«A settembre possibile election day»


Possibile election day a settembre. A ipotizzarlo il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, dopo il Consiglio dei ministri di ieri che ha approvato un decreto legge per organizzare le consultazioni elettorali in programma nei prossimi mesi. «Abbiamo allungato le tempistiche per gli organi delle Regioni, portandole a 5 anni e 3 mesi, per questo le elezioni, per quanto riguarda le Regioni, potranno essere fatte tra il 6 settembre e il 1° novembre», ha spiegato a SkyTg24. «Poi ci sono anche le Amministrative, queste potranno essere fatte tra il 15 settembre e il 15 dicembre. E infine vi è il voto per il Referendum Costituzionale, che abbiamo rinviato per 240 giorni». D’Incà ha escluso quindi «un election day».


Ancora in partita


Regionali in Emilia-Romagna e in Calabria: il risultato non è pari. Il fortino non è più così rosso

Scampato il pericolo di perdere l’ultimo fortino rosso, l’Emilia-Romagna, il Pd e l’ampia grancassa mediatica, che da sempre lo circonda, oggi cantano vittoria, forti del confronto tra i candidati alla guida della Regione, Stefano Bonaccini, che è stato votato dal 51,6%, e Lucia Borgonzoni, che ha raccolto il 43,7% delle preferenze. Ma è davvero tutto qui. Bonaccini ha chiaramente vinto per propri meriti e grazie alla suggestione mediatica delle Sardine, non certo per il sostegno del Pd: Zingaretti è pervenuto “quanto basta”, tanto meno di Italia Viva che non ha versato neanche una goccia di sudore in questa intensa campagna elettorale. Mentre il solitario M5s è scivolato al 5%. «Dopo 70 anni ci sia stata una partita, è già questa un’emozione», ha commentato il leader leghista, Matteo Salvini. A confermarlo sono anche i numeri, basti sapere che, mettendo insieme Lega (43,7%) e Fratelli d’Italia (8,6%) e Forza Italia (8,6%), l’Emilia-Romagna non può essere più considerata così rossa. Significative da questo punto di vista anche alcune delle prime parole pronunciate dal segretario del Pd, Nicola Zingaretti, il quale, dopo aver ringraziato i suoi candidati, ha dichiarato che è stato «archiviato il 4 marzo» e sentenziato che «Salvini ha perso le elezioni». Affermazioni che tradiscono la paura che ha percorso tutto il centrosinistra in questi mesi (Matteo Renzi compreso, che oggi vede davanti a sé «praterie» da conquistare) e l’unico vero interesse che gli è rimasto è quello di sconfiggere il nemico, altro che governare bene. Schiacciante, per non dire umiliante, la vittoria del centrodestra e della candidata di Forza Italia Jole Santelli in Calabria, dove per Pd e M5s (7,3%) non c’è stata partita: Santelli al 55,3%, (con l’appoggio di Lega, FdI e del resto del centrodestra), Callipo candidato del Pd e del centrosinistra al 30,3%. Infine bisognerebbe dare uno sguardo anche alla cartina geografica per vedere che nel 2014 erano 16 le regioni di centrosinistra e 3 di centrodestra, mentre dal 2019 il rapporto si è ribaltato, tanto che il risultato delle elezioni di ieri in Emilia-Romagna e in Calabria non cambia il fatto che oggi 13 regioni sono governate dal centrodestra e 6 dal centrosinistra. Ci sono altre importanti partite da giocare, le elezioni in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto. Dalla vittoria di Pirro del Pd in Emilia-Romagna, il Conte bis non ne esce affatto rafforzato, semmai ancora più debilitato dalla pessima performance del M5s, che potrebbe rivelarsi la scheggia impazzita del Governo, e dalle non facili riforme da realizzare, promesse alla vigilia delle regionali.