Mai così pochi pensionati


Nel 2018 il numero dei pensionati è il più basso degli ultimi 22 anni: 16.004.503. Questo l’esito del VII “Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano 2018”, realizzato dal Centro studi “Itinerari Previdenziali”, guidato da Alberto Brambilla, che analizza i dati economici e demografici dal 1997 al 2018. Le cause: la cancellazione di pensioni erogate in giovane età e le riforme degli ultimi 27 anni.


Videosorveglianza: la tutela dei più deboli è la priorità


Sugli obiettivi sono tutti d’accordo: la tutela della sicurezza dei bambini, degli anziani e delle persone con disabilità e non autosufficienti è da garantire senza sé e senza ma. Nel concreto, però, le posizioni dei sindacati differiscono, laddove Ugl e Cisl annoverano l’utilizzo della videosorveglianza fra gli strumenti utilizzabili, mentre Cgil ed Uil temono che tutto ciò possa rappresentare una invasione difficile da sopportare per i lavoratori della scuola e della sanità. A ben vedere, comunque, la videosorveglianza è soltanto uno degli strumenti che le istituzioni pubbliche e i soggetti privati possono mettere in campo, per effetto dei disegni di legge attualmente in discussione al Senato. Accanto alla videosorveglianza, infatti, si parla di formazione, di gestione della eventuale inidoneità sopravvenuta, di qualificazione, di lavoro di equipe per prevenire atteggiamenti sconvenienti e, soprattutto, deleteri e pericolosi per gli utenti, bambini o anziani. Ed allora, da parte della Ugl e della stessa Cisl, ma su questo aspetto anche da parte di Cgil ed Uil, si è molto insistito sull’importanza di gestire determinati processi, avendo ben presente la difficoltà del ruolo educativo e socio-assistenziale e richiamando i datori di lavoro pubblici e privati alle loro responsabilità, anche in ottemperanza alla normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro che tutela dal cosiddetto stress lavoro-correlato.


Nessuna bacchetta magica, ma ognuno faccia il proprio


di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

Ma insomma che Paese è mai quello in cui viviamo, se il giovedì scopriamo che gli anziani stanno male, mentre il giorno seguente sono i giovani a soffrire le pene dell’inferno per il lavoro che manca? È un Paese, il nostro, nel quale sono evidentemente venuti meno i fondamentali del vivere sociale. Come è possibile che quasi il 40% dei pensionati percepisca un assegno pensionistico inferiore a mille euro? E che, addirittura, al Sud le pensioni siano inferiori del 13% rispetto al resto d’Italia? Perché appena una dozzina di giovani su cento ha trovato una occupazione attraverso un canale istituzionale, mentre il 40% ci è riuscito sfruttando un canale informale, il parente, l’amico o il conoscente? Serve indignarsi per tutto ciò, ma non è sufficiente; occorre capire cosa non funziona per cercare di cambiare il corso degli eventi. Questi anni sono figli di un approccio che si sta rivelando fallimentare. Sono stati compiuti troppi errori – si pensi, ad esempio, alla frettolosa e dannosa riforma Fornero delle pensioni, ma anche ad alcune decisioni prese dalle aziende; come non ricordare il tentativo di Fiat di diversificare la produzione, marginalizzando l’automotive, cosa che ha portato la Casa torinese vicina a sparire, salvo poi ributtarsi sul proprio core business e tornare ad essere competitiva – e troppe situazioni sono state trattate con superficialità. Premesso che la bacchetta magica esiste soltanto nei romanzi fantasy e nelle loro trasposizioni cinematografiche, al Paese serve il contributo di ognuno, ciascuno per il proprio ruolo. Il Governo mostri coraggio, prenda le posizioni che reputa migliori, saranno poi i cittadini a decidere come votare. Il Parlamento lasci, almeno per un momento, da parte polemiche sterili su argomenti che non appassionano il Paese reale che vive altri problemi rispetto a quelli che troviamo spesso sulle prime pagine dei giornali o nei cosiddetti trend topic delle notizie più commentate sui social. Le aziende comprendano finalmente l’ineluttabilità di due cose: che la ricerca spasmodica del massimo profitto a lungo andare finisce per distruggere l’essenza sociale del fare impresa; è sufficiente guardare cosa è successo al sistema creditizio, quando si è iniziati ad inseguire la perfomance, lasciando in secondo piano il sostegno allo sviluppo del territorio e la tutela dei risparmiatori. E che, ed è questa la seconda cosa, soltanto un rinnovato patto fondato sulla partecipazione dei lavoratori può ridurre i rischi di decisioni strategiche poco ponderate. I sindacati, infine, comprendano che non è il luogo e l’ora di ragionamenti da piccolo cabotaggio, da salviamo il salvabile del nostro piccolo orticello. Il sindacato ha la possibilità di tornare ad essere protagonista attivo e vero, purché abbia la voglia di mettersi in gioco, uscendo da schemi consunti che hanno fatto il loro tempo.


