La radicalizzazione


di Barbara Faccenda

 

Diceva Francis Quarles: “Lasciamo che la paura del pericolo sia uno stimolo a prevenirlo; colui che non ha paura, fornisce un vantaggio al pericolo”.

Sistema carcerario italiano e reati di terrorismo internazionale

In Italia i detenuti che devono rispondere di reati di terrorismo internazionale vengono inseriti nel circuito penitenziario Alta Sicurezza 2, che prevede sia la rigorosa separazione dal resto degli individui detenuti che il distacco dagli altri detenuti che appartengono allo stesso circuito che però sono reclusi per reati di eversione interna. Quando si parla di detenuti incriminati per terrorismo internazionale, che appartengono magari al movimento jihadista globale, ci si pone la domanda dove e come contenerli all’interno del circuito carcerario. S’intravedono solo due opzioni: quella di concentrarli in un istituto di pena oppure disperderli nel sistema carcerario con svantaggi e vantaggi. Concentrarli permette di tenere i detenuti estremisti in un solo luogo, o almeno in un piccolo numero di case circondariali. In questo modo le risorse specializzate possono essere collocate in pochi luoghi. Tuttavia ci sono delle difficoltà. Questo tipo di detenuti potrebbero organizzarsi e porre problemi di sicurezza senza precedenti. Coloro che fanno parte di gruppi del jihad violento sono abituati ad essere organizzati, fondamentalmente, in piccole cellule e gruppi, in un ambiente carcerario potrebbero invece voler fare un “salto di qualità” e consolidare una più solida forma organizzativa.  Al contrario, disperdere i detenuti estremisti previene la formazione di strutture e legami organizzativi forti in un dato istituto di pena e riduce le opportunità per le figure di leader di mantenere una stretta disciplina e controllo sui detenuti. Tuttavia, la dispersione può fornire ai detenuti jihadisti violenti l’accesso ad una nuova fonte di potenziali reclute.

Non va sottovalutata la possibilità che, nei circuiti comuni, vi possano essere individui che, arrestati per reati minori, portino avanti idee radicalizzate e possano influenzare a loro vantaggio altri detenuti. La religione e la conversione religiosa, da sempre fattore importante nell’ambiente carcerario, ha molto da offrire ad alcuni detenuti a livello spirituale, psicologico e alle volte anche fisico e materiale. Giacché la formazione di un gruppo è la caratteristica dell’esperienza in carcere, ad un livello più pratico, l’affiliazione religiosa può fornire un beneficio materiale al detenuto, come lettere, visitatori e altri mezzi di riconnessione con il mondo esterno. Verosimile è la circostanza che detenuti in circuiti comuni, con idee radicalizzate, possano offrire ad altri detenuti la possibilità di una conversione religiosa basandosi, oltre che sulla loro vulnerabilità, proprio sulla circostanza di poter far parte di un gruppo ed ottenere anche un sostegno materiale/fisico. Il Protocollo d’intesa siglato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria con l’Unione delle Comunità ed Organizzazioni islamiche in Italia (UCOII), il 5 novembre 2015, favorisce l’accesso di mediatori culturali e di ministri di culto negli istituti penitenziari.Va detto altresì che l’unirsi a gruppi religiosi e impadronirsi di una identità religiosa non è necessariamente un indicatore dell’attività di radicalizzazione o dell’inclinazione a ciò.

Monitoraggio

L’ufficio ispettivo del DAP effettua un’attività di monitoraggio. I dati relativi alle relazioni comportamentali dei detenuti che guidano la preghiera e l’analisidelle attività quotidiane, già in possesso delle Direzioni degli Istituti, come i flussi di corrispondenza, i colloqui, le telefonate, il flusso di denaro, vengono analizzati e le risultanze dell’attività di monitoraggio esaminate congiuntamente in sede di Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (CASA), di cui fanno parte il DAP, la Polizia di Stato, l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e le agenzie per la sicurezza interna ed esterna. Nel corso delle riunioni tecniche di questo Comitato, si realizzanoliste dei soggetti di interesse e si valutano interventi da intraprendere.

