Arabia Saudita: sunniti contro sciiti, economia in declino e affari con l’Italia


di Barbara Faccenda

 

La radice dei crescenti livelli di violenza settaria nella regione risiedenell’antica divisione tra l’Islam sunnita e quello sciita, di cui una delle manifestazioni, oggi, si trova nella rivalità tra l’Iran e l’Arabia Saudita.
I due rami dell’Islam si sono divisi, subito dopo la morte di Maometto, sulla questione di chi sarebbe dovuto succedere al profeta dell’Islam come capo dei musulmani. I sunniti credono che il leader debba essere ogni membro maschio della tribù Quraysh (tribù di Maometto), scelto dalle autorità della comunità musulmana.
Gli sciiti sono convinti che il leader debba essere un diretto discendente maschio di Maometto. Shi’at ‘Ali vuol dire “seguaci di Ali”, genero e cugino di Maometto. Ali fu scelto per essere il quarto Califfo (leader selezionato per governare nella tradizione che Maometto aveva stabilito), ma fu assassinato ed i califfi che si susseguirono non furono mai discendenti diretti di Maometto e non ebbero mai il supporto dell’intera comunità islamica.
Nelle generazioni questa separazione ha dato vita a differenze dottrinali e, nel tempo, ha aperto un conflitto settario che in molte occasioni è diventato una vera e propria guerra. Anche l’approccio all’autorità differisce per i due rami dell’Islam. Per gli sciiti, una grande enfasi è postanell’autorità formale religiosa ed istituzionalizzata. I religiosi sciiti sonoistruiti, studiano per anni per diventare esperti in materie quali legge, teologia o filosofia. Per i sunniti, dall’altra parte, l’autorità religiosa è meno centralizzata e gerarchica e c’è una mancanza di titoli formali che distinguono il grado di un discepolo rispetto ad un altro. Mentre molti religiosi sunniti sono molto istruiti in legge, teologia e filosofia, questo tipo di formazione non è un prerequisito necessario per guidare la comunità religiosa. All’interno dell’Islam sunnita è possibile per individui con poca preparazione religiosa diventare dei leader religiosi prominenti ed influenti.
Oggi queste tensioni settarie si sono mescolate profondamentealle politiche locali e regionali. L’antica animosità tra l’islam sciita e quello sunnita si è intensificata nella rivoluzione iraniana del 1979, che dichiarò che un uomo nominato da Allah dovesse governare non solo lo stato islamico dell’Iran, ma tutto l’Islam sciita. L’Iran inizia quindi a diffondere la sua forma di Islam sciita e simultaneamente arma, addestra ed equipaggia i gruppi terroristici sciiti come Hezbollah in Libano. Inoltre, l’Iran cominciaa fornire supporto al 10% della minoranza saudita di sciiti.
Dunque la violenza settaria si è intensificata, nel corso degli anni, proprio lungo le linee di rivalità dell’Iran e dell’Arabia Saudita. Nel 1980 l’Arabia Saudita appoggia l’invasione dell’Iraq in Iran in una di quelle che fu ricordata come la più sanguinosa guerra del 20° secolo. Inoltre, l’Arabia Saudita sponsorizza le organizzazioni militanti estremiste sunnite in Pakistan e Afghanistan non solo per combattere l’Unione Sovietica, ma anche per contrastare la crescita dei movimenti religiosi sciiti che l’Iran supporta.
Dopo l’invasione Americana dell’Iraq nel 2003, l’Iran ha iniziato ad armare, addestrare ed equipaggiare i gruppi sciiti estremisti sia per appoggiare il nuovo governo a guida sciita dell’Iraq, sia per avere come obiettivo gli Stati Uniti e le forze di coalizione impiegate nel paese. Per contrapporsi a ciò, l’Arabia Saudita ed altri stati sunniti nella regione, almeno tacitamente, hanno iniziato a sostenere i gruppi estremisti sunniti in Iraq, compreso Al Qaeda in Iraq (AQI).A questo mix letale si aggiunge l’ineffettività del governo iracheno e la guerra civile in Siria che hanno, se possibile, aggravato le tensioni religiose ed etniche nella regione.
