«Nuovo record negativo per le nascite»


Nel 2019, sono nati 420mila bambini: non sono mai stati così pochi dall’Unità d’Italia. Calo progressivo del numero degli stranieri nati nel nostro Paese

L’Italia ha infranto un ennesimo record negativo. Nel 2019, sono stati iscritti all’anagrafe per nascita 420.170 bambini, un dato in calo di 19mila unità rispetto all’anno precedente. Cali così se ne sono verificati già in passato. Non è propriamente una novità: la progressiva riduzione delle nascite è un fenomeno in atto da tempo. Nel riferirlo, però, l’ISTAT ha sottolineato che nel 2019 è stato quindi nuovamente superato il record negativo di nascite dall’Unità di Italia, registrato, per l’appunto, nel 2018. Sebbene più marcata nelle regioni del Centro, la diminuzione delle nascite riguarda tutto il Paese, che, negli ultimi anni, sta assistendo anche a un progressivo calo del numero degli stranieri nati in Italia, una componente che, a partire dagli anni Duemila, aveva aiutato a contenere la riduzione delle nascite nel nostro Paese. Secondo l’ISTAT, nel 2019 il numero di stranieri nati in Italia è stato pari a 62.944 (il 15% del totale dei nati), con un calo di 2.500 unità rispetto al 2018, pari al 3,8% in meno. Tanti sono i fattori strutturali che hanno inciso nel calo delle nascite: l’ISTAT ne individua uno nella progressiva riduzione della popolazione italiana in età feconda costituita da generazioni sempre meno numerose alla nascita, a causa della denatalità osservata a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, non più incrementate dall’ingresso di consistenti contingenti di giovani immigrati.


Turismo, il 15% delle strutture non ha riaperto i battenti


Oltre il 98% ha dichiarato che intende tagliare il personale

Attualmente il 15% delle strutture alberghiere ed extra-alberghiere italiane non ha ancora riaperto i battenti per la stagione estiva. Un dato negativo, a cui se ne aggiunge un altro: il 98,4% delle imprese sta pensando di ridurre il proprio personale – il taglio riguarderà sia i fissi che gli stagionali – rispetto al 2019. A lanciare l’allarme è stata un’indagine di Unioncamere e Isnart, l’Istituto nazionale di ricerche turistiche, che ha coinvolto un campione di oltre 2.000 imprese. Che la stagione estiva sarebbe stata difficilissima era noto da tempo, tant’è che il governo ha cercato di aiutare il comparto turistico attraverso alcune misure, tipo il bonus vacanze. Misure che potrebbero essere insufficienti: al momento, infatti, il 57,6% delle imprese interpellate ha ammesso di non aver ricevuto prenotazioni con questa modalità mentre il 30,8% ha dichiarato che non lo accetterà. Quali sono i motivi che spingono i gestori a non riaprire le proprie strutture? Il 46% delle attività ancora chiuse hanno indicato la causa principale negli elevati costi di adeguamento imposti dalle linee guida del Comitato tecnico scientifico, il 34%, invece, ha addebitato la responsabilità alle poche prenotazioni ricevute. Ad agosto, ad esempio, soltanto il 36,6% delle camere disponibili nelle strutture ricettive del Paese è al momento prenotato. A livello territoriale, emergono differenze notevoli: nelle regioni centrali la percentuale raggiunge il 40% circa, scende al 34% al Sud e nelle Isole mentre nel Nord Ovest, una delle zone maggiormente colpite dalla pandemia da coronavirus, arriva al 29,3%.

 


Aerei, vietati bagagli grandi


Il divieto è valido dai voli “da” e “per” l’Italia

Importanti novità per chi viaggia in aereo: da oggi, infatti, sui voli in partenza e in arrivo in Italia «ai passeggeri è consentito di portare a bordo solo bagagli di dimensioni tali da essere posizionati sotto il sedile di fronte al posto assegnato». La nuova disposizione è stata annunciata dall’ENAC, l’Ente nazionale per l’aviazione civile in Italia, spiegando che si tratta di una scelta dovuta a «ragioni sanitarie», senza specificare esattamente quali. Diversi osservatori hanno fatto notare che le ragioni del divieto non sono molto chiare. Alcuni quotidiani, però, tra cui il Corriere della Sera, ha notato che «il divieto dei trolley “di grandi dimensioni”» era contenuto in uno degli allegati tecnici contenuti nell’ultimo decreto della presidenza del Consiglio per contenere la pandemia da coronavirus. Altri hanno ipotizzato che la misura è stata introdotta per evitare assembramenti delle persone nel momento in cui devono posizionare il proprio bagaglio a bordo dell’aereo. Molto critico, però, il senatore della Lega, Gian Marco Centinaio, in passato ministro del Turismo: «Forse nelle stanze dove queste indicazioni vengono individuate non arriva il grido di dolore di chi con il turismo vive, di chi possiede un hotel, un b&b, un ristorante, un piccolo frammento di quella formidabile filiera che era la nostra industria turistica. Ripartire in sicurezza non significa demonizzare, non significa imporre “no” e divieti: significa bilanciare le esigenze sanitarie con tutte quelle libertà che debbono essere salvaguardate. Servono indicazioni e rassicurazioni, non censure e proibizionismo».


