Punto di svolta per le banche italiane


di Annarita D’Agostino

“Il sistema italiano è ad un punto di svolta” ma “il cammino resta lungo”: è questo lo ‘stato dell’arte’ del comparto bancario nazionale secondo il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che oggi è intervenuto all’ Italian Banking Conference organizzata dall’università di Confindustria, la Luiss Guido Carli di Roma. Il nostro Paese è “sulla buona strada” grazie a “soluzioni specifiche” per circostanze specifiche, che hanno evitato “importanti distruzioni di valore” e tutelato “i livelli occupazionali”. Tuttavia, per il ministro le crisi bancarie europee “hanno messo in luce le criticità da affrontare nelle norme europee”, e servono “decisi passi in avanti” sul completamento dell’Unione bancaria, assicurando cge “il processo di transizione sia definito in modo ordinato per evitare shock”.
Le posizioni del governo italiano trovano una sponda nella Bce: “La strada che le banche europee, ed italiane in particolare, stanno percorrendo è quella giusta. Le banche italiane hanno fatto un percorso notevole” ha dichiarato Ignazio Gentiloni, membro del consiglio di vigilanza dell’Istituto di Francoforte. Ma, nonostante “un miglioramento netto”, resta “ancora molta strada da fare” e “non bisogna sedersi sugli allori”.
A fare gli onori di casa, la presidente della Luiss, Emma Marcegaglia, che ha elogiato il modo con cui il governo italiano ha affrontato i problemi del mondo bancario, definendolo “intelligente e positivo”, ma invitando ad evitare una regolamentazione eccessiva, per far sì che le banche possano continuare ad erogare credito.


Pensioni, dal 2018 per le donne stessa età degli uomini


di Claudia Tarantino

Come previsto dalla riforma delle pensioni contenuta nella legge Fornero del 2011, a gennaio 2018 l’età per la pensione di vecchiaia delle donne sarà uniformata a quella degli uomini: 66 anni e sette mesi (con l’aumento di un anno per le dipendenti private e di 6 mesi per le autonome).

Nonostante si tratti già dell’età più alta in Europa, non è tutto, perché a breve questo scalino potrebbe di nuovo salire con il passaggio a 67 anni compiuti, atteso nel 2019 per effetto dell’adeguamento dell’età di vecchiaia all’aspettativa di vita.

Anche in questo caso, l’Italia farà da apripista, perché il passaggio a 67 anni per l’uscita dal lavoro è previsto addirittura per il 2030 in Germania, per il 2018 nel Regno Unito, il 2027 in Spagna e dopo il 2022 in Francia.

Insomma, stiamo per diventare il paese europeo con le regole previdenziali più rigide. Primato che, purtroppo, non riusciamo a raggiungere sotto altri aspetti, ben più importanti, come quello economico ed occupazionale.

Il problema è che questa corsa al livellamento dell’età pensionabile per uomini e donne, che potrebbe anche essere condivisa dal punto di vista della parità di genere, sembra essere piuttosto un tentativo affannoso di fare cassa e mettere in sicurezza il sistema previdenziale, soprattutto in un momento in cui il Governo sta promuovendo interventi, come le agevolazioni per le assunzioni dei giovani, che si scontrano con le ristrettezze del bilancio statale.

Il rischio, inoltre, è di non tenere nella dovuta considerazione le peculiarità delle carriere lavorative delle donne che, per le interruzioni dovute alla maternità, ad un mercato del lavoro meno favorevole, al lavoro di cura della famiglia, hanno meno continuità nel versamento dei contributi.

In contrasto con proclami e promesse, quindi, sembra che il Governo voglia ‘archiviare’ qualsiasi possibilità di rendere le pensioni più accessibili, non solo per le donne, e la discussione con i sindacati è destinata ad infuocarsi.

Restano da affrontare, infatti, proprio il tema della flessibilità in uscita delle donne e il nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile legato alle aspettative di vita.

Finora l’Esecutivo non ha accolto le richieste di congelare l’automatismo che prevede appunto l’innalzamento a 67 anni nel 2019. Sembra, piuttosto, che voglia perseguire la strada, già giudicata inadeguata e insufficiente dalle parti sociali, di una estensione della platea di persone a cui l’incremento non si applica, inserendo i lavoratori che svolgono mansioni gravose.

In verità, il Governo finora non ha mostrato aperture su numerose questioni, manifestandosi a mala pena disponibile a valutare la possibilità di ridurre gli anni di contributi necessari all’accesso all’Ape sociale.

Anzi, nonostante le continue rassicurazioni del premier Gentiloni, appare quanto mai difficile credere – visti questi presupposti – che l’Esecutivo sia disposto ad accogliere qualsiasi suggerimento.


