Permessi 104, il pasticcio di una norma scritta male


Il comma 2, relativo alla sanità, ha fatto sollevare dei dubbi interpretativi

Da ieri notte, da quando è stato finalmente pubblicato in gazzetta ufficiale il decretone contenente le norme a sostegno delle famiglie, dei lavoratori e delle imprese nel tentativo di ridurre per quanto possibile l’impatto dell’emergenza connessa al Covid-19, uno degli argomenti più dibattuti è sicuramente quello che prevede l’estensione della durata dei permessi retribuiti ai sensi dell’articolo 33 della legge 5 febbraio 1992, n. 104. Si tratta dei permessi di legge riconosciuti in caso di assistenza di persona, parente o affine entro il secondo grado (terzo grado in presenza di determinate condizioni), ai lavoratori dipendenti pubblici o privati. Di norma, il permesso è di tre giorni al mese; l’articolo 24 del decreto legge 18/2020, al comma 1, dispone che per questo mese e nel prossimo mese di aprile detto permesso è incrementato di ulteriori dodici giornate complessive. Un dubbio interpretativo nasce dalla lettura del comma 2, nel quale si specifica che il beneficio è riconosciuto al personale sanitario compatibilmente con le esigenze organizzative derivanti dall’emergenza Covid-19. In attesa di un chiarimento dell’Inps, la chiave di lettura è la seguente: il beneficio vale per tutti i settori, con le limitazioni per la sanità; per la fruizione si deve seguire il normale iter, compreso il raccordo con l’azienda, laddove si tratta di servizi pubblici essenziali o sono presenti regolamenti di utilizzo.


L’Europa si blinda


«Siamo in guerra». Il presidente francese Emmanuel Macron lo ha ripetuto più volte durante il suo discorso alla nazione di ieri sera. Il tono rende bene l’idea di come l’Europa sia adesso più consapevole del pericolo causato dalla diffusione del nuovo coronavirus, seppure in ritardo rispetto all’Italia. Persino il primo ministro britannico, Boris Johnson, ha compiuto un passo indietro rispetto alla linea adottata alcuni giorni fa e ora invita i cittadini ad evitare i contatti non essenziali e a lavorare, quando possibile, da casa. Ma la misura restrittiva più importante è sicuramente quella dell’UE, che dalle 12 di oggi chiude le sue frontiere esterne per 30 giorni (la proposta era stata formalizzata sempre nella giornata di ieri dalla presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen e non riguarda i cittadini UE, il personale di ricerca e sanitario impegnato nel limitare la diffusione del coronavirus e i trasportatori di merci). In Francia l’annuncio di Macron sugli spostamenti fortemente ridotti nel paese per almeno 15 giorni ha provocato nella mattinata di oggi una fuga da Parigi, principalmente persone intenzionate a lasciare la capitale francese per raggiungere la regione d’origine.  Intanto in Spagna i contagi accertati da coronavirus sono aumentati ancora, arrivando a quota 11 mila, con un incremento di duemila casi in un giorno. In Germania se ne contano poco più di seimila, ma si teme possano in verità essere di più.


Nel “Cura Italia” anche il salvataggio di Alitalia


Scadrà domani (18 marzo) il termine per la presentazione delle offerte vincolanti per Alitalia e, viste le precedenti partite e la difficoltà di giocarne un’altra per via delle ripercussioni che l’epidemia di coronavirus sta avendo sul settore aereo, il governo ha preso la palla al balzo (qualche giorno fa la Commissione Ue ha parlato di «massima flessibilità su patto di Stabilità e aiuti di Stato) e ha introdotto attraverso il decreto “Cura Italia” la nascita di una nuova società interamente controllata dal Ministero dell’economia e delle finanze. Una decisione, si legge nel comunicato del governo, presa «in considerazione della situazione determinata dall’emergenza sulle attività di Alitalia – Società Aerea Italiana S.p.a. e di Alitalia Cityliner S.p.a. entrambe in amministrazione straordinaria». Del resto l’ipotesi di creare una newco, controllata da una società a prevalente partecipazione pubblica, era già nell’aria da tempo. Tra le altre misure introdotte dal nuovo decreto anche quelle  per potenziare la capacità di intervento del Sistema sanitario, della Protezione civile e degli altri soggetti pubblici impegnati a fronteggiare l’emergenza sanitaria (tra cui 20.mila assunzioni già deliberate per il Ssn e l’incremento del Fondo emergenze nazionali) e quelle a sostegno dei lavoratori, delle famiglie e delle aziende (con l’obiettivo che nessuno perda il posto di lavoro a causa dell’emergenza e per evitare sia alle famiglie che alle imprese carenza di liquidità). Introdotte anche misure in campo fiscale, allo scopo di evitare che obbligazioni e adempimenti aggravino i problemi di liquidità.