Che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria prenda parte al progetto europeo RAN: RadicalisationAwarness Network, una rete di professionistie di agenti di polizia e di polizia penitenziaria, di tutta Europa, in prima linea e che lavorano quotidianamente con chi è già radicalizzato o che è vulnerabile alla radicalizzazione, è certo un’occasione per condividere esperienze, ma è necessario che l’Italia punti prima di tutto su:attività di prevenzione efficace e contro – narrativa nel circuito carcerario. Questi due elementi, a nostro avviso, fondamentali per ostacolare il processo di radicalizzazione nei detenuti nel sistema carcerario italiano, passano necessariamente per due condizioni sine qua non:

  1. la formazione del personale della polizia penitenziaria e risorse sufficienti in tutti gli istituti di pena;
  2. impedire il sovraffollamento delle carceri. Questo del sovraffollamento è un fattore di rischio per la radicalizzazione; il personale penitenziario deve essere numericamente adeguato.

L’offerta di un intervento moderato, attraverso la formazione di imam nel carcere. Complessivamente sono solo 9 gli imam che hanno accesso al circuito carcerario italiano a fronte di 195 Istituti di Pena sul territorio nazionale.

Il Ministro dell’Interno Alfano dal Consiglio straordinarioInterni e Giustizia dell’Unione Europea, convocato dopo gli attentati di Bruxelles, (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-03-24/terrorismo-alfano-annuncia-piano-nazionale-anti-radicalizzazione–170129.shtml?uuid=AC8b3HuC) asserisce che il nostro paese deve, dal punto di vista culturale, cioè nel legame che la cultura ha con la sicurezza, varare un piano nazionale anti- radicalizzazione. Benissimo! Avviciniamo le belle e pompose parole del Ministro dell’Interno ai problemi della polizia penitenziaria, alla carenza di personale e mezzi inadeguati, ai problemi gestionali che discendono proprio dalla carenza di personale: carenza di mezzi e risorse economiche dunque. Non è difficile capire che la scarsità di donne e uomini della polizia penitenziaria comporta un abbassamento dei livelli di sicurezza e fa paura se dovessimo per un momento pensare che quelle risorse mancano proprio negli istituti di pena del circuito Alta Sicurezza 2. I corsi di aggiornamento sul terrorismo internazionale devono essere adeguati, offrire al personale della polizia penitenziaria, come a tutti gli operatori che interagiscono con i detenuti, degli insegnamenti sulla nuova minaccia del movimento jihadista, su temi come etnia, cultura, multiculturalità, sul diritto internazionale, insomma corsi tenuti da professionisti dei settori su indicati che siano in grado di formare specialisti.

Infine sottolineiamo che è necessario impedire il proselitismo avviando un processo di contro – narrativa e allo stesso tempo di cambiamento che induca ad abbandonare idee e metodi violenti e riducendo quelle condizioni di vulnerabilità che rappresentano terreno fertile per la radicalizzazione. Questo obiettivo, tuttavia, non può essere affidato esclusivamente ad un ristretto numero di autorità e operatori ma richiede il coinvolgimento di un numero di attori più esteso possibile per la migliore comprensione dei comportamenti e delle strategie di contrasto al fenomeno. Soprattutto richiede risorse umane e materiali più che sufficienti. La cultura si fa a parole, la prevenzione a fatti!

 

 

 


