Alitalia-Ilva, governo senza bussola


Si continua parlare di Piani B, ma da Palazzo Chigi nessuna novità positiva

In attesa del voto di fiducia sul maxiemendamento sulla legge di bilancio, per quello che passerà alla storia delle cronache parlamentari come uno degli iter più controversi (normalmente, arrivati al 16 dicembre, il testo dovrebbe già essere stato approvato da un ramo del parlamento e discusso quanto meno in commissione nell’altro, cosa che quest’anno non avverrà), il governo si ritrova ad affrontare i nodi Alitalia e Ilva con, oggettivamente, poche idee nuove. Da Palazzo Chigi, si continua infatti a parlare di Piani B, con il coinvolgimento vero, presunto o soltanto auspicato di soggetti pubblici, ad iniziare da Cassa depositi e prestiti. Intanto, cresce inevitabilmente la preoccupazione per i posti di lavoro, cosa più volte evidenziata dai segretari generali di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl, oltre che dalle federazioni di categoria. Ad oggi, nella migliore delle ipotesi, si prospetta un doppio taglio nell’ordine del 50% degli occupati diretti.


Ex Ilva, da domani l’Altoforno 2 verrà spento


Lo ha deciso il Tribunale, i Commissari annunciano il ricorso

L’Altoforno 2 dell’ex Ilva non potrà più essere utilizzato da domani. Il giudice Francesco Maccagnano ha firmato ieri sera l’ordine di esecuzione di spegnimento facendo seguito alla decisione di tre giorni fa di rigettare la proroga della facoltà d’uso chiesta dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria. Infatti i tre mesi concessi dal Tribunale del Riesame per ottemperare alle prescrizioni di automazione del campo di colata sono scaduti oggi. Proprio per questo motivo domani riprenderà lo spegnimento interrotto a settembre. Nell’ordine di esecuzione di spegnimento, il giudice Francesco Maccagnano ha chiesto alla custode giudiziaria Barbara Valenzano di fornire, entro il 17 dicembre, informazioni sulle «modalità di custodia dell’altoforno in sequestro; alle tempistiche residue del cronoprogramma di spegnimento già avviato prima del 17 settembre 2019 ed agli effetti che detta operazione può avere su tale impianto; alle tempistiche entro le quali, ad altoforno 2 “spento”, Ilva potrebbe adempiere alle prescrizioni di cui al decreto di restituzione emesso dalla Procura della Repubblica in data 7 settembre 2015, allo stato non ancora adempiute». I commissari dell’Ilva hanno annunciato un ricorso al Tribunale del Riesame: ricorso che verrà discusso il 30 dicembre. Nel corso dell’inchiesta sulla morte di Alessandro Morricella – l’operaio morto nel giugno del 2015 mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2 – l’impianto è stato sequestrato e dissequestrato in più occasioni.


Ilva, viene giù tutto


ArcelorMittal manda in cassa integrazione 3.500 dipendenti. Si cerca una soluzione

La risposta di ArcelorMittal è arrivata a stretto giro di posta, e, come era facile immaginare, non è positiva per i lavoratori. Appena avuta la certezza dell’obbligo di spegnimento dell’altoforno 2 dello stabilimento di Taranto, il management franco-indiano ha fatto partire le comunicazioni relative alla richiesta di cassa integrazione per 3.500 dipendenti. Sicuramente non un buon viatico per l’incontro fra governo e sindacati che è partito alle 17 di oggi al ministero dello sviluppo economico. Del resto, già nei giorni scorsi era chiaro che la situazione era destinata a precipitare velocemente con gravissime ripercussioni sui lavoratori diretti, ma anche su tutte le aziende che hanno come committente unico l’Ilva e per l’intero indotto. Dopo la mancata introduzione delle scudo legale, ArcelorMittal ha scoperto le proprie carte, carte che parlano di un taglio di quasi 4.700 unità che si aggiungono alle circa 1.700 unità rimaste fuori dai giochi con l’accordo dello scorso anno.


Piove sull’acciaio


Ex Ilva stretta nella morsa tra Arcelor Mittal, magistratura e “sviste” del Governo. Gli esuberi fioccano come fossero niente

Che gran pasticcio. Alle 17.00, proprio mentre La Meta Serale chiude le pagine, il ministro Patuanelli riceverà al Mise i sindacati insieme ai commissari dell’amministrazione straordinaria di Ilva, Ardito, Danovi e Lupo, già sapendo che Confederazioni e sigle metalmeccaniche sono contrarie sia agli esuberi del nuovo piano industriale di ArcelorMittal, 4700 entro il 2023, sia alla cassa integrazione straordinaria per 3500 lavoratori del siderurgico di Taranto che l’azienda ha annunciato ieri in conseguenza dell’obbligo imposto dalla magistratura di fermare l’altoforno 2, uno dei tre attualmente operativi nello stabilimento. Difficile capire quale possa essere la soluzione di questo rebus e soprattutto immaginare un contesto altrettanto negativo per uno Stato che ha dichiarato la sua intenzione di voler tornare ad essere imprenditore. Sì, ma con calma. «La trattativa è complicata e non escludiamo un decreto» sulla chiusura dell’altoforno2, ha dichiarato Giuseppe Provenzano, ministro del Sud a Radio 24. «Nulla è escluso nella vicenda complessiva dell’Ilva. Non siamo disarmati, l’azienda è vincolata a un contratto e se viene meno deve assumersi le responsabilità civili e anche penali», ha aggiunto. Ma le organizzazioni sindacali non mostrano altrettanto distacco e invocano una soluzione vera all’esecutivo, non un palliativo o, peggio ancora, una scelta puramente tattica. Per il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, la cigs è l’«anticamera dei licenziamenti», per il segretario generale della Cisl, Anna Maria Furlan, così si va «di male in peggio», mentre il segretario generale dell’Ugl Metalemccanici, Antonio Spera, ha usato toni più drammatici nell’invocare l’intervento del Governo per «mettere fine a questa macelleria sociale». Lo stesso ministro Provenzano ha precisato che «l’ingresso pubblico dipende dal piano industriale: se di Ilva facciamo la più grande acciaieria d’Europa all’avanguardia nella produzione di acciaio verde allora ha senso una presenza pubblica per accompagnare questo processo. Arcelor Mittal ha una responsabilità se dopo un anno e mezzo il piano si è rivelato impraticabile». A ben sperare si fa fatica di fronte a dichiarazioni come quelle di Ugo Grassi, il parlamentare che oggi è passato dal M5s alla Lega: «Basti l’esempio della gestione dell’ex Ilva per dar conto dell’assenza di una programmazione nella gestione delle crisi».

