione parlare di responsabilità del passato – ha precisato il ministro – e ho ricordato che si tratta della nostra storia comune, anche se il dibattito domestico non ci consente di accettare la morale in tema di politica e crescita», anche perché negli ultimi anni c’è stato «un aumento della spesa corrente per finanziarie la stagione dei tanti bonus con oneri che continuano a pesare sul nostro bilancio». Il ministro ha infatti sottolineato che «dopo la crisi del 2008 siamo ancora lontani da Pil e dalla disoccupazione di 10 anni fa: è aumentata in modo insopportabile l’area di povertà e disagio sociale e non è stato raggiunto l’obiettivo di riduzione del debito né il pareggio bilancio, non abbiamo avuto la stabilizzazione economica, sociale e della finanza pubblica».


Il colpo di coda


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Era prevedibile. La bocciatura della manovra italiana da parte della Commissione Ue alla fine è arrivata. La motivazione è il “mancato, seppure non grave, rispetto delle regole di bilancio”. Se, a fronte di un’ulteriore raccomandazione per la correzione dei conti, non ci saranno aggiustamenti, non è escluso l’avvio della procedura d’infrazione. Moscovici e Dombrovskis si trincerano dietro i tecnicismi dichiarandosi neutrali, ma l’impressione è quella di un vero e proprio colpo di coda del vecchio establishment. Ovvero dell’ultima, disperata reazione di chi è stato messo già all’angolo, ormai sconfitto. L’estremo tentativo volto a frenare il nuovo corso italiano. L’ultima possibilità per difendere le politiche economiche e sociali portate avanti da una classe dirigente europea ormai al crepuscolo. L’ultima carta da giocare per imporre una visione, perdente, che ha lasciato sul campo povertà, precarietà e insicurezza, che si avvia alla conclusione e che sarà archiviata, con tutta probabilità, grazie alle prossime elezioni europee. Ci auguriamo, comunque, per il bene dell’Italia, che si eviti lo scontro e che alla fine si trovi una soluzione. Per riprendere le parole del ministro Tria, che non si interrompa il dialogo al fine di individuare, in conclusione, una soluzione “condivisibile nell’interesse reciproco”. Anche perché, ad essere pignoli, si sta discutendo di una divergenza di deficit piuttosto ragionevole. Determinata, poi, dalla pesante eredità in termini di debito lasciataci sulle spalle proprio da quelli che seguivano pedissequamente le direttive di Bruxelles. Nonostante tale speranza, “spes ultima dea” dicevano gli antichi, alla possibilità di un lieto fine nella diatriba fra Roma e Bruxelles in fondo non ci crediamo. Non riusciamo a ritenere gli attuali esponenti della Commissione realmente e concretamente neutrali. Non perché animati da ingiustificati preconcetti, ma solo ed esclusivamente perché memori dell’accoglienza riservata, sin dalle prime ore, ancor prima che prestasse giuramento, al governo Conte ed al cambiamento politico ed economico che rappresentava. Quando il commissario Ottinger ha pronunciato l’ormai famosa frase: “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto” si è chiaramente palesato il fatto che le istituzioni europee avrebbero portato avanti un’opposizione irriducibile nei confronti del nuovo corso italiano. Ed è quello che è accaduto e che sta accadendo. Questa è l’ultima mossa a disposizione del vecchio establishment. Ora, seppure tentando un estremo tentativo di mediazione con Bruxelles, è necessario che il Governo italiano vada avanti e tiri dritto, come affermato dai vicepremier Salvini e Di Maio. Non possiamo cedere al ricatto della Ue, abbiamo il dovere di approvare questa legge di  bilancio, necessaria per la ripresa dell’Italia.


Per l’Italia la Commissione Ue stima meno Pil e più deficit


Che la Commissione europea non avesse fiducia nelle politiche economiche dell’esecutivo italiano, era già noto dai molti botta e risposta che hanno coinvolto i commissari e il governo, ma ora questa sfiducia è stata messa nero su bianco nelle stime autunnali. Secondo la Commissione Ue, infatti, l’Italia crescerà meno e il rapporto deficit Pil sarà maggiore di quanto previsto nella Nota di Aggiornamento al Def formulata dai tecnici del ministero del Tesoro. Mentre l’esecutivo prevede una crescita dell’1,5% per il 2019 e dell’1,6% per il 2020, le stime autunnali di Bruxelles indicano un +1,2%per il prossimo anno ed un +1,3% per i dodici mesi a seguire. Il rapporto Deficit Pil è stato invece rivisto in peggio al 2,9% nel 2019 e al 3,1% nel 2020, dopo l’1,9% stimato per l’anno che sta volgendo al termine. Le stime diffuse questa mattina dalla commissione Ue sono state definite una «défaillance tecnica» dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, in quanto sono «derivano da un’analisi non attenta e parziale del DPB e dell’andamento dei conti pubblici italiani»