L’industria della maternità surrogata


“L’industria della maternità surrogata: nuove forme di schiavitù”. Questo il titolo del convegno organizzato dal Dipartimento Diritti Umani e Libertà Civili e dal Dipartimento Scuola e Università di Forza Italia guidati rispettivamente dall’On. Mara Carfagna e dall’On. Elena Centemero che si è svolto nella Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati. E’ intervenuto portando i suoi saluti l’On. Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ed era presente l’On. Renata Polverini, vice presidente della Commissione Lavoro e responsabile del Dipartimento nazionale politiche del lavoro e sindacali di Forza Italia.
“Davanti a noi abbiamo una battaglia, quella contro la maternità surrogata, che va combattuta a livello trasversale – ha detto durante il suo intervento l’On. Mara Carfagna, portavoce del Gruppo Forza Italia alla Camera -, abbiamo il dovere di chiamare a raccolta esperienze, tradizioni, identità, appartenenze politiche diverse per lottare contro quella che è una vera e propria forma di schiavitù”. foto
“L’Italia deve essere in prima linea a livello mondiale su questo fronte, Forza Italia lo è, ma non basta, serve che il Governo assuma su di sé questa responsabilità, facendo diventare prioritaria la lotta per i diritti femminili e per la messa al bando universale dell’utero in affitto. La maternità surrogata lede profondamente i diritti umani di donne bambini e non tiene conto del fatto che la donna che presta il proprio utero e che per contratto non sarà la madre del bambino che porta in grembo, non è un mero incubatore e non sarà ininfluente perché tra gestante e nascituro c’è, ed è scientificamente provato, uno scambio continuo di materiale biologico che influisce sullo sviluppo del bambino, creando un legame intimo e vitale strettissimo”.
Durante il convegno, moderato da Monica Ricci Sargentini, giornalista del Corriere della Sera, sono stati numerosi gli interventi a partire da quello dell’On. Elena Centemero, presidente della Commissione Equality and Non Discrimination del Consiglio d’Europa, che ha ricordato gli sforzi che si stanno portando avanti in Europa dove da una parte si sta cercando di combattere una pratica “aberrante”, come la maternità surrogata, e dall’altra di difendere i diritti delle donne. Per la Centemero, inoltre, è necessario che su questo argomento “ci sia una maggiore e corretta informazione nelle scuole”.
Secondo Maria Grazia Colombo, vicepresidente nazionale Forum Associazioni Familiari, “bisogna affrontare questo tema tenendo ben presente un punto di vista fondamentale, quello del bambino che ha il diritto di conoscere “le proprie radici, perché la vera essenza di una persona è legata al suo percorso. Il rischio futuro è quello di una generazione senza identità”. Emanuela Giacobbe, professore ordinario di diritto privato, Università Lumsa Roma, ricordando alcuni articoli principali della Carta Europea dei diritti fondamentali e della Costituzione italiana, ha spiegato come “utilizzare il proprio corpo come mezzo per la felicità altrui o corpi altrui come mezzo per la propria felicità significa negare i principi di civiltà che avevamo conquistato”. Secondo l’On. Fabrizia Giuliani, deputato Pd, membro commissione Giustizia alla Camera dei Deputati, su questioni del genere dove c’è stato “un vuoto legislativo” serve dialogo. La lotta alla maternità surrogata deve essere “una battaglia trasversale” perché stiamo parlando di un vero e proprio “sfruttamento del potere procreativo”. Benedetta Liberali, assegnista di ricerca in Diritto costituzionale, Università degli Studi di Milano – Professore a contratto di Istituzioni di Diritto pubblico, Università degli Studi di Verona, Avvocato del Foro di Milano, affrontando il tema dal punto di vista giuridico, ha spiegato che bisogna sempre tener conto della “dignità del nascituro e della madre, così come del diritto del bambino di conoscere le proprie origini e della donna a salvaguardare la propria salute”.


La radicalizzazione nel sistema carcerario


di Barbara Faccenda

La radicalizzazione dei detenuti non è né nuova né unica. Un certo numero di organizzazioni estremiste, soprattutto del jihad violento, ha dimostrato come il sistema carcerario sia usato come fonte di nuove reclute e come base di potere. Le aperture cognitive a nuove, radicali idee, non sono uniche nei detenuti musulmani contemporanei e neanche dell’ambiente carcerario.

