Covid-19, Confesercenti: persi 59,2 miliardi di consumi


In sei mesi sono spariti 2.300 euro di spesa a famiglia

Tra marzo e agosto le famiglie italiane hanno speso in beni e servizi oltre 2.300 euro in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa, per un totale di 59,2 miliardi di consumi in meno. È quanto emerge dalle ultime stime realizzate da Confesercenti, secondo cui dopo il lockdown di marzo e aprile la spesa degli italiani per i consumi è ripartita troppo lentamente. In particolare, la spesa media in beni non alimentari è scesa di 1.170 euro a famiglia con quelle in abbigliamento e calzature crollata di 278 euro, per un totale di sette miliardi in meno, quelle nei pubblici esercizi di 207 euro (-5,5 miliardi in totale) e quelle in ricreazione, spettacolo e cultura scese di 105 euro (cinque miliardi in meno).


Confesercenti: a rischio chiusura 90 mila imprese


È quanto risulta da un sondaggio realizzato insieme a SWG

 Secondo un sondaggio realizzato da Confesercenti e SWG ben 90 mila imprese, attive nei settori del commercio e del turismo, sono pronte a chiudere i battenti definitivamente già da questo autunno, anche al netto di nuovi lockdown. Senza contare che tra quelle proveranno a resistere, quattro su dieci lo faranno probabilmente tagliando il personale. «Il timore di nuovi blocchi dell’attività, a seguito dell’incremento di contagi, aumenta ancora di più l’incertezza degli operatori economici – ha detto la presidente di Confesercenti, De Luise -. Molte imprese, travolte dall’anno più difficile di sempre ed impossibilitate a ristrutturare l’attività a causa del blocco dei licenziamenti, non vedono altra via d’uscita che chiudere».

 


L’allarme di Confesercenti Roma: «Con smartworking danni all’economia»


Il ricorso allo smartworking di massa e forzato di oltre 400 mila dipendenti – messo in campo per limitare i contagi da coronavirus durante le varie fasi di lockdown – è un errore e un danno per l’economia diffusa. A dirlo è stato il Presidente della Confesercenti di Roma e del Lazio, Valter Giammaria, secondo cui il lavoro agile forzato «poteva essere tollerato nel momento del cosiddetto lockdown, ma ora sta diventando un boomerang lanciato contro i servizi, che non vengono più assicurati come prima del blocco e un danno per l’intera economia». Secondo l’associazione di categoria sarebbero a rischio chiusura circa seimila imprese. In particolare, secondo Confesercenti, la mancata spesa nel tessuto commerciale turistico e dei servizi solo nella città di Roma è di oltre 130 milioni al mese. Se questa situazione dovesse perdurare fino al mese di dicembre il fatturato che verrebbe a mancare equivale a circa 6000 piccole attività. Bar, ristoranti e negozi, che sarebbero costretti a chiudere per il venir meno del fatturato. «Un numero – spiega Giammaria – che sommato alle cinquemila attività già chiuse da inizio anno, darebbe un saldo di undicimila attività cessate nel corso del 2020. Secondo Confesercenti lo smartworking dovrebbe infatti essere articolato «su basi contrattuali diverse, con strumenti e organizzazione del lavoro proprie e presuppone la digitalizzazione di migliaia di adempimenti che ancora oggi si realizzano manualmente e direttamente presso le sedi preposte».

 


Fase 2, Confesercenti chiede «chiarezza»


Confesercenti ha fatto sapere ci accogliere «con favore a decisione di permettere alle Regioni di anticipare al 18 maggio la riapertura di bar, ristoranti e parrucchieri», specificando però che  serve chiarezza sulle regole, altrimenti «sarà praticamente impossibile far ripartire le vendite». Senza regole chiare, ha spiegato infatti l’associazione di categoria, «fino a un’impresa su quattro potrebbe essere costretta a non ripartire, per non trovarsi a lavorare con restrizioni tali da rendere anti-economico il proseguimento dell’attività, e anche per il timore di incorrere in sanzioni o peggio». Secondo le stime di Confesercenti, pubblicate il 4 maggio in occasione dell’inizio della Fase 2, ad oggi tra commercio e turismo sono ancora inattive oltre un milione di imprese.


