Appalti, deroghe allo studio

L’allentamento del Codice non incide sulla sicurezza, ma su aspetti formali

Da più parti si torna ad ipotizzare la possibilità di un momentaneo allentamento del codice degli appalti per favorire la ripresa dei cantieri. Un argomento rilanciato, in ambito sindacale, dal segretario generale dell’Ugl, Paolo Capone, nella convinzione che un allentamento sotto il profilo formale non incida assolutamente sulla questione sostanziale della garanzia della sicurezza dei cantieri, mentre soprattutto la Uil appare molto rigida sul no. Sul fronte politico, dopo le dichiarazioni del presidente della autorità garante per la concorrenza e il mercato, il magistrato Roberto Rustichelli, l’idea di intervenire sul codice degli appalti sta prendendo corpo. Del resto, in un momento di gravissima crisi occupazionale, proprio il settore dell’edilizia sta registrando una impennata di assunzioni, trainate, almeno per il momento, dalle ristrutturazioni nel settore privato, ma che potrebbero estendersi presto anche ai lavori pubblici.

Costruzioni, nel 2020 il peggior calo dal 2013

L’Istat: «Anno fortemente segnato dagli effetti dell’emergenza»

Nel corso del 2020 la produzione nelle costruzioni ha registrato la peggior flessione dal 2013, subendo pesantemente gli effetti dell’emergenza sanitaria e della crisi economica che si è innescata. Complessivamente nell’arco dei dodici mesi, spiega l’Istat nell’ultima analisi, la produzione è infatti scesa dell’8,2% e per trovare un calo maggiore bisogna appunto tornare al 2013, quando la produzione diminuì del 10,2%. Nel solo mese di dicembre, si osserva ancora nelle tabelle dell’Istituto nazionale di statistica, l’indice ha registrato un calo del 4,6% su novembre, mentre nella media del quarto trimestre la flessione è stata del 3,4% rispetto ai tre mesi precedenti. Il confronto tendenziale mostra invece un aumento dell’1,8% per l’indice grezzo e un -1,5% per l’indice corretto per effetti di calendario.

Costruzioni, attesa forte crescita degli investimenti tra il 2021-2023

All’aumento contribuiranno gli incentivi fiscali e il Next Generation UE

Gli incentivi fiscali e le risorse previste dal Next Generation EU potranno garantire dei benefici al settore delle costruzioni. Uno studio, realizzato da Prometeia e Area Studi Legacoop nell’ambito del progetto MonitorFase3 che analizza l’evoluzione dell’economia e dei mercati in conseguenza dell’emergenza sanitaria, ha provato a quantificarne l’impatto. Secondo il rapporto, nel triennio 2021-2023, grazie agli incentivi fiscali e ai fondi del Recovery Fund, gli investimenti in costruzioni potrebbero crescere mediamente del 7% nel settore privato e del 10% nel settore pubblico.

Edilizia, dal 2008 persi 539 mila posti di lavoro

Ora il settore edile sta piano piano risalendo la china, ma sarà dura recuperare quanto perso negli ultimi dieci anni. Secondo il rapporto “Edilizia, una crisi inarrestabile”, dell’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro, tra il 2008 ed il 2017 il settore ha perso oltre mezzo milione di posti di lavoro (539 mila), registrando solo un lieve aumento nel 2017 (di appena cinquemila unità). Un andamento legato soprattutto al crollo degli investimenti, scesi di ben il 70% nel periodo considerato. In aumento il lavoro irregolare, dall11,4% del 2008 al 15,8% del 2016.

Crollo della Cigo nell’edilizia

L’incremento della cassa integrazione ordinaria riflette il rallentamento del prodotto interno lordo nell’ultimo trimestre. L’aspetto è evidente in particolare nell’industria, dove la cassa integrazione ordinaria, lo strumento che tipicamente viene impiegato per fronteggiare momenti di sovrapproduzione, cresce del 13,8%. L’economia, però, non così ferma, se, nello stesso momento, si registrano altri due dati. In primo luogo, la riduzione del 24% della Cigo nell’edilizia, uno dei settori trainanti del nostro sistema produttivo che, più di altri, ha avuto difficoltà a risollevarsi dalla doppia crisi del 2008 e del 2010-2011. Il secondo elemento che emerge è che, comunque, il ricorso agli ammortizzatori sociali nel complesso si riduce del 20,7%, con la sola cassa integrazione straordinaria in calo del 31,2%. Assolutamente marginali, ormai, gli interventi in deroga, dopo la riforma del decreto legislativo 148/2015 sui fondi di solidarietà e il fondo integrativo Inps.

Per Unimpresa in Italia mezzo milione di immobili sono in dissesto

di Claudia Tarantino

Ad un anno dal terremoto che ha distrutto un’ampia area del centro Italia e dopo una settimana di discussioni e polemiche circa l’abusivismo che avrebbe contribuito ai crolli causati dal sisma di Ischia dello scorso 21 agosto, arriva la denuncia di Unimpresa: nel nostro Paese c’è quasi mezzo milione di immobili in dissesto, parzialmente o totalmente inutilizzabili.

“Si tratta di 452.410 costruzioni classificate, secondo i parametri catastali, come degradati o, più dettagliatamente, collabenti. Il rapporto rispetto agli edifici sani, che in totale sono 62.861.919, è pari allo 0,72%”.

Già il fatto che l’Italia sia uno dei Paesi a maggiore rischio sismico del Mediterraneo per la sua particolare posizione geografica desta forti preoccupazioni, soprattutto alla luce dei drammi che puntualmente si verificano ad ogni movimento del suolo, anche se di ‘modesta’ entità.

Poi c’è la questione dell’abusivismo edilizio e dell’uso di cemento impoverito che mette maggiormente a rischio la vita di chi vive in abitazioni costruite senza rispettare non solo i criteri antisismici, ma anche le più basilari norme di sicurezza.

Ora, si aggiungono i dati sugli immobili in dissesto che evidenziano come le nostre città siano letteralmente piene di edifici pericolanti, diroccati, lesionati, fatiscenti, che suscitano quindi ulteriori preoccupazioni per la nostra sicurezza.

Secondo l’analisi di Unimpresa, basata su dati della Corte dei Conti e dell’Agenzia delle Entrate aggiornati al 2015, “sono 10 le province più a rischio, la maggior parte situate nel Sud del Paese, ma spiccano alcune realtà del Nord Ovest (in Piemonte e Val d’Aosta): Frosinone, Cosenza, Cuneo, Benevento, Foggia, Aosta, Siracusa, Piacenza, Verbanio Cusio Ossola, Vibo Valentia”.

Ciò non significa che nelle altre province si possano dormire sonni tranquilli, perché – sempre secondo lo studio dell’associazione – “in tutto il resto del Paese si contano 345.848 costruzioni degradate e 58.393.439 edifici ‘sani’, con un rapporto dello 0,58%”.

Tuttavia, a voler guardare il bicchiere mezzo pieno, al di là delle preoccupazioni sul versante della sicurezza, – come sottolinea il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, gli immobili catastalmente rovinati rappresentano anche “una possibile fonte di sviluppo dell’economia, per il settore dell’edilizia e per tutto l’indotto, dall’arredamento agli accessori”.

Per Ferrara “bisogna insistere anche per quanto riguarda la valorizzazione di alcuni beni sul fronte artistico e culturale, con tutto quello che se ne può trarre anche per il turismo”.

Tabella-immobili-degradati-Unimpresa