Nominato il commissario per Genova: è Marco Bucci


Il primo passo è stato fatto. Si è trovata una convergenza sulla figura del commissario alla ricostruzione, che sarà Marco Bucci, sindaco di Genova. Nei giorni scorsi erano circolati altri nomi, da Gemme a Cingolani, ma alla fine, dopo l’ultima telefonata fra Conte e Toti, si è scelto il primo cittadino, come confermato dallo stesso Premier. Bucci avrà il non facile compito di guidare il processo di demolizione e ricostruzione del ponte sul Polcevera, ma sul suo nome finora sembrano compattarsi favorevolmente tutte le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione. Gli animi sono, comunque, tutt’altro che placati: gli abitanti delle zone interessate dal crollo hanno organizzato per lunedì prossimo una prima manifestazione di protesta, mentre gli sfollati sono alle prese con il dietrofront di Autostrade che, dopo essere stata esclusa dalla ricostruzione del viadotto, ha deciso di congelare la seconda tranche di indennizzi per gli abitanti della zona rossa evacuata. Nel frattempo a Genova proseguono le indagini: si studiano i detriti del Morandi, i Pm Terrile e Cotugno continuano ad ascoltare le persone informate sui fatti e la Guardia di Finanza ha diffuso un nuovo impressionante video del crollo. Ora, con la nomina del commissario, inizia però una nuova fase: quella della rinascita, della speranza, del futuro.


Cigs, dodici mesi di proroga


La soluzione è arrivata prima del previsto e la cosa non può che essere positiva. Nei giorni scorsi, le organizzazioni sindacali avevano sollevato la questione della prossima scadenza degli ammortizzatori sociali, paventando l’ipotesi di almeno 30mila lavoratori privi di occupazione e di reddito già a fine dicembre. Il ministro del lavoro e dello sviluppo economico, Luigi Di Maio, aveva preso nota, assicurando che il governo sarebbe intervenuto con una proroga degli ammortizzatori sociali. L’idea iniziale era quella di utilizzare la legge di bilancio, ma, a quel punto, sarebbero rimaste scoperte alcune settimane di dicembre. Ed allora, il Consiglio dei ministri ha deciso di utilizzare il primo provvedimento urgente disponibile, vale a dire il decreto-legge che contiene, fra le altre cose, le misure su Genova e la Liguria, messe in ginocchio dal crollo del Ponte Morandi. Con un accordo in sede ministeriale, la cassa integrazione potrà essere prorogata fino a dodici mesi.


Amatrice chiama Genova


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Sono passati più di due anni dal sisma che, durante la notte del 24 agosto 2016, ha sconvolto il Centro Italia, terremoto poi seguito da altre scosse fino al 2017, provocando nel complesso 11.000 sfollati, 388 feriti e 303 vittime. La situazione in quelle zone è tuttora drammatica e non si è neanche vicini ad un ritorno alla normalità. Meno della metà delle macerie sono state rimosse ed ancora oggi il paesaggio è deturpato dai detriti. Ci sono migliaia di persone senza casa, che non hanno ricevuto le spettanti soluzioni per l’emergenza, né tantomeno abitazioni definitive. Anche le strutture pubbliche da ricostruire, come le scuole, sono moltissime ed altrettante quelle da mettere in sicurezza. Insomma, c’è il concreto rischio che queste aree un tempo fiorenti si trasformino in un deserto, costringendo chi può ad abbandonarle definitivamente e chi è costretto a restare, gli anziani soprattutto, a vivere in uno stato di perenne emergenza. Nelle scorse ore due sindaci, quello di Camerino, Gianluca Pasqui, e quello di Amatrice, Filippo Palombini, hanno manifestato la propria indignazione, chiedendo al nuovo Governo di fare di più. Il primo cittadino di Amatrice ha addirittura affermato di non voler più ricevere in veste istituzionale i rappresentanti dell’Esecutivo. Una posizione dura, molto più dura rispetto quanto riservato al passato governo, reo di aver mal gestito, sin dall’inizio, un’emergenza che dura ormai da più di due anni. Ma la drammaticità della tragedia avvenuta nel Centro Italia impone di non pensare a diatribe politiche ed a rimpalli di responsabilità. I partiti a quel tempo al Governo hanno già pagato nelle urne il prezzo dei propri errori e delle proprie inefficienze. Ora ai gialloblu spetta il compito di rimboccarsi le maniche per risolvere la situazione e molti invocano per le zone colpite dal sisma un Commissario con poteri speciali, una figura simile a quella che si vorrebbe trovare per Genova. Già l’ipotesi di un super-commissario che dovrebbe bypassare le norme sugli appalti per procedere speditamente alla ricostruzione nella città ligure sta scatenando attriti con l’Europa. Stessa cosa accadrebbe nel caso in cui si decidesse di nominare un’analoga figura per la gestione post-sisma del Centro Italia. Al Governo, già sotto costante attacco da parte di opposizione e media, in patria come all’estero, soprattutto a Bruxelles, si chiedono, di nuovo, scelte coraggiose, per marcare una differenza rispetto al passato anche a costo di rischiare. Un azzardo forzare le regole Ue, un dovere, poi, mostrare di averle forzate nella massima correttezza e solo al fine del bene pubblico. Ma del resto richiede coraggio il poter restare in piedi, è il caso di dirlo, tra le rovine: i nostri concittadini del Centro Italia hanno bisogno di soluzioni, tutto il resto è secondario.


