Neanche il Covid-19 mette d’accordo l’Ue


Lasciando da parte le nostre disgrazie, in Spagna il contagio da Covid-19 (2300 morti e 35 mila contagi) si sta diffondendo più velocemente di quanto non sia avvenuto in Italia; in Germania i casi di contagio sono stati in sole 24 ore di 4764 unità, superando in tutto i 30 mila casi; in Francia, a marzo l’indice Pmi sull’attività dei servizi, calcolato da Ihs Markit, è crollato a 29 da 52,6 a febbraio. Ma tutta questa immane tragedia non scalfisce in alcun modo l’Olanda e i Paesi nordici i quali, in queste ore di febbrili e sotterranee trattative, prima di arrivare all’Eurogruppo di stasera, hanno scelto la via che definire più intransigente sarebbe riduttivo e fin troppo eufemistico. L’Ue vuole individuare uno strumento che consenta agli Stati membri di affrontare adeguatamente le conseguenze dalla pandemia sia sul piano sanitario sia economico. Lo strumento, che andrebbe ad aggiungersi alle misure già annunciate dalla Commissione Europea – sospensione degli obblighi di bilancio, allentamento delle regole sugli aiuti di Stato, ricorso al bilancio Ue e al Qe da 750 miliardi annunciato dalla Bce –, è il famigerato Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, altrimenti detto Fondo salva Stati. Il nodo della trattativa starebbe nei criteri – o condizionalità – per l’accesso al fondo. I fronti sarebbero due: chi, come auspicato da un gruppo di importanti economisti sabato scorso, ha immaginato l’istituzione di condizionalità specifiche per l’emergenza Covid-19, condizionalità meno stringenti per andare incontro a quei Paesi che, come l’Italia, hanno un debito superiore al 60% del Pil e quindi considerati finanziariamente meno solidi e passibili, con le condizionalità attuali, di essere sottoposte ad uno stretto controllo e a «misure correttive mirate ad affrontare le debolezze». Chi invece non vuole sentire parlare di condizionalità più favorevoli. Indovinate da che parte sta l’Olanda?
Durante l’incontro di ieri sera tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i partiti dell’opposizione l’argomento è stato affrontato e da Lega e FdI è stato detto molto chiaramente che il Mes, come strumento aggiuntivo per combattere l’emergenza, non è in alcun modo da prendere in considerazione, a meno che (Forza Italia) le condizionalità non siano realmente cambiate. Conte da parte sua avrebbe risposto che al momento non ci sono le condizioni per considerare il Mes una via percorribile. C’è da fidarsi? Difficile dirlo, non solo ripensando ad esperienze (di Governo) passate, ma anche perché da una parte abbiamo un ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e un leader politico del M5s, Vito Crimi, per i quali il Mes non è lo strumento giusto, ma c’è anche chi, come il presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, e oggi il senatore M5s, Nicola Morra, ritiene che il Mes non esista più. Ma, se non esiste, perché ancora se ne parla?


Non tutto può passare sopra la testa degli italiani


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

È indubbiamente una brutta storia quella del fondo salva-stati. Se volessimo seguire il filone scelto come linea difensiva dal presidente del Consiglio, «su di me bugie infamanti», nel suo racconto qualcosa non torna. Senza scendere troppo nel dettaglio delle date – il 13 giugno lo schema di Trattato è stato chiuso, da un punto di vista tecnico, mentre il 21 giugno è stato raggiunto l’accordo politico – che secondo il premier dimostrerebbero la consapevolezza degli ex alleati (Lega) e attuali (M5s) di quanto era già (irreparabilmente) accaduto, sulla cui consapevolezza l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non è mai stato disposto a mettere la mano sul fuoco, il fatto certo è che il Parlamento è stato bypassato. Fatto che ad oggi non ha (ancora) provocato ufficialmente un conflitto istituzionale solo perché, “casualmente”, nel frattempo sono cambiati – ma sarebbe meglio dire scambiati – maggioranza e avversari con quest’ultimi diventati alleati, circostanza di cui, anche a Bruxelles, si sarebbe dovuto tenere conto. Basterebbero non tanto le parole quanto gli atteggiamenti del leader del M5s, per dimostrare che nella condotta dall’allora e dell’attuale presidente del Consiglio qualcosa di opaco c’è stato e ancora c’è. Senza dimenticare che una settimana fa l’attuale ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, incalzato nel corso di una informativa in Parlamento, ha ammesso che il testo dell’accordo di riforma non era più modificabile.
L’altro fatto certo, e di assoluta rilevanza, è che se Lega e Fratelli d’Italia non avessero sollevato il problema, molto probabilmente il testo – approvato nella migliore delle ipotesi come pacchetto durante un’altra stagione di Governo – sarebbe passato indenne nelle mani dei ministri finanziari e dei Capi di Stato europei nel giro di due settimane e poi tornare già approvato in Italia e in Parlamento, al quale forse non sarebbe rimasto altro che prenderne atto. Ma oggi veniamo a sapere che l’iter per l’approvazione della riforma ha tempi meno ristretti e cioè non va approvato necessariamente in questo travagliatissimo mese di dicembre, nel quale c’è anche la manovra da portare a destinazione, ma addirittura tra due mesi. Non possiamo sapere se il tempo in più porterà consiglio, quali siano i reali margini di manovra rimasti all’Italia. È però altrettanto vero che sulla riforma del Mes, che può passare solo con l’unanimità, e sul completamento dell’Unione bancaria si rischia una crisi politica non solo nel nostro Governo, ma anche nell’Eurogruppo. E tutto questo perché “qualcuno” ha protestato e fatto capire che non tutto si può far passare sopra la testa degli italiani.