Pubblico impiego, via libera al Tfs differito e a rate


La Corte costituzionale ha messo la parola fine ad uno dei provvedimenti più controversi degli ultimi anni: quello che prevede l’erogazione del trattamento di fine servizio, comunque denominato, in maniera differita nel pubblico impiego. La misura era stata introdotta sulla scia dei provvedimenti iniziati con il cosiddetto Salva-Italia, il decreto legge del dicembre del 2011 che aveva al suo interno la riforma delle pensioni targata Fornero. Successivamente, stante la necessità di contenere la spesa pubblica, nel 2013, un successivo provvedimento aveva introdotto il pagamento differito del trattamento di fine servizio scaglionato a secondo dell’ammontare. In seguito all’introduzione di questa norma, una dipendente pubblica si era rivolta ad una organizzazione sindacale di categoria, promuovendo un ricorso al Tribunale di Roma che, a sua volta, aveva investito della questione la Corte costituzionale. L’Alta corte, però, oggi conferma che il pagamento differito a rate non è irragionevole. Una decisione diversa avrebbe comportato la necessità per il governo di trovare risorse importanti – stimate addirittura in 9 miliardi – per far fronte al pagamento del Tfs presente e passato. La sentenza fa venir meno anche alcuni dubbi relativi al pensionamento con Quota 100 dei dipendenti pubblici. Peraltro, il decreto attuativo prevede la possibilità di chiedere un prestito con tasso agevolato e detassazione.


Legittimo l’assorbimento del Corpo forestale nei Carabinieri


Si era trattato di una misura maggiormente contestata a suo tempo. L’assorbimento del Corpo forestale dello Stato nell’Arma dei carabinieri disposto dall’allora governo Renzi non era piaciuta alle organizzazioni sindacali di categoria. Ora la Corte costituzionale ha posto fine alla querelle, rispondendo alla questione sollevata dai Tribunali amministrativi di Abruzzo, Veneto e Molise, parlando di bilanciamento non irragionevole fra esigenze organizzative e salvaguardia del personale.


Se ne è accorta anche la Consulta


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale ugl

Finalmente la Corte Costituzionale ha ravvisato l’illegittimità del Jobs Act, o almeno di una sua parte, esprimendosi in particolare sull’articolo 3, comma 1, del Decreto legislativo n.23/2015, che si occupa delle indennità derivanti dal licenziamento ingiustificato. La norma, prevedendo un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio, è contraria ai principi di ragionevolezza e uguaglianza e limita fortemente la possibilità del giudice di stabilire caso per caso, sulla base della gravità della situazione, l’ammontare dell’indennizzo spettante al lavoratore ingiustamente licenziato. Se con il Decreto Dignità alcune migliorie sono state fatte, ad esempio aumentando le soglie degli indennizzi, senza tuttavia intaccare l’automatismo, ora bocciato dalla Corte, fra anzianità di servizio ed importo del risarcimento, moltissimo resta ancora da fare per ribaltare la ratio alla base delle riforme prima Fornero e poi Renzi. Due riforme del lavoro che hanno avuto il fine di limitare le possibilità di reintegrazione in servizio anche in presenza di un licenziamento accertato come illegittimo dal giudice. La metodologia utilizzata da entrambe le riforme è, infatti, quella di individuare una classifica delle possibili cause di illegittimità e garantire una piena tutela solo a coloro che sono stati licenziati per motivi “più illegittimi” di altri. Facendo così passare il concetto che con un indennizzo, più o meno alto, più o meno legato a fattori oggettivi, come l’anzianità di servizio, o soggettivi, come la gravità dei singoli casi, l’azienda ha la facoltà di licenziare ingiustamente. Senza essere tenuta – salvo particolari e sempre più rari casi – a reintegrare il lavoratore neanche quando un giudice accerta insindacabilmente la natura illegittima del licenziamento stesso. Una visione che il sindacato non può che combattere perché è fondata su un intollerabile abbassamento degli standard e dei diritti del lavoro. Ben sappiamo quale sia la visione di fondo che ha guidato le riforme del lavoro portate avanti negli anni scorsi prima dal governo Monti e successivamente da quelli a guida Pd: la volontà di ricercare la competitività in una forsennata corsa verso la riduzione dei diritti dei lavoratori. Una strategia fallimentare dal punto di vista economico, portatrice solo di precarietà, sotto occupazione e stagnazione dei consumi e della crescita, incapace di ridare slancio reale all’occupazione. Ma, soprattutto, una concezione del lavoro inaccettabile dal punto di vista etico e di garanzia dello stato di diritto. Se la prima legge sul lavoro del “governo del cambiamento” ha cercato in parte di invertire questa tendenza, resta però ancora tanto da fare. Come conferma la stessa sentenza della Consulta, occorre una vera e propria rivoluzione copernicana che rimetta al primo posto la dignità del lavoro.