Il dramma degli anziani


di Nazzareno Mollicone
Responsabile nazionale Ufficio Questioni previdenziali Ugl

Una recente indagine dell’ISTAT sulla condizione di salute degli anziani in Italia ha descritto una situazione in cui se l’età media aumenta (anche se comincia a rallentare), aumentano però contestualmente le malattie e le invalidità: ma aumenta anche l’inadeguatezza e l’inefficienza delle strutture sanitarie ed assistenziali di cura. Sono infatti a tutti note le carenze del servizio sanitario nazionale: le lunghe liste di attesa di visite specialistiche o di analisi, che ad una certa età devono invece essere immediate ed urgenti; gli importi sempre più elevati dei “ticket” da pagare per accedere alle cure; la scarsità dei servizi di assistenza domiciliare programmata od integrata da parte delle ASL; l’assenza di norme fiscali che favoriscano l’assistenza di personale qualificato presso il proprio domicilio; ed altro ancora. Queste carenze colpiscono in modo particolare gli anziani con oltre 75 anni di età. Ricordiamo infatti che gli anziani sono numerosi e le persone con oltre 65 anni costituiscono ormai il 22% della popolazione italiana residente: sarebbe quindi opportuno che il governo, le regioni e le aziende sanitarie locali prestino maggiore attenzione ai problemi di questi cittadini. Cittadini i quali, in gran parte, sono stati coloro che negli anni dal 1955 al 1980 hanno contribuito con il loro lavoro allo sviluppo economico del Paese, e che non vanno quindi dimenticati.

La “speranza di vita”
Eppure l’ISTAT afferma, nel succitato suo rapporto diffuso alla fine del mese di settembre, che  “in termini di qualità degli anni che restano da vivere, ovvero in buona salute e senza limitazioni, l’Italia è ai livelli più bassi sia rispetto alla media dei ventotto Paesi europei sia rispetto ai soli Paesi europei confrontabili con l’Italia per dimensioni e popolazione.”
Ed anche la “speranza di vita” presenta, al di là dei numeri assoluti, delle cifre negative: “secondo i dati statistici del 2015, in Italia un uomo di 65 anni si può attendere di vivere ancora 13,7 anni in buona salute, mentre il suo coetaneo del Regno Unito ancora 16,1 anni e in media nell’Unione Europea 14,4 anni.” Viene così sfatato il mito di un invecchiamento sereno del popolo italiano, magari a causa della dieta mediterranea…se non ci sono cure, l’invecchiamento diventa doloroso e magari anche fatale. In particolare, quasi un anziano su due soffre di una malattia cronica grave  ed il 30% di essi incontra gravi difficoltà nello svolgere le attività quotidiane di tipo domestico ovvero di cura della persona.
Se questi dati vengono correlati al reddito disponibile prevalentemente dalle pensioni, risulta che solo il 3% ha una pensione (lorda!) superiore a 3.000 euro, mentre ben il 29% ne ha una che non supera i 500 euro.
La conseguenza di tutto ciò è il fatto che il 12,2% degli anziani rinuncia, per mancanza di denaro, ad almeno una prestazione con una punta del 18% per i residenti nelle regioni del Sud. Né, ovviamente, si può pensare di supplire alle carenze del sistema sanitario nazionale con una polizza assicurativa o l’adesione ad un fondo di previdenza sanitaria: è vero che nel 2015 ben il 24% della spesa sanitaria globale è stata coperta dalla spesa privata per un ammontare di 35 miliardi di lire, ma essa è evidentemente fuori dalla portata della stragrande maggioranza degli anziani ai quali, comunque, difficilmente le compagnie di assicurazione sono disposte a dare le coperture assicurative visto il loro maggior rischio di ammalarsi.