«La pandemia ha creato una spaccatura intergenerazionale»


Un millennial su due vuole penalizzare i più anziani nell’accesso alle cure

L’emergenza sanitaria avrà tantissime conseguenze. Tanto dal punto di vista economico quanto quello sociale. Un esempio? Migliaia saranno i posti di lavoro che andranno persi, causando un aumento della quota di popolazione che soffre di depressione. Un rapporto del CENSIS-Tendercapital – La silver economy e le sue conseguenze nella società post Covid-19 – ha rivelato un’altro effetto: dai risultati dell’indagine emerge che la pandemia ha alimentato il conflitto tra le generazioni in materia di benessere economico ed accesso alle cure sanitarie. Da una parte gli over 65, dall’altra chi ha meno di 40 anni. Il 49,3% dei millennials – termine che indica quella fascia di popolazione che ha un’età compresa tra i 23 e i 39 anni, pari il 39,2% degli italiani – ritiene che durante l’emergenza sanitaria sia giusto che i giovani siano curati prima degli anziani. E ancora: il 35% dei giovani (il 26,9% nel totale della popolazione) sostiene che la spesa pubblica destinata agli anziani sia troppo alta. A quale conclusione giunge il rapporto del CENSIS? Conclude che «un nuovo rancore sociale, alimentato e legittimato da una inedita voglia di preferenza generazionale nell’accesso alle risorse e ai servizi pubblici, legata alla visione del longevo come privilegiato dissipatore di risorse pubbliche».


Coronavirus, cosa dice il rapporto dell’ISS sulle RSA


I morti positivi al Covid-19 sono stati 680, ma potrebbero essere molti di più

L’Istituto Superiore di Sanità ha diffuso un rapporto che cerca di fare chiarezza su un aspetto di cui si è parlato molto dall’inizio della pandemia da coronavirus: l’epidemia nelle residenze sanitarie assistenziali – abbreviato: RSA –, in Italia. L’analisi si basa sulle risposte ad un questionario di 29 domande inviato a 3.417 RSA italiane. Hanno risposto in 1.356, pari al 41,3% del totale. Cosa emerge dallo studio? A inizio febbraio, le RSA ospitavano 97.521 persone, con una media di 72 per ogni struttura. Dal 1° febbraio ai primi di maggio, sono morti 9.154 residenti, 680 dei quali sono risultati positivi al coronavirus mentre 3.092 presentavano sintomi simili a quelli dell’influenza.
È impossibile, quindi, escludere che anche loro potrebbero aver contratto il virus. Dal rapporto emerge che diversi fattori hanno contribuito alla diffusione del coronavirus: l’assenza di dispositivi di protezione individuali, fondamentali per evitare nuovi contagi tra gli altri residenti e il personale sanitario, l’impossibilità per alcune strutture di isolare i positivi e la difficoltà nel reperire i tamponi per individuare i casi. Oltre agli altri residenti, è stato esposto a rischio contagio anche il personale delle strutture: circa il 21% delle RSA ha dichiarato di aver registrato almeno un caso tra i propri dipendenti. Una percentuale che varia molto, a seconda dell’area geografica, fino a salire al 50% della Provincia autonoma di Bolzano, al 40% in Lombardia e al 25% in Piemonte.


Ambiente, il 60% dei fiumi e dei laghi italiani è in cattivo stato


Lo denuncia un rapporto di Legambiente

Un rapporto di Legambiente, H2O – la chimica che inquina l’acqua, denuncia il cattivo stato di salute dei fiumi e dei laghi italiani. Il dossier, basato su dati del registro europeo degli inquinanti E-Prtr – l’European Pollutant Release and Transfer Register – e diffuso alla vigilia della Giornata mondiale dell’Ambiente, rivela che, in Italia, il 60% circa delle acque di fiumi e laghi non è in buono stato e molti di quelli che lo sono non vengono protetti in modo adeguato. Tante sono le sostanze – l’elenco è piuttosto variegato e include, tra le altre cose, antibiotici, pesticidi, microplastiche, creme solari… – che inquinano i mari lungo le coste e le falde acquifere sotterranee. Nel report si legge che, nel periodo compreso tra il 2007 e il 2017, gli impianti industriali hanno immesso, secondo le dichiarazioni fornite dalle stesse aziende, 5.622 tonnellate di sostanze chimiche nei corpi idrici. Nell’agenda governativa, ha sottolineato Legambiente, la tutela di fiumi e laghi deve essere una priorità. Per questo motivo, l’associazione ha chiesto all’esecutivo di destinare «una parte considerevole» dei fondi – mille miliardi di euro – stanziati dall’Unione europea per le politiche ambientali e climatiche al Green New Deal italiano «per favorire il recupero dei ritardi infrastrutturali, l’adeguamento ed efficientamento degli impianti di depurazione e della rete fognaria e degli acquedotti, gli interventi di riduzione del rischio idrogeologico».