Visco: «Da crisi conseguenze gravissime»


«Le Conseguenze di questa crisi globale sono gravissime e dipendono dalla diffusione del coronavirus, sono difficili da valutare. La portata dell’evento senza precedenti è evidente nei costi di vite umane nel mondo». Così il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, parlando nel corso dell’Esecutivo Abi  aggiungendo che «le Prospettive sono incerte e questo incide negativamente su spesa famiglie e imprese». «Nel complesso – ha poi detto Visco -, anche grazie alle misure di stimolo della domanda, monetarie e di bilancio, il rafforzamento della congiuntura nel trimestre in corso potrebbe essere lievemente migliore di quanto delineato nelle nostre previsioni di luglio».


Rabbia sociale


Paura e rabbia sociale, si teme un “autunno caldo”. Allarme del ministro Lamorgese e del Censis che in uno studio ha descritto l’Italia come «una penisola della paura»

Rischio di “autunno caldo”? «Il rischio è concreto a settembre vedremo l’esito di questa crisi che ha colpito le aziende. Vediamo negozi chiusi, cittadini che non la disponibilità di provvedere ai propri bisogni quotidiani. Il Governo ha posto in essere tutte le iniziative per andare incontro a queste necessità. Il rischio però è concreto. Vedo oggi un atteggiamento di violenza verso le nostre forze di polizia, a cui deve andare il ringraziamento di tutti gli italiani». Sono parole del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, la quale difende l’operato del Governo di cui fa parte, dimenticandosi di dire però che la cassa integrazione continua a non arrivare, così come gli aiuti agli autonomi e la liquidità che avrebbero dovuto dare sostegno alle imprese. Se sono i lavoratori dipendenti, gli autonomi e gli imprenditori a provare e a dichiarare di avere rabbia e paura, figuriamoci tutti quelli che vivono ai margini della società, che non sono pochi. In uno studio elaborato in collaborazione con Assogestioni, Associazione italiana del risparmio gestito, presentato oggi, il Censis ha descritto il nostro Paese come una «penisola della paura». Ben il 67,8% degli italiani ha paura per la situazione economica familiare, paura radicata nei territori e trasversale ai diversi gruppi sociali. La percentuale sale al 72% tra i millennials e le donne, sfiora il 75% nel Sud, supera il 76% tra gli imprenditori e arriva all’82,6% tra le persone con i redditi più bassi. In sostanza stiamo parlando della spina dorsale del Paese, percorsa da brividi di rabbia e paura, che, come denunciato dal ministro Lamorgese, si scaglia contro i rappresentanti delle forze dell’ordine. Ma non solo, aggiungiamo noi, visti i molti casi di aggressione anche nei confronti di lavoratori dei servizi pubblici, in particolare nei trasporti. L’epidemia ha generato una grande incertezza economica ed esistenziale per il 49,7% degli italiani (il 58,9% tra gli imprenditori), tanto che l’unica certezza è che «tutto può succedere». Ecco perché sul piano economico gli italiani stanno dimostrando una grande cautela, soprattutto nella gestione dei propri soldi, tanto che il rapporto Censis-Assogestioni parla di «risparmio forzoso». La liquidità nei portafogli delle famiglie italiane è aumentata e potrebbe ulteriormente farlo nel 2023. Ma se gli italiani spendono sempre di meno, tranne che per tutelare e mettere a frutto i propri risparmi con piccole o grandi forme di investimento, il mercato interno rischia la paralisi totale, con prevedibili conseguenze negative sia sul piano occupazionale sia sul Pil. Come hanno rivelato oggi i dati Federalberghi, che ha registrato un calo delle presenze dell’80,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.