Meno risorse e maggiori tickets
Dinanzi a questa situazione, il Governo risponde con la riduzione della spesa destinata al servizio sanitario e – addirittura! – l’innalzamento del ticket mediante la previsione di un “super ticket”. Ciò è stato denunciato dalla Commissione Sanità del Senato che il 2 ottobre scorso, dando il suo parere sullo schema di “Documento di economia e finanza” ha scritto:

  • che in base alle previsioni di bilancio il rapporto tra spesa sanitaria e PIL nominale passerebbe dal 6,65% del 2017 al 6,5% del 2018, con una riduzione sostanziale al di là di un maggior stanziamento di soli 930 milioni di euro;
  • che ciò va in contrasto con quanto approvato l’anno precedente il cui documento di economia e finanza stabiliva di dover attuare “interventi atti ad allineare progressivamente la spesa italiana in rapporto il PIL a quella europea”;
  • che occorre rivedere la complessa materia della “tax expenditure” allo scopo di riformare il sistema di compartecipazione alle spese sanitarie (ticket) considerato il peso non indifferente che comporta per i cittadini, e si ritiene che vada abolito il cosiddetto “superticket” sulle prestazioni specialistiche.

Rimedi costosi ed umilianti
In questo quadro generale, gli anziani e le loro famiglie sono costretti a provvedere da soli e sono due i principali metodi con cui sopperiscono all’assenza d’interventi dello Stato:

  • o mediante l’assunzione di un’assistente, chiamata genericamente “badante” ma che in realtà dovrebbe essere un’”operatrice socio assistenziale” (OSA) la quale però è costosa (almeno dieci euro l’ora) sia per la retribuzione che per i contributi;
  • o mediante il ricovero in una casa di riposo. In questo caso, oltre alla spesa ingente, poiché sono assai poche le “residenze sanitarie assistenziali” (RSA) gestite dalle ASL, si ricorre a quelle private, che negli ultimi anni sono sorte a dismisura. Ma spesso queste case di riposo private sono mal gestite: locali poco adatti; personale insufficiente e non qualificato; assenza di assistenza medica. Oltre a ciò, vi sono anche casi autentici di criminali che speculano sulle condizioni precarie degli anziani, causandone a volte la morte: la cronaca nera ci racconta spesso episodi del genere. Esse dovrebbero essere autorizzate e controllate dalle Regioni, cosa che non avviene quasi mai.

Il ruolo del Sindacato
Il Sindacato deve farsi carico di questi problemi ed i livelli d’intervento sono essenzialmente due:

  • quello politico, intervenendo sul Parlamento affinché aumenti la spesa sanitaria, diminuisca od elimini i tickets per gli anziani anche superando i limiti reddituali esistenti, introduca norme di consistenti agevolazioni fiscali per fronteggiare le maggiori spese di cura che comunque un anziano sopporta, stabilire la detrazione dal reddito del costo dell’assistente domiciliare (la “badante”);
  • quello locale ed amministrativo, intervenendo presso le Regioni – cui è demandata la gestione del servizio sanitario – per istituire corsie preferenziali per le visite specialistiche e le analisi, potenziare i servizi di assistenza domiciliare integrata o programmata, ampliare il numero delle RSA, e soprattutto controllare accuratamente – servendosi anche della Guardia di Finanza e dei Carabinieri – la gestione delle numerose Case di Riposo private.

In questi compiti, è opportuna una collaborazione tra i sindacati dei pensionati, dei medici e della sanità d’intesa con la segreteria generale della Confederazione al fine di meglio realizzare interventi a favore dei nostri connazionali anziani.