Quota 100: governo sempre diviso


Soltanto alla fine del percorso della legge di bilancio, e quindi a dicembre inoltrato, si saprà se a vincere sono stati coloro che hanno continuato a sostenere Quota 100 o se, piuttosto, sono stati coloro che hanno voluto cancellare la norma. L’esecutivo continua, infatti, ad essere molto diviso sull’argomento previdenza, nonostante che, dopo l’Ugl, anche Cgil, Cisl e Uil si sono unite nella difesa della misura che permette un’uscita anticipata dal lavoro almeno fino al 31 dicembre del 2021. I numeri confermano l’impatto positivo che Quota 100 ha avuto sulla platea dei lavoratori, considerando soprattutto che la scelta è assolutamente volontaria. Stanno però avendo un significativo riscontro anche le altre misure previdenziali. Secondo i dati anticipati dal Sole 24 Ore, sono oltre 28mila le domande relative alla pace contributiva e al riscatto agevolato della laurea, due aspetti di cui si parla meno, nonostante gli indubbi vantaggi.


I cinquantenni di MrKelp e non solo


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

In questi giorni si parla molto di un’azienda un po’ diversa dalle altre, che ha deciso di puntare su una tipologia specifica di dipendenti: gli ultra cinquantenni. Si tratta di una piccola ditta multi servizi, con attività negli ambiti delle pulizie e della manutenzione, la toscana MrKelp, guidata da tre imprenditori anticonformisti: Alessandro Marzocca, Simone Orselli e Serena Profeti. Un’azienda che ha deciso di andare in controtendenza. Se molti annunci di lavoro sono infatti rivolti a personaggi immaginari, che riescono a sfidare le leggi del tempo e dello spazio, come i 20enni con laurea, master e, come se questo non bastasse, anche esperienza pluriennale nel mondo del lavoro, stavolta invece si è scelto di dare una chance a persone vere, capaci di garantire professionalità e competenza conquistate sul campo in anni di attività lavorativa. Uomini e donne lasciati ai margini del mercato del lavoro a causa della crisi – ex proprietari di aziende cessate, dipendenti messi alla porta da imprese in difficoltà economica, eterni precari – che solitamente fanno particolare fatica a trovare una nuova e solida occupazione. Finora gli assunti sono una ventina e tutti impiegati stabilmente. Una scelta meritevole dal punto di vista sociale, ma anche economicamente brillante, data l’esperienza professionale sulla quale i tre imprenditori potranno contare per mandare avanti la propria attività. Da questo interessante caso si può trarre lo spunto per una più ampia riflessione sulla situazione occupazionale degli ultracinquantenni italiani. Una generazione alle prese con crisi e precariato, non più giovane eppure lontanissima dal “miraggio” della pensione, con un’età pensionabile arrivata alla soglia dei 67 anni, in attesa dell’avvio della riforma che introdurrà la quota 100. I dati dell’Istat ci dicono che il numero degli ultra 55enni occupati non è mai stato così alto, sono più del 52%. Il dato relativo ai soli uomini addirittura sfiora il 63%. Dieci anni fa erano molti meno: in totale il 34%, gli uomini il 45%. Chiaro effetto delle riforme previdenziali che hanno trattenuto al lavoro persone che prima avrebbero ingrossato le statistiche sui pensionati. Numeri che fanno da contraltare al contemporaneo e vertiginoso aumento della disoccupazione giovanile, segno tangibile del blocco del turn-over generazionale. Nello stesso lasso di tempo è aumentato o per meglio dire raddoppiato il tasso di disoccupazione relativo alla stessa fascia di età ultra cinquantacinquenne. Se i disoccupati over 55 nel 2008 erano il 3,1% ora sono il 5,8%. Il dato relativo agli uomini è ancora più netto: si è passati dal 3,3% al 6,3%. Garantire, quindi, un lavoro solido e dignitoso ai disoccupati più in là con gli anni e rendere più ragionevole l’età della pensione, due esigenze complementari e ormai sempre più urgenti.


