Turchia sospende Convenzione europea diritti umani


 

La reazione di Ankara al fallito golpe è inaccettabile. Lo dice un governo che, come tutti i governi dei Paesi occidentali, ha condannato il tentativo di colpo di stato ma la reazione a questo tentativo non può essere una reazione che stravolge le regole dello stato di diritto e del rispetto della legge”.

Questa le parole del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, a margine della Conferenza ministeriale della coalizione globale anti-Isis a Washington, dove ha rinnovato “l’invito al governo e alle autorità turche a contenere questa reazione nell’ambito del rispetto delle regole e dello stato di diritto”

Intanto ad Ankara è iniziata la riunione del Parlamento turco per discutere e poi votare la mozione per l’introduzione dello stato d’emergenza annunciato, ieri, dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Lo riferiscono i media locali.

Lo stato d’emergenza potrebbe durare fino a 45 giorni, anzichè 3 mesi, ha spiegato il vicepremier Numan Kurtulmus. Il governo turco, nel primo giorno di stato di emergenza ha annunciato la sospensione della Convenzione europea dei diritti umani, per un periodo tra 20 e 45 giorni. Il vicepresidente Numan Kurtulmus ha ricordato che “così ha fatto anche la Francia”. Ed ha aggiunto: “Voglio garantire che i diritti e le libertà fondamentali e la vita di tutti i giorni non saranno colpiti. I nostri concittadini devono sentirsi tranquilli su questo“. La situazione nel Paese intanto resta tesa. Si è registrata una sparatoria a Kadikoy, grande quartiere sulla sponda asiatica di Istanbul, dove almeno una persona è rimasta uccisa e un’altra ferita. Secondo i media locali, l’attacco sarebbe stato compiuto da due uomini con volto coperto nei pressi di un concessionario di auto, per ragioni ancora sconosciute (fonte rainews).

La tv di Stato turca Trt rende noto che Erdogan ha in programma un incontro con Zuhtu Arslan, presidente della Corte Costituzionale turca. Si tratterà del primo faccia a faccia tra i due (anche se non è stato ancora precisato quando ci sarà questo confronto) dopo il fallito golpe della scorsa settimana e le purghe che da sei giorni colpiscono le istituzioni dello Stato. Il Presidente turco intanto nel pomeriggio vedrà l’ex premier Ahmet Davutoglu e l’ex presidente Abdullah Gul. Proseguono gli arresti: oggi, ad Istanbul, la polizia ha fermato un noto giornalista e avvocato per i diritti umani, Cengiz Orhan Kemal, e la moglie, la reporter Sibel Hurtas.

 

 


Turchia, un golpe al cuore dei diritti umani


 

Un golpe al cuore dei diritti umani. Sono le notizie e la crudeltà delle immagini che continuano a catturare l’attenzione del mondo, dopo il fallito colpo di Stato in Turchia, a trasmettere questa sensazione di paura e di vuoto.

La reazione di Erdogan da quel terribile 15 luglio sta travolgendo come uno tsunami l’intero Stato: in queste ore è scattato il divieto di ferie e di espatrio per 3 milioni di dipendenti pubblici; quasi 8 mila gli arrestati fra militari, giudici e civili; oltre 13 mila sospesi dall’incarico fra poliziotti, giudici e dipendenti del ministero delle Finanze. Oltre agli arresti e alle purghe, il premier Binali Yildirim e il presidente Recep Tayyip Erdogan stanno pensando a ripristinare la pena di morte: sarebbe una decisione che renderebbe ancora più difficile il percorso per l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, mentre vengono diffuse immagini choc sul trattamento dei soldati golpisti arrestati.

