Salvini: «Non mi sembra che il governo voglia dialogare»


Il leader della Lega continua a denunciare una scarsa collaborazione da parte dell’esecutivo

Nuovo messaggio al governo, dopo quelli lanciati ieri durante la manifestazione di Roma. «In questo momento siamo in aula a discutere di decreto scuola con il ministro assente. Se si vuole ragionare di dialogo, di lavoro, di scuola noi siamo pronti», ha detto il leader della Lega Matteo Salvini, intervenendo fuori la sede dell’ANPAL, al fianco di Claudio Durigon, già sottosegretario al Lavoro. Scopo della visita: «Chiedere quanti percettori del reddito di cittadinanza hanno avuto un’offerta di lavoro, quanti l’hanno accolta, quanti l’hanno rifiutata per capire se lo strumento funziona», ha spiegato Salvini ai cronisti. Al netto delle dichiarazioni ufficiali, al governo, però, nessuno sembra intenzionato a collaborare con l’opposizione: «Se devo giudicare dalle assenze e dalle presenze alla Camera dei deputati, il dialogo da parte del governo non si vuole», ha aggiunto. Con l’emergenza sanitaria entrata nella cosiddetta Fase 3 – gli spostamenti interregionali sono permessi mentre rimangono alcune misure: obbligo di mascherina, distanziamento sociale… –, il centrodestra continua a dirsi disposto a dialogare con il governo. A giudicare dai fatti, però, la controparte non è interessata: «A parole ci ascoltano da mesi, nei fatti non hanno accolto nemmeno una delle nostre proposte, nonostante il centrodestra governi nella maggioranza delle regioni e rappresenti la maggioranza degli italiani», ha sottolineato ieri Salvini.


Nodi senza pettine


Dall’ex Ilva al caso Csm: per il Governo tanti i nodi ancora da sciogliere

È una settimana a dir poco intensa, quella che il Governo sta per iniziare a vivere. A cominciare dal nodo ex Ilva o Arcelor Mittal che secondo i sindacati sta mandando alla deriva i pur strategici stabilimenti siderurgici. Fino ad oggi, giornata di confronto al Mise in videoconferenza con il capo del dicastero Stefano Patuanelli, con i ministri del Lavoro e dell’Economia e tutte le sigle sindacali e azienda, nessuna azione da parte del Governo è stata messa in atto per vigilare sulla condotta da parte della proprietà, quanto meno sospetta visto l’ingente ricorso alla cassa integrazione. Di fronte alle sollecitazioni del Governo, l’amministratore delegato di Arcelor Mittal ha confermato l’impegno della proprietà nell’ex Ilva e chiesto altri 10 giorni per presentare un nuovo piano, ma le perplessità dichiarate dai sindacati lasciano immaginare quanto sia lontana la soluzione del problema acciaio. Restando nell’ambito industriale, oltre ai casi Automotive e Alitalia, c’è dell’altro in sospeso: Autostrade. La società ha chiesto di un prestito con garanzia statale per 1,25 miliardi, che servono anche a pagare gli stipendi, mentre le trattative sul mix fra tagli ai pedaggi ed investimenti in cambio del rinnovo della concessione sino al 2038 sono ancora in stallo. Circa 10 mila lavoratori restano con il fiato sospeso. Non c’è solo il nodo industriale: come anticipato nello scorso numero di venerdì, la Scuola resta in alto mare. Nulla di fatto sulla riapertura delle Scuole a settembre, mentre per il concorso dei precari la selezione sembrerebbe esserci accordo. Si terrà dopo l’estate – e questo lascia ampi dubbi su cosa accadrà a settembre per alunni e professori – non sarà più un test a risposta multipla, ma una prova scritta. Altra tegole sul ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: appena salvato dalla mozione di sfiducia nei suoi confronti, dal quotidiano La Verità vengono pubblicate le intercettazioni delle chat di importanti magistrati, tra cui uno, il pm Luca Palamara e ex consigliere del Csm, coinvolto in un’altra inchiesta a Perugia, i quali, pur ammettendo il giusto operato dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in materia di immigrazione clandestina scrivevano che in ogni caso «va attaccato». Il Csm dovrà essere riformato per forza. Ma se il ministro Bonafede interverrà così come ha fatto negli altri nodi scottanti della Giustizia, processo penale, prescrizione e affollamento delle carceri, c’è solo da immaginare una strada in salita. Ciliegina sulla torta, gli sbarchi di migranti che sono ripresi sulle coste dell’agrigentino: a centinaia arrivano sulle nostre coste per poi disperdersi sul territorio. Tanti i nodi da sciogliere e oltretutto il Governo sembra non possedere il pettine adatto per districarli.


A scoppio ritardato


Prestito da 6 mld alla Fca garantito dallo Stato? Il Governo doveva pensarci prima. Si scatena nella maggioranza una polemica solo dopo l’annuncio del Gruppo di volerne usufruire