Via la Fornero, finalmente


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

La legge Fornero sta per andare in pensione e con lei, ed è questa la cosa importante, migliaia di italiani che erano stati intrappolati al lavoro, nonostante l’età avanzata e congrui anni di servizio e contributi versati. Si apre una nuova prospettiva per i lavoratori in età pensionabile, che finalmente potranno godersi il meritato riposo, senza essere più costretti a lavorare oltre i limiti consentiti dalla natura umana, con rischi per sé e per gli altri. Inizia un’epoca nuova anche per i giovani in cerca di occupazione, che saranno beneficiati da un maggiore turn-over e che, una volta entrati in servizio al posto dei pensionati, non solo saranno in grado di badare economicamente a se stessi, contribuire alla ripresa dei consumi e magari metter su famiglia, ma potranno anche versare a loro volta i contributi e quindi supportare la tenuta del sistema previdenziale. Abbiamo richiesto di superare la Fornero da anni, ovvero da quando la riforma è stata ideata all’epoca del governo Monti, ritenendola vessatoria verso i lavoratori anziani, sfavorevole nei confronti delle persone in cerca di occupazione ed anche a lungo termine controproducente dal punto di vista economico e previdenziale. E finalmente è stata accantonata. Abbiamo bene impresso nella memoria l’imbarazzo mascherato da commozione dell’allora ministro del Lavoro, nel corso della conferenza stampa di presentazione della finanziaria per il 2012, nel pronunciare la parola “sacrifici” mentre annunciava la propria riforma delle pensioni. Sacrifici che il governo dei tecnici chiese a molti ma non a tutti, o per meglio dire impose sempre ai soliti: i lavoratori, la classe media, il popolo italiano. Non riusciamo a dimenticare, ogniqualvolta vediamo Elsa Fornero pontificare a reti semi-unificate su cosa si debba o meno fare, la scandalosa dimenticanza dei supercompetenti che diede vita al fenomeno, indegno di un Paese civile, degli esodati. La riforma Fornero come tabù per un Pd prodigo con le banche e rigoroso coi pensionati. Ecco, ora tutto questo appartiene al passato. Dall’anno prossimo venturo si potrà lasciare il lavoro con quota 100, se in possesso di 38 anni di contributi, il che consentirà di andare in pensione a partire dai 62 anni con un assegno pieno e senza decurtazione alcuna. Si potrà quindi anticipare il ritiro dal lavoro fino a un massimo di 5 anni rispetto all’età pensionabile stabilita dalla Fornero, ovvero 67 anni per il 2019. Per l’Ugl, pur con tutte le prudenze del caso, pur con tutte le possibili migliorie che si potranno fare in futuro e di cui già si sta parlando come “quota 41”, pur con tutte le legittime attenzioni in merito alla tenuta dei conti pubblici, si tratta di una grande notizia, di un’importantissima vittoria da festeggiare, il segno tangibile di un cambiamento di rotta verso una direzione giusta.


Da pensionata, la Fornero difende con i denti la sua riforma


Il governo, però, tira dritto perché pensioni e lavoro sono strettamente collegati

La neo pensionata Elsa Fornero difende la riforma della previdenza che porta il suo nome, dando ragione al presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, secondo il quale «le pensioni sono una questione, ma non possono essere un tema prioritario per il Paese», come invece lo sono il lavoro e i giovani. La ex Ministra del lavoro ai tempi dell’esecutivo Monti ha anche aggiunto: «Nulla vieta che in un’ottica di continuità con il governo Gentiloni si possa fare un recupero di flessibilità, in particolare per le categorie più disagiate, mettendo i costi a carico della collettività». In altri termini, la Fornero, piuttosto che vedersi cancellata dall’elenco delle norme vigenti in Italia, sponsorizza un rafforzamento dell’Ape sociale. L’attuale governo, però, sembra deciso a percorrere una strada diversa, recuperando il sistema delle quote, la somma fra anzianità contributiva ed età anagrafica, un meccanismo sicuramente equo e che ridà la necessaria flessibilità in uscita, condizione necessaria per favorire il ricambio generazionale nel mondo del lavoro. Del resto, andando ad analizzare i dati sugli occupati distinti per fasce di età, emerge chiaramente come l’innalzamento dell’età pensionabile abbia inciso in maniera decisa: a fronte di un aumento della disoccupazione giovanile, l’occupazione cresce fra i lavoratori maturi, costretti a rimanere in servizio almeno tre anni in più rispetto al preventivato.


Pensioni, dal 2018 per le donne stessa età degli uomini


di Claudia Tarantino

Come previsto dalla riforma delle pensioni contenuta nella legge Fornero del 2011, a gennaio 2018 l’età per la pensione di vecchiaia delle donne sarà uniformata a quella degli uomini: 66 anni e sette mesi (con l’aumento di un anno per le dipendenti private e di 6 mesi per le autonome).

Nonostante si tratti già dell’età più alta in Europa, non è tutto, perché a breve questo scalino potrebbe di nuovo salire con il passaggio a 67 anni compiuti, atteso nel 2019 per effetto dell’adeguamento dell’età di vecchiaia all’aspettativa di vita.

