Ilva, il governo ci crede, ma servono i fatti


Il ministro Patuanelli spera in una soluzione positiva; i tempi stringono

Soltanto nelle prossime ore o, ancora più verosimilmente, nei prossimi giorni sapremo se l’ottimismo del governo, ad iniziare dal presidente del consiglio, Giuseppe Conte, e, soprattutto, del ministero dello sviluppo economico, Stefano Patuanelli, è supportato da atti concreti messi in campo da ArcelorMittal. L’incontro che si è aperto nel tardo pomeriggio di oggi al Mise – al quale sono presenti i rappresentanti di Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Usb – è stato preceduto da qualche contatto fra il governo, i commissari straordinari e i vertici di ArcelorMittal in Italia per cercare una via d’uscita alla situazione che si è creata dopo la mancata estensione della tutela giudiziaria alla nuova proprietà. Il decreto 101/2019 prevedeva in origine una estensione della tutela anche dopo il 6 settembre, seppur in una forma decisamente ambigua per il riferimento generico alla normativa sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, che contiene, è bene ricordarlo, il carcere ed una sanzione amministrativa in caso di inquinamento dell’ambiente circostante; nel passaggio in Parlamento, anche questa tenue tutela è però sparita, con il risultato che oggi a voler sparire dall’Italia o, nella migliore delle ipotesi, da Taranto è il gruppo franco-indiano, leader mondiale nel settore siderurgico. Su tutta la partita, poi, continua a pesare il ricorso presentato contro il disimpegno di ArcelorMittal con udienza il 20 dicembre.


Ilva, c’è anche la questione porto


Forte allarme occupazione fuori e dentro lo stabilimento di Taranto

Taranto, senza l’Ilva, rischia di diventare un porto delle nebbie. In senso letterale, perché dal territorio si fa osservare come la chiusura dello stabilimento siderurgico avrebbe un impatto devastante non solo sulla miriade delle piccole e medie imprese che lavorano nell’indotto, ma sullo stesso porto che opera per l’80% proprio in stretta sinergia con il colosso già di proprietà della famiglia Riva. Intanto, i sindacati di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl sono tornati a chiedere un incontro urgente con il presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, reduce a sua volta da un vertice con la proprietà indiana di MittalArcelor. Il premier continua a manifestare ottimismo, minimizzando la questione dello scudo legale, ma sullo sfondo si profilano nuovi e più consistenti esuberi, rispetto a quanto previsti nei precedenti accordi sottoscritti dalla proprietà in sede ministeriale, una opzione che le sigle sindacali vorrebbero scongiurare.


Ilva, ore di febbrile attesa


Il premier Conte prova a fare la voce grossa con la proprietà prima del vertice

Ore forse decisive per il futuro di Ilva, o quanto meno, del futuro di ArcelorMittal in Italia. Alla vigilia dell’incontro fra i vertici del primo gruppo siderurgico al mondo e il presidente del consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, la tensione, inevitabilmente, è destinata a crescere, con grande preoccupazione dei sindacati di categoria. Cgil, Cisl, Uil ed Ugl hanno ribadito le loro posizioni in più occasioni, insistendo sul fatto che i patti devono essere rispettati, ad iniziare proprio dalla parte relativa al personale. Si tratta evidentemente di una partita complessa da gestire, anche perché il campo di gioco non è unico. Larga parte dell’attenzione, infatti, è su Taranto, dove si intrecciano diverse questioni, dalla ricollocazione del personale non rientrante nei programmi alla riqualificazione, passando per l’indotto, ma non si può dimenticare che Ilva è pure altro, vista la presenza di stabilimenti in Liguria, Piemonte e Veneto.