Piano per i giovani, pensioni da 660 euro con 20 anni di contributi


di Claudia Tarantino

Si apre la discussione sull’ipotesi avanzata dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, di un assegno minimo di circa 660 euro per quei giovani che in futuro andranno in pensione senza aver maturato contributi necessari a raggiungere quella soglia.
Si tratta, cioè, di persone che rientrano interamente nel sistema contributivo, che hanno iniziato a versare i contributi a partire da gennaio 1996 e che, vista l’attuale situazione di crisi occupazionale, sono alle prese con carriere discontinue e rischiano così di uscire dal mondo del lavoro, stanti le attuali norme, con l’assegno di vecchiaia oltre i settant’anni.
L’indicazione del governo è quella di farli andare in pensione “prima dei 70 anni e con 20 anni di contributi, avendo maturato un trattamento pari a 1,2 volte l’assegno sociale (448 euro), invece dell’attuale 1,5”.
Ciò vorrebbe dire che i futuri pensionati uscirebbero – sempre secondo i calcoli di Palazzo Chigi – con un assegno minimo di circa 650-680 euro, perché verrebbe aumentata la cumulabilità tra assegno sociale e pensione contributiva. Nella somma andrebbero, inoltre, comprese anche le maggiorazioni sociali.
Questo meccanismo di garanzia per i giovani che rischiano di ritrovarsi con un trattamento pensionistico troppo basso trova i sindacati favorevoli, almeno per quanto riguarda l’impianto generale della misura, ma viene bocciato dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, il quale fa sapere subito che “non condivide l’introduzione di una pensione di garanzia per i giovani che hanno avuto carriere discontinue perché sarebbe un trasferimento di costi a carico delle generazioni future”.
Di tutt’altro tono, invece, si prospetta il dibattito sulla possibile sospensione del meccanismo automatico che adegua l’età pensionabile all’aspettativa di vita. Questo punto, infatti, fortemente caldeggiato dai sindacati, sembra incontrare una certa resistenza da parte del Governo, che rimanda – ancora una volta – la questione alla pubblicazione dei dati definitivi dell’Istat previsti per il mese di ottobre.
E’ piuttosto ovvio che l’Esecutivo sta solo prendendo tempo, perché è molto difficile che quei numeri possano essere tanto differenti dalle stime preliminari di marzo che prevedrebbero, quindi, di portare il trattamento pensionistico su un gradino più alto di cinque mesi, trascinando ‘l’età della vecchiaia’ a 67 anni tondi.


Artigianato in ginocchio, persi 400 mila posti di lavoro


di Claudia Tarantino

Sebbene gli esponenti del Governo non perdano occasione per ribadire che ‘la crescita è finalmente tornata’, la crisi continua a colpire.

I suoi effetti, infatti, si riscontrano sia nelle difficoltà a riprendere terreno delle grandi aziende, sia nell’impossibilità a tirare avanti di artigiani e piccoli commercianti, con pesanti ripercussioni sui livelli occupazionali.

Secondo le stime della Cgia di Mestre “negli ultimi 8 anni l’Italia ha perso quasi 158.000 imprese attive tra botteghe artigiane e piccoli negozi di vicinato. Di queste, oltre 145.000 operavano nell’artigianato e poco più di 12.000 nel piccolo commercio. Le chiusure hanno portato alla perdita del posto di lavoro per poco meno di 400.000 addetti”.

E’ bene notare che questo trend negativo non è migliorato nemmeno negli ultimi 12 mesi, nonostante l’Istat abbia certificato un aumento del Prodotto Interno Lordo, perché “tra giugno di quest’anno e lo stesso mese del 2016 il numero delle imprese attive nell’artigianato e nel commercio al dettaglio è sceso di 25.604 unità (-1,2%)”.

Nonostante tutto, non si può neanche dire che sia tutta colpa della crisi e del generale calo dei consumi, perché tasse sempre più pesanti da sostenere, mancanza di credito, una burocrazia ancora astrusa, insieme all’impennata del costo degli affitti, hanno contribuito a mettere in ginocchio molti piccoli imprenditori, costringendoli ad abbassare definitivamente la saracinesca.

Inoltre, come denuncia il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo, occorre tener conto anche del fatto che “negli ultimi 15 anni le politiche commerciali della grande distribuzione si sono fatte sempre più mirate ed aggressive” e così “per molti artigiani e piccoli negozianti non c’è stata via di scampo. L’unica soluzione è stata quella di gettare definitivamente la spugna”.

Secondo l’associazione, “in questi ultimi 8 anni lo stock complessivo delle imprese attive nell’artigianato è costantemente sceso da 1.463.318 a 1.322.640, le attività del commercio al dettaglio, invece, sono diminuite in misura più contenuta: se nel 2009 erano 805.147, nel giugno di quest’anno si sono attestate a quota 793.102”.