In questo quadro s’inserisce una pressante problematica che l’Arabia Saudita deve affrontare: il declino economico. La prima fonte di guadagno per l’Arabia Saudita è l’esportazione di petrolio. Negli gli ultimi anni, la monarchia ha estratto il petrolio a livelli record per sostenere la produzione, mantenendo i prezzi bassi, minando la competizione di produttori di petrolio nel mondo che non possono permettersi di stare in affari con margini di profitto bassi, e aprendo la strada alla dominanza petrolifera saudita.Tuttavia, la capacità dell’Arabia Saudita di estrarrein maniera forsennata non può durare per sempre. Un nuovo studio comparso nel Journal of Petroleum Science and Engineering, anticipa che l’Arabia Saudita sperimenterà un picco nella produzione di petrolio, seguito da un inesorabile declino nel 2028. Il punto di flesso da tenere sotto controllo è quando un produttore di petrolio non può più aumentare la quantità di petrolio venduta a causa del bisogno di soddisfare la domanda energetica interna. Dal 2005 al 2015, le esportazioni nette della monarchia saudita hanno visto un tasso di declino annuale del 1.4 %.Le considerevoli riserve saudite si stanno esaurendo a livelli senza precedenti, diminuendo di circa 12 miliardi di dollari al mese. Di questo passo, per il tardo 2018, le riserve del regno potrebbero esaurirsi e questa eventualità potrebbe dare il via alla fuga di capitali.
Il governo saudita ha deciso che non imparerà la lezione dai suoi vicini: Iraq, Siria e Yemen, non aspetterà che la guerra venga a casa, ma sarà pronta ad esportarla nella regione nella folle gara di estendere la sua egemonia politica e prolungare la sua dominanza petrolifera.Il re Salman ha spostato il regno ancora più vicino alla classe dirigente wahhabita. Ricordiamo che fu proprio un ideologo e religioso, chiamato Muhammad IbnAbd al- Wahhab, che unito alle forze saudite, diede vita al primo regno saudita. Wahhab e i suoi discendenti fornirono ideologia, legittimazione e leadership religiosa al casato Saud; il wahhabismo èuna versione settaria e puritana dell’Islam sunnita che chiama ad un ritorno al fondamentalismo letterale e all’intolleranza per ogni forma di deviazione dalla loro linea conservatrice di quello che costituiva l’originale fede del profeta Maometto. I musulmani impegnati in pratiche che potevano essere considerate idolatre (politeismo, venerazione delle tombe dei santi, misticismo ed in generale l’essere sciita) non potevano essere in alcun modo considerati veri musulmani.
Ed è proprio al re Salman che Renzi, fa visita ufficialmente nel novembre 2015.I due leader discutono le relazioni bilaterali tra i due paesi e le vie per rafforzare i legami. Renzi sottolinea che per l’Italia lerelazioni con la monarchia saudita non solo sono significative, ma le definisce addirittura strategiche.Tanto per dimostrare che l’Italia è ben contenta di far affari con l’Arabia Saudita, Renzi visita i lavori di un’impresa italiana in Arabia Saudita. È la Salini Impringilo che si occupa di costruire un’altra linea della metropolitana a Riyadh, lavori che sono iniziati nell’ottobre 2013. Il progetto ha un valore di 3,720 milioni di euro. La Salini Impringilo non è l’unica impresa italiana che fa affari proprio con la monarchia wahhabita. A titolo di esempio citiamo, laSelex ES che opera in Arabia Saudita, fornendo alla monarchia tecnologie avanzatenei settori aereo, terrestre e spaziale, e più recentemente nell’ambito dellacyber security e della sicurezza delle informazioni, dei sistemi automatizzati, dei sistemi di gestione del traffico aereo e delle navi, dei sistemi ICT, della sicurezza del territorio e della protezione delle infrastrutture critiche.
Chissà se Renzi conosce l’ideologia dell’ISIS, perché questa si basa anche sul wahhabismo (oltre che sul salafismo). Circostanza che non ci pare sia da sottovalutare.