Stato imprenditore


La crisi non perdona e soprattutto non passa, al punto che la soluzione delle vertenze, al di là delle (in)capacità del Governo di turno, diventa sempre più difficile e complessa. Di investitori in Italia non ce ne sono molti e l’incertezza che regna sovrana anche sui mercati internazionali rende gli investitori più cauti, meno disposti a rischiare su breve e medio termine. Sarà per questo anche che dall’ex Ilva e persino per Alitalia si fa strada l’ipotesi, al momento non ancora suffragata dai fatti, di un intervento, ancorché temporaneo o “pseudo”, dello Stato. È vero, l’Italia non è mai stata un campione in materia privatizzazioni – o perché ha svenduto selvaggiamente o perché non è riuscita a “mollare” de tutto – , ma ogni Stato europeo si assicura una “presenza” in assets strategici, predicando poi per gli altri il verbo del libero mercato e della libera impresa nell’Ue, contraria, come si sa a qualsiasi aiuto di Stato. La Francia – che dal 2004 ha l’Ape ovvero Agence des participations de l’État, Agenzia delle Partecipazioni dello Stato – ha solide partecipazioni, vantando nel 2015 un portafoglio di 1500 imprese-partcipazioni. Sebbene la parola nazionalizzazione sia considerata quasi blasfema, in Germania si sta tentando il salvataggio di una banca con capitale pubblico e in particolare dei Lander. Per il futuro dell’ex Ilva che in queste ore sembrerebbe chiarirsi almeno per quel che riguarda lo spegnimento degli altiforni, qualche giorno fa il Sole24Ore – e non Il Manifesto – tra le varie ipotesi prevedeva una amministrazione straordinaria estesa all’intero corpo dell’Ilva con un commissario straordinario sorta di amministratore delegato in grado di operare con pieni poteri, fino a quella più auspicata da tutti, politici e sindacalisti, di una «nazionalizzazione mascherata», attraverso l’utilizzo di Cassa depositi e prestiti o una società da essa controllata, purché con il via libera delle fondazioni bancarie, per finanziare un’operazione che potrebbe costare non meno di un miliardo di euro. Per Repubblica, oggi, su un articolo di Lucio Cillis per Alitalia si è parlato dell’esistenza di un “piano B”, qualora nessun partner industriale dovesse concretizzare l’offerta, ovvero una «nazionalizzazione temporanea». Entro giovedì, con la pronuncia di Ferrovie dello Stato, dopo quella di Lufthansa e e di Atlantia, sul piano Nuova Alitalia, dovremmo sapere cosa succederà. Se tutto dovesse andare male, il piano B di Alitalia durerebbe 12 mesi, durante i quali sistemare il “personale in eccesso” sena traumi e rimettere a punto rotte e flotta. A volte ritornano.


Ex Ilva, il governo pensa al prestito ponte


L’annuncio del ministro Boccia

Spunta l’ipotesi dell’amministrazione straordinaria e del prestito ponte per salvare l’ex Ilva di Taranto dopo la rescissione del contratto da parte di ArcelorMittal. Ad annunciarla è stato il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia, che nel corso della trasmissione Circo Massimo su Radio Capital ha introdotto l’idea di un “Piano B” che il governo metterebbe in pratica in caso di fallimento dei colloqui con la multinazionale. «Mittal – ha spiegato il ministro Boccia – ha posto un ricatto occupazionale inaccettabile, che il governo ha già respinto. E dunque deve assumersi le proprie responsabilità e rispettare le leggi della Repubblica italiana», e se ciò non dovesse avvenire  si ricorrerà all’amministrazione straordinaria «che ha salvato l’Ilva dal crack dei Riva  con un prestito ponte e con l’obiettivo di riportare entro uno-due anni, come previsto dalla legge, l’azienda sul mercato. Se fosse necessario lo rifaremo senza alcun problema. Alternativa non c’è». Poi, una volta decisa l’amministrazione straordinaria, aggiunge, «si deciderà se ci sono altre aziende dello Stato che possono entrare nella cordata. Io penso che abbia assolutamente fondamento la possibilità che entrino altre aziende, tra cui Cdp, ma è un tema che si porranno i commissari». Intanto il Tribunale di Milano ha fissato per il 27 novembre l’udienza sul ricorso d’urgenza chiesto dai commissari, i quali nella presentazione del ricorso hanno scritto: «L’inadempimento di ArcelorMittal è plateale e conclamato». È invece previsto per questa sera al Quirinale l’incontro tra CGIL, CISL e UIL e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.


Ex Ilva, ArcelorMittal: sospensione attività da dicembre


La procura di Milano avvia inchiesta contro ignoti

ArcelorMittal ha inviato una lettera alle istituzioni italiane ed ai sindacati dettagliando con precisione le chiusure dei vari rami e impianti dell’ex Ilva di Taranto. Le operazioni inizieranno il 4 dicembre e il 13 dicembre chiuderà l’altoforno 2, per poi proseguire il 30 dicembre e il 15 gennaio con la chiusura degli altri due, con conseguente stop delle cokerie e delle centrali elettriche entro la fine dello stesso mese. Intanto il ministro Patuelli ha fatto sapere che l’azienda ha vietato le ispezioni ai commissari, giudicandolo come un «fatto gravissimo», mentre la procura di Milano ha aperto un inchiesta contro ignoti per far luce sulla rescissione del contratto. Al via gli accertamenti della Gdf.