Coronavirus, il conto salato del lockdown per bar e ristoranti


Secondo le stime formulate da Fiepet Confesercenti, i pubblici esercizi come bar, ristoranti e altre attività della somministrazione a causa del lockdown hanno perso in media circa 55 mila euro di fatturato per un totale di 11,5 miliardi di euro di ricavi “svaniti”, quasi il 30% del totale annuo. «La salute pubblica è la priorità, e i pubblici esercizi hanno mostrato i massimi livelli di collaborazione. Il lungo periodo di fermo, però, è stato disastroso: moltissime imprese rischiano di chiudere per sempre, decimando uno dei settori d’eccellenza italiani», ha commentato il presidente nazionale di Fiepet, Giancarlo Banchieri. Il settore dei pubblici esercizi – bar, ristoranti, pizzerie, catene di ristorazione, catering, discoteche, pasticcerie, stabilimenti balneari – con 30 miliardi di euro di perdite è in uno stato di crisi profonda con il serio rischio di veder chiudere definitivamente 50.000 imprese e di perdere 300 mila posti di lavoro, avverte invece la Fipe Confcommercio, secondo cui le misure di «sostegno per il comparto sono ancora gravemente insufficienti e non si intravedono le condizioni di mercato per poter riaprire». Per la Federazione italiana pubblici esercizi, infatti,  gli interventi messi in campo finora dal Governo Conte sono insufficienti. La liquidità, per esempio, non è ancora arrivata e la garanzia al 100% dello Stato per importi massimi di 25 mila euro è una cifra lontanissima dalle effettive esigenze delle imprese.


Istat, potere d’acquisto ancora in calo


di Claudia Tarantino

Brusco rientro dalle vacanze per chi, nonostante il costante calo del potere d’acquisto ed il perdurare della crisi economica ed occupazionale, è riuscito a partire. E’ arrivata puntuale, infatti, la doccia gelata dei dati Istat sull’inflazione.

Nel mese di agosto 2017, secondo le stime preliminari, “l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,3% su base mensile e dell’1,2% rispetto ad agosto 2016 (era +1,1% a luglio)”.

Secondo l’Istat “la lieve ripresa dell’inflazione si deve principalmente ai prezzi dei Beni energetici non regolamentati, la cui crescita si porta a +4,3% (da +2,1% del mese precedente) e alla dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+4,4%, in accelerazione dal +3,2% di luglio).

Insomma, ancora una volta una stangata per le famiglie italiane, in particolar modo per quelle che sono andate in vacanze, perché proprio carburante e trasporti hanno subito gli aumenti maggiori.

L’Unione Nazionale Consumatori spiega che “in un solo mese, da luglio ad agosto, ci sono stati rincari assurdi ed inaccettabili del 26% per il trasporto aereo passeggeri, del 23,9% per il trasporto marittimo, del 14,5% per i pacchetti vacanza nazionali”.
Secondo i calcoli dell’associazione, “il rialzo dell’inflazione all’1,2%, per una coppia con due figli, la classica famiglia italiana, significa avere una maggior spesa annua complessiva di 469 euro, 156 euro per i soli beni ad alta frequenza di acquisto”. L’UNC propone anche altri esempi: dal pensionato con più di 65 anni, per il quale “la maggior spesa è pari a 235 euro”, al single con meno di 35 anni che vede un aumento di 247 euro, fino ai 365 euro di una coppia senza figli con meno di 35 anni.

Anche Federconsumatori pone l’accento “sull’eccessivo contrasto tra l’andamento dei redditi delle famiglie, ancora in forte crisi, e l’incessante incremento dei prezzi”.

Tornando ai dati Istat, l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, “sale di due decimi di punto percentuale (+1,0% da +0,8% di luglio), mentre quella al netto dei soli Beni energetici si attesta a +0,9% (come nel mese precedente). Su base annua accelera la crescita dei prezzi sia dei beni (+0,9% da +0,8% di luglio) sia dei servizi (+1,6% da +1,3%)”.

Per Confesercenti “siamo ancora in presenza di una dinamica dei prezzi altalenante e influenzata dalla componente esterna piuttosto che dal rafforzamento della domanda dei consumatori”.

Forse è Coldiretti l’unica associazione a trovare – seppur a fatica – l’unico aspetto positivo in questo quadro tutt’altro che roseo dipinto dall’Istat. Secondo Coldiretti, infatti, “l’effetto della siccità, che ha provocato danni per oltre 2 miliardi nelle campagne, non si trasferisce nel carrello della spesa, con gli alimentari e le bevande che aumentano dello 0,8%, al di sotto dell’inflazione”.
Per l’associazione, tuttavia, il dramma è rappresentato dalla forbice dei prezzi tra produzione e consumo che si è allargata. “I prezzi della frutta aumentano di 3-4 volte dal campo alla tavola, con i centesimi pagati agli agricoltori che diventano euro per i consumatori”.
Anche se i beni alimentari, quindi, non hanno registrato un aumento significativo, entrano in gioco altre dinamiche a danno dei consumatori.

Se volessimo consolarci con la massima “mal comune mezzo gaudio”, allora aggiungiamo che, secondo la stima flash di Eurostat, “i prezzi salgono anche nell’intera Eurozona: l’inflazione annuale ad agosto è in aumento all’1,5% dall’1,3% di luglio e di giugno”. Anche in Ue, inoltre, guardando alle principali componenti, “è l’energia a pesare di più (4% dal 2,2% di luglio), seguita dai servizi (1,6% dato stabile rispetto a luglio), da alimentari, alcol e tabacco (1,4% stabile rispetto al mese precedente), e i beni industriali non energetici (0,5% stabile su luglio)”.