Ccnl Credito, è muro contro muro


La misura è ormai colma anche per quelli che, nell’immaginario collettivo, appaiono come dei privilegiati fra i lavoratori subordinati, vale a dire i bancari, da non confondere con i banchieri, quelli che, in altri tempi, sarebbero stati definiti i padroni del vapore. Se c’è un insegnamento dalla lunga crisi iniziata con il fallimento delle banche d’affari negli Stati Uniti, è proprio che a pagare sono stati più spesso i dipendenti piuttosto che i loro capi, nonostante siano stati quest’ultimi a mettere in campo le politiche errate che hanno caratterizzato gli dieci-quindici anni. Davanti al muro contro muro sul rinnovo del contratto collettivo e alla vigilia dell’incontro fissato per il 25 ottobre, i sindacati di categoria minacciato di scendere in piazza con una grande manifestazione a Milano. L’Abi non solo ha giudicato irricevibile la richiesta economica formulata dai sindacati, ma chiede sostanzialmente carta bianca sugli esuberi.


Abi, muro sul contratto collettivo


Il messaggio affidato alle agenzie di stampa che arriva dall’Abi, l’Associazione dei banchieri italiani, non è assolutamente rassicurante, anzi. Il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro, scaduto a dicembre scorso e in proroga fino al maggio scorso, non sarà facile, perché, sostengono i banchieri, la situazione economica si sta nuovamente deteriorando, con la conseguenza che prevedibilmente ci si ritroverà con una nuova ondata di crediti difficilmente esigibili. Con queste premesse, inevitabilmente, il nuovo incontro fra la delegazione Abi e i sindacati di categoria è finito con una fumata nera. Il sindacato, che nella piattaforma rivendicativa, ha chiesto per il 278mila lavoratori del settore un aumento di 200 euro medi al mese, pari a circa il 6,5%, di cui il 4,1% sull’inflazione aspettata ed un 2,5% su produttività ed impegno, contesta però questa visione pessimistica dell’associazione datoriale. Intanto, fanno notare fonti sindacali, l’intero settore nel 2018 ha macinato utili per 9,3 miliardi di euro. Del resto, la crisi ha comportato un sacrificio enorme per il personale dipendente. Ancora nel 2015, i dipendenti erano infatti più di 310mila, con una riduzione della forza lavoro superiore al 10%. Agendo su questa e su altre voci, le banche hanno risparmiato alla voce lavoro tutte insieme qualcosa come 2,2 miliardi di euro in tre anni. I prossimi incontri sono in calendario il 18 e il 30 luglio.


Passo indietro di Abi, ora si può iniziare a discutere del Ccnl


Alla fine si può dire che ha vinto il senso di responsabilità. Dopo le minacce delle scorse settimane da parte di Abi , l’associazione che riunisce i banchieri italiani, è giunta la notizia attesa: il contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria, in scadenza il prossimo 31 dicembre, non sarà disdetto unilateralmente, così come si era paventato da parte datoriale. È stato firmato ieri un verbale di accordo che congela le conseguenze di una disdetta unilaterale che sarebbe stata vissuta dal personale dipendente come un affronto grave e, soprattutto, ingiustificato, anche alla luce di quanto hanno dovuto soffrire in questi anni i lavoratori del settore. Un aspetto messo bene in chiaro dal sindacato che oggi ricorda come sul tavolo non vi è soltanto la questione del pur necessario adeguamento salariale. Una partita tutta da giocare è quella della partecipazione e della condivisione degli obiettivi strategici. Nelle scorse settimane, il sindacato è tornato infatti a denunciare le forti pressioni che il personale ha subito e, in molti casi, continua a subire quotidianamente, pressioni che hanno portato operatori di sportello a proporre degli strumenti finanziari rischiosi pure a clienti, pensiamo principalmente ai piccoli risparmi delle famiglie monoreddito, privi della necessaria educazione finanziaria, un disastro che ha contribuito al tracollo di alcuni istituti di credito.


Banche, nuovo allarme occupazione


Le esternazioni del numero uno dei banchieri italiani, Antonio Patuelli, somigliano molto ad un voler mettere le mani avanti: non siamo noi a voler licenziare il personale, ma le abitudini stanno cambiando e molti nostri connazionali non vengono più in agenzia, preferendo effettuare tutte le operazioni da remoto. Le conseguenze si vedono nei numeri. L’occupazione è calata del 3,5% in un anno. A fronte di appena 6.500 assunzioni vi sono state cessazioni per quasi 17.600 unità, un numero di forte impatto. E meno male che il settore può godere ancora di un fondo di solidarietà che permette di gestire in maniera non troppo dolorosa gli esuberi strutturali. Intanto, continua a restare poco usato il contratto di apprendistato, appena lo 0,51% del totale, in un comparto assolutamente dominato dal contratto a tempo indeterminato. I part time sono poco più del 12% del complesso dei lavoratori. Donne e uomini si equivalgono, tranne che nelle posizioni apicali che sono decisamente maschili.