Cnh Industrial: Fca convince poco


Il piano di Cnh Industrial continua a non piacere ai sindacati di categoria e non convince neanche il ministero dello sviluppo economico, dove si è tenuto un tavolo di confronto. È soprattutto l’ipotesi di chiudere lo stabilimento di Pregnana Milanese a non incontrare i favori dei lavoratori, come pure l’ipotesi di trasformazione di San Mauro Torinese, che messe insieme potrebbe portare a 370 esuberi, anche se va avanti la discussione con Fim, Uilm, Ugl Metalmeccanici, Fismic e Associazione quadri.


FCA: dal Lussemburgo aiuto di stato


FCA dovrà pagare 23,1 milioni di euro di tasse arretrate al Lussemburgo. È quanto ha stabilito Il Tribunale di primo grado della Corte di giustizia dell’Unione europea dando ragione alla Commissione Ue su una controversia iniziata nel 2015. La Commissione stabilì infatti che gli accordi fiscali raggiunti tra alcune multinazionali e i governi di alcuni Paesi europei con un regime fiscale più vantaggioso erano da considerarsi illegali. Nella fattispecie, in quell’occasione la Commissione europea puntò il dito contro Starbucks e Paesi Bassi e FCA (più precisamente una sua controllata, la Fiat-Chrysler Finance Europe) e Lussemburgo, spiegando come la fiscalità agevolata costituisse un aiuto di stato e che riteneva necessario che i due Paesi dovessero farsi pagare le tasse non pagate: in entrambi i casi 30 milioni di euro. Oggi, quindi, la Corte Ue ha stabilito che effettivamente la Commissione Ue aveva ragione sul fatto che l’accordo FCA-Lussemburgo (Advanced Pricing Agreement) del 2012 fosse illegittimo, imponendo di conseguenza al gruppo italo-americano di pagare 23,1 milioni di tasse arretrate. Al contrario, l’organo di giustizia europea ha respinto la richiesta della Commissione Ue riguardante Starbucks e Paesi Bassi. «La controllata lussemburghese di FCA, Fiat Chrysler Finance Europe, è delusa dalla sentenza del Tribunale e sta prendendo in considerazione i prossimi passi da compiere in merito», ha spiegato un portavoce del gruppo automobilistico, assicurando al contempo che «la questione non è rilevante per il gruppo». Immediata la reazione del titolo in borsa, che a metà seduta perdeva circa un punto e mezzo.


FCA, tra rilanci e contrasti


Mentre Fca annuncia un investimento da un miliardo di euro per il rilancio dello stabilimento di Pomigliano d’Arco in Campania, Federmeccanica si prepara alla guerra con i sindacati sul rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro. Andando per ordine, i vertice ex Fiat, incontrando le sigle sindacali di categoria rappresentative, dalla Fiom Cgil alla Ugl Metalmeccanici, hanno delineato i loro desiderata per il sito campano. L’obiettivo è di procedere, implementandolo, nel solco del piano di ristrutturazione del 2018, insistendo forte sulla formazione del personale dipendente, da riqualificare in linea con le esigenze produttive. Effetti positivi sul personale stanno arrivando anche da Quota 100 e dalle vendite, almeno per Pomigliano, perché intanto il sindacato rilancia il confronto pure sugli altri stabilimenti Fca in Italia, a partire da Cassino. Nel frattempo, però, i metalmeccanici si ritrovano fra le mani la grana del rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, applicato in tutto il settore tranne che nell’universo della Casa torinese, la quale, come noto, è uscita dal sistema confindustriale. Neanche il tempo di far partire la trattativa e Federmeccanica ha bollato come irricevibile la richiesta di un aumento medio delle retribuzioni di poco superiore ai 150 euro lordi. Una pessima partenza, quindi, per un contratto spesso preso a modello pure in altri settori produttivi.


