Ex Ilva, è rottura totale


Interrotte le relazioni industriali, mentre avanza l’ingresso dello Stato

La frattura ormai, salvo colpi di scena al momento non all’orizzonte, appare oggettivamente insanabile. I sindacati di categoria, alla luce anche degli ultimi incontri avuti al ministero dello sviluppo economico, hanno annunciato la rottura delle relazioni industriali con ArcelorMittal, il gruppo franco-indiano che ereditato la gestione degli stabilimenti ex Ilva sulla base di precisi impegni che oggi sono, per lo più, disattesi. Dopo l’era Riva, che si era chiusa in malo modo, e la gestione commissariale, ArcelorMitttal aveva vinto la gara per gestire e poi acquisire gli stabilimenti liguri e pugliesi del colosso della siderurgia nazionale. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso di una situazione, peraltro già molto compromessa, è connessa all’utilizzo della cassa con causale Covid-19. A fronte di un contesto di rapido deterioramento, il governo ha fatto sapere di avere allo studio l’ingresso di capitale pubblico nel settore siderurgico.


TEMPO SCADUTO


Dall’incontro di oggi tra sindacati e governo, mentre i lavoratori scioperano per 24 ore in tutti gli stabilimenti Arcelor Mittal o ex Ilva d’Italia, con grande tensione soprattutto a Taranto e a Genova, sono emersi giudizi unanimemente negativi per il piano presentato venerdì scorso da Arcelor Mittal sia da parte dei sindacati, fatto ampiamente previsto e prevedibile, sia del Governo che lo ha definito «inaccettabile». Ma al tavolo del ministro dello sviluppo, Stefano Patuanelli, dove c’erano anche anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, e per i sindacati, i segretari generali dei metalmeccanici di Fim Fiom Uilm e Ugl Metalmeccanici e i rispettivi segretari confederali, non devono essere apparse chiare e concrete le intenzioni del Governo sul da farsi. Più che un piano, quello di Arcelor Mittal è una provocazione: prevede infatti una forte riduzione del perimetro occupazionale, migliaia di posti di lavoro (3000-3.300 esuberi che arrivano a 5000 con i dipendenti Ilva in amministrazione straordinaria), e della capacità produttiva del gruppo. Tutti i sindacati hanno chiesto al Governo – non più all’azienda che per loro chiaramente intende disimpegnarsi – azioni precise, impegni precisi, piani chiari onde evitare un impatto negativo sia dal punto di vista industriale sia sociale. Si chiede un ruolo attivo da parte dello Stato, anche se con sfumature diverse, ma il senso più o meno è “lo Stato adesso faccia la propria parte”. Che sia una nazionalizzazione o una partecipazione è il Governo a doverlo dire chiaramente. I sindacati non vogliono sentir parlare di ridimensionamenti produttivi e occupazionali, il piano è stato bocciato: non avrebbe alcun senso fare ricorso alla moral suasion nel prossimo incontro tra governo, sindacati e azienda. Incalzato dalle dichiarazioni di tutte le sigle sindacali che hanno chiesto al Governo una posizione chiara, rivelando in questo modo il fatto di non averla ascoltata durante il tavolo, il ministro Gualtieri ha dichiarato: «Il governo continua a lavorare al progetto strategico che  attinga alle risorse del Green Deal europeo. Disponibili a intervento pubblico a condizione di un rilancio rapido, investimenti certi e tutela dell’occupazione». Si ma questo cosa vuol dire? La campanella ha già squillato e tempo da perdere non ce n’è più.


