NaDEF, la Camera dà il via libera


Con 318 voti a favore, 194 contrari e due astenuti, l’aula di Montecitorio ha dato il via libera alla risoluzione di maggioranza sulla Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza. Per l’approvazione era prevista la maggioranza assoluta. Ieri sera era già arrivato il via libera alla risoluzione di maggioranza sulla NaDEF anche da parte del Senato, con 169 voti a favore, 123 no e quattro astenuti. Sempre oggi la Camera dei Deputati ha dato il via libera anche alla risoluzione di maggioranza sullo spostamento del pareggio di bilancio, in questo caso i sì sono stati 319, i voti contrari 193 e tre gli astenuti.


Sorprese negative dalla nota di aggiornamento del Def


La vera novità sul versante del lavoro contenuta nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza è l’istituzione di un Osservatorio nazionale del lavoro presso il ministero del lavoro. Per il resto, si tratta di notizie scontate, come il proseguimento dell’iter legislativo sul salario minimo, o auspicate, su tutte la proroga di opzione donna e Ape sociale. Manca al momento un riferimento al rinnovo dei contratti del pubblico impiego, mentre si conferma l’impegno sul versante sicurezza.


Def, le posizioni dei sindacati


Qualche punto di contatto, ma anche divergenze di opinioni sui contenuti del Documento di economia e finanza. Si può sintetizzare così la posizione espressa dalle quattro confederazioni sindacali, Cgil, Cisl, Uil ed Ugl, in occasione dell’audizione parlamentare presso le Commissioni riunite di Senato e Camera. Un punto di contatto è sicuramente quello relativo alla richiesta di puntare sulle infrastrutture, materiali ed immateriali, grandi e piccole, come volano per la crescita del prodotto interno lordo e dell’occupazione. Posizioni divergenti sul fronte fiscale: se tutti sono d’accordo sulla necessità di ridare equità al fisco, sulla ricetta della flat tax soprattutto dalla Cgil arriva una bocciatura preventiva, mentre l’Ugl apre. Altro punto di convergenza fra le sigle sindacali, la forte preoccupazione sul ritardo che si sta accumulando sui fondi europei, cosa che si riflette negativamente su diversi aspetti, comprese le politiche attive del lavoro.


Cosa prevede il DEF approvato dal Cdm


Dopo una breve riunione, nel tardo pomeriggio di martedì il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al Documento di Economia e Finanza. Un documento, appunto, che come spiega lo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze, traccia le linee guida della politica di bilancio e di riforma per il prossimo triennio, con l’obiettivo fondamentale di una nuova fase di sviluppo economico e di un miglioramento nell’inclusione sociale e della qualità della vita nel pieno rispetto dei vincoli europei. Tra le prime cose che saltano all’occhio, c’è la limatura al ribasso delle stime di crescita per l’anno in corso, portate al +0,1% dal +1% stimato in precedenza, allineandosi di fatto alle previsioni formulate dai principali enti nazionali e internazionali (solo ieri il FMI ha comunicato che prevede una crescita dello 0,2% nel 2019, rivedendo anche le stime di crescita mondiale). La rivisitazione, spiega il MEF, è legata ad un contesto di debolezza economica internazionale che il Governo ha fronteggiato mettendo in campo due pacchetti di misure di sostegno agli investimenti (il dl crescita e il dl sblocca cantieri) che dovrebbero portare ad una crescita aggiuntiva di 0,1 punti percentuali, fissando così il livello di Pil programmatico allo 0,2%, che salirebbe allo 0,8% nei tre anni successivi. Per quanto riguarda invece il deficit, il governo prevede che alla fine di quest’anno, «grazie alla solidità dell’impianto della Legge di Bilancio», si attesterà al 2,4% del PIL, per poi scendere gradualmente, portandosi all’1,5% del Pil nel 2022. Previsto un aumento anche del rapporto debito/Pil, con una riduzione al 130% nel 2022. Passando poi alla strategia vera e propria, il governo conferma di voler ampliare gli investimenti – passando dall’1,9% del Pil del 2019 al 2,5% del Pil nel 20122 -, di voler continuare il processo di riforma delle imposte sui redditi in chiave flat tax – incidendo in particolare sull’imposizione a carico dei ceti medi – di proseguire negli interventi di sostegno alle famiglie ed alla natalità e di garantire un maggior sostegno alle imprese, con l’intento di favorire la competitività del sistema produttivo. L’esecutivo assicura inoltre che «saranno oggetto di valutazione l’introduzione di un salario minimo orario per i settori non coperti da contrattazione collettiva e la previsione di trattamenti congrui per l’apprendistato nelle libere professioni». Non arriva invece sul tavolo del Cdm la questione dei rimborsi ai truffati dalle banche. Un tema molto sentito e molto dibattuto all’interno del governo gialloblu sul quale sembra ci sia stata una riunione extra dopo il Cdm. Secondo fonti vicine a Palazzo Chigi l’accordo è stato raggiunto, ma mancherebbero alcune limature.


