Brexit, Johnson: «Prepariamoci a uscire con il no deal»


«L’UE ha dimostrato di non voler più negoziare»

«Prepariamoci a uscire con il no deal il 1° gennaio. L’Ue ha dimostrato di non voler più negoziare, hanno deciso di non volerci concedere un accordo come hanno fatto con il Canada, e io devo prendermi le mie responsabilità per il futuro del Paese». Così il premier britannico Boris Johnson. Londra e Bruxelles restano sulle rispettive posizioni e ora i margini per un’intesa sembrano più distanti.


Regno Unito, Boris Johnson positivo al coronavirus


Il premier britannico presenta «sintomi lievi»

Il premier britannico, Boris Johnson, 55 anni, è risultato positivo al coronavirus e al momento presenta «sintomi lievi», sviluppati nelle ultime 24 ore, motivo che lo ha spinto a sottoporsi al test. Johnson, in un messaggio video diffuso su Twitter, ha inoltre informato di essere in isolamento e che sta continuando a lavorare da casa, restando «al timone della lotta contro il coronavirus».


Exit. Boris Johnson: «Il 31 gennaio fuori dall’Ue senza se e senza ma»


Stravolta la geografia elettorale e politica del Paese in soli due anni

Schiacciante la vittoria del primo ministro Boris Johnson e del Conservative Party che qualche mese fa, sotto la guida di Theresa May, veniva dato per decotto, e  di tutti coloro che non credono più all’Unione europea. Forza centrifuga o voglia di sovranismo? Vediamo i numeri della vittoria del Conservative Party, mai stata tale dai tempi della Lady di Ferro, Margaret Thatcher, e che segnano contemporaneamente la disfatta peggiore del Labour Party: i conservatori hanno conquistato 364 seggi su 650 e così Johnson ha una maggioranza assoluta. I laburisti si fermano a 203 seggi, messa in discussione la leadership di Jeremy Corbyn. Jo Swinson la leader del partito più anti-Brexit non è riuscita a far avanzare la sua formazione ed è stata personalmente bocciata nel collegio di Dumbartonshire East, battuta per 149 voti da un’indipendentista scozzese dell’Snp. L’indipendentismo scozzese, l’altro vincitore. Il partito di Nigel Farage ha ottenuto zero seggi, di fatto riassorbito dal Conservative Party. È un fatto epocale non solo per il sicuro divorzio dall’Ue ma perché il voto disegna una nuova geografia elettorale e politica. Se il Labour Party tiene (quasi solo) a Londra dove ha conquistato 49 su 73 seggi, crolla tuttavia nelle sue roccaforti, nei centri minerari, nei luoghi simbolo. Ciò è potuto accadere grazie al lavoro svolto durante la campagna elettorale dalla confederazione sindacale Union Blue, collegata al Partito Conservatore, che ha saputo conquistare tanti lavoratori da sempre laburisti. Spencer Pietfield, l’attivissimo direttore, ha battuto il Regno Unito da Nord a Sud, visitando i distretti più in difficoltà. Non a caso dunque nel Nord dell’Inghilterra, il muro rosso dei laburisti è franato: come nel collegio settentrionale di Blyth Valley, ex centro minerario e roccaforte laburista dal 1950, in cui il conservatore Ian Levy, con il 42,6% dei consensi, ha sottratto il seggio alla laburista favorita Susan Dungworth, bloccata al 40,9%. Nel Nord-Est del Paese i Tory hanno trionfato nella constituency storicamente occupata dall’ex premier Tony Blair, Sedgefield, che mancava al loro partito dal 1931. Ancor più clamoroso il successo al seggio di Bishop Auckland, cittadina che non aveva mai visto vincere i conservatori dal 1885, anno della sua fondazione, e che ha conosciuto negli scorsi decenni un declino simile a quelli di altre città più o meno grandi dell’ex cintura industriale un tempo roccaforte laburista. A Bishop-Auckland, nel 2016 compatta a favore del Leave (61%), città che ha ricevuto i consistenti stanziamenti da 175 milioni di sterline attraverso programmi di riqualificazione urbana voluti da Johnson, ha vinto la conservatrice Dehanna Devis nel collegio uninominale con la maggioranza assoluta dei consensi (oltre il 53,7%). Così anche nello Yorkshire e nelle Midlands la musica è la stessa: il muro rosso si è sgretolato.