Nel mirino di Erdogan, dopo polizia, magistratura e esercito, sono entrati il mondo l’informazione, della scuola e dell’istruzione, pubblica e privata. Il Consiglio per l’alta educazione (Yok), organo costituzionale responsabile della supervisione delle università turche, ha chiesto le dimissioni di tutti i 1.577 tra decani, presidi e rettori universitari. Tra questi, 1.176 sono di università pubbliche e il resto di fondazioni universitarie. Sono inoltre stati sospesi con effetto immediato oltre 15.200 tra impiegati e funzionari del ministero della Pubblica Istruzione, mentre il ministero dell’Educazione ha revocato la licenza d’insegnamento a 21 mila docenti che lavorano in scuole private. Gli insegnanti sono tutti sospettati di essere legati al Feto, come è chiamato il movimento religioso, considerato dal governo turco una mera organizzazione terroristica, facente capo al predicatore Fethullah Gulen, ex alleato e ora nemico numero uno del presidente Recep Tayyip Erdogan, che lo accusa di essere dietro il tentato golpe. Le purghe non risparmiano neppure gli imam e i professori di religione. La Diyanet, massima autorità islamica che dipende dallo Stato, ha annunciato di averne allontanati 492. E poi, ancora: un centinaio di sospesi dai servizi segreti e 393 dal ministero della Famiglia, oltre ai 13 mila già cacciati dal ministero dell’Interno (per lo più poliziotti), da quello delle Finanze e dalla magistratura. Numeri spaventosi che fanno gridare da più parti a una sospensione totale dello Stato di diritto.  Continuano a crescere anche gli arresti. Le persone finite in manette con l’accusa di aver complottato con gli insorti sono salite a 9.322. Eppure, le responsabilità sul golpe si fanno sempre più oscure. In un comunicato ufficiale, le Forze armate hanno ammesso di aver saputo dai servizi segreti della preparazione di un colpo di stato già alle 4 di venerdì pomeriggio, con diverse ore di anticipo. Ma perché i golpisti non siano stati bloccati, resta al momento un mistero.
Nel giro di vite sull’informazione, il Consiglio supremo per la radio e la televisione (Rtuk) ha deciso di revocare le licenze di 24 emittenti radio o tv “collegate o sostenitrici” del movimento ispirato a Gulen. Tra queste, la tv Samanyolu, l’emittente Can Erzincan e radio Dunya. Sono invece finiti sotto inchiesta 370 dipendenti e giornalisti della tv pubblica Trt.

Un sit-in davanti all’ambasciata turca a Roma contro l’ulteriore stanno operando contro i giornalisti. Con l’hashtag #NoBavaglioTurco la Federazione nazionale della Stampa (Fnsi), Articolo 21 e Usigrai danno appuntamento oggi pomeriggio alle 15 in via Palestro, sede dell’ambasciata turca.

L’allarme di Amnesty International

Organizzazione internazionale è scesa in campo ed ha lanciato un allarme sulla situazione dei diritti umani in Turchia all’indomani del sanguinoso tentativo di colpo di stato del 15 luglio, a seguito del quale sono morte almeno 208 persone e sono stati eseguiti quasi 8.000 arresti. Diversi esponenti governativi, ricorda Amnesty in un comunicato, hanno inoltre proposto la reintroduzione della pena di morte per punire i responsabili del fallito colpo di stato. Amnesty International sta indagando sulle notizie di detenuti sottoposti a maltrattamenti ad Ankara e Istanbul e ai quali verrebbe negato l’accesso agli avvocati.

“L’elevato numero di arresti e di rimozioni dall’incarico è allarmante e  – si legge nella nota a firma di John Dalhuisen, direttore per l’Europa e l’Asia centrale di Amnesty International  – stiamo monitorando attentamente la situazione. Il tentativo di colpo di stato ha scatenato un impressionante livello di violenza. I responsabili di uccisioni illegali e di altre violazioni dei diritti umani devono essere portati di fronte alla giustizia, ma la repressione contro il dissenso e la minaccia di ripristinare la pena di morte sono un’altra cosa rispetto alla giustizia”.