La carcerazione può aumentare l’influenzabilità di un detenuto ad adottare nuove idee e radicalizzare le sue convinzioni in un processo definito come “apertura cognitiva”. Sono impressionanti le analogie tra quelle che sono ritenute le esperienze psicologiche che rendono i giovani musulmani influenzabili alla radicalizzazione e l’impatto psicologico della carcerazione sugli individui in generale. Queste esperienze includono: soffrire di crisi di personalità che mettono in discussione o anche distruggono la concezione di sé, l’esperienza di intensi sentimenti di rifiuto dalla società di nascita o di adozione e il cercare di competere adottando una nuova immagine di sé o una nuova personalità, che potrebbe essere raggiunta scegliendo una nuova struttura di credenze (religiose o altre) ed essere assimilati al nuovo, inclusivo e spesso protettivo gruppo identità. In questo tipo di ambiente, si può cadere sotto l’influenza di criminali navigati ed emergere come individui più criminali. L’apparente tendenza di alcuni detenuti a convertirsi o ritornare a credenze religiose sottolinea l’importanza di prevenire gli estremisti dal diffondere la loro ideologia attraverso le pratiche religiose o in luoghi di preghiera negli istituti di pena.

La parola “radicalizzazione” non è confinata solo ad un tipo di motivazione ideologica né è un fenomeno recente. La maggior parte delle definizioni in circolazione al giorno d’oggi descrivono la radicalizzazione come il processo (o i processi) per cui individui o gruppi approvano e (sostanzialmente) partecipano all’uso della violenza per obiettivi politici. In due revisioni molto dettagliate della ricerca sulla radicalizzazione pubblicate sul Journal of Strategic Security, Randy Borum ha sintetizzato il fulcro della radicalizzazione come il “processo di sviluppo di ideologie e convinzioni estremiste – fase preliminare al terrorismo”.

Cerchiamo di fissare dei punti importanti. La radicalizzazione nel sistema carcerario:

  1. si dice spesso che gli istituti di penasono diventati terreni fertili per la radicalizzazione. Non dovrebbe essere una sorpresa: sono i luoghi della vulnerabilità, che producono i così detti “cercatori di identità”, “cercatori di protezione” e “ribelli” in grandi numeri rispetto ad altri ambienti. Essi forniscono delle condizioni quasi perfette in cui idee incastrate religiosamente nell’ideologia possono fiorire.
  2. Il sovraffollamento e la mancanza di organico amplificano le condizioni che possono condurre alla radicalizzazione. Case circondariali tenute male possono creare uno spazio ideologico e psicologico in cui i reclutatori di estremisti possono operare liberamente e monopolizzare il discorso sulla religione e sulla politica.
  3. La conversione religiosa non è la stessa cosa della radicalizzazione. Delle buone politiche di contro – radicalizzazione, che siano all’interno o all’esterno del penitenziario – non mancano mai di distinguere tra la legittima espressione di fede e le ideologie estremiste. I servizi del sistema carcerario devono investire nella formazione della polizia penitenziaria, e considerare la condivisione di risorse specializzate, ad esempio dei traduttori.
  4. Nel caso della radicalizzazione islamista militante, gli iman in carcere hanno un importante ruolo, ma non sono la panacea a tutti i mali. La loro indipendenza e credibilità deve essere protetta. Non è né ragionevole, né realistico aspettarsi che siano dei consulenti spirituali, o esperti di terrorismo internazionale tutto allo stesso tempo.

Il jihad violento e il sistema carcerario. Gli jihadisti violenti sono consapevoli che potrebbe aspettarli la prigione se non si materializza il martirio. Di conseguenza non è una sorpresa se carceri e detenuti sono un soggetto frequente nella variegata letteratura islamista. Le istituzioni del jihad scandiscono le ragioni perché gli jihadisti violenti sono incarcerati. Osama bin Laden comparava favorevolmente gli scolari sauditi in carcere con la detenzione di IbnTaymiyaa per le sue idee. Quest’ultimo, uno scrittore vissuto tra il XII e XIV secolo è stato una chiave di influenza storica sull’ideologia contemporanea del jihadismo e fu ripetutamente detenuto dalle autorità al Cairo e a Damasco per le sue idee radicali. Sayid Qutb, il moderno ideologo guida di una vasta gamma di gruppi islamisti e di gruppi jihadisti, compreso lo stato islamico, produsse il suo più influente lavoro mentre era in prigione in Egitto. Durante la sua prigionia ha scritto testi islamisti che sono pietre miliari: “milestone” e“in the shade ofthe Qu’ran” furono contrabbandati all’esterno della sua cella. Abu Muhammad al-Maqdisi (vero nome EssamBarqawi) è stato descritto come il più importante ideologo jihadista ancora in vita. È stato mentore del defunto militante giordano Abu Musab al – Zarqawi (a capo di Al Qaeda in Iraq). Entrambi furono arrestati in Giordania nel 1993 con l’accusa di organizzare una cellula armata segreta rilasciati entrambi a seguito di un’amnistia generale nel 1999. Durante la loro detenzione, entrambi, hanno continuato a fare proseliti e a cercare nuove reclute sia dentro che fuori il carcere; esercitando, inter alia, attività come la distribuzione e la produzione di letteratura ideologica per i detenuti,allontanandoli dalla moschea ufficiale del carcere per concentrarli in “alternative” preghiere del venerdì.  Quando al – Zarqawi diventa il capo del gruppo al –Taweed, al – Maqdisi prende il ruolo di mentore spirituale del gruppo.

