Quota 100, grande fiducia nei patronati


Quota 100 continua a piacere ai lavoratori e alle lavoratrici italiani. L’ultimo report dell’Inps segnala infatti la presentazione di oltre 155mila domande, di cui 56mila dal settore privato e 50mila da quello pubblico. Si conferma una tendenza già evidenziata nelle prime settimane, vale a dire che le domande presentate dalla componente femminile rappresentano più di un quarto del totale. Conferma anche per un altro dato: le persone continuano a preferire i patronati (92,5%) piuttosto che il fai-da-te.


Durigon: «A fine anno, 220-230mila domande per Quota 100»


Tutte le previsioni lasciano intendere che, alla fine dell’anno, saranno 230mila le adesioni a Quota 100, in linea con i pronostici formulati all’indomani della presentazione del provvedimento contenuto all’interno della legge di bilancio e al quale è stata data attuazione con il Decretone di gennaio. Numeri in linea con le previsioni, ma anche risparmi perché, come ha fatto notare il sottosegretario al ministero del lavoro e delle politiche sociali, Claudio Durigon, «le coperture sono superiori al fabbisogno, essendo una opzione è una scelta del lavoratore». Infatti, è opportuno osservare che non vi è uno stretto collegamento fra maturazione dei requisiti di età anagrafica (almeno 62 anni) ed anzianità contributiva (almeno 38 anni) ed andata in pensione, in quanto è il lavoratore (o la lavoratrice) a decidere quando presentare la domanda. La norma stessa, è opportuno ricordare, prevede addirittura la certificazione del possesso dei requisiti da parte dell’Inps entro il 31 dicembre 2021, ferma restando la possibilità di inoltrare la domanda successivamente. Intanto, comunque, la soglia delle 150mila domande presentate è già stata superata con un ritmo di crescita costante e continuo: nell’ultimo mese sono state presentate oltre 15mila domande, numeri che, proiettati sul periodo che ci separa da dicembre, fanno appunto ipotizzare una chiusura intorno alle 220-230mila domande.


Pensioni, dal 2018 per le donne stessa età degli uomini


di Claudia Tarantino

Come previsto dalla riforma delle pensioni contenuta nella legge Fornero del 2011, a gennaio 2018 l’età per la pensione di vecchiaia delle donne sarà uniformata a quella degli uomini: 66 anni e sette mesi (con l’aumento di un anno per le dipendenti private e di 6 mesi per le autonome).

Nonostante si tratti già dell’età più alta in Europa, non è tutto, perché a breve questo scalino potrebbe di nuovo salire con il passaggio a 67 anni compiuti, atteso nel 2019 per effetto dell’adeguamento dell’età di vecchiaia all’aspettativa di vita.

Anche in questo caso, l’Italia farà da apripista, perché il passaggio a 67 anni per l’uscita dal lavoro è previsto addirittura per il 2030 in Germania, per il 2018 nel Regno Unito, il 2027 in Spagna e dopo il 2022 in Francia.

Insomma, stiamo per diventare il paese europeo con le regole previdenziali più rigide. Primato che, purtroppo, non riusciamo a raggiungere sotto altri aspetti, ben più importanti, come quello economico ed occupazionale.

Il problema è che questa corsa al livellamento dell’età pensionabile per uomini e donne, che potrebbe anche essere condivisa dal punto di vista della parità di genere, sembra essere piuttosto un tentativo affannoso di fare cassa e mettere in sicurezza il sistema previdenziale, soprattutto in un momento in cui il Governo sta promuovendo interventi, come le agevolazioni per le assunzioni dei giovani, che si scontrano con le ristrettezze del bilancio statale.

Il rischio, inoltre, è di non tenere nella dovuta considerazione le peculiarità delle carriere lavorative delle donne che, per le interruzioni dovute alla maternità, ad un mercato del lavoro meno favorevole, al lavoro di cura della famiglia, hanno meno continuità nel versamento dei contributi.

In contrasto con proclami e promesse, quindi, sembra che il Governo voglia ‘archiviare’ qualsiasi possibilità di rendere le pensioni più accessibili, non solo per le donne, e la discussione con i sindacati è destinata ad infuocarsi.

Restano da affrontare, infatti, proprio il tema della flessibilità in uscita delle donne e il nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile legato alle aspettative di vita.

Finora l’Esecutivo non ha accolto le richieste di congelare l’automatismo che prevede appunto l’innalzamento a 67 anni nel 2019. Sembra, piuttosto, che voglia perseguire la strada, già giudicata inadeguata e insufficiente dalle parti sociali, di una estensione della platea di persone a cui l’incremento non si applica, inserendo i lavoratori che svolgono mansioni gravose.

In verità, il Governo finora non ha mostrato aperture su numerose questioni, manifestandosi a mala pena disponibile a valutare la possibilità di ridurre gli anni di contributi necessari all’accesso all’Ape sociale.

Anzi, nonostante le continue rassicurazioni del premier Gentiloni, appare quanto mai difficile credere – visti questi presupposti – che l’Esecutivo sia disposto ad accogliere qualsiasi suggerimento.