Occorre fare almeno due passi indietro, prima di dichiarare se è giusto o meno che il Gruppo Fca ottenga e come debba utilizzare un prestito di circa 6,3 miliardi di euro, nello specifico da banca Intesa San Paolo, con parte delle garanzie, necessarie per averlo, dato dallo Stato italiano. La prima è che Fiat può farlo, anche se rischia di bruciare tutto il plafond di risorse disponibili, sulla base di quanto stabilito dal Decreto Liquidità, concepito dal Governo (e dalle sue task force?) per risollevare l’economia dalle conseguenze del lockdown. La seconda è che il prestito verrà usato per sostenere le attività produttive di FCA Italy, fatto da specificare visto che lo stesso Gruppo ha sede legale nei Paesi Bassi e sede fiscale nel Regno Unito e una seconda controllata in Usa. Tra le attività da sostenere gli stipendi e i costi fissi, ma il punto non è neanche questo. Il punto è che lo Stato ha stanziato un miliardo di euro confidando di alimentare risorse per 200 miliardi. Ma se Fca chiede un prestito da 6,3 miliardi e poi non lo riuscisse a saldare, salterebbe tutto il banco. Da considerare anche che a marzo 2020, la diminuzione delle nuove immatricolazioni è stata pari del 51,8% rispetto a marzo 2019 (dati ACEA) per i Paesi dell’Unione europea allargata all’EFTA e al Regno Unito, e che, in particolare, per il Gruppo FCA sono diminuite del 74%. FCA Italy gestisce 16 stabilimenti e 55.000 dipendenti. Se questo settore non riparte è un problema serio, non solo per l’Italia ma per qualsiasi Paese europeo. Tant’è vero che «entro quindici giorni annuncerò un piano di sostegno al settore auto che sosterrà l’acquisizione di veicoli meno inquinanti. Permetterà di rilanciare i consumi e la trasformazione verso un modello più sostenibile», ha dichiarato il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. In Italia, invece di pensare a sostenere settori, più che distribuire soldi a pioggia alle imprese, è accaduto che, a fronte di una possibilità offerta proprio dal Governo con il Decreto Liquidità di ottenere un prestito garantito dallo Stato, soprattutto il Pd, che fa parte della maggioranza, ha giudicato la richiesta di Fca incompatibile perché il Gruppo ha sede in Olanda, come se non fosse circostanza già ampiamente risaputa, e adesso pretendono garanzie. La domanda è: chi scrive i decreti e con chi si confronta? Soprattutto vi è la consapevolezza di quale sia il tessuto industriale sul quale determinate misure vanno ad incidere? Una cosa è certa: se il Governo e lo Stato fossero una macchina, avrebbero ancora un motore a scoppio.

 


Governo, Regioni e Inps discutono, ma la cassa non arriva


Promesse non mantenute sul pagamento rapido, ora si aspetta fine mese

Fra qualche mese, probabilmente, si capirà fino in fondo se l’errore è stato quello di voler trattare in maniera tradizionale una situazione completamente nuova, o se, piuttosto, quello di voler assecondare le pressanti richieste che arrivavano da milioni di lavoratori, promettendo l’irrealizzabile, vale a dire il pagamento della cassa integrazione già ad aprile. Intanto, però, il dato di fatto è che la stragrande maggioranza dei dipendenti – praticamente tutti quelli con pagamento diretto da parte dell’Inps – continuano ad aspettare un sussidio, mentre i risparmi – se esistenti – si assottigliano sempre di più. Passano i giorni e l’assegno di cassa integrazione previsto dal Cura Italia non si vede, così come non è mai decollata l’alternativa dell’anticipo bancario. Come fatto notare dalla Ugl, la mancanza di una garanzia dello Stato ha finito per frenare le banche, restie a concedere un prestito, davanti ad una potenziale richiesta cumulata di miliardi di euro, senza avere la certezza alcuna di copertura. Accanto a ciò, è andato in crisi il passaggio fra regione ed Inps, con la doppia lavorazione della stessa pratica, laddove l’unica semplificazione introdotta è stata quella di eliminare il confronto sindacale. Le bozze del nuove decreto legge che circolano in questi giorni non sembrano alimentare particolari aspettative: l’unica speranza è che si riprenda a lavorare presto.


Coronavirus, governo e Regioni al lavoro sulle riaperture


Vertice tra il premier Conte e i governatori che spingono per riaprire le attività

Archiviato forse un “problema” – sarebbe stato trovato un accordo sulla regolarizzazione degli irregolari che aveva diviso la maggioranza: riguarderà agricoltori, colf e badanti ma i permessi temporanei di sei mesi saranno subordinati ad un controllo dell’Ispettorato del lavoro –, il governo deve disinnescare lo scontro con le Regioni sulle riaperture. Per riuscirci, ha convocato un incontro in videoconferenza con i presidenti delle Regioni: parteciperanno al vertice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro della Salute, Roberto Speranza, e quello degli Affari regionali, Francesco Boccia. Diversi governatori – Luca Zaia del Veneto e Giovanni Toti della Liguria ma anche Michele Emiliano, il dem alla guida della Puglia – chiedono di accelerare le riaperture. Zaia è tra quelli intenzionati «a riaprire tutto» – ovvero bar, ristoranti, parrucchieri, negozi di abbigliamento, centri estetici, palestre e centri sportivi – dal 18 maggio. Boccia ha auspicato la via della differenziazione territoriale: «Spero che con la differenziazione territoriale possano riaprire ovunque e poi sarà responsabilità delle singole Regioni avere il quadro dei dati», ha detto ad Agorà su Rai Tre. «Se i contagi andranno giù, potranno riaprire anche altre cose. Se i contagi saliranno su, dovranno restringere. E sarà più facile per tutti responsabilità e doveri», ha concluso.


«A settembre possibile election day»


Possibile election day a settembre. A ipotizzarlo il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, dopo il Consiglio dei ministri di ieri che ha approvato un decreto legge per organizzare le consultazioni elettorali in programma nei prossimi mesi. «Abbiamo allungato le tempistiche per gli organi delle Regioni, portandole a 5 anni e 3 mesi, per questo le elezioni, per quanto riguarda le Regioni, potranno essere fatte tra il 6 settembre e il 1° novembre», ha spiegato a SkyTg24. «Poi ci sono anche le Amministrative, queste potranno essere fatte tra il 15 settembre e il 15 dicembre. E infine vi è il voto per il Referendum Costituzionale, che abbiamo rinviato per 240 giorni». D’Incà ha escluso quindi «un election day».