Eppure lo spread


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Nonostante tutto, lo spread tiene. Il differenziale fra Btp e Bund è stabile attorno alla soglia psicologica dei 300 punti. Non è servita la lettera europea sulla manovra e nemmeno l’abbassamento della valutazione del rating sovrano italiano da parte dell’agenzia Moody’s, che lo ha classificato a Baa3, con un outlook stabile. Allo stesso modo, anche piazza Affari è in rialzo. Insomma, i mercati stanno digerendo la “manovra del popolo”. Forse rincuorati dal fatto che il Governo si è dimostrato solido anche di fronte alla difficile prova del decreto fiscale e delle presunte “manine”, forse rasserenati dall’atteggiamento leggermente più cooperativo dimostrato in queste ore da Bruxelles, in attesa del giudizio ufficiale della Commissione Ue, che dovrebbe arrivare fra martedì e mercoledì. Insomma, al momento, fortunatamente, non c’è nessun tracollo finanziario, tutt’altro. Tirano un sospiro di sollievo i cinque milioni di poveri che non hanno di che vivere dignitosamente e però sono in apprensione per l’andamento dei nostri Buoni del Tesoro. Lavorano con maggiore impegno, rincuorati, i precari che non possono accedere a prestiti e mutui. Si rallegrano i dipendenti delle aziende in crisi, che, notoriamente, consultano ogni mattina le quotazioni dei titoli in Borsa. Fanno finalmente progetti per il futuro i piccoli imprenditori vessati dalle tasse, che oltre alla speranza suscitata dalla pace fiscale, effettivamente ripongono grande fiducia nell’andamento dello spread. L’evidente ironia non vuole certo sminuire l’importanza dei mercati, che, come tutti ben sappiamo, incidono in modo significativo sulla tenuta dei conti pubblici e quindi, di conseguenza, anche sulla possibilità da parte dello Stato di mantenere un adeguato sistema di servizi e di investimenti. Pur essendo ben consapevoli di ciò, si resta comunque convinti che l’Italia, imprigionata dalle politiche di austerity in una morsa di declino, avesse bisogno urgente di risposte concrete in grado di rianimare una coesione sociale e un’economia in forte crisi. Anche a costo di forzare qualche regola sbagliata. Non sappiamo come procederanno le cose nelle prossime ore e nei prossimi giorni, se il valore dello spread, fino a poco tempo fa ignorato dai più ed ora assurto a rango di massimo oracolo non solo economico, ma anche politico, si manterrà stabile, scenderà o tornerà a salire, se la borsa italiana sarà in ascesa o in perdita. A breve ci sarà il “redde rationem” fra lo Stato Italiano e le Istituzioni Ue sulla manovra e poi le altre principali agenzie di rating esprimeranno il loro giudizio. L’auspicio è che non si cerchi, per ragioni politiche o ancor peggio speculative, di minare la speranza italiana di rinnovamento e che si dia al Paese la possibilità, che attende e merita, di risollevarsi e ricominciare a credere nel futuro.