Faro su Genova


Dal decreto sulla ricostruzione del ponte Morandi, che qualche agitazione sta creando tra governo centrale e enti locali, all’accordo per il rilancio dell’Ilva passando per un eventuale, nuovo, futuro centro destra, l’attenzione di questi giorni è tutta puntata sul capoluogo ligure.

Dovrebbe essere già completata la limatura della bozza del decreto che  sarà esaminata stasera dal Cdm e che dovrebbe assegnare «poteri di sostituzione e di deroga» al nuovo Commissario straordinario con la responsabilità di definire gli interventi urgenti per l’affidamento dei lavori di ricostruzione del ponte Morandi. Previste anche altre misure quali sconti fiscali, sostegni alle piccole e medie imprese, la costituzione di una Zes (zona economica speciale), al trasporto pubblico locale, alle attività portuali. Sospese fino al 2019 la notifica e la riscossione di cartelle per chi ha immobili o attività nella zona rossa; non ci sarà per ora la decadenza della concessione a Autostrade. Secondo il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, alla luce delle norme del Codice degli Appalti e vista l’eccezionalità del caso «potremo affidare direttamente a una società pubblica, – ha detto – pensiamo a Fincantieri, l’appalto per la ricostruzione del Ponte», accanto a Fincantieri potrebbe esserci Italferr mentre Autostrade parteciperà solo alle spese.

Il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ha rivendicato che la nomina del Commissario straordinario e i contenuti del decreto debbano essere condivisi con gli enti locali, all’indomani di una telefonata notturna di chiarimento con il premier Giuseppe Conte. «Non abbiamo fatto nomi, – afferma – ma è evidente che dai contenuti del decreto dipende anche la figura che andremo ad individuare per il  commissario». Se da una parte la polemica svela una profonda divisione tra Toti e governo nazionale o, meglio, con una parte di esso (M5s) – che con le sue varie esternazioni non sembra voler facilitare il dialogo -, dall’altra lo stesso resta e si attesa sempre più tra i personaggi politici di peso nel centro destra e “di congiunzione” tra Lega e FI. È di oggi l’indiscrezione apparsa sulle agenzie di stampa che attestano come prossimo, forse proprio domenica, un incontro tra il vice presidente del Consiglio, Matteo Salvini, e il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi,  su diversi “punti di convergenza”, dalla Rai alle prossime regionali.

Sempre a Genova i lavoratori dell’Ilva, per la precisione dello stabilimento di Conigliano, hanno approvato l’accordo siglato al Mise tra sindacati e Arcelor Mittal, alla presenza del ministro Di Maio, con più del 90% dei si. Dei 1.474 aventi diritto, hanno votato in 1123. I voti favorevoli sono stati 1012 (90,1%), i contrari 99 (8,8%), le schede nulle 12. Insomma, oggi più che mai tutte le strade portano a Genova.