 


Ennesimo ostacolo per l’Ilva


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Sembra esserci un vero e proprio accanimento contro l’acciaieria, destinata, nel difficilissimo percorso verso una possibile soluzione per il proprio futuro, a trovarsi la strada sbarrata da sempre nuovi ostacoli. Già conosciamo la complessità della trattativa in corso fra Governo e ArcelorMittal, i lavoratori hanno appena concluso le manifestazioni per chiedere il rispetto degli accordi su occupazione e sicurezza ed ora, con una nuova ordinanza, il Tribunale di Taranto ha respinto la richiesta dei commissari di prorogare di un anno l’uso dell’altoforno 2 per avere il tempo necessario ad attuare le prescrizioni sull’automazione. Dopo il parere positivo della Procura, che avrebbe concesso altro tempo, ora il giudice Maccagnano ha detto no, dato che l’altoforno non è sicuro e concedere la proroga richiesta significherebbe esporre i lavoratori a dei rischi, mettendo in secondo piano la loro tutela rispetto alla necessità di continuare la produzione. Salvo un nuovo ricorso, giunti alla data di scadenza per mettere a norma il sito, ossia il 13 dicembre, potrebbe avviarsi il cronoprogramma per lo spegnimento. Che uno dei maggiori problemi del sito pugliese sia l’altoforno 2 è cosa nota e tutti ricordiamo la tragica morte di Alessandro Morricella, che ha dato avvio all’inchiesta. È evidente la necessità e l’urgenza di mettere finalmente in sicurezza l’impianto. Ciò che lascia, però, sconcertati è la totale assenza di una qualsivoglia forma di sinergia nel sistema Paese e fra i poteri dello Stato, in grado di mettere in atto una strategia volta a ottenere una soluzione positiva per questa complicatissima crisi industriale, ovvero il mantenimento delle attività produttive e la contemporanea bonifica ambientale. Solo questo è il possibile esito positivo: occorre comprendere che l’ipotesi di uno spegnimento degli impianti comporterebbe un rinvio a data da destinarsi anche delle opere di messa in sicurezza, oltre a significare la cessazione delle attività e quindi la perdita del lavoro per migliaia di persone. La decisione del giudice di Taranto pone un’altra pesantissima ipoteca sul futuro dell’ex Ilva. Probabilmente ed auspicabilmente con un nuovo ricorso si rimanderà ancora lo spegnimento, ma anche quest’ultima complicazione mette in evidenza l’estrema debolezza del Paese, complica le trattative, fornisce ulteriori alibi alla multinazionale, che, assieme al tira e molla sullo scudo penale, poneva proprio il ruolo della magistratura a giustificazione per il proprio disimpegno. Nonostante il governo ostenti ottimismo e Gualtieri parli di “un piano ambizioso per il rilancio di Ilva nel segno della sostenibilità, dell’occupazione, dell’ambiente e dell’innovazione”, quel che osserviamo è un continuo prestare il fianco dell’Italia, dei suoi lavoratori e del suo sistema economico e produttivo.


Ilva, si fermano i lavoratori in attesa di soluzioni


Il governo, che vede l’azienda, immagina un intervento di Cassa depositi e prestiti

Trentadue ore di sciopero con una manifestazione nazionale a Roma nella giornata del 10 dicembre, quando è anche previsto un incontro fra l’unità di crisi del ministero dello sviluppo economico e i vertici di ArcelorMittal Italia. Sono ore molto concitate per il futuro di Ilva, fuori e dentro i palazzi romani. I sindacati di categoria hanno infatti proclamato uno stop e sono pronti ad “invadere” la capitale per gridare tutta la loro disperazione. Si parla infatti di accordi traditi e di non rispetto dei patti sottoscritti poco più di un anno fa, mentre l’azienda, da parte propria, ha preso la balla al balzo del mancato rinnovo dello scudo legale, scaduto ad inizio settembre e non rinnovato con il decreto lavoro-imprese, per far saltare il tavolo di confronto, annunciando la volontà di lasciare l’Italia, salvo poi dettare le nuove condizioni sul versante degli esuberi, saliti addirittura a 4.700. Il governo, in attesa di comunicazioni ufficiali, sta facendo trapelare le contromosse per venire incontro ai lavoratori, ma anche a quella parte della città di Taranto che punta il dito sull’impatto ambientale. L’obiettivo, a cui starebbero lavorando al Mise, è triplice: riconvertire l’altoforno 2 verso una tecnologia più pulita; ridurre ad un massimo di 1.800 unità gli esuberi; rafforzare la compagine azionaria attraverso un ingresso indiretto dello Stato attraverso Cassa depositi e prestiti.