Nel tardo 2004, inizio 2005un’operazione militare in Iraq, a guida americana, cattura estremisti di alto livello ed un uomo che si registra a Camp Bucca come Ibrahim Awad Ibrahim al Badri. Ci sono rapporti conflittuali sulla detenzione di quest’uomo. Jeremy Suri professore all’Università del Texas e Andrew Thompson che ha prestato servizio in un centro di detenzione americano in Iraq, argomentano che la struttura di Camp Bucca ha facilitato un’ulteriore radicalizzazione tra i detenuti. Dopo che Ibrahim esce di prigione si unisce ai ranghi dell’Islamic State in Iraq e, quando nell’aprile del 2010 attacchi aerei uccidono il successore di Al – Zarwaqi, spazzando via tutta la leadership di ISI, nel maggio 2010 quell’uomo diventa il leader del gruppo con il nome de guere: Abu Bakr al – Baghdadi. Nel luglio 2012, dopo aver sostanzialmente ricostruito l’organizzazione, annuncia pubblicamente la campagna: “breaking down the wall” in cui promette di liberare le prigioni irachene. Infatti attacca 8 prigioni e libera centinaia di detenuti che susseguentemente si uniscono all’organizzazione.

Capire la sfida dei detenuti estremisti e radicalizzati

Nel caso di jihadisti violenti, come evidenziato, il carcere è stato formativo del pensiero di importanti ideologi del movimento. Tuttavia ci sono esempi limitati della pianificazione, all’interno del carcere, di attacchi, sebbene si supponga che la cellula “martiri del Marocco” che voleva attaccare il tribunale nazionale a Madrid, fu creata nelle prigioni spagnole.La novità dello stato islamico, nel movimento jihadista globale, sta anche nella capacità di erogare denaro ai suoi militanti e nel presentare un modello di vita percepito come maggiormente egalitario rispetto alle società di nascita o di adozione degli individui che scelgono di unirsi ai suoi ranghi. La sfida è anche quella di prevenire che criminali detenuti possano scegliere di unirsi allo stato islamico attratti dal denaro, ed una volta usciti dal carcere diventare veri e propri militanti dell’ISIS.


Terrore a Bruxelles


C.P.