Le categorie artigiane che dal 2009 hanno subito le contrazioni più importanti sono state quelle degli autotrasportatori (-30 per cento), i falegnami (-27,7 per cento), gli edili (-27,6 per cento) e i produttori di mobili (-23,8 per cento).

In controtendenza, invece, il numero di parrucchieri ed estetisti (+2,4 per cento), gli alimentaristi (+2,8 per cento), i taxisti/autonoleggiatori (+6,6 per cento), le gelaterie/pasticcerie/take away (+16,6 per cento), i designer (+44,8 per cento) e i riparatori/manutentori/installatori di macchine (+58 per cento).

Ancora una volta è il Sud a dimostrarsi come l’area più colpita, con una contrazione delle attività artigianali del 12,4 per cento. In testa la Sardegna (-17,1 per cento), seguita da Abruzzo (-14,5), Sicilia (-13,5), Molise (-13,2) e Basilicata (-13,1). Anche se, in termini assoluti, è la Lombardia (-18.652) il territorio che ha registrato il numero di chiusure più elevato, seguita da Emilia Romagna (-16.466), Piemonte (-15.333) e Veneto (-14.883).

Tutto ciò, quindi, è un’ulteriore dimostrazione che il Testo unico sull’apprendistato del 2011, il Jobs Act e le altre misure prese finora non sono sufficienti a rilanciare la crescita e l’occupazione né sono in grado di fermare la spirale negativa che sta risucchiando le piccole imprese ed i suoi addetti.
E pensare che una volta l’artigianato era il fiore all’occhiello del nostro Made in Italy.


Piano per i giovani ancora in attesa


di Claudia Tarantino

Intervenendo al Meeting di Cl a Rimini, il premier Gentiloni ammette finalmente che, a differenza di quanto sbandierato dal Governo, i giovani non sono stati finora al centro dell’attenzione dell’Esecutivo o, quantomeno, che le misure messe in atto fino ad oggi in loro favore non hanno portato i risultati sperati.

Il Presidente del Consiglio, infatti, ha dichiarato che bisognerà attendere la prossima Legge di Bilancio per vedere “alcune limitate misure per accompagnare la crescita, con interventi molto selettivi incentrati soprattutto sull’accesso dei giovani al mondo del lavoro con incentivi permanenti e stabili”.

Al di là dei proclami, però, il nodo da sciogliere resta, come sempre, quello delle coperture finanziarie, che si prevede già non saranno elevatissime. Anzi, proprio nel definire ‘limitate’ le misure da mettere in campo, lo stesso Premier mette le mani avanti e lascia intendere che la legge di Bilancio non conterrà – purtroppo – niente di tanto rivoluzionario, in netto contrasto con la sua stessa dichiarazione di “misure choc per l’ingresso nel mercato del lavoro dei giovani”.

Naturalmente, la soluzione tecnica non è ancora stata decisa, quindi, sul tavolo ci sono diverse ipotesi aperte, soprattutto riguardo al taglio del cuneo fiscale, che dovrebbe rendere più conveniente per le imprese l’assunzione dei giovani, e la riduzione dei contributi versati dai neo assunti, che dovrebbe alzare un po’ gli stipendi.

Tra le ipotesi in campo c’è il taglio del 50% per due o tre anni dei contributi per i neo assunti che abbiano meno di 32 anni. “Il dimezzamento dei contributi – spiega il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, – dovrebbe riguardare sia le imprese che i lavoratori”. Ciò significa che la quota versata all’Inps dalle imprese scenderebbe da circa il 24% al 12%, mentre quella dei lavoratori da poco più del 9% al 4,5% circa. Le somme mancanti verrebbero poi versate dallo Stato all’Istituto di previdenza. Da qui, però, la necessità di trovare risorse per coprire l’intera operazione che avrebbe un costo stimato tra i 900 milioni e i due miliardi di euro all’anno.

Un’altra ipotesi è quella di proseguire con gli sgravi riducendo strutturalmente i contributi di quattro punti, due a favore delle aziende e due dei lavoratori. Ovviamente, anche questa misura avrebbe un costo rilevante e, soprattutto, crescente nel tempo, visto che il taglio dei contributi diverrebbe nel medio-lungo periodo strutturale per tutti i lavoratori.

Come affermato dal sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, “certamente la scelta sarà legata a quanto sarà il costo di queste misure” ma “dobbiamo usare tutte le cartucce a nostra disposizione per evitare un effetto che dura in modo limitato nel tempo”. Come avvenuto nel 2015 quando, per lanciare il Jobs Act, il governo aveva optato per uno sgravio totale, ma limitato nel tempo.