“Sollecitiamo le autorità turche – ha aggiunto Dalhuisen – ad usare moderazione e a rispettare lo stato di diritto nello svolgimento delle necessarie indagini, a garantire processi equi a tutti i detenuti e a rilasciare tutti coloro contro i quali non vi sono prove concrete di aver preso parte ad azioni criminali. Un arretramento nel campo dei diritti umani è l’ultima cosa di cui la Turchia ha bisogno”. In assenza di numeri esatti, le autorità turche hanno riferito che venerdì notte 208 persone sono state uccise e oltre 1400 ferite a Istanbul e Ankara. Tra le persone uccise figurano 24 “complottasti”, alcuni dei quali sarebbero stati linciati dopo che avevano cercato di arrendersi.


Strage Nizza, un dolore senza fine


 

14 luglio 2016. Per i francesi doveva essere un giorno di festa, nel ricordo di uno dei momenti cruciali della Rivoluzione francese: la presa della Bastiglia. Momento in cui si celebrano dei valori forti: Liberté, Égalité, Fraternité. Valori che, però, sembrano sempre più distanti dalla nostra vita. Ieri sera, infatti, l’ennesima strage.

L’occhio del terrorismo si è posato su Nizza, in Costa Azzurra, dove, verso le 22.30 un camion ha travolto la folla sul lungomare pedonale, la celebre Promenade des Anglais, gremita per i fuochi d’artificio della festa nazionale oltralpe. Le vittime – secondo un bilancio provvisorio – sono almeno 84 ma ci sono 18 feriti in condizioni gravissime. Molti bambini rimasti coinvolti: quelli ricoverati in ospedale sono 54.

Alla guida del mezzo che si è scagliato sulla folla c’era un uomo franco-tunisino, 31enne, residente a Nizza, ma nato nel Paese nordafricano che – fanno sapere le autorità – era noto alla polizia «per violenze, uso di armi, ma nessun fatto legato al terrorismo». Con il tir è entrato nella zona pedonale della promenade e ha travolto la folla procedendo a zig zag per circa 3 km. Poi è stato ucciso dalle forze dell’ordine.

Per la Farnersina potrebbero essere stati coinvolti anche degli italiani. Al momento risultano dispersi Angelo D’Agostino (71 anni) e Gianna Muset (68), una coppia di Voghera che si trovava a Nizza e che al momento non risulta reperibile. La nuora li ha sentiti l’ultima volta ieri sera alle 21:55 e adesso ha lanciato un appello per cercare informazioni su di loro.

Papa Francesco ha inviato un messaggio di cordoglio per le vittime dell’attentato. “Mentre la Francia stava celebrando la sua festa nazionale- si legge nel telegramma inviato dal segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, al vescovo di Nizza, monsignor Andre’ Marceau- la violenza cieca ha ancora colpito il Paese a Nizza, facendo numerose vittime tra cui dei bambini”.
“Condannando di nuovo tali atti – il Papa esprime – la sua profonda tristezza e la sua vicinanza spirituale al popolo francese  e affida  alla misericordia di Dio le persone che hanno perduto la vita e si unisce di cuore al dolore delle famiglie in lutto”. Francesco, inoltre, esprime solidarieta’ “alle persone ferite, e a tutti coloro che hanno contribuito ai soccorsi, domandando al Signore di sostenere ciascuno in questa prova”.

Da poco lontano, il premier Matteo Renzi affida pensieri a un social network senza confini e ritwitta le dichiarazioni del presidente francese Francois Hollande: “La Francia piange, è addolorata, ma è forte e lo sarà sempre di più dei fanatici che oggi vogliono colpirla”.

“Al popolo di Nizza, alle autorità di Francia, il sostegno e la solidarietà della Repubblica italiana.  L’orrore, il dolore della Francia sono il nostro orrore, il nostro
dolore. I morti di Nizza, di qualunque nazionalità, sono i nostri  morti”. Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

“Non ci sono parole ma solo dolore e sgomento. E’ ora di dire basta e reagire uniti contro questo terrore”. Così in un tweet la deputata di Forza Italia Renata Polverini.