FINANZA IN TILT


Martedì 17 marzo, secondo giorno consecutivo di mercati finanziari come montagne russe: sprofondano di molto e si rialzano a fatica lasciando sul terreno le ceneri di miliardi di valute diverse andate in fumo, nonostante alcune banche centrali importanti (la Fed in primis,  Bce meno, Bank ok England, Bank of Japan) abbiano deciso di combattere la crisi economica scatenata dall’emergenza sanitaria, già attesa nel 2019 più che altro come effetto congiunto della guerra dei dazi e dei conflitti tra produttori petroliferi, con cannonate di Quantitative Easing e di acquisti in massa di titoli azionari in pochi giorni. Più di 800 sono miliardi di euro utilizzati rispetto a prima, 1500 miliardi quelli distribuiti alle banche. Ma i mercati non ci sono cascati e le montagne russe continuano. Come ieri, anche oggi sui mercati finanziari si manifestano gli effetti «devastanti» dell’epidemia di coronavirus soprattutto in Europa. È fallito il tentativo di cosiddetto rimbalzo di Milano (recupero momentaneo nell’ambito di un trend calante), la piazza è rimasta piatta con Fca che ha perso il -7%; giù anche l’euro sotto 1,10 dollari. Le Borse europee a metà seduta si sono rivelate le più negative, forti le vendite sui titoli del settore viaggi, assicurazioni e costruzioni. L’indice Zew tedesco, che raccoglie il sentiment degli investitori istituzionali sull’economia, è crollato oltre le attese a -49,5 punti a marzo. Anche se sempre oggi a Wall Strett, a inizio seduta, il tentativo di rimbalzo è riuscito, Il Sole 24 Ore ha sentenziato che è «caduto il castello di carta della finanza». Quanto la situazione sia diventata ingestibile e imprevedibile lo dimostrano anche le parole di Giulio Tremonti, ex ministro dell’economia nei governi Berlusconi: «Lagarde ha detto una cosa che magari corrisponde alla realtà: la Bce non serve più a fare nulla». Gli analisti sostengono che stavolta è diverso, non si tratta di una crisi finanziaria qualsiasi, ma di un’emergenza sanitaria per risolvere la quale è necessario fermare tutto. Ecco cosa manda in tilt la finanza. Sostiene Il Sole24Ore che non funziona più quella formula che ha imperato per un decennio: tassi bassi, liquidità abbondante e assuefazione ai rischi. È proprio vero, la salute viene prima di tutto.


Un colpevole ritardo


«Cura Italia» ritardataria e insufficiente, la Germania stanzia 550 miliardi

Se è vero che il tempo è denaro e che anche l’emergenza sanitaria si sconfigge con la tempestività, il decreto dal titolo suggestivo, “Cura Italia”, che oggi il governo giallorosso ha varato a sostegno degli «italiani in trincea» è solo un primo passo (lo ha detto lo stesso premier Conte), ma è già in ritardo, mentre bussavano alla porta importanti scadenze fiscali. Quest’ultimo era atteso già dalla scorsa settimana, è arrivato con i mercati finanziari di nuovo in picchiata e mentre altri paesi più corazzati del nostro, come Germania, Inghilterra e Usa, hanno assunto decisioni inattese e straordinarie per difendere i loro interessi. E pensare che molte delle misure contenute nel decreto, proprio l’UGL le aveva proposte già il 26 febbraio, quasi tre settimane fa. Nella sostanza si estendono a tutto il territorio nazionale le misure economiche straordinarie previste inizialmente solo per le “zone rosse”, ovvero Lombardia, Veneto, Emilia Romagna (pre-decreto 11 marzo) e si stanziano 25 miliardi di euro promessi, ma se l’emergenza dovesse perdurare «il governo mobilita 350 miliardi di euro complessivi». Venticinque miliardi si fa presto a prosciugarli: in parte sono già drenati dalle regioni più in difficoltà e ancora più velocemente saranno drenati da tutta l’Italia, visto che prevedono interventi a così (legittimo) largo raggio – aiuti per medici, lavoratori, famiglie e imprese – e per un tempo definito in nove settimane. Si parla di 4,3 miliardi per il sistema sanitario, 10 miliardi a sostegno dell’occupazione (insufficienti se l’emergenza dovesse prolungarsi) e del reddito dipendente e autonomo (600 euro per marzo), voucher baby sitter, cig anche per aziende con un solo dipendente, solo per dirne alcune. Ma la tempistica è tutto e se pensiamo ai 550 miliardi messi in campo dalla Germania, i 350 miliardi italiani distribuiti con il contagocce potrebbero perdere di efficacia. Per non parlare delle decisioni straordinarie e impreviste assunte (unilateralmente) dalle banche centrali Usa (stanotte) e dalla Gran Bretagna (una settimana fa), mentre la Bce tentenna. Il contagio a macchia d’olio si sta estendendo in tutto il Vecchio Continente e ogni Paese membro si sta sbrigando a far da sé.


Salute e sicurezza, Protocollo che non risolve le questioni aperte


Tutto viene lasciato alla valutazione delle specifiche condizioni di lavoro

Al di là delle dichiarazioni di circostanza, quello che sembra emergere dalla lettura del protocollo in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro definito su iniziativa del presidente del consiglio, Giuseppe Conte, e i titolari dei ministeri dell’economia, del lavoro, della salute e dello sviluppo economico, Gualtieri, Catalfo, Speranza e Patuanelli, è la difficoltà a mettere d’accordo che le varie anime del mondo del lavoro. A conti fatti, il protocollo aggiunge poco a quanto già definito nei giorni scorsi con i vari decreti del presidente del consiglio e con le linee guida adottate su impulso del ministero della salute o direttamente nelle aziende. Il protocollo rimanda la decisione di proseguire l’attività ai singoli casi. Escludendo chiaramente i servizi essenziali, è il datore di lavoro, sentita la rappresentanza sindacale aziendale, a valutare l’esistenza o meno di adeguati livelli di protezione, la prima della quale è la distanza interpersonale di un metro fra un addetto e l’altro. In assenza di questi adeguati livelli e nell’impossibilità di ricorrere a dispositivi di protezione individuale e al lavoro agile, intervengono gli ammortizzatori sociali. Su quest’ultimo punto, il governo intende proseguire nel solco di quanto già tracciato con il precedente provvedimento urgente per la zona rossa e per la Lombardia, il Veneto e l’Emilia Romagna con la concessione di nove settimane di stop.