Dal 2008 al 2020, due crisi a confronto


La crisi economica del 2020 è una crisi molto diversa da quella del 2008. Quest’ultima fu una crisi di sistema che dalla finanza si trasferì presto all’economia reale, quella che stiamo attraversando deriva invece da un evento imprevedibile quale è la pandemia di coronavirus. Con fatica l’Europa – e l’Italia anche con maggiore difficoltà rispetto ai suoi principali partner – stava da poco ricominciando a mostrare segnali incoraggianti dopo la spirale negativa avviata più di dieci anni fa, ma la crisi non aveva colpito tutti allo stesso modo. Stavolta le conseguenze dell’emergenza, dapprima sanitaria, avranno un impatto devastante: colpiranno tutti indistintamente. Già a marzo l’Organizzazione internazionale del lavoro (agenzia delle Nazioni Unite che riunisce i governi, i sindacati e le organizzazioni degli industriali di 187 Paesi) aveva stimato che il numero di disoccupati nel mondo avrebbe potuto raggiungere livelli di gran lunga superiori a quelli provocati dalla crisi del 2008. Quello che sappiamo è che il lockdown, misura volta a contenere la diffusione del virus adottata praticamente ovunque, in circa due mesi ha provocato più danni della precedente crisi economico-finanziaria. Una situazione che in Italia è  resa evidente dal recente crollo della produzione industriale e che registrerà nelle prossime settimane dati quasi certamente più gravi, senza dimenticare che il nostro Paese già di suo era atteso crescere quest’anno di pochi decimali sopra lo zero. In Italia il tasso di disoccupazione salì dal 6,7% del 2008 al 12,7% nel 2014, per assestarsi attorno all’11,2% nel 2017 fino a scendere al 9,7-9,8% tra fine 2019 e inizio 2020. La ripresa occupazionale è iniziata nel 2015, tuttavia compromessa – complice soprattutto il Jobs Act – da un contesto se possibile più precario di quello che ci eravamo lasciati alle spalle. Per quanto sia difficile, ora, fare previsioni sugli effetti che la pandemia avrà sull’occupazione nei prossimi mesi (secondo l’Istat a marzo il tasso di disoccupazione è sceso all’8,4% ma con un boom di inattivi da considerare, dati inoltre condizionati dall’avvio della cassa integrazione per far fronte all’emergenza), è possibile immaginare un ulteriore deterioramento del mercato del lavoro – non eravamo ancora riusciti a colmare la perdita delle ore lavorate accumulata negli anni passati – che potrà essere limitato solo attraverso politiche lungimiranti. Purtroppo, fin qui, tutt’altro che messe in mostra.


Le tante crisi aperte al Mise


Quasi 150 tavoli congelati per il Covid-19, ma il futuro è nero

Con la ripartenza, inevitabilmente, torneranno a riaprirsi le tante vertenze che, in questi mesi, state congelate per effetto delle norme di contenimento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. A gennaio, la stima era di circa 150 tavoli aperti al ministero dello sviluppo economico, con una platea di 250mila addetti coinvolti, praticamente in tutti i settori produttivi, dalla siderurgia alla grande distribuzione, passando per il trasporto aereo. Whirpool, Embraco, Bekaert, Jindal, Blutec, ArcelorMittal: sono soltanto alcune delle aziende ad un passo dal baratro, anzi in qualche caso il confine è già stato abbondantemente superato. Al momento, la situazione è congelata, però è sufficiente guardare a quello che sta succedendo a Marcianise, con la Jabil per avere conferma di quanto poco gli investitori internazionali sono disponibili a sottostare alle leggi del paese ospitante che vietano i licenziamenti almeno fino alla metà di agosto.