Mercato globale, industria italiana


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Ilva, Alitalia ed ora Fca. Le grandi aziende simbolo dell’Italia produttiva sono a un bivio. Come difendere l’italianità della produzione industriale nel contesto globalizzato? Ancora attendiamo di comprendere quale sarà la sorte dell’Ilva, alla luce delle criticità nella procedura di vendita riscontrate da Cantone e delle conseguenti decisioni che dovranno essere prese da Di Maio. Il destino di Alitalia resta sospeso e si cercano le interlocuzioni necessarie ad assicurare un futuro alla compagnia aerea. Ed oggi anche Fca, dopo il cambio ai vertici, resosi necessario a causa dell’aggravamento delle condizioni di salute dell’ad Marchionne, si trova ad affrontare nuove sfide. In questi giorni, poi, è al centro del dibattito politico il “decreto dignità” che, fra le varie materie di cui si occupa, tratta la questione delocalizzazioni in rapporto agli aiuti di Stato a vario titolo ricevuti dalle aziende. Il mondo si divide intorno ai dazi americani e si scontra sull’esito dei grandi accordi commerciali internazionali, ieri il Ttip, oggi il Ceta. Il destino delle grandi ed anche delle piccole aziende del nostro Paese si dimostra sempre più inesorabilmente legato alle decisioni che saranno prese in tema di globalizzazione, se essa debba procedere orientata solo sulle esigenze dei mercati o se invece possa essere guidata anche sulla base di altri principi, siano essi quelli relativi alle questioni sociali, diritti del lavoro e tutela dell’occupazione, al rispetto dell’ambiente o al primato dell’interesse nazionale. Non si tratta certo di questioni di poco conto. Tutt’altro. È su questo terreno che si gioca oggi lo scontro politico, sinteticamente riassunto nella contrapposizione fra globalismi e sovranismi, fra coloro che ritengono debba essere abbattuto ogni limite, lasciando libero corso agli interessi della finanza e del mercato nella convinzione che una provvidenziale “mano invisibile” trasformerà i vantaggi dei pochi in benefici per tutti e chi invece crede che sia più opportuno, più prudente e soprattutto più giusto individuare categorie superiori da salvaguardare e mettere al riparo dallo tsunami della globalizzazione. Se ancora non l’avessimo dichiarato e dimostrato abbastanza, stiamo con i secondi, pur consapevoli della complessità della sfida di voler preservare la nostra tradizione sociale e risolvere la questione occupazionale, mantenendo e riportando l’Italia nel novero delle nazioni più influenti dal punto di vista industriale. Vivendo nel mondo di oggi senza dimenticare valori e radici.

Il destino di Fca

In queste ore, oltre all’umana vicinanza all’ex amministratore delegato Sergio Marchionne ed alla sua famiglia, il pensiero va al futuro del gruppo Fiat Chrysler ed in particolare a quello degli operai italiani, con la speranza che, alla luce dei buoni risultati ottenuti in questi anni, le linee di produzione presenti nel nostro Paese siano mantenute – e nel pieno rispetto dei diritti faticosamente conquistati dai lavoratori – come sembra voler indicare la scelta del nuovo manager, l’inglese Mike Manley, in continuità rispetto alla precedente dirigenza.


I cinesi di Great Wall mettono gli occhi su Fca


di Claudia Tarantino

Secondo il sito americano ‘Automotive News’ il produttore cinese di Suv Great Wall Motor sarebbe interessato a rilevare il marchio Jeep di Fiat Chrysler Automobiles.
Lo avrebbe rivelato lo stesso presidente del gruppo asiatico, Wang Fengying, aggiungendo di essere già “in contatto con Fca”.

Dopo un iniziale ‘no comment’, il Lingotto ha precisato di “non essere stato approcciato da Great Wall Motors riguardo al brand Jeep o ad altre questioni relative al suo business”, ma le indiscrezioni bastano a fargli incassare un più 4,38% in Borsa, con il titolo Fca che torna sotto i riflettori e arriva a 11,22 euro.

