Boccia: «Chiusura aziende costerà 100 miliardi al mese»


L’intervista a Radio Capital. Gentiloni al FT: «Una rapida ripresa è ora completamente impossibile»

Le misure intraprese dal governo per contrastare la diffusione dell’epidemia di coronavirus costeranno all’Italia cento miliardi al mese. È quanto stimato da Confindustria e dichiarato dal presidente dell’associazione di categoria, Vincenzo Boccia, nel corso di un’intervista rilasciata a Circo Massimo, su Radio Capital. Secondo il numero uno di Viale dell’Astronomia, che parla di «economia di guerra», «se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuole dire che produciamo 150 miliardi al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo cento miliardi ogni trenta giorni. L’economia non deve prevalere sulla salute ma dobbiamo far sì che tantissime aziende per crisi di liquidità non riaprano». «Qualsiasi azienda che arriva a fatturato zero – ha spiegato il presidente di Confindustria -, come immaginiamo che possa sopravvivere? E dalla preoccupazione dobbiamo arrivare alle soluzioni». «Abbiamo proposto di allargare il fondo di garanzia per dare liquidità di breve alle imprese – ha aggiunto -, ne usciremo con più debito ma dovrà essere pagato a 30 anni come se fosse un debito di guerra, perché così è. Poi vedremo quanto dura. Se sono 15 giorni è un conto, se sono mesi un altro». Intanto il commissario Ue agli Affari Economici, Paolo Gentiloni, durante un’intervista rilasciata al Financial Times ha detto che l’idea di una «recessione “a forma di V” è ora completamente impossibile». Secondo l’ex presidente del Consiglio, infatti, attualmente è impossibile pensare che la ripresa economica possa verificarsi rapidamente.


Il Cnr chiama Confindustria


Una mano sulla coscienza ed una sul portafoglio, guardando alle potenzialità dell’investimento. È da qualche tempo che Confindustria ha sottoscritto una intesa con il Consiglio nazionale delle ricerche per effetto della quale le imprese si impegnano a finanziare al 50% dei dottorati industriali, altamente specializzati su materia innovative da tenersi nelle università italiane. Alcuni di questi dottorati guardano anche ai cambiamenti climatici in atto, ma non solo, visto che si parla pure di salute e Industria 4.0. Proprio in questi giorni, il Cnr ha pubblicato il terzo avviso con scadenza 29 ottobre.


Da Confindustria proposte anti evasione


Per contrastare l’evasione fiscale, Confindustria ha avanzato due proposte con l’intento di incentivare l’uso della moneta elettronica e disincentivare quelli del contante. L’associazione di categoria propone infatti di garantire un credito di imposta del 2 per cento al cliente che effettua i pagamenti mediante transazioni elettroniche e introdurre una commissione in percentuale dei prelievi da ATM o sportello eccedenti una certa soglia mensile.


Verità e contraddizioni sull’«emergenza lavoro»


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

L’intervista dal tono grave e decisamente preoccupato del Corriere della Sera di oggi al presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, sull’anno che verrà, sulle aspettative delle imprese, intitolata «Il lavoro è l’emergenza dimenticata», contiene sia una verità sia una serie di contraddizioni.
La verità condivisibile ovviamente è «il lavoro è l’emergenza», la (prima) contraddizione è che il lavoro, leva fondamentale per risollevare le sorti del Pese, di un intero ceto medio impoverito e di un esercito di poveri, sia stato «dimenticato» dal Governo. Affermarlo a manovra appena varata, con tutto quello che ha comportato in termini di dibattito nazionale, duro e sfibrante (anche per le Borse), con le parti sociali convocate a Palazzo Chigi nella Sala Verde (da quanto tempo non avveniva?), con il lungo e sapiente braccio di ferro portato avanti con l’Europa per evitare che le norme lì contenute finissero sotto la mannaia e le procedure di infrazione dei Commissari Ue, è scorretto. L’Ugl si può considerare una delle poche voci fuori dal coro, ed è giusto, oltre che onesto, riaffermarlo nel passare al vaglio il pensiero delle grandi imprese. Se si afferma – come fa il presidente Boccia – che «è una manovra economica cosiddetta espansiva ma che in questo scenario (internazionale, ndr) sarà prociclica», che, dopo poche righe, «è una manovra espansiva ma la crescita è un’altra cosa», che, parlando di reddito di cittadinanza, è «paradossale il fatto che si possa rinunciare a due/tre proposte di lavoro in un Paese in piena emergenza occupazionale», le contraddizioni aumentano.
Cosa chiede Vincenzo Boccia, cosa manca nella manovra? Un taglio netto del cuneo fiscale nonché detassazione e decontribuzione totale dei premi di produzione per i contratti di secondo livello aziendale, investimenti per aumentare la produttività, un grande piano di inclusione giovani con la decontribuzione e la detassazione totale per le assunzioni a tempo determinato, quelle che nell’era Renzi del Jobs Act hanno dopato il mercato del lavoro come dimostra la sua recente stasi. Sono proposte contenute nel Patto di Fabbrica, siglato da Confindustria e dalle altre tre Confederazioni sindacali, ma si tratta di misure oltre che discutibili, come nel caso della decontribuzione e della detassazione totale per le assunzioni a tempo indeterminato dei giovani (non avrebbero il sapore di un assistenzialismo alle imprese?), anche molto costose, come ben dovrebbero sapere proprio coloro che – prima della grande opera diplomatica del premier Giuseppe Conte – stigmatizzavano i contenuti della manovra in quanto disallineata dai parametri richiesti dall’Ue, parametri che, attenzione, dipendevano anche da precedenti Governi. Nella manovra, invece, esistono misure per il lavoro e per l’inclusione dei giovani, si chiamano reddito di cittadinanza (che coinvolge le imprese) e quota 100, ci sono interventi per sbloccare le infrastrutture e per stessa ammissione di Boccia sono state confermate anche alcune misure in materia di tecnologia e formazione.
Allora forse il punto è un altro. Non si può pretendere che il Governo attuale, il più politico di tutti quelli che lo hanno preceduto, potesse disattendere le promesse fatte in campagna elettorale. Pretenderlo significa riaffermare il primato dell’economia sulla politica ma così non è o, meglio, non lo è più, e senza alcuna contraddizione.