Tra gli strumenti che ha citato il sottosegretario ci sono anche il servizio civile, il potenziamento dei centri per l’impiego, l’utilizzo dei contratti di apprendistato formativo che devono essere rimessi tra gli “strumenti ordinari per i giovani”. Inoltre, in autunno “partirà la seconda parte del programma Garanzia Giovani ora rifinanziato dall’Europa e dal Governo italiano”.

Bisognerà vedere se questi propositi porteranno a risultati concreti o se – come è prevedibile – si tratta dei soliti interventi pre-elettorali che servono solo a fornire dati da sbandierare prima dell’apertura delle urne.


Incendi, Italia prima in Ue per numero di roghi


di Claudia Tarantino

Secondo lo studio ‘Incendi boschivi in Europa, Medio Oriente e Africa del nord’ del Joint research center europeo, “circa l’85% del totale delle aree che finiscono in fumo in Europa si trova in cinque Paesi della fascia del Mediterraneo: Francia, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna” e, se si considerano tutti gli ettari boschivi andati in fumo tra il 1980 ed il 2015 nei cinque Stati, “si arriva a un totale di oltre 16 milioni di ettari nei 35 anni”.

E nella classifica dei Paesi più colpiti dagli incendi, il nostro è al secondo posto, con 3,852 milioni di ettari bruciati, subito dopo la Spagna che guida la classifica con 5,925 milioni, e prima di Portogallo (3,812 milioni), Grecia (1,635 milioni) e Francia (896.216).

A ben vedere la mappa del Centro di coordinamento per la risposta all’emergenza della Commissione europea, però, “con 371 roghi, l’Italia, nell’estate 2017, è il primo Paese in Europa per numero di incendi boschivi, e con 72.039 ettari andati in fumo è seconda solo al Portogallo (115.323 ettari) per estensione bruciata”.

Per fortuna, vista la gravità e l’estensione degli incendi che stanno interessando il nostro Paese in questa lunga e torrida estate, il meccanismo di Protezione Civile Europeo sembra funzionare e così la Protezione Civile Italiana, comunque riconosciuta all’avanguardia in questo settore, ha potuto ricorrere per la seconda volta in poco tempo alla ‘solidarietà europea’, chiedendo cioè ad altri Stati membri un supporto per fronteggiare i 18 incendi ancora attivi in Italia ed intervenire nelle zone più a rischio, che sono in Lazio, in Sicilia e in Calabria.

Per farsi un’idea della ‘dimensione’ di questo disastro che si sta portando via il nostro patrimonio boschivo, oltre agli irrimediabili danni provocati negli ecosistemi naturali delle zone tra le più belle della nostra Penisola, basta confrontare i dati con la Spagna, dove gli incendi sono stati ‘solo’ 43 e hanno incenerito 19.666 ettari, o con la Francia: 22 incendi per 9.585 ettari bruciati.

A supporto dell’Italia, oltre al Sistema informativo di allerta sugli incendi nelle foreste europee (Effis) che evidenzia i focolai più estesi e pericolosi, è al lavoro anche il sistema europeo di mappatura satellitare Copernicus, per valutare la gravità dei danni.

Purtroppo, come evidenziato anche da Coldiretti, il mese di luglio è stato “bollente, con temperature massime che sono risultate superiori di 1,2 gradi la media di riferimento” e con “precipitazioni in calo del 42%”. Questo ha creato “un mix esplosivo che aggrava la siccità nei campi e alimenta gli incendi, anche provocati dai piromani”.

Stando a un altro studio del Joint research center europeo, “la situazione andrà peggiorando”. Entro fine secolo, infatti, “la salute di 2 europei su tre (pari a 351 milioni di persone) sarà messa a rischio da disastri climatici (in primis le ondate di calore) e il numero di decessi dovuti al clima aumenterà di 50 volte passando da 3000 morti l’anno nel periodo tra il 1981 e il 2010 a 152.000 morti l’anno attesi per il periodo 2071-2100”. Anche in questo caso, come per la diffusione degli incendi, “i più colpiti saranno gli abitanti dei Paesi dell’Europa Meridionale”.

Sfortunatamente, questa previsione sembra piuttosto realistica. Basti considerare, infatti, che gli ingenti danni provocati da siccità, nubifragi e incendi alle coltivazioni e agli allevamenti sta già mettendo in crisi numerose colture su cui si fonda l’economia del nostro Paese, come cereali, ortaggi e legumi, e che rispondono al nostro fabbisogno alimentare.

Visto che siccità e piromani non sono gli unici responsabili di questa grave situazione, sarebbe quindi il caso che il Governo non si limitasse a riconoscere lo stato di calamità naturale, come ha appena fatto anche per la crisi idrica della Capitale, ma disponesse degli investimenti seri per la prevenzione e, soprattutto, per contrastare gli sprechi che sono all’origine di tanti problemi.