E NEL FRATTEMPO…


Non c’è solo l’emergenza Coronavirus. Il fatto che sia stato differito lo sciopero di 24 del Trasporto aereo previsto per oggi, martedì 25 febbraio, al 2 aprile non vuol dire che gli enormi problemi siano stati risolti. La decisione del differimento è stata presa ieri dai sindacati di settore, Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti e Ugl Trasporto aereo, con l’intento di accogliere l’appello lanciato dalla Commissione di Garanzia sugli Scioperi che chiedeva di «evitare un ulteriore aggravio alle Istituzioni coinvolte nell’attività di prevenzione e contenimento della diffusione del virus».
La scorsa settimana le sigle sindacali hanno indetto lo sciopero di tutto il personale delle società e compagnie del trasporto aereo alla luce della «grave crisi che imperversa nel settore e il proliferare di situazioni di pesante crisi industriale», a partire dai casi di Air Italy, messa in liquidazione e senza investitori interessati all’orizzonte, e Alitalia che, oltre non rinnovare gli onerosi contratti di leasing con conseguente uscita dalla flotta di Airbus 321 a marzo, di due Airbus 330-200 in aprile e di un Boeing 777-300Er a giugno, deve risolvere ancora un problema di riassetto societario, determinare le strategie operative possibili e risolvere una scottante questione sul fronte europeo comunitario, ovvero se la Ue considererà o meno aiuto di Stato l’ultimo finanziamento di 400 milioni di euro. Per Air Italy è al momento ferma alla messa in liquidazione e alla perdita del lavoro per circa 1.400 i dipendenti tra Milano Malpensa e Olbia. Fatto ancora più preoccupante è che tra le motivazioni dello sciopero indetto e poi differito, c’è anche l’annullamento del finanziamento del Fondo di Solidarietà del Trasporto Aereo, che contribuisce ad integrare i redditi dei lavoratori coinvolti dalle crisi industriali. Più crisi di così si muore. Ma le sigle sindacali hanno calcolato che per integrare l’80% dei redditi dei lavoratori sono necessari 130 milioni di euro all’anno ma mancano all’appello 50.000 euro, visto che a disposizione per il 2020 ci sono solo 80.000 euro. Nonostante tutti questi problemi, Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti e Ugl Trasporto da troppo tempo – e questa è la seconda motivazione dello sciopero – «richiedono inascoltate un tavolo di lavoro ministeriale e una cabina di regia che abbia la finalità di riscrivere le regole dell’intero settore». A ciò si aggiungano gli effetti diretti ancora incalcolabili, negativamente impattanti, sul settore che crisi sanitarie come il Coronavirus hanno sempre avuto.

IATA: L’IMPATTO DEL CORONAVIRUS SUL TRASPORTO AEREO
L’International Air Transport Association (IATA) ha stimato che le perdite per il 2020 dell’intero settore, a causa del Coronavirus, potrebbero essere intorno ai 29 miliardi di dollari, quasi cinque volte che si verificarono con la Sars. Impatto dovuto sia alle scelte dei consumatori sia di alcuni Governi.


Costruzioni, livelli pre-crisi? Servono altri 25 anni


L’allarme lanciato dall’ANCE. Bisognerà quindi aspettare il 2045 per l’anno di svolta del settore

Serviranno altri 25 anni per far tornare il settore delle costruzioni ai livelli precedenti la crisi economica. È l’allarme lanciato dall’Associazione nazionale costruttori edili – ANCE – nell’Osservatorio congiunturale sull’industria delle costruzioni, presentato oggi. «Le prospettive per questo nuovo decennio sono tutt’altro che entusiasmanti», spiega infatti l’associazione spostando al 2045 l’anno di svolta del settore. Eppure nel corso del 2019 i segnali incoraggianti non sono mancati. Gli investimenti, per esempio, sono cresciuti del 2,3% ma secondo l’ANCE «non si tratta di un aumento in grado di segnare una vera svolta e di stabilizzare un settore che negli ultimi undici anni si è ridotto ai minimi storici». Oltre ciò, già il prossimo anno si dovrebbe registrare un rallentamento della crescita degli investimenti al +1,7%. Proseguirà però il buon andamento degli investimenti nell’edilizia abitativa, previsti crescere del 2,5%, mentre quelli pubblici dovrebbero registrare un +4% (dopo il +2,9% del 2019). Si stima invece un +1,5% per gli investimenti in manutenzione straordinaria dello stock abitativo esistente. Che il 2019 abbia lasciato a desiderare è desumibile anche dalle ultime rilevazione di IHS Markit sul settore edile, in cui la società londinese spiega che a fine anno l’indice totale dell’attività è crollato al livello più basso da quasi due anni, registrando la contrazione maggiore dei nuovi ordini dall’aprile del 2017. Le previsioni per il futuro, si legge nel commento ai dati, pur rimanendo in generale deboli, sono aumentate leggermente suggerendo che l’inizio del nuovo decennio sarà impegnativo.