I limiti del bonus Conte-Gualtieri


Novità in vista sul versante del fisco per i lavoratori dipendenti. È stato appena pubblicato in gazzetta ufficiale il decreto legge 3/2020, attuativo della misura contenuta nella legge di bilancio, e non mancano le sorprese rispetto al testo circolato subito dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri. L’intervento, prima previsto soltanto per gli ultimi sei mesi dell’anno, guarda ora anche al 2021 e agli anni a seguire. Per provare a far quadrare i conti, il governo ha preso le risorse del cosiddetto bonus Renzi, mettendoci sopra 3 miliardi per il 2020 e 5 miliardi a partire dal 2021 con l’obiettivo di erogare 100 euro ai redditi compresi fra 8.200 euro e 28mila euro, cifra che decresce fino ad azzerarsi a 40mila euro. Il tutto, però, sotto forma di detrazione, condizione che comporta il fatto che il lavoratore dipendente privato deve essere capiente, vale a dire deve avere delle imposte da pagare. Un meccanismo che esclude i redditi più bassi e che, paradossalmente, beneficia maggiormente i singoli senza carichi familiari piuttosto che le famiglie monoreddito con figli a carico. Lo stesso limite insito anche nel bonus Renzi, prima erogato sotto forma monetaria e poi come detrazione.


Imposte e detrazioni, le novità


La novità di maggiore rilievo, rispetto alle anticipazioni e alle indiscrezioni giornalistiche dei giorni precedenti, è quella che la riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti è sperimentale e vale soltanto per il periodo compreso fra luglio e dicembre di quest’anno. Nulla si dice, viceversa, su cosa succederà a partire dal 1° gennaio del 2021, nonostante in legge di bilancio siano state stanziate risorse per 5 miliardi di euro. La conferma della misura attuativa della disposizione della legge 160/2019 nei termini anticipati alimenta, però, un grande dubbio circa l’effettiva copertura; a conti fatti, i 3 miliardi di euro sembrerebbero non essere sufficienti a coprire l’intera platea dei potenziali beneficiari, valutabile in 15,5 milioni di lavoratori dipendenti. In sintesi, il decreto prevede la sospensione del bonus Renzi per gli attuali percettori, i quali andrebbero a percepire 20 euro in più al mese. La maggiore detrazione viene altresì estesa, sempre in via sperimentale per i sei mesi considerati, alle fasce di reddito fino a 40mila euro, oggi escluse dal bonus Renzi, sempre sotto forma di detrazione dal reddito, per cui è necessario che ci sia la cosiddetta capienza, cioè imposte da pagare. Alcuni esempi per capire cosa succede, ricordando che si tratta di detrazioni, per cui il potenziale beneficiario deve avere imposte da pagare. Per un operaio con un reddito annuo lordo di 20mila euro, il maggiore beneficio, rispetto ad oggi, è di 120 euro, spalmati su sei mensilità; stesso vantaggio anche per un impiegato con un reddito lordo annuo di 24mila euro, mentre cambia tutto per il collega che ha poco meno di 28mila euro lordi annui di reddito, il quale avrà un beneficio netto di 600 euro. Nulla in più, invece, per il precario con lavori saltuari con reddito inferiore a 8.200 euro lordi annui.


Rinnovi contrattuali in salita


Partenza decisamente in salita per la tornata di rinnovi contrattuali che interessa circa nove milioni di lavoratori e lavoratrici dipendenti. E le ragioni sono sicuramente diverse, ad iniziare dal muro che le associazioni datoriali hanno già iniziato ad innalzare davanti alle prime richieste formulate dal sindacato. Gli aumenti retributivi richiesti, fanno notare da Confindustria e dalle altre associazioni di settore, non corrispondono agli incrementi dell’inflazione e quindi contrasterebbero con le intese sottoscritte anche nel recente passato. È il caso dei contratti collettivi degli alimentaristi (205 euro), dei bancari (200 euro), degli stessi metalmeccanici (153 euro), tre categorie che, messe insieme, pesano per quasi 2,5 milioni di addetti. Si annunciano trattative molto complesse, quindi, sulle quali pesa un altro aspetto: il sovente arroccamento di Cgil, Cisl e Uil, decisamente poco propense a mettere in campo piattaforme unitarie anche con le altre confederazioni più rappresentative nei diversi settori, l’Ugl, la Cisal, la Confsal più il mondo alla sinistra della Cgil, rappresentato dalla Usb e dalla Cub, almeno con quelle che ci vogliono stare. Tutto lascia pensare che le associazioni datoriali vorranno attuare un atteggiamento dilatorio, in attesa di capire se il nuovo governo sarà in condizione di dare seguito alla promessa di tagliare il cuneo fiscale per la parte relativa ai lavoratori.


Ocse: Italia, cuneo fiscale tra i più elevati


Secondo l’ultimo rapporto Taxin waves 2019 dell’Ocse, basato sul 2018, l’Italia ha il cuneo fiscale sul lavoro dipendente per le famiglie monoreddito più elevato dell’area, dopo quello della Francia. Pe per famiglie con due figli, nei quali lavora solo una persona, infatti, il cuneo fiscale si attesta al 39,2% contro il 26,6% della media dell’area Ocse. Il nostro Paese è invece al terzo posto per quanto riguarda il cuneo fiscale per i lavoratori single: con il 47,9% (+0,2% rispetto allo scorso anno) si piazza dopo Belgio e Germania, mentre la media Ocse è al 36,1%.