Contratto integrativo per pochi


La partecipazione è praticamente sconosciuta nell’universo Confindustria

Come ogni dato statistico è possibile una lettura ambivalente. Se si guarda alla parte mezza piena del bicchiere, è di certo positivo che il 63,7% dei dipendenti delle imprese aderenti a Confindustria è coperto da un contratto collettivo aziendale, oltre, naturalmente, che dal contratto collettivo nazionale. La percentuale sale all’82,5% nelle imprese con almeno cento dipendenti. Se, però, guardiamo alla parte mezza vuota del bicchiere, la percezione di quanto sta succedendo nel nostro Paese cambia profondamente. Confindustria associa imprese medio-grandi nelle quali la contrattazione di secondo livello dovrebbe essere la norma ed invece non è così. Ritorna il tema della qualità delle relazioni industriali. Nonostante i maggiori vantaggi fiscali – la detassazione si applica su una quota maggiore di stipendio -, la partecipazione agli utili riguarda appena il 3,5% dei dipendenti, mentre il coinvolgimento in forme partecipative è al 4,1%.


Partito Confindustria


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Se la minoranza politica è in affanno, se il Pd è in cerca di un leader e soprattutto di un’identità forte in grado di rianimare il proprio bacino, sempre più esiguo, di sostenitori, se alla sinistra in generale, perso ormai il contatto con le masse popolari e la classe lavoratrice, non resta che appellarsi a influencer, blogger ed altri cosiddetti “vip”, comunque un’opposizione solida e strutturata esiste, resiste e persiste. Un’opposizione ferma e inflessibile al governo “gialloverde”, che non viene però dalle fabbriche, dalle categorie sociali messe in difficoltà dalla crisi, dalle masse in cerca di lavoro, dai precari e dai sotto occupati, dai giovani in fuga, dai pensionati minimi, dalle piccole aziende artigiane subissate di tasse e costrette a chiudere, dagli studenti obbligati ad una poco dignitosa “alternanza” tra licei e fast-food, dalle periferie in affanno. Quelli appena elencati sono, nella maggior parte dei casi, gli speranzosi sostenitori del cambiamento incarnato dal nuovo corso politico. Al contrario i fieri oppositori, i “barricaderi”, vestono rigorosamente in giacca e cravatta, detengono grandi capitali e decidono delle sorti di migliaia di imprese e persone, mentre la sede del “governo ombra” è nel prestigioso quartiere Eur di Roma, in viale dell’Astronomia. Si tratta, ormai l’identikit è chiaro, dei grandi imprenditori associati in Confindustria. O, per meglio dire, dei loro rappresentanti, che hanno stabilito una linea di preventiva e inflessibile opposizione a qualunque misura intrapresa dall’esecutivo, ingaggiando una battaglia senza quartiere, con in prima linea il quotidiano di riferimento, il Sole 24 Ore. Il governo si è appena insediato e già scorgono all’orizzonte catastrofi economiche e sociali, lasciando percepire di coltivare quasi la speranza di veder avverate tali fosche previsioni. Confindustria ha bocciato senza appello il decreto dignità a causa delle norme a contrasto della precarietà estrema – che, ricordiamolo, non è lesiva solo per i lavoratori, ma a lungo termine, riducendo i consumi, anche per le imprese – nonostante il decreto contenesse anche misure per le imprese in merito a spesometro, redditometro, split payment e studi di settore. Non solo. Ha anche immediatamente derubricato come poco incisivi anche gli altri provvedimenti allo studio e che dovrebbero essere trasformati in legge a breve, almeno come primo step. Si tratta della flat tax e della pace fiscale, che, nonostante siano misure visibilmente minimizzate da Confindustria, sono in realtà attese con ansia da migliaia di partite Iva, artigiani, commercianti e piccoli imprenditori. Proposte alla base anche della vittoria elettorale della Lega e di tutto il centrodestra che le aveva sostenute ed ora fatte proprie dal governo, che le ha introdotte nel “contratto”. Una presa di posizione francamente incomprensibile.