Bruxelles, ore 8 del mattino: due esplosioni devastano l’aeroporto di Zaventem. Un’ora dopo un’altra bomba esplode in centro, alla fermata di Metro Maelbeek, vicino alle istituzioni europee. Sono 34 le vittime e oltre 130 i feriti, un bilancio che rischia di continuare a salire.
Una mattinata convulsa, tra incredulità e paura, quando la matrice terroristica è ancora un sospetto. Intorno alle 13, però, arriva l’ufficialità: lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco.
Livello di sicurezza elevato al livello 4 in tutto Belgio, il massimo previsto. Uno scenario quasi surreale: città blindata, esercito in strada, traffico completamente paralizzato per permettere il passaggio delle ambulanze.
E’ stato predisposto un piano di emergenza per deviare i voli su Charleroi, sono stati interrotti i collegamenti ferroviari da e per l’aeroporto.
Le esplosioni a Zaventem sono avvenute nella hall delle partenze, al terminal A, accanto al banco della American Airlines e della Brussels Airlines. La polizia ha evacuato lo scalo, interrotto i voli e i collegamenti ferroviari.  La rete pubblica belga Vrt lo ha definito “un attacco suicida” nel quale avrebbe agito almeno un kamikaze. Fonti governative parlano di un attentato. Sotto attacco anche il centro della città e l’area dove si trovano gli uffici dell’Unione europea. Solo un’ora dopo si vede del fumo uscire dalla stazione di metro di Maellbek, nel cuore del quartiere amministrativo di Schumann, a poche centinaia di metri dalla sede dell’Unione europea.
Si tratta di attentati, “ciechi, violenti e vigliacchi”, ha detto il premier belga Charles Michel sottolineando che il Paese è dinanzi a “un momento nero” e ha fatto “appello a tutti a dimostrare calma e solidarietà”. “Dobbiamo rimanere uniti”, ha aggiunto. “Siamo determinati – ha detto – a fronteggiare la situazione”.
“Con gli attacchi di Bruxelles – ha detto il presidente francese, Francois Hollande –  è stata colpita tutta l’Europa”. “I ripugnanti attentati di Bruxelles ci spingono a restare uniti: solidarietà con le vittime e fermezza contro i terroristi”: è stato il messaggio del portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, pubblicato su Twitter. “Sono scioccato e preoccupato per gli eventi di Bruxelles. Faremo tutto ciò che possiamo per aiutare”, ha affermato il premier britannico David Cameron in un tweet.
Massimo il livello di allerta nel cuore dell’Europa con le misure di sicurezza rafforzate negli aeroporti delle principali capitali del mondo, incluso quello di Fiumicino. Il governo britannico ha rafforzato la presenza della polizia nel Paese, ha annunciato Mark Rowley, il capo dell’anti-terrorismo di Scotland Yard. In particolare saranno presidiati con più agenti gli obiettivi sensibili a Londra, come metropolitana ed aeroporti.  Stato di massimo allerta anche a Parigi non solo negli aeroporti della capitale francese, ma anche nelle tante stazioni ferroviarie e delle metro sono state rafforzate le misure di sicurezza. Schierati in forza militari, oltre agli agenti di polizia e della Gendarmerie.
Sale il livello d’allerta anche a Roma. La questura ha disposto il rafforzamento dei controlli su tutti gli obiettivi sensibili come metropolitane, stazioni ferroviarie, ambasciate a partire da quelle del Belgio presso la Repubblica Italiana e la Santa Sede.  “Con il cuore e con la mente a Bruxelles, Europa” ha scritto questa mattina su twitter il premier Matteo Renzi, che nel pomeriggio presiederà il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato dal ministro dell’interno Angelino Alfano per valutare “ulteriori misure di contrasto e prevenzione alla minaccia terroristica”. Alfano, in stretto contatto con i vertici delle forze di polizia e dei servizi di intelligence, ha espresso il cordoglio per l’attentato: “il mio pensiero va ai familiari delle vittime e alle persone coinvolte in questo efferato attacco terroristico che ha colpito il cuore dell’Europa”.
Vicinanza è stata espressa dal segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone: “Tutta l’Ugl si stringe intorno ai familiari delle vittime degli attentati di Bruxelles e ai suoi cittadini, fra i quali tanti nostri connazionali, che stanno vivendo ore di angoscia. Gli attacchi alla capitale del Belgio sono un attacco al cuore dell’Europa politica ed economica, siamo tutti coinvolti”. Secondo Capone, “oggi più che mai l’Europa deve dimostrare di essere salda e coesa, perché il clima di odio e di terrore può essere superato solo unendo le forze e potenziando diplomazia e intelligence; bisogna promuovere un fronte collettivo contro una minaccia comune, anche con il sostegno di associazioni e organismi politici, economici, sociali, ciascuno dei quali può dare il suo contributo alla lotta contro il terrorismo”.
“A Bruxelles un attacco al cuore dell’Europa – ha detto la deputata di Forza Italia, Renata Polverini – che colpisce la nostra democrazia ed e’ diretto contro tutti noi. Serve una risposta rigida e coerente da parte di tutti i Paesi per rispondere a chi vuole distruggere l’Europa e quello che rappresenta. Esprimo il mio profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e vicinanza ai feriti e a chi ha vissuto questo momento terribile”. Il Pd, con il capogruppo Ettore Rosato, ha sottolineato: “All’attacco al cuore dell’Europa contro tutti noi – ha detto – l’Italia deve dare una risposta unitaria, ferma e coesa forte delle Istituzioni Ue che devono mostrasti forti, unite e coordinate. In Italia serve un senso di coesione”. La Lega ha chiesto la convocazione del premier Renzi in aula.