Anche l’Ugl esprime vicinanza “ai  familiari delle vittime e ai feriti di Nizza”. A trasmettere la  partecipazione del sindacato è il segretario generale Francesco Paolo  Capone che esprime “la più ferma condanna contro questo vile  attentato, frutto dell’odio e del fanatismo, che colpisce non solo il  popolo francese, ma tutta l’umanità”. Per Capone “l’Europa, oggi più che mai, deve essere unita per dare una
risposta decisa ad ogni forma di terrorismo, trasformando il dolore e  lo sgomento per questa tragedia in una reazione ferma contro ogni  forma di prevaricazione e di violenza, rafforzando gli ideali e i  valori dell’integrazione e della ricchezza nella diversità”.

Con un messaggio, sul profilo Twitter della Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, “in nome del popolo americano”, condanna “nei termini più forti il terribile attacco terroristico”. “I nostri pensieri – affrema Obama – e le nostre preghiere vanno alle famiglie delle vittime. Ho dato ordine alla mia squadra di restare in stretto contatto con le autorità francesi e ho offerto tutta l’assistenza di cui possono aver bisogno per portare i responsabili davanti alla giustizia. Esprimiamo la nostra solidarietà e vicinanza alla Francia, il nostro piu antico alleato, affinché risponda e si riprenda da questo attacco”.”La Germania è al fianco della Francia nella lotta al terrorismo. E sono convinta che malgrado tutte le difficoltà vinceremo questa battaglia”, dice la cancelliera tedesca Angela Merkel a Ulan Bator, in Mongolia, dove si trova in visita di Stato.
Su Twitter anche il nuovo ministro degli Esteri britannico: “Scioccato e addolorato per quanto accaduto a Nizza e per la terribile perdita di vite umane”. “Nizza è stata colpita dal terrorismo nel giorno della nostra festa nazionale”, twitta il primo ministro francese Manuel Valls, “immenso dolore, il Paese in lutto. I francesi faranno fronte”. “Serve massima vigilanza perché siamo in una guerra con dei terroristi che vogliono colpirci ad ogni costo e in modo estremamente violento”, dice il ministro francese dell’Interno, Bernard Cazeneuve, annunciando in diretta da Nizza l’innalzamento del livello d’allerta del piano antiterrorismo Vigipirate nella regione Provence-Alpes-Cote d’Azur. Gli Stati Uniti sono “in guerra” contro chi ha perpetrato l’attacco a Nizza, diceo la candidata repubblicana alla presidenza degli Stati Uniti Hillary Clinton parlando con i media americani. “Ovviamente siamo in guerra contro questi gruppi terroristi e contro quello che rappresentano. E’ una guerra diversa: dobbiamo essere furbi per combattere e vincere”, ha aggiunto. L’ex segretario di Stato americano ha anche fatto appello per “rafforzare” le alleanze degli Stati Uniti, compresa la Nato, in particolare per quanto riguarda l’intelligence per combattere i gruppi jihadisti. La condanna arriva anche dalla grande moschea di Parigi che esprime la sua “immensa emozione e costernazione” in un comunicato firmato dal suo rettore Dalil Boubakeur: “Condanniamo con fermezza questo odioso e orribile attentato criminale di massa”. La moschea “invita all’unità di tutti i cittadini in questa nuova prova che ha addolorato tutta la comunità nazionale”. “La Francia è stata colpita ancora una volta da un attentato di una gravità estrema”, scrive in una nota il Consiglio francese del culto musulmano condannando “con grande vigore questo nuovo attacco odioso e spregevole. Il Cfcm invita i musulmani in Francia a cogliere l’opportunità della preghiera del Venerdì per rivolgere i loro pensieri alle vittime”.

Identikit del killer

Ha un nome il camionista – killer della strage a Nizza: si chiamava Mohamed Lahouaiej Bouhlel, secondo quanto si apprende dal Nice – Matin, principale quotidiano della città sconvolta dal terribile attentato.

In precedenza, sempre da Nice-Matin, era già stato reso noto che l’attentatore era un “francese di Nizza di origini tunisine di 31 anni“. Le prime indiscrezioni rendono poi anche noto che l’attentatore era padre di tre figli e si stava per separare dalla moglie, oltre ad avere problemi finanziari.