Per chi conosce il mercato dell’automobile, il gruppo Great Wall Motor è noto come uno dei principali produttori cinesi, in testa alle classifiche in patria per numero di Suv venduti, quotato ad Hong Kong e Shanghai ed interessato ad espandere oltreconfine il suo business, soprattutto verso i mercati europeo ed americano.

Lo dimostrano alcuni precedenti, come l’avvio della produzione di quattro modelli di auto in uno stabilimento in Bulgaria con 1.800 dipendenti, e tre operazioni che hanno portato il gruppo ad entrare in alcuni ‘colossi’ della filiera automobilistica come l’italiana Pirelli, uno dei leader mondiali degli pneumatici, la tedesca Kuka, leader della robotica industriale, e la casa automobilistica svedese Volvo, passata nel 2010 da Ford ai cinesi che l’hanno risanata e riportata in utile.

In un articolo Repubblica stila il profilo del gruppo cinese, rivelando una querelle che c’è stata qualche anno fa proprio tra Great Wall Motor ed Fca. “Gli addetti ai lavori – si legge – hanno pure seguito la causa legale che Fca ha intentato contro il gruppo cinese che nel 2006, ha lanciato sul mercato un nuovo modello di utilitaria, il quale – secondo la Fiat – era troppo simile alla Panda. I cinesi hanno perso il procedimento, ma Fiat è riuscita solo ad ottenere che venissero bloccate le importazioni in Europa ma non le vendite in Cina”.

Sempre secondo Repubblica “in Italia, i modelli della ‘Grande Muraglia’ messi in vendita sono soltanto due e provengono proprio dagli stabilimenti della Bulgaria: si tratta del Suv H6 e del pick up Steed 6, che si contraddistinguono per i costi più contenuti della media nella stessa categoria”.

Ad ogni modo, Fca ha smentito le indiscrezioni dichiarandosi “pienamente impegnata nel perseguire il suo piano 2014-2018, di cui ha raggiunto a oggi ogni obiettivo e al cui completamento mancano solo sei trimestri”.

Di contro, però, il sito Automotive News ha precisato di aver sentito il portavoce di Great Wall, Xu Hui, il quale ha dichiarato come il gruppo automobilistico abbia espresso indirettamente l’interesse per la Jeep, ma non ha ancora fatto un’offerta formale né ha incontrato il consiglio di amministrazione di Fca.
“Siamo profondamente interessati al marchio Jeep e abbiamo studiato a lungo. Il nostro obiettivo strategico è quello di diventare il più grande creatore di suv del mondo e acquisire Jeep, un marchio mondiale di suv, ci permetterebbe di raggiungere il nostro obiettivo prima e meglio”, ha spiegato Hui.
Secondo Milano Finanza, “anche se il fatturato di Great Wall è molto inferiore a quello di Fca, 14,76 miliardi di dollari contro i 131 miliardi del gruppo italo statunitense, Hui ha detto che la società è fiduciosa di poter raccogliere i fondi per fare quest’acquisizione”.

“Per gli analisti – si legge ancora su Milano Finanza – è molto improbabile la cessione di questo marchio a player cinesi per motivi di opportunità politica verso l’amministrazione Trump, ancora di più a Great Wall che non ha la solidità necessaria per affrontare una tale acquisizione. C’è chi ritiene più plausibile l’ipotesi di spin-off (in caso di scorporo di Alfa Romeo e Maserati Equita ha calcolato un upside di 2-4 euro per azione in funzione della struttura finanziaria delle attività scorporate) o cessioni di asset minori come Magneti Marelli e Comau nei prossimi mesi prima della revisione del piano industriale previsto nella primavera 2018 e dell’uscita di scena dell’ad, Sergio Marchionne, che avverrà all’inizio del 2019. La cessione di Magneti Marelli o Comau potrebbe, infatti, accelerare il processo di riduzione del debito di Fca in vista, successivamente, di un’aggregazione con General Motors o Volkswagen”.