Calma e gesso


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

In queste ore ricche di tensione, l’invito è a mantenere la barra dritta. Il progetto di cambiamento messo in piedi dal governo gialloblu e sostenuto dall’entusiasmo di una popolazione italiana che da tempi immemorabili non era così in sintonia con una compagine governativa è oggetto di resistenze interne ed internazionali. Resistenze prevedibili, data la sua essenza profondamente innovatrice che si propone di sovvertire i dettami politici ed economici che hanno imprigionato l’Italia sotto il giogo di un’austerity europea controproducente dal punto di vista economico e sociale e peraltro, nella sua attuazione pratica portata avanti a livello nazionale nella scorsa legislatura, incapace di concentrarsi sui reali sprechi e sulle scelte improduttive e sconvenienti, come dimostra la tragedia del Morandi. La “letterina” europea di queste ultime ore è solo l’ultima tappa di un attacco costante di cui il nuovo governo è stato bersaglio, già prima di entrare in carica. Da parte di tecnici o presunti tali, dagli scranni di istituzioni europee ed internazionali, apparentemente superpartes ma evidentemente schieratissimi, tutti o quasi di rigorosa provenienza ed osservanza di sinistra, che di questi tempi vuol dire ultra-liberisti. Dai mass-media mai così compatti, determinati ed inflessibili nel sottolineare qualsivoglia manchevolezza della maggioranza, con un rigore che, se fosse stato rispettato anche negli anni passati, ci avrebbe forse risparmiato tanti scandali e tante inefficienze. E poi dall’oracolo dei nostri tempi, il mercato, ovvero i risparmiatori impauriti dagli allarmismi e gli speculatori a caccia di affari. Nonostante tutto ciò, il progetto di cambiamento è andato avanti ed ha prodotto una manovra sicuramente perfettibile, ma sostanzialmente condivisibile, per la prima volta da molti anni orientata in favore dei bisogni delle classi popolari, dei disoccupati, dei lavoratori, dei pensionati, delle piccole e medie imprese. Una manovra che vuole innescare un processo espansivo di crescita e sviluppo nel segno dell’inclusione sociale. Ed ecco arrivare, puntuale ed attesa, la lettera della Commissione Ue. Non è questo il momento delle divisioni: è necessaria la massima compattezza per portare a casa un risultato che moltissimi italiani stanno aspettando impazientemente da troppo tempo. Per questo l’auspicio è che le ombre che si sono addensate attorno al decreto fiscale – un decreto che i contribuenti in difficoltà a causa della crisi attendono per rimettersi in carreggiata – vengano dissipate quanto prima nel segno della massima collaborazione. Una vicenda complessa, che avrebbe dovuto essere gestita con maggiore prudenza, che va chiarita, ma che comunque va superata per non infrangere le grandi speranze che il nostro popolo ripone, finalmente, nella nuova classe politica al governo.


Tutti contro il Def


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Il Def proposto dal Governo italiano, pur essendo indubbiamente coraggioso, è stato accolto con un eccessivo ostruzionismo da parte delle Istituzioni italiane ed internazionali. Da Bankitalia al Fondo Monetario, dall’Istat alla Commissione Ue, tutti hanno risposto alla manovra del popolo con un secco “niet”. Persino l’Ufficio parlamentare di bilancio ha bocciato il documento. L’obiezione principale rivolta al Governo è che le misure proposte non siano economicamente sostenibili e le previsioni di crescita siano invece troppo ottimistiche. Eppure negli anni passati gli Esecutivi che si sono alternati alla guida del Paese hanno presentato manovre non molto difformi dal punto di vista dell’entità delle risorse messe in campo, con sforamenti del tutto paragonabili se non superiori alla fatidica soglia del 2,4% e una crescita rivelatasi in buona parte dei casi inferiore alle aspettative. Eppure non è così improbabile, e molte teorie economiche lo sostengono, che le crisi si superino meglio con politiche espansive piuttosto che con tasse e rigore. Eppure il popolo italiano sembra prontissimo a volersi assumere il rischio, come dimostra l’entusiasmo che sempre di più circonda ministri ed esponenti della maggioranza. Perché, allora, questa manovra suscita tanto allarmismo? Lo spread in crescita, certo, non aiuta, che sia o meno frutto di speculazioni, anche se dai rumors sembrerebbe in atto una contromisura da parte dell’Esecutivo volta a supportare l’andamento dei nostri titoli di Stato. Il superamento della Fornero con l’introduzione della quota 100, l’istituzione del reddito di cittadinanza e il contemporaneo abbassamento delle imposte con l’avvio della flat tax sono sicuramente provvedimenti innovativi e arditi. Tuttavia, nonostante tali oggettive considerazioni, l’impressione è che non sia questo il vero nocciolo del problema. Il nodo sembra tutto politico. La manovra è, infatti, frutto di una visione economica, politica e sociale diametralmente opposta rispetto alla vulgata finora portata avanti dall’establishment europeo e mondiale. Cosa accadrebbe se i gialloblu avessero ragione? Che succederebbe se con le manovre espansive proposte dal Governo si realizzasse quella crescita economica che con l’austerity non si è verificata e parallelamente aumentasse anche l’inclusione sociale? Come nel gioco del domino, se si avverasse una simile situazione l’Italia diventerebbe il primo tassello a cadere, dando il via ad un effetto emulativo destinato a propagarsi in tutto il mondo, scardinando poteri e politiche che si ritenevano inattaccabili. Il vero rischio non è che i gialloblu ci portino alla crisi, nel qual caso l’establishment avrebbe buon gioco nel veder confermate le proprie tesi, tornando in auge, ma che il Governo possa invece risollevare l’Italia. Questo sì che, per qualcuno, sarebbe invece inaccettabile.