ArcelorMittal chiede la cassa Covid-19 e prende tempo


Intanto scoppia il caso del petrolchimico di Brindisi: a rischio in 1.500

Alla fine l’emergenza epidemiologica da coronavirus è servita per prendere tempo. ArcelorMittal, dopo aver fronteggiare la dura protesta dei sindacati e dei lavoratori negli stabilimenti dell’ex Ilva in Liguria e a Taranto, ha presentato la richiesta per l’accesso alle cinque settimane aggiuntive con causale Covid-19 previste dal decreto Rilancio che si aggiungono alle altre nove del Cura Italia. Cinque settimane significa, sostanzialmente, arrivare ai primi di luglio. Un mese o poco più, quindi, per mettere in piedi quel piano industriale che le federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl continuano a chiedere da tempo, nei vari incontri che si sono succeduti al ministero dello sviluppo economico, direttamente in azienda e attraverso gli organi di informazione. A Taranto, sono 8.173 i lavoratori coinvolti in questa nuova tornata di cassa integrazione; di questi 3.262 sono gli addetti all’area a caldo, 1.561 quelli dell’area a freddo e 3.350 fra i servizi. Nel complesso, si tratta di 5.626 operai e 1.677 impiegati. Intanto mentre proseguono le schermaglie fra l’amministratore delegato, Lucia Morselli, e il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, si apre il caso del petrolchimico di Brindisi, dopo il blocco deciso dal sindaco Riccardo Rossi che sta avendo pesanti ripercussioni su tutta la filiera che occupa 1.500 addetti. Un vertice con sindacati e Eni-Versalis, Enipower e Basell si è tenuto in prefettura.


Allarme acciaio


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Si profila all’orizzonte una stagione di lotta per la salvaguardia dell’acciaio italiano e per il mantenimento dell’occupazione nel settore. Non solo Ilva, ma anche Terni, Piombino, Servola, Portovesme. Le proprietà, i franco indiani di ArcelorMittal, come i tedeschi della Thyssen Krupp, ma anche Arvedi e Jindal non danno a vedere di avere intenzioni serie per il rilancio del settore, tutt’altro. Sembrano piuttosto voler utilizzare l’emergenza Covid-19 per portare a compimento progetti di ridimensionamento e smobilitazione ideati ben prima della pandemia e della crisi. L’Italia tutta rischia molto, non solo i nostri metalmeccanici, ma l’intera economia e l’occupazione nazionale, che non possono permettersi uno smantellamento della siderurgia italiana. Abbiamo avuto modo di vedere, in piena emergenza coronavirus, cosa significhi aver abbandonato alcune produzioni essenziali, quelle legate alla sanità, ma lo stesso ragionamento può facilmente essere replicato per l’acciaio. Ora siamo di fronte a qualcosa in più, non a semplici congetture. ArcelorMittal ha ampiamente usufruito della cassa integrazione e la multinazionale, mai davvero sciolto il nodo sul futuro dell’ex Ilva, sembra intenzionata a una fuga dall’Italia. Lo testimonia il sostanziale abbandono dei siti, in termini di investimenti e manutenzione, di rapporti con indotto, appalti, trasporti. Lo ha constatato pochi giorni orsono anche il ministro Patuanelli: “Mittal sta facendo capire che non ha nessuna intenzione di restare”. ThyssenKrupp non è da meno: Martina Merz, l’amministratore delegato, ha parlato della necessità di un “percorso di riorganizzazione interna” a seguito delle sfide imposte dal Covid-19, il che, in soldoni, significa ridimensionamenti e tagli. Fra i siti nel mirino, passibili di cessioni in toto o parziali, non ci sono certo gli impianti tedeschi. Ci potrebbe essere, invece, nonostante blande rassicurazioni, quello di Terni, con i suoi 2.350 lavoratori diretti più i mille dell’indotto, il cui destino preoccupa, nonostante la competitività dell’impianto, perché una cessione sarebbe ancor più difficile e dannosa in un contesto di recessione mondiale come quello in atto. Ci auguriamo che l’Esecutivo si muova rapidamente, incontrando le parti sociali, ascoltando le preoccupazioni del sindacato e assumendo un atteggiamento deciso. Se il premier Conte, dopo lo scampato pericolo della sfiducia a Bonafede, che comunque ha lasciato profondi strascichi nella maggioranza, come ha dichiarato, intende dar vita ad una nuova fase di dialogo sia con le parti politiche che con quelle sociali per la gestione dell’emergenza economica, dovrebbe inaugurare questo nuovo corso anche sul tema essenziale dell’acciaio, mettendo in atto ogni possibile strumento al fine di garantire produzione e occupazione. La situazione è seria e il sindacato è in allerta.