Pare poi che sul Tir utilizzato per la strage e noleggiato tre giorni fa sia stato ritrovato un secondo documento di identità, ovviamente ora al vaglio degli inquirenti (fonte Panorama)

 

 

 

 


Inghilterra versus Europa


di Vincenzo Fratta

 

Dopo il brutale assassinio della deputata labourista JoCox – assimilata da alcuni ad una vittima «sacrificale» – avvenuto una settimana prima del voto, sondaggi e il «mercato» avevano puntato sulla permanenza della Gran Bretagna nella Ue. Tuttavia, come si è visto, gli inglesi hanno deciso diversamente. Nel referendum del 23 giugno il Leave, l’«andarsene», si è imposto con il 52 per cento contro il 48 per cento del Remain.

Vedremo nelle prossime settimane e mesi quali saranno i contraccolpi economici e politici della Brexit. Nonostante i catastrofici allarmi della vigilia,i media hanno ridimensionato gli effetti economici sull’Italia e sugli altri paesi dell’Unione. Dopo gli inevitabili cali borsistici di questi primi giorni la situazione si dovrebbe infatti assestare, mentre le autorità europee si dichiarano pronte a fronteggiare possibili attacchi speculativi esterni.

Pesanti sono invece le conseguenze previste per il Regno Unito: deprezzamento della sterlina, calo degli investimenti, minore crescita economica, crollo del mercato immobiliare londinese, impennata della disoccupazione. Problemi loro, che poco ci riguardano. Più interessante per noi sarebbe il trasferimento sul Continente della borsa europea di riferimento. Fine del ruolo centrale della City di Londra a vantaggio di Milano, Francoforte o di un’altra piazza borsistica della Ue.

Tuttavia non è sugli aspetti economici che ci vogliamo soffermare in queste note, ma sulla estraneità del Regno Unito all’Europa. A nostro avviso, e avremmo voluto scriverlo prima dell’esito del voto inglese, la Brexit può essere una grande opportunità, a condizione che l’attuale unione burocratico-mercantilisticasi trasformi in una Unione politica su base federale (come lo sono i grandi spazi di Brasile e Stati Uniti), alla quale Londra sarebbe comunque del tutto estranea.

Il Regno Unito non si è mai sentito interamente parte dell’Europa, crede nella sua superiorità di potenza «marittima» rispetto alle nazioni della «terraferma», che storicamente ha sempre cercato di tenere divise e possibilmente in contrasto fra loro. Il suo ruolo all’interno della Ue è sempre stato quello di freno verso una maggiore integrazione del Continente in senso federale.

Ricordiamo come Londra non aderì subito alla nascente Comunità Economica Europea, che cercò di ostacolare con la creazione di un’area di libero scambio insieme ad alcuni Paesi del Nord, e vi approdò soltanto dopo il suo fallimento. Per l’ingresso nella Cee pretese uno Statuto speciale, contenente una serie di «privilegi» rispetto agli altri partner. Nei mesi scorsi, il premier Cameron aveva preteso e ottenuto di incrementare tali privilegi, dietro l’esplicita minaccia di doversi schierare per la Brexit nell’imminente referendum. C’è poi da considerare la «relazione speciale» che intercorre fra gli inglesi e gli Stati Uniti, sottolineata da Obama dopo l’esito referendario, che sono e restano il loro partner privilegiato.

L’estraneità degli Inglesi all’Europa può essere simbolicamente ricompensa in due interventi, diversi per tono e personalità, che hanno caratterizzato la campagna elettorale: un’intervista dell’ex sindaco conservatore di Londra Boris Johnson, leader del fronte della Brexit insieme al presidente dell’Independence Party (Ukip) Nigel Faragee un’uscita conviviale della regina Elisabetta.

Al SundayTelegraph, Johnson aveva detto fuori dai dentiquello che l’élite inglese realmente pensa, ossia cheil proposito della Ue di riunire l’Europa, sia pure con altri mezzi, è lo stesso già fallito in passatoda Napoleone e da Hitler. Dietro il paragone che ha scioccato i media c’è la riconferma che l’isola britannica, oggi come ieri, resta ostile all’affermarsidi qualsivoglia «potenza» continentale. Per far conoscere i suoi pensieri, alla compassata regina britannica è invece bastato chiedere ai suoi commensali di indicarle tre ragioni per le quali il Regno dovrebbe restare in Europa. Naturalmente la reale, retorica, domandaè restata senza risposta. Nessuno, al di là della Manica, avrebbe potuto semplicemente dire: perché ne siamo parte, un’importante e insostituibile parte.