Anche in questo caso, l’Italia farà da apripista, perché il passaggio a 67 anni per l’uscita dal lavoro è previsto addirittura per il 2030 in Germania, per il 2018 nel Regno Unito, il 2027 in Spagna e dopo il 2022 in Francia.

Insomma, stiamo per diventare il paese europeo con le regole previdenziali più rigide. Primato che, purtroppo, non riusciamo a raggiungere sotto altri aspetti, ben più importanti, come quello economico ed occupazionale.

Il problema è che questa corsa al livellamento dell’età pensionabile per uomini e donne, che potrebbe anche essere condivisa dal punto di vista della parità di genere, sembra essere piuttosto un tentativo affannoso di fare cassa e mettere in sicurezza il sistema previdenziale, soprattutto in un momento in cui il Governo sta promuovendo interventi, come le agevolazioni per le assunzioni dei giovani, che si scontrano con le ristrettezze del bilancio statale.

Il rischio, inoltre, è di non tenere nella dovuta considerazione le peculiarità delle carriere lavorative delle donne che, per le interruzioni dovute alla maternità, ad un mercato del lavoro meno favorevole, al lavoro di cura della famiglia, hanno meno continuità nel versamento dei contributi.

In contrasto con proclami e promesse, quindi, sembra che il Governo voglia ‘archiviare’ qualsiasi possibilità di rendere le pensioni più accessibili, non solo per le donne, e la discussione con i sindacati è destinata ad infuocarsi.

Restano da affrontare, infatti, proprio il tema della flessibilità in uscita delle donne e il nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile legato alle aspettative di vita.

Finora l’Esecutivo non ha accolto le richieste di congelare l’automatismo che prevede appunto l’innalzamento a 67 anni nel 2019. Sembra, piuttosto, che voglia perseguire la strada, già giudicata inadeguata e insufficiente dalle parti sociali, di una estensione della platea di persone a cui l’incremento non si applica, inserendo i lavoratori che svolgono mansioni gravose.

In verità, il Governo finora non ha mostrato aperture su numerose questioni, manifestandosi a mala pena disponibile a valutare la possibilità di ridurre gli anni di contributi necessari all’accesso all’Ape sociale.

Anzi, nonostante le continue rassicurazioni del premier Gentiloni, appare quanto mai difficile credere – visti questi presupposti – che l’Esecutivo sia disposto ad accogliere qualsiasi suggerimento.


Pianto antico


Esodati
Esodati

Il Ministro del lavoro del governo Monti, colei che ha regalato agli Italiani la più odiosa riforma del sistema pensionistico del dopoguerra, sostanzialmente precarizzando l’istituto, e dimenticando letteralmente la sorte degli esodati si è allontanata dalla scena politica con un’uscita di scena degna del miglior Vittorio Gasmann; non una parola, non un ricordo. Chi ha buona memoria, ricorderà,però, la scena dell’annuncio della riforma, la trepidazione dell’allora premier, le calde lacrime del ministro, giustificate da Monti con la esasperata sensibilità della sua collaboratrice.; come dire : “ abbiamo fatto una formidabile mascalzonata a milioni di cittadini ma lei non ha ancora il cinismo per sostenerne il peso morale”.

Scena davvero singolare: sarebbe come vedere  il Papa che giustifica Mastro Titta, piangente sul patibolo, durante un’esecuzione promossa per la repressione dei moti carbonari. Al di là del macabro folklore il danno, però, ormai è fatto e il risarcimento non ci sarà, almeno per tutti. Un piccolo tentativo, però, ad avviso di chi scrive, potrebbe ancora essere effettuato almeno dagli esodati.

Ci venga perdonato il tecnicismo. Un danno procurato da un politico nell’esercizio della sua funzione è certamente non risarcibile in ambito civilistico. Diversamente è risarcibile quel danno frutto di un errore o di una omissione: il Ministro e i suoi collaboratori, all’epoca della riforma, nei confronti degli esodati, non hanno dato attuazione ad una volontà politica, per sbagliata che fosse, ma bensì, nell’ambito della normativa introdotta, ne hanno semplicemente dimenticato l’esistenza. In tal guisa non si è trattato di un errore politico, che in quanto tale non prevede un risarcimento, ma di una condotta colposa, sanzionabile come tale, e meritevole di risarcimento.

Gli esodati, quindi, potrebbero promuovere una azione, individuale o collettiva nei confronti della Fornero per ottenere il ristoro del danno subito. Non sarebbe facile trovare un Magistrato che abbia il coraggio di accoglier siffatta domanda giudiziale ma, articolando le cause sul territorio, hai visto mai? Poi, quel pianto che tanto ci ha commosso, non sarebbe più antico ma attuale e certamente più sincero.

Daniele Milani