Poco lavoro per le donne


Anche prima dell’emergenza coronavirus, non è che l’Italia se la passasse proprio bene, soprattutto se andiamo a guardare all’universo femminile

Nei giorni scorsi, l’Istat ha comunicato ad un Parlamento che opera a mezzo servizio (nelle prossime settimane, sono previste soltanto le sedute d’aula del mercoledì, mentre le commissioni saranno convocate esclusivamente per i provvedimenti urgenti e indifferibili) l’andamento degli indicatori Bes. Si tratta di uno strumento che dovrebbe andare oltre alla semplice analisi dell’andamento del prodotto interno lordo, in quanto tiene conto di tanti altri fattori che investono il benessere delle persone. Guardando al lavoro, nonostante un piccolo miglioramento rispetto agli ultimi dati forniti, rimane molto alto il tasso di mancata partecipazione al lavoro, poco al di sotto del 20%, ma molto vicino al 24% per le donne. A parziale consolazione, si può osservare come il dato sia in calo da cinque anni. Nel frattempo, però, sempre l’Istat segnala anche un altro aspetto su cui riflettere alla vigilia della ricorrenza dell’8 marzo: la donne con figli in età pre-scolare lavorano di meno rispetto a quelle senza carichi familiari, peraltro, con una tendenza al peggioramento.

Una crisi al femminile:  effetti dell’emergenza

Il giorno che, finalmente, l’Italia riuscirà a mettersi alle spalle l’emergenza coronavirus bisognerà fare i conti con gli effetti della crisi sul lavoro femminile. Un elemento che ancora non è emerso in tutta la sua evidenza, infatti, è che i settori maggiormente colpiti sono spesso proprio quelli dove è più alta la partecipazione delle donne, dal turismo al commercio, passando per l’agricoltura e le attività ad esse connesse, anche senza tener conto della scuola e della sanità, con questo secondo comparto che, peraltro, sta anche pagando un duro pegno di termini di contagiati.


Fanalino rosa


Dal rapporto Censis: le donne in Italia «lontane dagli uomini» e «lontane dall’Europa», il tasso di attività femminile in Italia 42,1%, in Svezia 81,2%

Deprimenti, a dir poco, i risultati del rapporto Censis su “Donne e il gender gap (differenza di genere, ndr) sul lavoro”: in Italia le donne che lavorano sono 9.768.000 e rappresentano il 42,1% degli occupati complessivi. Il tasso di attività femminile è del 56,2% e l’Italia si trova così all’ultimo posto tra i Paesi europei, con in testa la Svezia, dove il tasso raggiunge l’81,2%. Le donne italiane sono molto lontane sia rispetto al tasso di attività maschile, 75,1%, sia rispetto al tasso di occupazione, che nella fascia di età 15-64 anni è del 49,5% per le donne contro il 67,6% per gli uomini. Nel confronto europeo riferito alla fascia d’età 20-64 anni, il tasso di occupazione femminile in Italia è del 53,1%, migliore solo di quello della Grecia.  Per le giovani donne, rileva il Censis, la situazione è drammatica. Nell’ultimo anno il tasso di disoccupazione in Italia è pari all’11,8% per le donne e al 9,7% per gli uomini. Ma tra le giovani di 15-24 anni  si arriva al 34,8%, mentre per i maschi della stessa età si ferma al 30,4%. Se si paragona il 34,8% di disoccupazione giovanile femminile italiano con il 14,5% di disoccupazione giovanile per le donne europee ecco aprirsi l’abisso tra il nostro Paese e l’Ue. In Germania scende al 5,1%, nel Regno Unito al 10,3%, in Francia è al 20%. Noi penultimi, seguiti solo dalla Grecia (43,9%). Studiare, denuncia il Rapporto, non è sufficiente per fare carriera. Le donne manager in Italia sono solo il 27% dei dirigenti: un valore molto al di sotto di quello medio europeo (33,9%). Non solo le donne sono sottorappresentate nelle posizioni apicali, ma quando lavorano spesso svolgono mansioni per cui sarebbe sufficiente un titolo di  studio più basso di quello che possiedono. Del resto, il 48,2% degli italiani è convinto che le donne, per raggiungere gli stessi traguardi degli uomini, debbano studiare di più. Sono quasi 6 milioni le donne italiane che hanno figli minori e che allo stesso  tempo lavorano. Di queste, 2,4 milioni sono capofamiglia e 2 milioni  hanno almeno tre figli minori. Tra le donne occupate con almeno tre figli, quasi 1,3 milioni (il 63,5%) lavora a tempo pieno e 171.000 (l’8,5% del totale delle occupate) sono dirigenti, quadri o   imprenditrici. Senza dimenticare che percorsi lavorativi più accidentati e carriere meno brillanti determinano anche una differenza nei redditi da pensione. Nel 2017 le donne che percepivano una pensione da lavoro erano più di 5 milioni,   con un importo medio annuo di 17.560 euro. Per i quasi 6 milioni di pensionati uomini l’importo medio era di 23.975 euro. A leggere attentamente i dati – ma anche distrattamente – si potrebbe arrivare alla conclusione che la crescita, tanto attesa dall’Italia, potrebbe iniziare dall’occupazione femminile. Una sfida anche culturale, visto che il 63,5% degli italiani riconosce che a volte può essere necessario o opportuno che una donna sacrifichi parte del suo tempo libero o della sua  carriera per dedicarsi alla famiglia.