La difesa della diga di Mosul tra propaganda e realtà


di Barbara Faccenda

Il caso della diga di Mosul è significativo perché essa racchiude in sé il potenziale per essere utilizzata come una vera e propria arma di distruzione. Se controlli l’acqua in Iraq hai una presa su Baghdad. L’acqua è essenziale in un conflitto.Cerchiamo, quindi, di capire cosa è la diga di Mosul.
Inizialmente chiamata la “diga di Saddam”, la costruzione inizia nel 1980, il progetto serviva ad aumentare il supporto per Saddam Hussein durante il conflitto e promuovere il Ba’athismo. La diga fu costruita da un consorzio italo – tedesco guidato da HochtiefAktiengesellschaft, la stessa compagnia che progettò la diga di Aswan in Egitto qualcosa come 20 anni prima, utilizzata, similmente, dall’allora presidente dell’Egitto Gamal Abdel Nasser, per promuovere la sua ideologia pan – araba. La situazione politica nel Medio Oriente e nel Nord Africa è cambiata drammaticamente dal tempo in cui Hussein iniziò i lavori per la diga di Mosul. Che l’acqua sia uno dei maggiori obiettivi strategici ce lo dimostra l’Iran, quando,nella guerra Iran – Iraq il 22 novembre 1980, bombarda la diga di Dokan nel nord dell’Iraq.
La diga di Mosul si trova a circa 72,5 km a nord di Mosul sul fiume Tigri. La quarta diga più grande del Medio Oriente e la più grande dell’Iraq. Componente chiave dell’energia elettrica nazionale: 4200 megawatt di turbine generano 320 MW di elettricità al giorno.
L’idro – infrastruttura è stata uno dei loro principali obiettivi dell’ISIS.Agli inizi di agosto, le forze dell’ISIS presero il controllo della diga di Mosul, ed è per questo motivo che il 14 agosto Obama ordina attacchi aerei mirati specificatamente a riprenderne il controllo e mantenerlo.
Non è la prima volta che la diga di Mosul diventa il centro di un conflitto militare. Nel 2003 documenti ci rivelano come dopo l’invasione americana dell’Iraq, nello stesso anno, l’intelligence americana temesse che le forze irachene fedeli a Saddam Hussein avessero manipolato la diga con esplosivo. Pur rivelandosi un falso allarme, la preoccupazione maggiore era che popolazione curda nell’area potesse essere l’obiettivo di un’inondazione, cioè che la diga di Mosul venisse usata proprio come una vera e propria arma di distruzione. Furono i membri delle milizie curde che garantirono la sicurezza alla diga nei primi giorni della guerra, in una situazione estremamente stressante. Gli ispettori americani nel sito notarono che i lavoratori, quasi 500, operavano alla diga dall’inizio della guerra senza essere retribuiti ed incredibilmente gli operatori facevano funzionare la diga manualmente, dopo la cessazione dei controlli computerizzati.
Purtroppo la diga di Mosul anche senza sabotaggi vacilla sull’orlo del dissesto, a causa della mancanza di integrità strutturale. L’argine di terra della diga fu costruito di gesso leggero, un minerale che si dissolve quando è in contatto con l’acqua. Un complicato sistema di stuccatura riempie le crepe appena affiorano. Se, anche nel breve periodo, la diga non è mantenuta in buone condizioni, collasserebbe ed avrebbe degli effetti devastanti. Mosul si troverebbe sommersa da circa 20 metri d’acqua e Baghdad da 15 metri.
Mentre è in corso una gara d’appalto per i lavori di ristrutturazione e consolidamento della diga di Mosul, indetta dal governo iracheno, Renzi dichiara, in televisione, http://www.corriere.it/esteri/15_dicembre_15/iraq-renzi-450-militari-italiani-diga-mosul-trevi-appalto-93b624aa-a36b-11e5-8cb4-0a1f343ea988.shtmlche manderà 450 soldati a difesa della diga, i cui lavori sono stati aggiudicati all’impresa italiana Trevi. Una dichiarazione di propaganda che ha due effetti.