In conclusione di queste considerazioni sulle tematiche aperte dalla scelta del Regno Unito di uscire dall’Europa, segnaliamo i commenti al referendum di due esponenti di quelle lobbies internazionali che si sentono – e agiscono – al di sopra dei popoli europei: gli ex presidenti del Consiglio è della Repubblica Mario Monti Giorgio Napolitano, complici italiani della caduta del Governo Berlusconi nel novembre 2011.

In relazione al referendum britannico Monti ha parlato di «abuso di democrazia», ed espresso il suo apprezzamento perla nostra Costituzione che non prevedela consultazione popolare per la ratifica dei trattati internazionali. Gli ha fatto eco Napolitano che ha definito «incauta» l’indizione della consultazione popolare riaffermando il primato della democrazia parlamentare rispetto ad una democrazia diretta.

Come dire: la volontà popolare, verace e impulsiva, può sfuggire al controllo dei poteri forti rendendo vana la stretta che essi hanno già (im)posto su governi e parlamenti eletti.


Banche, dall’Ue via libera allo scudo


C.P.

Dopo qualche giorno di turbolenza, i mercati tentano di superare lo shock della Brexit. Ad aiutare la situazione, soprattutto per piazza Affari, è arrivata la notizia che la Commissione UE ha autorizzato, sulla base delle regole Ue sugli aiuti di Stato, l’introduzione dello schema di garanzia per le banche fino al 31 dicembre 2016, come  richiesto dall’Italia,.
Lo schema prevede misure di sostegno di liquidità a favore di banche solventi in Italia come misura precauzionale. Secondo la Commissione, questo schema è in linea con le linee guida del 2013 ed è già usato in diversi Paesi. E’ autorizzato fino al 31 dicembre 2016 e “copre misure di supporto alla liquidità in favore di banche solventi come misura precauzionale”. Ma Bruxelles sottolinea che “non ci sono aspettative che sopravvenga la necessità di usarlo”. Si tratta quindi di una misura cautelativa che può essere utilizzata solo da banche solvibili che devono far fronte ad esigenze di liquidità.
L’impegno dello Stato sarà sotto forma di ‘tutela’ della liquidità o attraverso l’emissione di strumenti finanziari per il capitale. L’ammontare della garanzia eventualmente attivata, che avrà una finestra di 6 mesi, inciderà solo sul debito pubblico e non sul deficit, come già visto nei precedenti casi.
“Durante l’applicazione delle regole straordinarie per gli aiuti di Stato alle banche in caso di crisi- si legge in una nota-, la Commissione autorizza schemi di garanzia per i passivi delle banche per periodi di sei mesi, al fine di monitorare gli sviluppi e adattare ad essi le condizioni applicate”.
“Come dimostrano questa decisione e altre precedenti – conclude la Commissione – per far fronte elle turbolenze dei mercati ci sono diverse soluzioni che possono essere messe in opera nel pieno rispetto delle regole Ue”.


Gb in ‘Leave’: amaro risveglio per l’Europa


 

Il 72,2 per cento dei britannici crede nel ‘Leave’ e in una vita fuori dalla Ue. Il voto, oltre a far precipitare il Regno Unito nell’incertezza, rappresenta la sconfitta più netta per i fautori di una maggiore integrazione europea dopo la Seconda Guerra Mondiale e rischia di innescare un effetto domino in altri Paesi.

Il premier britanico, David Cameron, ha annunciato che rimarrà a Downing Street altri tre mesi, ma che poi è necessario che per la guida dei negoziati con l’Ue ci sia una nuova leadership. Ad ottobre, quando ci sarà l’assemblea del partito conservatore, c’è bisogno di una nuova leadership del partito e del governo.

