Coronavirus, Austria verso il terzo lockdown


In Germania nuovo record di contagi

Dall’Oms Europa arriva un appello che più chiaro non si può: restare a casa per Natale. I dati fotografano, nel vecchio continente, una situazione ancora molto preoccupante (l’Europa è la prima regione al mondo a registrare più di mezzo milione di morti per il Covid-19, secondo un conteggio della AFP sulla base dei rapporti forniti dalle autorità sanitarie) e molti paesi stanno correndo ai ripari, in attesa di poter avviare massicciamente le campagne di vaccinazione. L’Austria, ad esempio, dove si è osservata una crescita dei morti negli ultimi giorni, adotterà il terzo lockdown subito dopo Natale, dal 27 dicembre al 10 gennaio. Allo stesso modo, la Polonia fermerà le attività per tre settimane, dal 28 dicembre. La Germania ha dato il via ad un nuovo lockdown pochi giorni fa, mentre continua a registrare cifre record: 33.777 nuovi contagi in 24 ore e 813 decessi (in questo caso il secondo valore più alto nell’arco di due settimane), secondo il Robert Koch Institut. In Russia, nelle ultime 24, ore sono stati accertati 28.552 contagi e 611 decessi, secondo quanto riferisce il centro operativo nazionale anticoronavirus. A livello mondiale, i casi di coronavirus hanno superato la soglia dei 75 milioni, stando al consueto bollettino della Johns Hopkins University, mentre i decessi confermati da inizio pandemia sono oltre 1,6 milioni. In Corea del Sud, uno dei paesi che ha saputo gestire meglio la pandemia, torna un po’ di preoccupazione dopo che nelle ultime 24 ore ha registrato 1.062 nuovi casi di coronavirus, il secondo record più alto di sempre e il terzo giorno consecutivo sopra i mille contagi.


«Bergamo tra le aree del mondo più colpite dal coronavirus»


Lo sostiene uno studio, spiegando che il 96% dei contagi non sarebbe stato rilevato dal Ssn

Durante la cosiddetta prima ondata, Bergamo è stata una delle aree più colpite dal coronavirus, a livello mondiale, con una sieroprevalenza superiore a quella di molte metropoli, tra cui New York, Londra e Madrid. Lo rivela una ricerca dell’Istituto “Mario Negri” di Bergamo, condotta a maggio 2020, e poi pubblicata sulla rivista EBioMedicine, del gruppo The Lancet. Secondo la ricerca, realizzata dal gruppo di Giuseppe Remuzzi e il cui primo autore è Luca Perico, è risultato positivo al virus SarsCov2 il 38,5% dei 423 volontari (133 dei quali sono ricercatori del Mario Negri e 290 addetti dell’Azienda Brembo) che a maggio si sono sottoposti al tampone nasofaringeo per la ricerca delle particelle virali e due tipi di test sierologici per la ricerca degli anticorpi. Successivamente i ricercatori hanno esteso il dato alla provincia di Bergamo, giungendo alla conclusione che il 96% dei casi positivi al coronavirus non dovrebbe essere stato individuato dal sistema sanitario nazionale. Secondo la ricerca, è possibile ipotizzare che 420.000 persone siano entrate in contatto col virus, contro le 16.000 dei dati ufficiali al 25 settembre 2020. Vale a dire, ha osservato chi ha condotto lo studio, che i numeri reali 25 volte più alti di quelli ufficiali. E così «Bergamo si profila come una delle aree più colpite al mondo con una sieroprevalenza che supera di gran lunga le stime di New York (19.9%), Londra (17.5%) e Madrid (11.3%)».


Emergenza scontata


Migranti: Calabria e Sicilia terre di sbarchi. Ora il rischio è il Covid-19. Musumeci: «Governo deliberi lo stato di emergenza». Santelli: «Non è questione di ideologie, non c’è destra o sinistra su queste cose. Non possiamo essere invasi»

