Confesercenti: ristori potrebbero non essere abbastanza


«Servono robusti “piani” di settore»

La debolezza dell’economia è tutt’altro che circoscritta al trimestre in corso: la probabilità che si estenderà anche ai primi mesi del 2021, con rischi evidentemente legati ad un’eventuale terza ondata, è ormai altissima. È quanto spiega la Confcommercio in una nota in cui commenta i dati sulla fiducia di consumatori e impese diffusi oggi dall’Istat. «I ristori – spiega Confesercenti – potranno servire a tamponare falle temporanee, ma il rilancio dovrà necessariamente passare da robusti “piani” di settore, finalizzati alla modernizzazione ed al sostegno di queste imprese».


Commercio, 200mila addetti in meno in tre mesi


Crollo dell’occupazione per tutte le posizioni; pagano soprattutto i giovani

Una vera e propria ecatombe di posti di lavoro. Dal report dell’Istat, in allegato ad una audizione parlamentare, emerge chiaramente quanto il settore del commercio abbia subito i danni dell’emergenza Covid-19. Il confronto è fra il secondo trimestre del 2019 con lo stesso periodo di quest’anno. Il secondo trimestre, che viene preso come parametro anche per i ristori a fondo perduto, rientra solo parzialmente nel primo pesante lockdown, che, come si ricorderà, è andato da marzo ai primi giorni di maggio, con tutta una serie di attività che avevano già ripreso le attività da aprile. Nel periodo considerato, sono quasi 200mila i posti di lavoro in meno nel solo commercio. Larga parte di questo crollo si è concentrata soprattutto nel commercio al dettaglio, meno in quello all’ingrosso. La contrazione ha investito sia il lavoro dipendente che quello indipendente, più o meno con la medesima intensità. A differenza di altri settori produttivi, in questo caso l’incidenza maggiore è nella componente maschile, mentre rientra nella media il dato relativo al fattore età. I giovani sono stati più penalizzati rispetto agli addetti con più di cinquant’anni. A conti fatti, sono mancate soprattutto le nuove assunzioni. Sul fronte territoriale, la riduzione dei posti di lavoro si è distribuita in maniera proporzionale, pure se, ancora una volta, l’impatto maggiore si è registrato nel Mezzogiorno.


Eurozona: vendite al dettaglio su del 17,8% a maggio


A maggio le vendite al dettaglio dell’Eurozona sono balzate del 17,8% rispetto ad aprile – quando l’Eurostat ha rilevato un -12,1% dopo il 10,6 di marzo (dati rivisti) – , battendo le stime che indicavano un +15%. Rimane invece in territorio negativo il confronto con lo stesso mese di un anno fa: -5,1%. Tra i settori, gli aumenti più significativi hanno interessato l’abbigliamento, con un +147% su base e mensile (ma il calo del 50,5% su base annua) e i carburanti per auto, con un +38,4%. Le ultime rilevazioni – in questo caso relative a luglio – mostrano un miglioramento anche della fiducia degli investitori: l’indice Sentix è salito a -18,2 dai 24,8 di giugno.


Lockdown, vola l’e-commerce: +144,6%


Crollano le vendite dei Cash and Carry: -39,8%

Le ultime rilevazioni di Nielsen – relative al periodo che va da 17 febbraio al 3 maggio (fine della Fase 1) – mostrano come gli effetti del lockdown abbiano abissato le vendite della distribuzione Cash and Carry, ovvero quella dedicata ai professionisti. La chiusura di pubblici esercizi come bar e ristornati ha infatti provocato un crollo del 39,8%. In calo anche le vendite di Specialisti drug (-10,6%) e ipermercati (-9,8%), mentre cresce del 4,2% la GDO. Aumento a tripla cifra per l’e-commerce: +144,6%. Solo nella quarta settimana di aprile si è registrato un +304,6%.


Coronavirus, il conto salato del lockdown per bar e ristoranti


Secondo le stime formulate da Fiepet Confesercenti, i pubblici esercizi come bar, ristoranti e altre attività della somministrazione a causa del lockdown hanno perso in media circa 55 mila euro di fatturato per un totale di 11,5 miliardi di euro di ricavi “svaniti”, quasi il 30% del totale annuo. «La salute pubblica è la priorità, e i pubblici esercizi hanno mostrato i massimi livelli di collaborazione. Il lungo periodo di fermo, però, è stato disastroso: moltissime imprese rischiano di chiudere per sempre, decimando uno dei settori d’eccellenza italiani», ha commentato il presidente nazionale di Fiepet, Giancarlo Banchieri. Il settore dei pubblici esercizi – bar, ristoranti, pizzerie, catene di ristorazione, catering, discoteche, pasticcerie, stabilimenti balneari – con 30 miliardi di euro di perdite è in uno stato di crisi profonda con il serio rischio di veder chiudere definitivamente 50.000 imprese e di perdere 300 mila posti di lavoro, avverte invece la Fipe Confcommercio, secondo cui le misure di «sostegno per il comparto sono ancora gravemente insufficienti e non si intravedono le condizioni di mercato per poter riaprire». Per la Federazione italiana pubblici esercizi, infatti,  gli interventi messi in campo finora dal Governo Conte sono insufficienti. La liquidità, per esempio, non è ancora arrivata e la garanzia al 100% dello Stato per importi massimi di 25 mila euro è una cifra lontanissima dalle effettive esigenze delle imprese.


Coronavirus, 500mila gli esercizi aperti durante l’emergenza


Sono mezzo milione gli esercizi commerciali e dei servizi alla persona, al cui interno lavorano 800mila dipendenti, che restano aperti in base al decreto del Governo anti-coronavirus. Fra questi, più di 230mila riguardano il settore alimentare, che assicura una copertura capillare sull’intero territorio nazionale. E’ quanto mostra una elaborazione di Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio.