Ricominciare dall’Afo2


Ex Ilva: l’Altoforno 2 riparte, ma non c’è tempo da perdere

Ieri il tribunale del riesame ha accolto il ricorso di Ilva Spa in Amministrazione speciale relativo alla proroga della facoltà d’uso dell’Altoforno 2. Dunque l’Afo2 non si spegne, decisione che faciliterebbe – il condizionale è d’obbligo – la trattativa tra ArcelorMittal e Governo per arrivare a un accordo vincolante per il rilancio del polo siderurgico tarantino e dell’intera siderurgia. Ma non c’è tempo da perdere, perché intanto l’intesa deve arrivare entro la fine di gennaio, in vista della sentenza del tribunale di Milano fissata per il 7 febbraio, e perché la proroga è subordinata all’adempimento delle prescrizioni fino ad oggi non attuate, anche in termini di ambientalizzazione, con una dettagliata tempistica. Per la totalità dei sindacati, parte integrante della trattativa tra Governo e Arcerlor Mittal, il punto fermo è l’accordo siglato con Arcelor a settembre 2018 con “zero” esuberi, nel senso che a fine piano deve esserci l’assunzione di tutti i lavoratori, compresi quelli Ilva in Amministrazione Straordinaria, e importanti investimenti, circa 4 miliardi. Con l’ordinanza di ieri, non solo riparte l’Altoforno 2 (Afo2), visto che «alla luce della “migliore scienza ed esperienza del momento storico” in cui si scrive, il rischio per i lavoratori dell’altoforno 2 deve considerarsi assai ridotto», ma si scongiura infatti il ricorso alla cassa integrazione straordinaria per 3.500 lavoratori, paventato da ArcelorMittal nel caso il Tribunale del Riesame avesse confermato l’ordine di spegnimento dell’altoforno. «Grande soddisfazione» è stata espressa dalla struttura commissariale, mentre i sindacati hanno chiesto azioni immediate sia al Governo sia ad Arcelor Mittal, come il rientro al lavoro dei 1.273 dipendenti diretti attualmente in Cigo e dei circa 1.600 rimasti in capo all’Ilva in AS in cassa integrazione straordinaria per evitare migliaia di esuberi strutturali e l’avvio immediato dei lavori per la messa in sicurezza dell’impianto. Se per gli ambientalisti si tratta di una sconfitta, per le organizzazioni sindacali e le imprese, ivi compresa Federacciai, è stata sventata una catastrofe sociale e industriale. Ieri sono state diffuse anche le motivazioni della sentenza del gup di Milano, Lidia Castellucci, che lo scorso luglio ha assolto – «perché il fatto non sussiste» – Fabio Riva (uno dei componenti della famiglia ex proprietaria dell’Ilva) da due accuse di bancarotta per il crac della holding Riva Fire. Nella gestione dell’Ilva di Taranto da parte della famiglia Riva, tra il 1995 e il 2012, la società ha investito «in materia di ambiente» per «oltre un miliardo di euro» e «oltre tre miliardi di euro per l’ammodernamento e la costruzione di nuovi impianti»; non c’è stato neanche il «contestato depauperamento generale della struttura». Una storia, quella dell’Ilva di Taranto, che non smette di sconcertare e di lasciare con l’amaro in bocca.


Ilva, il futuro appeso a un filo


In attesa della decisione del tribunale del riesame, parte la cassa integrazione

La passione richiama, di solito, la settimana santa che precede la Pasqua, ma, mai come in questo caso, si lega bene, purtroppo, alle vicende che riguardano l’Ilva, in particolare con riferimento al futuro dello stabilimento di Taranto che appare, ad ogni ora che passa, sempre più appeso ad un filo. È infatti attesa ad ore la decisione del tribunale del riesame, chiamato a giudicare la decisione presa dal giudice Francesco Maccagnano che ha disposto il definitivo spegnimento dell’altoforno 2. Se tutto venisse confermato, allora si aprirebbero le porte della cassa integrazione straordinaria per 3.500 addetti, un numero enorme con un impatto economico e sociale devastante per il territorio. Se consideriamo che, ad oggi, manca ancora un vero piano industriale di rilancio e reindustrializzazione – con o senza i franco-indiani di ArcelorMittal – l’accesso alla cassa integrazione straordinaria rappresenterebbe soltanto un passaggio verso la mobilità e la disoccupazione per le migliaia di lavoratori coinvolti. Quasi 1.300 di questi, peraltro, resteranno a casa nelle prossime tredici settimane in cassa integrazione ordinaria, lo strumento che, normalmente, viene utilizzato per motivazioni temporanee. Uno scenario oggettivamente drammatico con il governo che sembra dimenticare che l’universo Ilva non si ferma a Taranto, ma si estende direttamente o per vie traverse in altre parti d’Italia, ad iniziare dalla Liguria.