Il dilemma dell’acciaio


Ex Ilva e Covid-19, come far convivere salute e economia

Cosa viene prima, la salute o l’economia? È il dilemma di questi giorni, anzi settimane. Non può che essere serio l’allarme lanciato oggi dal presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, in un’intervista al Foglio, sui settori dell’acciaio e dell’automotive. Se «l’Italia resta fuori da queste filiere ne è esclusa per sempre. E se l’Italia non riesce a darsi un metodo per riaprire al più presto le stime che leggo in questi giorni, quelle che vorrebbero una decrescita nel 2020 di dieci punti di Pil, penso siano ottimistiche». Va citato anche il presidente di Federacciai Alessandro Banzato, che, il 1° aprile, dalle pagine del Secolo XIX, ha evidenziato come l’attuale blocco del settore metta a rischio di sostituzione i fornitori italiani della filiera siderurgica europea. Il lock down, infatti, non si articola in modo uniforme in Europa. Ne sanno qualcosa anche i produttori della ceramica. Bonomi chiede un metodo per ripartire – e quello per lo stop è stato piuttosto discutibile – ma punta anche l’indice verso un «forte e radicale pregiudizio anti industriale». Quello che, però, sta accadendo a Taranto e in particolare all’ex Ilva, visto che di acciaio stiamo parlando, come in altre realtà industriali ora ferme, non dipende da un sentimento antindustriale, ma da ragioni di salute e sicurezza. Nonostante il Prefetto di Taranto abbia predisposto controlli all’interno dello stabilimento Arcelor Mittal per garantire il rispetto delle norme individuate per contrastare il coronavirus, continuano ad arrivargli segnalazioni dai sindacati, dalla Cgil alla Ugl, su un mancato rispetto delle stesse. Assenti anche indicazioni tecniche chiare su quante debbano essere le persone necessarie a far funzionare l’impianto “a regime ridotto”. C’è da considerare poi la richiesta dei sindaci del tarantino che vogliono la chiusura dello stabilimento, «a seguito dell’avvenuto accertamento di un caso di positività che ha riguardato un dipendente dello stabilimento Arcelor Mittal di Taranto, considerata l’alta densità di lavoratori dell’intera Provincia di Taranto sia tra i dipendenti diretti che indiretti». Sono dilemmi che dovrebbero essere affrontati dal Governo sia con gli esperti in materia sanitaria sia con tutte le parti sociali, affinché il ritorno alla “normalità”, la cosiddetta Fase 2, che si preannuncia lunga e lenta, non si trasformi né in un’ondata di epidemia di ritorno ma neanche in un’irreversibile desertificazione industriale.


Ilva, la pre-intesa non convince le organizzazioni sindacali


Troppi i dubbi in campo, dal nodo esuberi agli investimenti reali

Forse servirà per riportare il contenzioso legale su binari più facilmente gestibili, ma il pre-accordo che i commissari straordinari e ArcelorMittal hanno sottoscritto per definire il futuro degli ex stabilimenti Ilva, a partire da Taranto, non convince assolutamente i sindacati, i quali, è bene ricordare, continuano a portare al tavolo la posizione dei lavoratori. I dubbi avanzati dalla federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl, supportate dalla rispettive confederazioni sindacali, sono tanti e tutti molto circostanziati. Non è piaciuto, in primo luogo, il metodo utilizzato. La pre-intesa nasce da una trattativa a due che ha visto completamente esclusi i sindacati e tutti gli altri soggetti che hanno a cuore il futuro di migliaia di posti di lavoro. Ed ancora, non è assolutamente chiaro quale sarà l’impegno finanziario degli investitori, ad iniziare proprio dalla cordata franco-indiana; quali saranno le tempistiche del nuovo piano industriale; cosa faranno lo Stato e le banche. Soprattutto, non è chiaro cosa succederà sul versante occupazionale, considerato che ballano circa 10.700 dipendenti diretti, altri 1.800 in forza all’amministrazione straordinaria ed un numero importante fra le aziende in appalto e l’indotto nel complesso. Il tutto condito dalla scadenza del 30 maggio entro la quale definire un accordo con le organizzazioni sindacali che, date le premesse, si annuncia complicato.