E’ previsto per domani un vertice a Berlino con i capi della diplomazia dei sei Paesi fondatori dell’Ue (oltre all’Italia, Germania, Francia, Olanda, Lussemburgo e Belgio). Un incontro voluto per affrontare le conseguenze del referendum britannico. La notizia era nell’aria ed e’ stata confermata ufficialmente dal ministero degli Esteri tedesco. Attorno a un tavolo si ritroveranno dunque, oltre al ministro degli Esteri del Paese ospite, Frank-Walter Steinmeier, il capo dela diplomazia italiana, Paolo Gentiloni, insieme a quello francese (Jean-Marc Ayrault),
olandese Bert Koenders, belga (Didier Reynders) e lussemburghese (Jean
Asselborn) per “uno scambio sui temi attuali dell politica europea”

Tempestiva la reazione italiana all’esito del referendum. Mentre il premier Matteo Renzi cinguetta: “Dobbiamo cambiarla per renderla più umana e più giusta. Ma l’Europa è la nostra casa, è il nostro futuro”. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni dichiara:“L’Italia, come tutti sanno, avrebbe di gran lunga preferito un esito diverso, rispetta la decisione. Ma uscire significa uscire. Certamente la Gran Bretagna resterà nostra amica e alleata nella Nato ma la decisione di uscire dall’Ue è stata presa e ad essa bisogna dare seguito”.

In una nota la deputata di Forza Italia, Renata Polverini, precisa: “Dopo l’esito del referendum in Gran Bretagna è ora che l’Europa si rinnovi altrimenti i valori ai quali si sono ispirati i padri costituenti, nei quali ancora oggi ci riconosciamo, rischiano di essere travolti da ondate sempre più forti di populismo. Al tempo stesso, rischiamo di rendere inutili i sacrifici sostenuti da tanti stati membri per garantire la tenuta dell’Europa stessa. L’Italia, che é tra i fondatori dell’UE, é ora che si impegni a  capire se c’è ancora la volontà di salvaguardarla. Sicuramente ci sarà molto da fare per cambiare, bisognerà dare risposte certe sulle questioni che più interessano e preoccupano i cittadini come ad esempio l’immigrazione, il lavoro, la sicurezza perché solo con una politica comune che possa riportare un senso di appartenenza e migliori condizioni di vita per i cittadini europei si potrà ricostruire un’Europa migliore.” Soddisfatto Matteo Salvini, segretario della Lega Nord: “Grazie UK, ora finalmente cambierà l’Europa, ora tocca a noi”
Il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, vuole incontrare Merkel per evitare l’effetto domino, anche se per Schulz “Non ci sarà alcuna reazione a catena – ha detto Schulz alla tv pubblica tedesca Zdf – non credo che altri Paesi saranno incoraggiati a percorrere questa strada pericolosa“. Il presidente Usa, Barack Obama, informato dell’esito della consultazione, in giornata parlerà con David Cameron.
Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha dichiarato che la Ue è “determinata a mantenere la sua unità a 27” e ha sottolineato che fino a quando la Gran Bretagna non lascia, vengono formalmente applicate le norme Ue. Il presidente ha annunciato un incontro informale a  “27 a margine del Consiglio Europeo (del 28-29 giugno, ndr) e proporrò anche di cominciare un’ampia riflessione su futuro della nostra Unione”.

Crolla la sterlina –  La sterlina accusa il colpo, ampliando le perdite sul dollaro a 1,33. Solo ieri sera era a 1,50 dollari, grazie ai sondaggi che prevedevano un vittoria del campo favorevole alla permanenza nella Ue. La moneta inglese segna i minimi dal 1985: è il calo più forte di sempre. Profondamente scossi i mercati finanziari, che alla vigilia, si erano posizionati per una vittoria del fronte pro-Ue mentre a spoglio ormai quasi completato, i voti favorevoli all’uscita si attestano al 51,8%, contro i 48,2% di preferenze per restare. Deutsche Bank prevede conseguenze negative sotto tutti gli aspetti.