Ex Ilva, rinviata decisione su Altoforno2


I giudici hanno tempo fino al 7 gennaio

Una decisione era attesa per oggi. Sarà necessario, però, aspettare qualche altro giorno. Nel corso dell’udienza odierna, al Tribunale del Riesame di Taranto, i giudici si sono riservati di prendere una decisione sull’utilizzo dell’Altoforno 2 dell’ex Ilva. Adesso hanno tempo fino al 7 gennaio 2020. In sede di appello, il Tribunale del Riesame doveva esprimersi sul ricorso presentato dai legali dell’Ilva in amministrazione straordinaria contro la decisione del giudice Francesco Maccagnano di respingere l’istanza di proroga per l’utilizzo dell’Altoforno 2, sequestrato nell’ambito della morte di Alessandro Morricella, l’operaio, 35enne, morto nel giugno del 2015 dopo essere stato travolto da una fiammata mista a ghisa incandescente. Durante l’udienza e per contro dei commissari straordinari dell’ex Ilva, gli avvocati, Angelo Loreto e Filippo Dinacci, hanno ribadito che occorre altro tempo per adempiere a quanto prescritto dal custode giudiziario Barbara Valenzano, tra cui l’automazione del campo di colata, mentre altri interventi di sicurezza sono stati già realizzati. Interventi che hanno ottenuto i risultati sperati: gli avvocati hanno sottolineato che negli ultimi quattro anni e mezzo non si sono registrati più incidenti nell’area dell’Altoforno 2. Le operazione di spegnimento dell’Altoforno 2 sono iniziate il 14 dicembre e dopo il 7 gennaio – entro tale data, i giudici dovranno prendere una decisione in merito – le modifiche all’impianto non permetteranno più il normale utilizzo dell’Altoforno 2.


Ex Ilva: la pre-intesa tra Commissari e Arcelor Mittal «inacettabile» per i sindacati


A pochi minuti dall’udienza davanti a giudice civile di Milano per discutere del  ricorso d’urgenza presentato dai Commissari straordinari dell’ex Ilva, è stata raggiunta un’intesa di base tra gli stessi commissari straordinari (Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupi) e ArcelorMittal (rappresentata dall’amministratore delegato Lucia Morselli) per la trattativa della ristrutturazione del contratto originario di affitto e vendita degli stabilimenti e per l’operazione finanziaria di rilancio del polo siderurgico con base a Taranto. Tutto ciò mentre i sindacati di categoria attendevano di riunirsi oggi a Torino per ascoltare da Fca il piano di fusione con Psa. Dunque è stato firmato un protocollo d’intesa che, secondo le intenzioni delle parti, pone le basi per una negoziazione, con scadenza 31 gennaio, al fine di trovare un accordo vincolante sul rilancio dell’ex Ilva e a tal scopo il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha autorizzato i commissari straordinari alla firma degli Heads of Agreement con ArcelorMittal. «Nell’udienza di oggi si è dato atto dell’accordo raggiunto, senza però consegnarlo al giudice, si è preso atto delle  dichiarazioni dell’ad di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli che ha  ribadito gli impegni presi – ha spiegato all’Adnkronos l’avvocato di Ilva Giorgio De Nova – quindi noi abbiamo chiesto i termini del 20 gennaio per il deposito  della memoria e la controparte al 31. Il giudice ha fissato la data della prossima udienza al 7 febbraio». Il negoziato tra le parti, da chiudersi entro il 31 gennaio, dovrà sciogliere nodi relativi all’investimento della multinazionale  franco-indiana, l’ammontare dell’importo dell’intervento statale, la  decarbonizzazione del sito di Taranto e gli esuberi. Senza dimenticare la spada di Damocle, non proprio un dettaglio, dello spegnimento dell’altoforno 2 disposto con un ordine della magistratura penale che la stessa potrebbe confermare con conseguenze sul lavoro,  ma i sindacati non l’hanno presa bene e giustamente. E tutti quanti ravvedono la stessa gravità. Per Palombella della Uilm il pre-accordo «è un atto grave. Non si può decidere senza coinvolgere i lavoratori». Per Bentivogli della Fim: «Quelle di oggi infatti ci sembrano solo linee guida molto simili a quel piano industriale già presentato dal ministro Patuanelli nell’ultimo incontro al Mise e su cui abbiamo dato un giudizio negativo». Per Re David della Fiom: «Un negoziato non si avvia con una data di ‘scadenza’, è solo il contenuto dell’accordo a definire la fine di una trattativa. E il tema del negoziato, per noi, è zero esuberi. Se A.Mittal e governo avessero concordato qualcosa di diverso allora se ne dovranno assumere la responsabilità». Infine, Spera dell’Ugl Metalmeccanici ha chiesto al Governo «un incontro immediato per spiegare cosa sta realmente accadendo», perché visto così il preaccordo di oggi «appare come un tentativo di tenere fuori dal tavolo il sindacato». Tutte quante le sigle hanno ribadito il loro «no» a qualsiasi esubero.