Ilva: il sì di Genova chiama Taranto


Con più del 90% dei sì, dei 1.474 aventi diritto, hanno votato in 1123 e hanno dato il loro via libera all’accordo sottoscritto al Mise tra sindacati e Arcelor Mittal. Dopo Novi Ligure e Marghera, si è aggiunta l’approvazione da parte dello stabilimento di Cornigliano (Genova) con 1012 (90,1%) voti favorevoli, 99 (8,8%) no e 12 schede nulle. Dati che provengono da fonti sindacali che hanno riferito anche i risultati di Novi Ligure, anche qui un plebiscito, dove la percentuale dei sì ha raggiunto quasi il 90%, meno eclatante il risultato dello stabilimento di Marghera (Venezia) ma comunque positivo perché ha espresso un via libera all’accordo con Arcelor Mittal dal 63% dei votanti. C’è molta attesa ma anche ottimismo per il risultato di Taranto, dove gli aventi diritto al voto sono circa 10.500, atteso per la tarda serata di oggi. Fino a ieri aveva votato il 90% dei lavoratori, mancava solo il 10%, quelli delle officine manutenzione elettrica e del laminatoio a freddo. Resta ancora qualche passaggio per completare la trattativa concluso il 6 settembre al Mise. L’accordo, va ricordato, mette in sicurezza 10700 posti di lavoro, di cui 8200 a Taranto, sui 13500 circa complessivi. Ratificato l’accordo, per un mese e mezzo Mittal coabiterà e collaborerà in azienda con Ilva. Mittal effettuerà le assunzioni subito. Quest’ultimo passaggio dei lavoratori, da Ilva in amministrazione straordinaria alla multinazionale, sarà affrontato nei prossimi giorni con una trattativa sindacale, attraverso l’utilizzo di parametri precisi, quali anzianità aziendale, ruolo ricoperto, carichi familiari etc. Gli esclusi dalla nuova società resteranno con Ilva in amministrazione straordinaria in cassa integrazione straordinaria.


L’esempio di Renzo Piano


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Non dovrebbe essere certo compito di un sindacalista di destra indicare una strategia vincente ad una sinistra in evidente affanno. Anzi, fa buon gioco che i suoi rappresentanti continuino a percorrere pervicacemente una strada in costante discesa. Eppure è anche vero che per una sana dialettica democratica è necessaria la presenza di un’opposizione credibile ed è altrettanto vero che il clima di ostilità crescente fra italiani di diverse opinioni politiche non giova alla coesione sociale del Paese. Allora, superando, solo per un attimo, gli “steccati” ideologici si cercherà di lanciare una fune ad una sinistra che si sta inabissando nelle sabbie mobili dell’irrilevanza politica, continuando a dimenarsi scompostamente nonostante l’evidente necessità di riuscire a mantenere calma e compostezza. Ebbene, qual è stata finora la linea d’azione dei politici che fanno capo al Pd ed alla piccola frangia rappresentata da Leu e dei loro simpatizzanti onnipresenti sui mass-media? Da un lato l’arroccamento, ovvero non mollare di un millimetro sulle proprie posizioni e sulle proprie scelte passate, e dall’altro una costante delegittimazione non tanto degli avversari politici, quanto soprattutto dei loro sostenitori. In sintesi la sinistra ora all’opposizione continua a scagliarsi non solo contro il governo, cosa che rientra nell’ordine naturale delle cose, ma anche e soprattutto contro gli italiani che l’hanno votato. È piuttosto difficile recuperare simpatie – e voti – fra gli elettori non ammettendo di aver fatto neanche un errore se non nella “comunicazione” dei propri successi e delle proprie virtù, negando difficoltà, bisogni, richieste, ed etichettando chiunque abbia riposto la propria fiducia in altre forze politiche con vario genere di epiteti, il più gentile dei quali è “analfabeta funzionale”. Eppure, nonostante sia evidente il fatto che un simile approccio verso la massa popolare ed elettorale sia politicamente suicida, il modus operandi dei politici e degli intellettuali di sinistra continua a non cambiare. Dovrebbero, invece, prendere esempio dal comportamento – sorprendente in questo clima – del celebre architetto e senatore a vita Renzo Piano, che ha presentato alla regione Liguria ed al Comune di Genova un progetto per la ricostruzione di un ponte sul Polcevera dopo il tragico crollo del Morandi. Nonostante le polemiche fra l’Esecutivo ed Autostrade, senza curarsi delle accuse reciproche fra gli attuali governanti e quelli precedenti, in barba al fatto che non una delle amministrazioni coinvolte – nazionali o locali – sia in mano alla sinistra, Piano, l’archistar, non certo noto per simpatie leghiste o grilline, si è messo a disposizione. Dando l’impressione di voler “costruire un ponte” non solo d’acciaio e cemento, ma anche di solidarietà e di affetto, come da tempo non si vedeva, tra italiani.