Commissione Ue chiede restituzione risorse a Regione Campania


di Maria Rosaria Pugliese

 

Dirigente confederale Ugl, responsabile Fondi Strutturali

 

 

Dati allarmanti di irregolarità e frodi nell’uso delle risorse comunitarie. E’ quanto emerge dalla relazione della Corte dei Conti sui “Rapporti Finanziari con l’Ue. La stessa sottolinea che l’Italia continua a dare all’Unione Europea più di quanto riceve. Nel 2014 il disavanzo per l’Italia fra versamenti effettuali e accrediti ricevuti è salito a 5,4 miliardi di euro a fonte dei 4,9 miliardi del 2013. Nonostante “la riduzione dell’apporto italiano al finanziamento del bilancio dell’Unione (-7,5%)” si assiste al “peggioramento della posizione di contribuente netto dell’Italia a causa della notevole flessione degli accrediti ricevuti dall’Ue (-15,1%)”. In particolare l’Italia, osserva la Corte dei Conti, “ha dovuto, altresì, continuare a farsi carico di una quota dei rimborsi al Regno Unito per la correzione dei suoi squilibri di bilancio (circa 1,2 miliardi di euro nel 2014, con un incremento di circa il 29% rispetto all’anno precedente)”.

Dalla Relazione si evince che resta grave “il fenomeno delle irregolarità e delle frodi” sull’uso dei fondi Ue “L’illecita distrazione dei fondi concessi, danneggia le finalità specifiche delle sovvenzioni, che attengono alla riqualificazione professionale dei lavoratori e allo sviluppo delle attività imprenditoriali”. Nell’anno 2014 la “spesa irregolare” è per il 65,8% su fondi strutturali, il 33,3% politica agricola, per lo 0,9% la pesca”. Concerne per il 59% le Regioni e per il 41% le Amministrazioni nazionali. In generale, rileva la Corte dei conti, “il sistema dei controlli in Italia, è risultato efficace anche in raffronto a quanto avviene in altri Paesi membri dell’Unione. Tuttavia, una valutazione comparativa del fenomeno delle irregolarità in sede europea postulerebbe la previa armonizzazione dei sistemi di controllo”. L’analisi della Corte dei Conti ha evidenziato, inoltre, che, per far fronte ai ritardi nell’utilizzo dei fondi Ue ed evitare perdita di risorse comunitarie, le Autorità italiane, d’intesa con la Commissione Europea, hanno ridotto la quota di cofinanziamento nazionale, attraverso le riprogrammazioni definite nell’ambito del Piano di Azione Coesione. In tal modo, spiega la magistratura contabile, “ferme restando le risorse comunitarie attribuite, si e’ ridotto l’ammontare delle spese da certificare e il correlato rischio di disimpegno automatico per gli interventi maggiormente in ritardo. Sono stati trasferiti a favore degli interventi ricompresi nel Piano di Azione Coesione oltre 13 miliardi di euro, con una riduzione quasi interamente applicata all’Obiettivo Convergenza, beneficiario degli stanziamenti più importanti destinati a quattro regioni del Mezzogiorno. Anche a seguito di tali interventi, l’attuazione in termini finanziari dell’Obiettivo Convergenza, finanziato con il Fondo europeo di sviluppo regionale e con il Fondo sociale europeo, risulta, al 30 giugno 2015, pari al 128,2% in termini di impegni e al 75,9% in termini di pagamenti”.