Alitalia-Ilva, governo senza bussola


Si continua parlare di Piani B, ma da Palazzo Chigi nessuna novità positiva

In attesa del voto di fiducia sul maxiemendamento sulla legge di bilancio, per quello che passerà alla storia delle cronache parlamentari come uno degli iter più controversi (normalmente, arrivati al 16 dicembre, il testo dovrebbe già essere stato approvato da un ramo del parlamento e discusso quanto meno in commissione nell’altro, cosa che quest’anno non avverrà), il governo si ritrova ad affrontare i nodi Alitalia e Ilva con, oggettivamente, poche idee nuove. Da Palazzo Chigi, si continua infatti a parlare di Piani B, con il coinvolgimento vero, presunto o soltanto auspicato di soggetti pubblici, ad iniziare da Cassa depositi e prestiti. Intanto, cresce inevitabilmente la preoccupazione per i posti di lavoro, cosa più volte evidenziata dai segretari generali di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl, oltre che dalle federazioni di categoria. Ad oggi, nella migliore delle ipotesi, si prospetta un doppio taglio nell’ordine del 50% degli occupati diretti.


Ex Ilva, da domani l’Altoforno 2 verrà spento


Lo ha deciso il Tribunale, i Commissari annunciano il ricorso

L’Altoforno 2 dell’ex Ilva non potrà più essere utilizzato da domani. Il giudice Francesco Maccagnano ha firmato ieri sera l’ordine di esecuzione di spegnimento facendo seguito alla decisione di tre giorni fa di rigettare la proroga della facoltà d’uso chiesta dai commissari di Ilva in amministrazione straordinaria. Infatti i tre mesi concessi dal Tribunale del Riesame per ottemperare alle prescrizioni di automazione del campo di colata sono scaduti oggi. Proprio per questo motivo domani riprenderà lo spegnimento interrotto a settembre. Nell’ordine di esecuzione di spegnimento, il giudice Francesco Maccagnano ha chiesto alla custode giudiziaria Barbara Valenzano di fornire, entro il 17 dicembre, informazioni sulle «modalità di custodia dell’altoforno in sequestro; alle tempistiche residue del cronoprogramma di spegnimento già avviato prima del 17 settembre 2019 ed agli effetti che detta operazione può avere su tale impianto; alle tempistiche entro le quali, ad altoforno 2 “spento”, Ilva potrebbe adempiere alle prescrizioni di cui al decreto di restituzione emesso dalla Procura della Repubblica in data 7 settembre 2015, allo stato non ancora adempiute». I commissari dell’Ilva hanno annunciato un ricorso al Tribunale del Riesame: ricorso che verrà discusso il 30 dicembre. Nel corso dell’inchiesta sulla morte di Alessandro Morricella – l’operaio morto nel giugno del 2015 mentre misurava la temperatura del foro di colata dell’Altoforno 2 – l’impianto è stato sequestrato e dissequestrato in più occasioni.