Ilva, viene giù tutto


ArcelorMittal manda in cassa integrazione 3.500 dipendenti. Si cerca una soluzione

La risposta di ArcelorMittal è arrivata a stretto giro di posta, e, come era facile immaginare, non è positiva per i lavoratori. Appena avuta la certezza dell’obbligo di spegnimento dell’altoforno 2 dello stabilimento di Taranto, il management franco-indiano ha fatto partire le comunicazioni relative alla richiesta di cassa integrazione per 3.500 dipendenti. Sicuramente non un buon viatico per l’incontro fra governo e sindacati che è partito alle 17 di oggi al ministero dello sviluppo economico. Del resto, già nei giorni scorsi era chiaro che la situazione era destinata a precipitare velocemente con gravissime ripercussioni sui lavoratori diretti, ma anche su tutte le aziende che hanno come committente unico l’Ilva e per l’intero indotto. Dopo la mancata introduzione delle scudo legale, ArcelorMittal ha scoperto le proprie carte, carte che parlano di un taglio di quasi 4.700 unità che si aggiungono alle circa 1.700 unità rimaste fuori dai giochi con l’accordo dello scorso anno.


Ilva, si fermano i lavoratori in attesa di soluzioni


Il governo, che vede l’azienda, immagina un intervento di Cassa depositi e prestiti

Trentadue ore di sciopero con una manifestazione nazionale a Roma nella giornata del 10 dicembre, quando è anche previsto un incontro fra l’unità di crisi del ministero dello sviluppo economico e i vertici di ArcelorMittal Italia. Sono ore molto concitate per il futuro di Ilva, fuori e dentro i palazzi romani. I sindacati di categoria hanno infatti proclamato uno stop e sono pronti ad “invadere” la capitale per gridare tutta la loro disperazione. Si parla infatti di accordi traditi e di non rispetto dei patti sottoscritti poco più di un anno fa, mentre l’azienda, da parte propria, ha preso la balla al balzo del mancato rinnovo dello scudo legale, scaduto ad inizio settembre e non rinnovato con il decreto lavoro-imprese, per far saltare il tavolo di confronto, annunciando la volontà di lasciare l’Italia, salvo poi dettare le nuove condizioni sul versante degli esuberi, saliti addirittura a 4.700. Il governo, in attesa di comunicazioni ufficiali, sta facendo trapelare le contromosse per venire incontro ai lavoratori, ma anche a quella parte della città di Taranto che punta il dito sull’impatto ambientale. L’obiettivo, a cui starebbero lavorando al Mise, è triplice: riconvertire l’altoforno 2 verso una tecnologia più pulita; ridurre ad un massimo di 1.800 unità gli esuberi; rafforzare la compagine azionaria attraverso un ingresso indiretto dello Stato attraverso Cassa depositi e prestiti.


ArcelorMittal, Di Maio: «Non gli permetteremo di andarsene»


Stop a emendamenti per reintroduzione scudo penale

«L’interlocutore dello Stato è ancora ArcelorMittal: abbiamo firmato un contratto e chiediamo di rispettarlo. Mittal ha compiuto l’atto unilaterale di andarsene e non possiamo permetterlo». Lo ha detto il ministro degli Esteri ed ex ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio nel corso di un’intervista rilasciata a Radio24 riferendosi al ritiro di ArcelorMittal dal contratto per l’ex Ilva. «È prematuro – ha poi aggiunto il capo politico del Movimento 5 stelle – parlare di alternative perché se lo facciamo stiamo già dicendo ad Arcelor “non ti preoccupare perché i disastri li ripariamo noi”, invece va responsabilizzato il soggetto che ha firmato il contratto, va fatta moral suasion e pressione per farla restare qui. Non lo abbiamo consentito a Whirpool di andarsene, non possiamo concederlo a Mittal», «lo Stato impugnerà l’atto con cui de ne stanno andando». Intanto, secondo quanto si apprende, la commissione Bilancio della Camera ha dichiarato inammissibili per estraneità di materia gli emendamenti presentati da Italia Viva e Forza Italia in cui si chiedeva il ripristino dello scudo penale per ArcelorMittal. Si attende invece la presentazione del ricorso cautelare che i commissari straordinari dell’ex Ilva di Taranto dovrebbero presentare al Tribunale di Milano per bloccare il recesso del contratto che la multinazionale ha depositato martedì.