In via generale, dalla Relazione emerge che il processo di attuazione della programmazione 2007-2013 ha dimostrato che “un più efficace utilizzo delle risorse è strettamente collegato a un effettivo miglioramento della capacita’ progettuale e gestionale, a livello centrale e regionale e in particolare nel Mezzogiorno. In futuro – osserva la Corte – si intenderebbe far fronte a tali esigenze anche con il contributo dell’Agenzia per la coesione territoriale, divenuta operativa nel novembre 2014, con il compito di svolgere verifiche e monitoraggi più sistematici nell’utilizzo delle risorse, di fornire maggior sostegno e assistenza tecnica alle Amministrazioni e alle Regioni interessate e di assumere, in alcuni casi, poteri sostitutivi”.

Quanto alla programmazione 2014-2020, la Sezione osserva che, “l’Accordo di Partenariato tra l’Italia e la Commissione europea, del novembre 2014, prevede che le criticità dei cicli precedenti vengano superate attraverso una programmazione più trasparente e verificabile, un monitoraggio permanente e un supporto anche grazie alla Agenzia per la coesione territoriale, i piani settoriali nazionali di riferimento nonché i piani di rafforzamento amministrativo per le Amministrazioni centrali e per le Regioni”. E proprio in queste ore la Commissione Ue ha chiesto alla Regione Campania la restituzione di circa 300 milioni di euro delle risorse comunitarie spese nel 2000-2006.


Assistenza ai migranti, tante risorse e pochi risultati


di Maria Rosaria Pugliese

Dirigente confederale Ugl, responsabile Fondi Strutturali

La Corte dei Conti UE per la prima volta ha esaminato ‘la dimensione esterna’ della politica di migrazione attraverso l’analisi dei progetti attivati dall’Unione europea per aiutare i Paesi vicini a fronteggiare l’emergenza in Algeria, Georgia, Libia, Moldova, Marocco e Ucraina. Il risultato  è allarmante: mancanza di una strategia chiara, finanziamenti frammentati, obiettivi troppo vaghi, diritti umani calpestati, scarsa efficacia sul fronte dei rimpatri: nel complesso, sono stati analizzati 23 progetti, dal valore contrattuale di 89 milioni di euro, su un totale di 742 milioni di euro.

La relazione della Corte dei Conti Ue mette in evidenza una serie di debolezze, come la complessità degli obiettivi politici e della governance, l’impossibilità di misurare i risultati e di determinare la spesa totale, la limitata riuscita del ritorno dei migranti nei rispettivi paesi di origine e problemi di coordinamento tra diversi organismi dell’Ue e tra la Commissione europea e gli Stati membri. Secondo la Corte dei Conti Ue “i progetti erano geograficamente troppo diffusi per raggiungere una massa critica sufficiente a produrre risultati significativi nei Paesi interessati”. Gli indicatori di risultato hanno misurato le attività finanziate, ma raramente i risultati sono stati raggiunti  dal momento che tali progetti rivelano un impatto e una sostenibilità limitata e sono stati incentrati sullo sviluppo piuttosto che sulla migrazione. I progetti controllati (un quarto di quelli finanziati) che hanno fornito servizi a migranti in situazione di ritorno volontario o rimpatrio forzato sono risultati modesti in termini di portata ed efficacia, osserva ancora la Corte, a causa di una mancanza di coinvolgimento attivo, sia da parte degli Stati membri dell’Ue nel preparare il ritorno dei migranti, sia da parte dei paesi di rimpatrio. Inoltre,  il rispetto dei diritti umani, che dovrebbe essere alla base di tutti gli interventi, è rimasto “teorico e solo raramente si è tradotto in pratica“. In termini di fondi, la spesa per il periodo 2007-2013 per la ‘dimensione esterna’ della politica di migrazione è stata di 1,4 miliardi di euro, ma solo per il programma tematico sono riusciti a determinare con esattezza quanto è stato speso (304 milioni di euro). I finanziamenti, rileva la Corte, sono stati dunque frammentati e poco mirati. Insomma, tante risorse, pochi risultati. Tanta solidarietà legata a grandi affari.