Il primo: il titolo della Trevi, dopo le dichiarazioni di Renzi, è rimasto sospeso il giorno dopo in borsa per mezza giornata per poi chiudere con un + 25% portandosi a 1,366 euro. Il secondo: essere smentito da più fonti del governo iracheno, perché la gara d’appalto non è chiusa. Il portavoce del governo di Baghdad, Saad al Hadithi, dichiara che sono in corso dei contatti per valutare la necessità di un eventuale accordo per l’invio di soldati italiani se e solo se, la società italiana Trevi dovesse aggiudicarsi l’appalto. Gli fa eco il ministro per le risorse idriche iracheno, Muhsin al Shammary, specificando chela Trevi ha presentato i documenti per partecipare alla gara. Il ministro Al Shammary, più pungente, asserisce che l’Iraq non ha bisogno di stranieri per difendersi, puntualizzando (proprio mentre riceve l’ambasciatore italiano in Iraq) che l’Iraq non ha bisogno di alcuna forza straniera per proteggere il suo territorio, i suoi impianti e la gente che ci lavora. Il ministro iracheno delle risorse idriche si unisce al coro aggiungendo che le forze irachene proteggono già la diga e sono sufficienti.
Alla domanda: “se la gara d’appalto la vincesse un’impresa diversa dall’italiana Trevi, l’Italia invierebbe i suoi soldati a difesa dell’idro – infrastruttura?”, risponde il ministro Pinotti, implicitamente. Dichiara, infatti, che prima ci deve essere l’assegnazione della commessa, poi la pianificazione secondo il ministero della difesa, l’audizione dal Copasir e poi, solo poi, l’invio dei soldati italiani.
Il punto significativo di questa vicenda lo troviamo racchiuso nella nota stampa del 16 dicembre del gruppo Trevi che dichiara di essere l’unica impresa qualificata in corsa per l’aggiudicazione dei lavori di manutenzione della diga di Mosul e che il processo di negoziazione dei termini e delle condizioni della commessa con il governo iracheno è nelle sue fasi finali. Va da sé che la dichiarazione di Renzi di mandare 450 soldati a difesa della diga e perciò dei lavori dell’impresa italiana, pone il gruppo Trevi in una posizione di vantaggio rispetto ai competitori che non offrono un “servizio di sicurezza” addirittura di soldati regolari di uno Stato.
La realtà, che forse Renzi ignora è che le imprese italiane esternalizzano la propria sicurezza alle Private MilitarySecurity Companies proprio come, in generale, fanno le imprese di altre nazioni, soprattutto in contesti ad alto rischio. Le aziende italiane, soprattutto del settore estrattivo ed energetico ricorrono all’impiego di security contractor per la protezione delle loro infrastrutture e del personale. Un esempio significativo è quello di ENI che dal 2009 ha realizzato un programma di formazione per la tutela dei diritti umani indirizzato ai manager della sicurezza, alle forze di sicurezza, pubbliche e private, in Egitto, Nigeria, Pakistan, Iraq, Repubblica Democratica del Congo e Angola.
Non è con dichiarazioni come questa che si combatte il terrorismo internazionale, facendosi smentire dai rappresentanti del governo iracheno e facendo salire il titolo in borsa di un’impresa italiana. Non è così che si proteggono gli interessi italiani all’estero. Non ci pare che Renzi abbia dichiarato l’invio di soldati in difesa delle infrastrutture delle imprese italiane in Libia. Per il terrorismo internazionale ci vuole una strategia ed in fretta, per la propaganda in fondo c’è sempre tempo.