80 mamme al giorno costrette a licenziarsi


Il week end in tutte le famiglie italiane sarà dedicato alle mamme. La mamma italiana resta un simbolo monumentale, che tuttavia fa ancora fatica a entrare e a restare nel mondo del lavoro. Secondo un’elaborazione di Uecoop, l’Unione europea delle cooperative, su dati dell’Ispettorato del lavoro elaborati in occasione della Festa della mamma (il 12 maggio), in Italia più di 80 mamme al giorno in media sono costrette a licenziarsi perché non ce la fanno a conciliare lavoro e vita familiare con la cura dei figli. I ritmi della vita moderna, gli impegni sempre più pressanti, la precarietà di molte professioni, le crisi economiche e l’incertezza sul futuro stanno mettendo a dura prova la capacità di resistenza delle famiglie – spiega Uecoop – con il problema di trovare e pagare un posto alla scuola materna per i figli. Negli asili nido italiani c’è posto solo per 1 bambino su 4, il 24% di quelli fino a tre anni d’età contro il parametro del 33% fissato dall’Unione europea per poter conciliare vita familiare e professionale e promuovere la partecipazione delle donne al mondo del lavoro. Ecco perché il welfare privato è ormai diventato complementare rispetto al pubblico: il 46% dei benefit più desiderati è legato alle spese scolastiche dei figli per tasse e libri di testo, mentre un altro 22% punta su asili nido e baby sitter. I servizi di welfare familiare legati all’infanzia hanno ormai un ruolo strategico soprattutto in presenza di due genitori che lavorano e senza parenti a cui affidare la prole nelle ore di assenza fuori casa. Per 6 dipendenti su 10 (59%) al primo posto nella classifica dei benefit aziendali preferiti, spiega Uecoop su dati Ipsos, ci sono quelli legati alle spese familiari, dall’asilo alla scuola dei figli. Non mancano nelle grandi aziende asili per i figli dei dipendenti oppure mini nido con “tate” che seguono piccoli gruppi di bambini in grandi appartamenti attrezzati. Servizi spesso realizzati insieme a cooperative in grado di offrire personale già formato e locali adatti. Ma si tratta di gocce in un oceano, se in Italia 80 mamme al giorno in media sono costrette a licenziarsi. Altro che lieto evento!


Differenziali salariali di genere


Nessuna novità positiva dall’ultimo rapporto Ilo sui salari nel mondo. La crescita degli stipendi, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, si è infatti fermata, essendo al minimo dal 2008, l’anno della prima grande crisi. Peggio ancora va alle donne che continuano a percepire circa il 20% in meno rispetto ai loro colleghi. I salari nei Paesi più industrializzati sono cresciuti di appena lo 0,4% in un anno, dopo il già non esaltante 0,9% del 2016. Considerando tutti i Paesi, la crescita è stata dell’1,8%.


Un focus sulle imprese femminili del terziario


Gode di buona salute il settore italiano dei servizi. Stando infatti alle ultime rilevazioni dell’Istat, relative al II trimestre del 2018, il fatturato del terziario risulta in espansione da ben 16 trimestri consecutivi. Un contributo fondamentale a questi risultati è arrivato dalle imprese rosa, che oggi rappresentano quasi un terzo delle aziende italiane dei servizi. In totale le imprese attive nel settore sono 2 milioni e 600 mila, di queste il 28,3% è guidato da donne e sono attive soprattutto al Sud (il 36,2% contro il 22,7% del Centro, il 17,5% del Nord-Est e il 23,6% del Nord-Ovest).  Sono solo alcuni dei dati snocciolati da Terziario Donna Confcommercio nel corso dell’edizione 2018 di TDlab. Stando ai numeri illustrati dall’associazione di categoria, ad oggi il 63,5% le imprese femminili è rappresentato da ditte individuali e nel 68,5% dei casi hanno un fatturato inferiore ai 500mila euro. Quasi il 40% delle imprese femminili – spiega Confcommercio – mantiene il rapporto con il territorio e la tradizione proponendo prodotti e servizi tipici delle terre in cui operano. Una percentuale superiore a quella del totale delle imprese del terziario, dove la quota si ferma al 33,1%. Interessante il fatto che il 67,5% delle imprese rosa si definisce come molto o abbastanza sostenibile, ma solo il 28,9% di chi ha attraversato il passaggio al green ha spiegato di non aver incontrato ostacoli, mentre quattro su dieci hanno avuto problemi di budget e altre tre di competenze. Un altro problema segnalato dal 36,9% delle imprenditrici è la totale mancanza di supporto da altri soggetti ed istituzioni (la pensa così il 33% degli imprenditori del terziario in generale), mentre solo il 6% si ritiene molto tutelata.


Scozia, ottomila donne in sciopero


A Glasgow, le donne lavoratrici che hanno uno stipendio inferiore alla media – soprattutto quelle che si occupano di servizi, assistenza, pulizie – hanno proclamato 48 ore di sciopero. Denunciano una disparità salariale che può arrivare fino a 3 euro l’ora. Sotto accusa anche una riforma del 2006 che doveva ridurre i divari, che, invece, sono aumentati. Una donna intervistata ha detto: «Sono 12 anni che lottiamo contro questa discriminazione e non abbiamo ottenuto niente». La protesta ha determinato l’interruzione di molte attività: asili nido, scuole primarie e medie chiuse, servizi di assistenza a domicilio sospesi.