Arcelor Mittal: i sindacati si spaccano


Mentre oggi il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, insieme a diversi ministri, si confrontava con i vertici di Arcelor Mittal (l’amministratore delegato e presidente, Lakshmi Mittal, e il direttore finanziario, Aditya Mittal) nel tentativo alquanto incerto, durato oltre tre ore, di scongiurare il peggio per l’ex Ilva e per l’Italia intera, i sindacati si sono divisi sullo sciopero. La Cisl-Fim ha annunciato alla stampa uno sciopero immediato, mentre Fiom (primo sindacato a Cornigliano già in subbuglio), Uilm (primo sindacato a Taranto), Ugl e Ubs hanno preferito sospendere ogni decisione. ArcelorMittal ha inviato una comunicazione formale alle organizzazioni sindacali dell’ex Ilva in merito alla «retrocessione dei rami di azienda unitamente al trasferimento dei relativi dipendenti», 10.777 unità, ai sensi dell’articolo 47 della legge 428 del 1990, a seguito dell’annuncio di recesso. «Sono fiducioso: la linea del governo è che gli accordi contrattuali vanno rispettati», ha detto stamattina il premier Conte. Ma è altrettanto vero che per Arcelor Mittal la protezione legale, come è scritto nell’annuncio di recesso, costituiva «un presupposto essenziale», sebbene non sia l’unica causa né giustifichi del tutto le inadempienze del piano.

Ma non c’è solo Taranto. A Genova si prospetta una manifestazione cittadina, qui i sindacati viaggiano unitari. «Genova non è disponibile in nessun modo» a pagare per i pasticci fatti dal Governo. La comunicazione di Arcelor Mittal, che di fatto segna l’avvio della procedura per il disimpegno, riguarda tutta Italia: oltre a Taranto e Genova, anche Novi Ligure, Milano, Racconigi, Paderno, Legnano, Marghera.


Ilva: ArcelorMittal si ritira


Am InvestCo Italy ha notificato ai Commissari straordinari dell’Ilva e ai sindacati la volontà di rescindere l’accordo siglato il 31 ottobre 2018 e ha chiesto «ai Commissari straordinari di assumersi la responsabilità delle attività di Ilva e dei dipendenti entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione». La società ha motivato la propria decisione affermando che la crisi del mercato dell’acciaio, con perdite per quasi 2 milioni al giorno, rende difficile mantenere gli impegni sia dal punto divista contrattuale che occupazionale. Alla base del ritiro c’è anche la questione dello scudo legale nella fase di attuazione del piano di risanamento ambientale, recentemente sospeso dal governo. Fatto sta che l’acciaieria dovrebbe tornare allo Stato, ancora proprietario dell’ex-Ilva dato che la cessione ad ArcelorMittal, adesso provvisoria, sarebbe diventata effettiva solo a partire dal 1 maggio del 2021. I 10.700 lavoratori del gruppo tra Taranto, Genova e Novi Ligure, attualmente dipendenti a tempo determinato di ArcelorMittal, avrebbero dovuto essere assunti a tempo indeterminato dopo l’avvenuta acquisizione. Ma ora attendono di comprendere come sarà risolto questo ulteriore grave problema che si è abbattuto sull’acciaieria. In sintesi, se si tratti di un braccio di ferro da parte della multinazionale franco indiana al fine di ottenere condizioni più favorevoli dallo Stato, con il ripristino dell’immunità e maggiori concessioni per quanto riguarda il taglio del numero dei dipendenti, o se la decisione sia invece definitiva e si debba quindi trovare un nuovo acquirente per l’ex-Ilva.


Ilva, si estende lo sciopero


Con la preoccupazione che aumenta intorno allo stabilimento Ilva di Taranto, cresce anche il fronte dei lavoratori che hanno aderito allo sciopero indetto dalle federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil ed Ugl per l’intera giornata lavorativa del 4 luglio (tre turni di otto ore ciascuno). Anche il personale dell’indotto in appalto, infatti, incrocerà le braccia. Le sigle sindacali contestano ad ArcelorMittal l’atteggiamento unilaterale tenuto sulla vicenda del ricorso agli ammortizzatori sociali: poco meno di 1.400 dipendenti si ritrovano a fare i conti con 13 settimane di cassa integrazione, senza peraltro che sia intervenuto un accordo sindacale, vista la fumata nera registratasi nel corso dell’ultimo incontro la proprietà. Intanto, sempre dal fronte Ilva arriva una notizia destinata ad incidere sull’intera vicenda. Il Consiglio di Stato ha bocciato i ricorsi contro il piano ambientale del settembre del 2017, promossi dal Codacons e da Paecelink.