La breve vita del progetto South Stream


di Barbara Faccenda

Il gioco energetico raramente ha degli eroi, ma certamente ha diversi malvagi.
Il progetto di gasdotto South Stream compare durante una serie di dispute sul gas naturale tra l’Ucraina e l’azienda controllata dallo stato russo, Gazprom, intorno alla metà del 2000. Le conseguenze di simili disaccordi sono state sia per la Russia che per l’Unione Europea un impulso per la ricerca di vie tali per cui si potesse diversificare dalle rotte dei gasdotti che passano attraverso l’Ucraina. Come risultato emergono due opzioni: il South Stream, una rotta che aggira l’Ucraina nel sud e il Nord Stream, una preesistente proposta che aggira l’Ucraina al nord, attraverso la Germania. Il Nord Stream, un progetto che nasce dalle relazioni bilaterali tra la Russia e la Germania, riesce a mettere in sicurezza il suo status come parte del Trans – European Network (TEN), esonerandolo assieme ai suoi progetti associati da diverse clausole del Third Energy Package, incluso i requisiti per garantire l’accesso a terze parti e spacchettare la proprietà dai rifornimenti, permettendo a Gazprom di riservare la capacità del gasdotto per se stessa cosa che altrimenti avrebbe dovuto vendere all’asta ad altre compagnie.
Il South Stream, dall’altra parte, non è stato così fortunato. Malgrado i tentativi della Russia di ottenere le stesse esenzioni per la rotta sud del gasdotto, l’Europa si rifiuta di garantire ad esso lo status di TEN. Il South Stream così si poneva direttamente in contrasto con i progetti di corridoi di gas del sud Europa, che avevano l’obiettivo di portare il gas naturale al vecchio continente dal Caspio e dal Medio Oriente. L’Europa concede lo status di TEN al primario competitore di South Stream: Nabucco e l’esenzione terza parte al Trans – Adriatic Pipeline, un altro competitore. South Stream non ha ricevuto niente: né TEN né esenzione terza parte. Malgrado questi iniziali ostacoli, la Russia sceglie di andare avanti con i segmenti del South Stream che risiedono nelle sue frontiere così da poter trasportare più gas naturale al Mar Nero.
L’inizio della fine del South Stream
Lo scoppio della crisi in Ucraina nel novembre 2013 segna l’inizio della fine del progetto South Stream. Le sanzioni imposte dalla Ue, a seguito dello schianto del volo della Malesia Airlines MH17 in Ucraina nel luglio del 2014, alle banche russe che stavano finanziando il South Stream, finiscono per limitare l’abilità di Gazprom di aumentare i capitali per la costruzione del progetto.
Nello stesso tempo, la Commissione Europea aveva iniziato formalmente ad investigare le pratiche monopoliste di Gazprom e minacciava di intraprendere un’azione legale contro la Bulgaria nuovo membro dell’Unione Europea, inserito come stato di transito chiave lungo la rotta del South Stream. La Commissione sosteneva che i contratti di costruzione non erano stati conferiti secondo le regole stabilite dalla legislazione dell’Ue. Questo tipo di pressione induce la Bulgaria a fermare la costruzione nell’estate del 2014. Con nessuna garanzia che la disputa legale sarebbe stata in proprio favore e conseguentemente nessuna garanzia che sarebbero stati in grado di usare il gasdotto, Gazprom fu costretta ad abbandonare il progetto. Gazprom aveva già speso circa il 20 – 40 per cento del suo budget per la prima metà del progetto. Data la pressione finanziaria delle sanzioni così come le tensioni tra la Russia e l’Occidente, la decisione di Gazprom fu di chiudere la saracinesca del South Stream.Non ci sembra una grande sorpresa che la rotta alternativa che Gazprom ha scelto sia la Turchia. Il contratto di Gazprom con Naftogaz (società ucraina) scade alla fine del 2018 e la Russia è impaziente di provare all’Europa che non userà più l’Ucraina come stato di transito. La Russia vuole sia il TurkishStream che il Nord Stream per iniziare ad operare in tempo per il 2019.
Italia Germania: 0-1
Il 9 luglio del 2015, Gazprom ha rescisso il contratto firmato con l’ENI e la società sussidiaria Saipem per la costruzione della prima delle quattro condutture parallele previste come parte del gasdotto South Stream da 63 milioni di metri cubici/all’anno. Vale la pena sottolineare che il progetto South Streamaveva come partner l’ENI per il 20 per cento. Il ministro italiano per lo Sviluppo Economico Federica Guidi annuncia ai quattro venti che il progetto non è nella lista delle priorità dell’Italia offrendo su un piatto d’argento alla Germania l’occasione per fare i suoi interessi. Il peso della politica estera italiana è tutto nei ripensamenti dello stesso governo, quando Renzi sottolineava la valenza del progetto South Stream sul fronte della sicurezza e dell’indipendenza energetica europea, il ministro Guidi lo liquida e ne decreta la morte senza Nordstreamcolpo ferire. Chi ne approfitta? ça va sans dire: la Germania.
Angela Merkel è stata molto lodata per la sua policy di tenere unita l’Ue  nel continuare l’imposizione delle sanzioni alla Russia. Ed è proprio il suo ministro dell’economia, Sigmar Gabriel che sostiene di far rivivere l’Ostpolitik: quella relazione privilegiata tra Russia e Germania durata fino agli anni 70. Proprio lui caldeggia e difende il progetto Nord Stream 2: l’estensione del primo gasdotto Nord Stream, che permetterebbe a Gazprom di trasmettere il gas direttamente dalla Russia alla Germania. Il progetto originale fu sostenuto dal predecessore della Merkel Gerhard Schröder, il quale oggi è sul libro paga della Gazprom. L’aggiunta di Nord Stream 2 vorrebbe dire una perdita per l’Ucraina di 1.8 milioni di euro all’anno in tariffa di transito.
Se la Commissione Europea ha persuaso Gazprom ad abbandonare South Stream, perché la Commissione non può applicare gli stessi principi a Nord Stream 2?
Ci sembra ora alquanto bizzarro che Renzi voglia “bacchettare” la Merkel sul fallimento del South Stream, dov’era quando la Commissione Europea minacciava azioni legali a Gazprom e alla Bulgaria e dov’era quando il ministro dello Sviluppo Economico del suo governo annunciava che il progetto non era la priorità del Paese? Questa è la politica estera italiana: è sempre colpa di qualcun altro dell’irrilevanza dell’Italia nei consessi internazionali.