Nulla di nuovo in realtà, tanto che forse non si dovrebbe parlare di emergenza e/o di allarme: pensate, è “(ri)scoppiato” il caso migranti e per di più alla luce del Covid-19. Inimmaginabile? Difficile da credere visto che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sta pensando di prorogare lo stato di emergenza; visto che la lista dei 13 Paesi da quali non si può atterrare negli aeroporti italiani potrebbe allungarsi; visto che nessuno sa con assoluta certezza se tutti gli alunni italiani riusciranno a iniziare l’anno scolastico sui banchi di scuola, cioè in presenza; visto che ancora non riaprono biblioteche, cinema, teatri al chiuso; visto che l’obbligo di mascherina nei luoghi chiusi, soprattutto dove non è possibile garantire il distanziamento, resterà almeno fino al 31 luglio. C’è poco da meravigliarsi, dunque, per quanto accaduto ad Amantea in Calabria, in quel Sud che ha combattuto a mani nude il Covid-19: è stato schierato l’esercito davanti alla struttura della cittadina nella quale sono stati accolti 28 immigrati, di cui 14 affetti da coronavirus, su 70 sbarcati, verso i quali si sono levate le proteste dei cittadini, anche oggi con nuove manifestazioni, del Sindaco e della presidente della Regione Calabria, Jole Santelli. Viminale e Governo vigilano sul caso e ragionano sulla gestione di questo e di casi simili – avvistate oggi da Sea Watch 50 persone alla deriva a 24 miglia da Lampedusa – con la requisizione di navi e caserme e la previsione di quarantene anche al largo delle coste italiane, così come accade in Sicilia con la Moby Zazà. O come avvenuto a Pozzallo, dove, prima dello sbarco odierno di 65 migranti, le verifiche mediche (tamponi) sono state fatte direttamente a bordo. Ci si poteva pensare prima? Il Viminale di certo i numeri li conosce e li ha, questi sono “freschi” di giornata: 8.988 i migranti sbarcati sulle coste italiane dall’inizio del 2020, contro i 3.165 dello scorso anno. Due anni fa sono stati 17.296. Un alto numero di arrivi si è concentrato nello scorso fine settimana con 701 persone sbarcate venerdì, 357 sabato e 198 domenica, totale 1256. Tutto imprevedibile? Le questioni sono tante – il Covid-19 è solo l’ultima della serie – e se vogliamo ancora più “antiche”: ad esempio, che cosa sta facendo l’Ue? Proprio oggi i ministri dell’Interno di Francia, Germania, Italia, Malta e Spagna e i Commissari europei per gli Affari Interni e per il Vicinato e l’Allargamento hanno incontrato oggi in Italia le loro controparti provenienti da Algeria, Libia, Mauritania, Marocco e Tunisia. «I partecipanti – è scritto nel comunicato – hanno deciso di utilizzare tutti gli strumenti disponibili, compresi i partenariati operativi comuni, come parte del proprio lavoro per giungere a dei Partenariati bilaterali per contrastare il traffico di migranti, per migliorare la loro capacità collettiva di prevenire, individuare, indagare e perseguire le reti di trafficanti di migranti». Auguri!


Come il coronavirus si è abbattuto sul mondo del lavoro in Italia


I numeri dell’Inail sul Covid-19 sui contagi e i decessi sul lavoro al 31 maggio. Donne più contagiate degli uomini

Mentre la magistratura si sta muovendo per capire cosa non ha funzionato, l’Inail fornisce una prima fotografia più chiara di cosa è successo nel nostro Paese in queste settimane, guardando al mondo del lavoro. Se, infatti, dalla Protezione civile abbiamo sempre avuto dati aggiornati sull’andamento epidemiologico in generale, l’Inail ci dice che i contagiati sul lavoro sono stati 47mila, con una netta prevalenza donne (71,7%), cosa ascrivibile al fatto che i settori più esposti – sanità e assistenza sociale (81,6% dei casi denunciati) – sono anche quelli dove la presenza femminile è preminente. La situazione si ribalta, però, quando si guarda ai decessi sul lavoro: in quest’ultimo caso, gli uomini rappresentano poco meno dell’83% del totale. Dalla metà di maggio, da quando si è allentato il lockdown, i contagi sono stati 3.623, con un incremento quindi vicino all’8%, nel complesso contenuto; 37, invece, i decessi. Lombardia e Bergamo le più colpite.


L’Inail prova a bloccare la querelle sul contagio da Covid-19


Pesa la violazione di legge, un concetto che si applica al datore e al dipendente

L’Inail torna a chiarire ancora una volta quella che è diventata una delle principali questione di dibattito, soprattutto nei luoghi di lavoro e fra i consulenti che assistono gli imprenditori, vale a dire fin dove si estende la responsabilità del datore di lavoro nel caso in cui il dipendente contragga il Covid-19, o, per utilizzare la terminologia dell’Istituto, la Sars-Cov-2. La querelle che si trascina ormai da qualche settimana deriva dal contenuto di un articolo del Cura Italia nel quale il contagio e la conseguente fase di quarantena-sorveglianza sono equiparati ad infortunio sul lavoro. Il legislatore, in quel contesto, ha, verosimilmente, fornito la soluzione più immediatamente attuabile, preferendo non equiparare il contagio alla malattia. Del resto, tutti gli anni, centinaia di migliaia di lavoratori dipendenti si ammalano di influenza, molti anche di polmonite, ma la gestione di questi accadimenti è molto più semplice. Viceversa, l’equiparazione all’infortunio sul lavoro ha inevitabilmente aperto un campo vastissimo, perché se c’è un infortunio può esserci anche una responsabilità penale o civile, con tutto quello che ne consegue per il datore di lavoro e per lo stesso lavoratore. L’Inail ha quindi ribadito che la responsabilità scatta laddove vi è violazione di legge, un concetto letto finora dal versante del datore di lavoro, ma che si applica pure al dipendente che non indossa i dpi.