L’affondo di Tria


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Stavolta non si può certo dire che il Ministro Tria sia stato tiepido. Ce l’avevano sempre descritto come una sorta di spina nel fianco per governo gialloblu, l’anti-Savona, l’emissario di Mattarella, il “loro” uomo a L’Avana, insomma quello che avrebbe avuto il compito di smorzare ed annacquare le riforme economiche di impronta espansiva per adattarle ai dogmi dell’austerity liberista di matrice europea ed internazionale. Qualcosa in questa narrazione già dall’inizio non tornava. Per quale motivo, infatti, avrebbe dovuto essere cooptata nell’esecutivo una figura che non condividesse, almeno in buona parte, il progetto politico alla base del contratto di governo? Ora ne abbiamo la conferma, si trattava dell’ennesima fola giornalistica. Nonostante i modi, senz’altro più sobri e diplomatici, come del resto si conviene al ruolo, rispetto a quelli dei ministri politici ed in particolare rispetto a quelli dei due leader Di Maio e Salvini, stavolta il messaggio inviato da Tria alla Commissione europea è stato piuttosto chiaro ed anche evidentemente seccato. Il titolare dell’Economia si è detto “dispiaciuto” della “défaillance tecnica della Commissione” ed ha chiarito che “Le previsioni della Commissione europea relative al deficit italiano sono in netto contrasto con quelle del Governo italiano e derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento Programmatico di Bilancio, della legge di bilancio e dell’andamento dei conti pubblici italiani, nonostante le informazioni e i chiarimenti forniti dall’Italia”. Insomma, persino il moderato Tria ha detto basta. Continuare a dimostrare una così evidente faziosità politica da parte di un organo, la Commissione Ue, che dovrebbe essere decisamente più imparziale rispetto a parti politiche e Stati membri – e non ci sono smentite ufficiali che riescano a dissimulare l’evidenza dei fatti – non può fare altro effetto se non quello di esasperare gli animi ed allontanare ancor di più le popolazioni, non solo la nostra ma a lungo andare anche quelle degli altri Paesi dell’Unione, dalle Istituzioni europee. Ricordando sempre che la Ue rappresenta l’unione dei popoli europei e dei governi che essi esprimono liberamente attraverso il voto e non è certo proprietà esclusiva di una determinata e sempre più obsoleta visione della politica e dell’economia.


Per l’Italia la Commissione Ue stima meno Pil e più deficit


Che la Commissione europea non avesse fiducia nelle politiche economiche dell’esecutivo italiano, era già noto dai molti botta e risposta che hanno coinvolto i commissari e il governo, ma ora questa sfiducia è stata messa nero su bianco nelle stime autunnali. Secondo la Commissione Ue, infatti, l’Italia crescerà meno e il rapporto deficit Pil sarà maggiore di quanto previsto nella Nota di Aggiornamento al Def formulata dai tecnici del ministero del Tesoro. Mentre l’esecutivo prevede una crescita dell’1,5% per il 2019 e dell’1,6% per il 2020, le stime autunnali di Bruxelles indicano un +1,2%per il prossimo anno ed un +1,3% per i dodici mesi a seguire. Il rapporto Deficit Pil è stato invece rivisto in peggio al 2,9% nel 2019 e al 3,1% nel 2020, dopo l’1,9% stimato per l’anno che sta volgendo al termine. Le stime diffuse questa mattina dalla commissione Ue sono state definite una «défaillance tecnica» dal ministro dell’Economia Giovanni Tria, in quanto sono «derivano da un’analisi non attenta e parziale del DPB e dell’andamento dei conti pubblici italiani»