Lavorare per l’ISIS


di Barbara FaccendaLavorarePerISIS_immagine

L’ISIS,inserendosi in un vuoto di potere ovvero in una inefficiente gestione della governance, riesce a fare leva sulle popolazioni dei territori di cui ha preso il controllo offrendo non solo uno stipendio, ma una serie di servizi essenziali altrimenti non fruibili. L’assistenza sanitaria è gratuita come i vaccini per i bambini, trasporto pubblico gratis e addirittura un ufficio per la difesa del consumatore a disposizione per coloro che vivono nei loro territori. L’ISIS offre mutui per la costruzione di nuove attività commerciali anche se esclusivamente a coloro che appartengono alla religione musulmana.
L’organizzazione estremista riesce ad erogare stipendi e benefit in virtù dei suoi sistemi di finanziamento che peraltro rendono il gruppo del tutto autosufficiente dal punto di vista finanziario. Prima di tutto il capillare sistema di tassazione. Coloro che appartengono alle altre religioni monoteistiche, diverse dall’Islam, che vogliono continuare a vivere nei territori controllati dall’ISIS, devono pagare una tassa. Tutti i veicoli che transitano nei loro territori devono pagare una tassa al gruppo che rilascerà una regolare fattura di avvenuto pagamento all’ISIS. Gli introiti derivati dalla vendita del petrolio, costituiscono la principale fonte di guadagno che secondo stime recenti ammonta a quasi a due milioni di dollari al giorno. Il traffico illecito di antichità e il pagamento del riscatto a seguito di rapimenti, soprattutto di individui appartenenti a paesi occidentali, fanno confluire nelle casse dell’ISIS ingenti somme di denaro.
L’osservatorio siriano per i diritti umani http://www.syriahr.com/en/
in uno studio condotto recentemente, rivela che il gruppo concede 1200 dollari ed una casa arredata ai membri che vogliono sposarsi. Lo stesso Osservatorio ha pubblicato un rapporto in cui indica gli stipendi che l’ISIS accorda ai suoi combattenti siriani: 400 dollari al mese. Coloro che sono sposati ricevono 50 dollari per ogni bambino e 100 dollari per ogni moglie. Il combattente riceve inoltre, una casa se non ha un posto in cui vivere, benzina per la macchina dalle stazioni di rifornimento controllate dal gruppo e il combustibile per il riscaldamento della propria abitazione. In più, per coloro che sono disposti ad andare nei battaglioni d’assalto nelle zone più pericolose,i guadagni incrementano circadell’80%, rispetto agli altri membri dell’organizzazione. Naturalmente i circa 1000 comandanti sul campo ricevono uno stipendio mensile maggiore in virtù della loro posizione come quadri dell’organizzazione.
Un esempio di offerta di lavoro è questo: “225000 dollari all’anno per il manager di una nuova raffineria di petrolio.Il candidato scelto dovrà lavorare in circostanze severe in uno dei 12 giacimenti di petrolio in Iraq e in Siria”. Offerta pubblicizzata anche attraverso gli agenti di commercio del mercato nero del petrolio.
L’ISIS riesce a lusingare anche i giovani tra i 28 e i 35 anni residenti e cittadini dei paesi occidentali, europei e non, principalmente attraverso i social media, offrendo lavoro sicuro, retribuzione e soprattutto una stabilità economica che in molti paesi occidentali è diventata una chimera in particolare per i giovani. L’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani,analizzandoil fenomeno dei foreign fighters ha rivelato, in uno studio condotto in Belgio, che il gruppo offre 10000 dollari per ogni persona che decide di unirsi al gruppo. Ci sono circa 500 foreign fighters in Siria ed in Iraq che provengono dal Belgio. L’offerta di denaro varia a seconda della professionalità del candidato: la cifra è maggiore se si tratta ad esempio di uno specialista di computer, piuttosto che di un dottore.
Anche il reclutamento viene retribuito in base al numero di persone che coloro che già fanno parte dell’organizzazione riescono a far entrare nei ranghi dell’ISIS e la cifra si fa più consistente se i reclutati successivamente si sposano.
L’ISIS si distingue da altre organizzazioni terroristiche transnazionali per la proiezione di forza e per il richiamo al populismo: “le porte sono aperte per tutti coloro che si vogliono unire, verrà concesso uno stipendio e dei benefit”. Sono questi gli elementi che fanno dell’ISIS un’offerta unica nel mondo dell’estremismo di natura religiosa.

 


Spagna al voto, è il cambiamento l’unico vincitore


Le elezioni politiche in Spagna sanciscono la fine del bipartisismo. Il Partido Popular del premier uscente Mariano Rajoy ha vinto le elezioni senza maggioranza, con il 29 per cento dei consensi – perdendo comunque 65 seggi rispetto a quattro anni fa – e il Psoe di Pedro Sanchez ha conquistato il 22 per cento. Il dato eclatante è la straordinaria ascesa del partito anti-casta Podemos, che, conquistando il 20 per cento dei consensi, irrompe in Parlamento con decine di deputati, vedendo il drastico ridimensionamento delle due principali fazioni partitiche post-franchiste e attestandosi come terza forza politica del Paese. Parallelamente, anche l’altro partito anti-casta, la formazione centrista Ciudadanos, ottiene il 14 per cento, confermando l’esigenza di rinnovamento del Paese. Il PP esce vincitore dal voto, ma non conquista i 176 seggi necessari per governare; uno scenario che apre problemi di governabilità e che ricorda quelli ben conosciuti dagli italiani: “sia benedetto l’Italicum perché darà un vincitore chiaro e una maggioranza in grado di governare”, ha commentato il premier Renzi. Sul quotidiano spagnolo El Pais, in un articolo dal titolo “C’è vita oltre il bipartitismo”, si legge, a commento del voto, che “per immutabile che sia sembrata la vita pubblica spagnola, ora ci sono due partiti emergenti, Podemos e Ciudadanos, che partendo da zero si sono convertiti in potenti minoranze Voto Spagnaparlamentari”. Stesso tema per un editoriale dal titolo “Cambiamento e stabilità”, in cui si legge che “la legislatura sarà incentrata su un Parlamento di minoranze, nel quale nessun partito avrà la forza sufficiente per agire”. “Il nuovo sistema uscito dalle urne – si legge sul Pais – non è il presupposto di una rivoluzione, prelude quantomeno a un cambiamento importante”. Per il quotidiano, il voto “riflette i desideri degli spagnoli, che chiedono negoziazioni e consenso, in buona parte stanchi degli scontri senza uscita derivanti da una situazione passata molto polarizzata”. Resta l’incognita su cosa avverrà e le possibilità sono molto numerose: un’alleanza con il Psoe in stile “Grosse Koalition”, un’unione con Ciudadanos, il ritorno anticipato alle urne? L’unico dato certo è che il Paese attraversa una fase di incertezza e di possibile turbolenza, che oggi non è piaciuta ai mercati finanziari: le borse europee sono in rialzo, con l’unica eccezione di Madrid. Esitanti le dichiarazioni post-voto di Rajoy: “cercherò di formare un governo stabile”, ha detto, aggiungendo che “inizia una tappa non facile”: “sarà necessario parlare molto e raggiungere accordi”. Per parte sua, il Psoe ha fatto sapere che non voterà l’investitura del premier uscente a capo del governo. “E’ l’ora degli statisti”, ha detto il leader dei post-indignados Podemos, Pablo Iglesias, precisando che bisogna aprire un “processo di transizione che porti a un compromesso storico nel nostro Paese”. Iglesias chiede una riforma della costituzione su 5 punti: legge elettorale proporzionale, ‘blindare’ i diritti sociali, garantire il ‘diritto di decidere’ e un referendum sulla indipendenza della Catalogna, l’indipendenza della giustizia, e la fine delle “porte giratorie” fra politica e grandi imprese.


Bruxelles gioca d’azzardo con le cartolarizzazioni


Il Regolamento in discussione al Parlamento europeo
Il Regolamento in discussione al Parlamento europeo

Nuovi rischi per i risparmiatori con i prodotti “STS

“Sbagliare è umano, perseverare è diabolico” recita un vecchio adagio sconosciuto a Bruxelles dove, infatti, la Commissione sta per varare un nuovo Regolamento in tema di “cartolarizzazioni” che sembra fatto apposta per ingannare i risparmiatori piuttosto che per tutelarli meglio.
Di che si tratta è presto detto: partendo dal presupposto – sbagliato – che per creare liquidità da immettere nel circuito del credito occorra sviluppare il mercato delle cartolarizzazioni piuttosto che costringere le banche a fare il proprio mestiere, la Commissione intende dare vita a prodotti finanziari che abbiano la caratteristica di essere “semplici, trasparenti e standardizzati”.
Bella idea, si potrebbe dire, se ci si fermasse all’”etichetta” che si vorrebbe appiccicare a questa ennesima invenzione degli uomini di Bruxelles.
Peccato che, come ci spiegano nella stessa bozza di Regolamento inviata al Comitato Economico e Sociale ed al Parlamento Europeo, “il fatto che soddisfi i requisiti STS (semplicità, trasparenza e standardizzazione ndr) non significa che la posizione verso la cartolarizzazione sia scevra di rischi né costituisce in alcun modo un indice della qualità creditizia sottostante la cartolarizzazione”..!
Ma non basta: dopo un attento esame della (catastrofica, ndr) situazione che la finanziarizzazione dell’economia ha prodotto a livello mondiale e, probabilmente, tenuto conto di quanto sta succedendo in Italia alle migliaia di risparmiatori truffati dalle obbligazioni subordinate delle banche “fallite”, la Commissione ha pensato bene di togliere dalla responsabilità dei “cedenti, cioè delle banche, l’obbligo del rating sui prodotti venduti spostandola sugli acquirenti (che, almeno in prima istanza, dovrebbero essere gli investitori istituzionali, ndr).
Secondo questa incredibile impostazione – peraltro tenuemente contestata persino dalle banche – “è essenziale che gli investitori continuino a valutare in prima persona, perché sono loro in ultima analisi i responsabili delle decisioni di investimento che assumono”…
In sostanza è come se il Supermercato sotto casa vostra fosse responsabile della qualità della mortadella che acquistate con fiducia proprio perché ha l’etichettatura IGP e non chi quella mortadella ha insaccato secondo le regole europee.
Gli inesausti alchimisti di Bruxelles, dunque, stanno ancora una volta cercando la pietra filosofale che trasformi il piombo delle loro cartolarizzazioni nell’oro dei poveri risparmiatori mentre, nelle stesse ,ore ci si accapiglia in Italia sull’attribuzione delle responsabilità per il crac delle quattro banche praticamente fallite; la frase che più si sente ripetere e che è scritta su qualsiasi articolo è: possibile che il legislatore e la stampa non si erano resi conto, quando è stato approvato il D.lgs. 180/2015 che recepiva la Direttiva europea sugli enti creditizi, di quanto sarebbe accaduto?
Possibile che nessuno ha avvisato del pericolo che incombeva sui risparmiatori?
Bene, stavolta abbiamo provato ad avvisare in tempo: vediamo se servirà.