Mare in tempesta, nuovo naufragio nel canale di Sicilia


Il Mediterraneo continua ad inghiottire speranze e vite. E’ di questa notte la notizia di un nuovo terribile naufragio nel Canale di Sicilia. Un gommone carico di migranti è colato a picco a circa trenta miglia dalla Libia: sono circa centotrenta i superstiti tratti in salvo da una petroliera e da una nave umanitaria a 30 miglia dalle coste libiche, sei i corpi senza vita recuperati con estrema difficoltà. Ma, stando alle prime testimonianze dei superstiti e alle dimensioni del gommone semiaffondato, si teme che l’ultimo naufragio nel Canale di Sicilia abbia fatto anche molti dispersi.

IL SOCCORSO NELLA NOTTE TRA LUNEDI’ E MARTEDI’

Il soccorso ieri  a circa 30 miglia dalle coste libiche da parte di una petroliera, che ha avvistato i migranti dando l’allarme alla centrale operativa della Guardia costiera italiana che ha coordinato i soccorsi inviando nella zona diverse altre unità.

Il mare era molto agitato: avvicinatisi al gommone, gli uomini della petroliera hanno trovato in acqua 15 migranti, che sono stati rapidamente presi a bordo e successivamente trasferiti su nave Diciotti, della stessa Guardia Costiera, che arriverà questa sera a Catania. Sul posto, sono state fatte confluire numerose altre navi poichè è molto probabile, secondo fonti della stessa Guardia Costiera, che alcune decine di migranti siano finiti in acqua. E infatti poco dopo la Aquarius, la nave della Ong  italo-tedesca Sos Mediterranee, ha tratto in salvo altri 114 migranti. Il gommone era in pessime condizioni strutturali e alcuni di coloro che sono stati salvati sono stati trovati aggrappati all’unica parte dell’unità che ancora emergeva dall’acqua.

L’equipaggio della nave umanitaria ha preso a bordo anche cinque cadaveri trovati a bordo del gommone, mentre un’altra persona è annegata sotto gli occhi dei soccorritori ma non è stato possibile recuperare il suo corpo. Tra i naufraghi anche 24 minori, tra cui tre bambini sotto i 5 anni, e 8 donne (Fonte Repubblica.it).


Bruxelles contro la pesca del pescespada


A partire da domani si terrà in Portogallo la riunione ICCAT dove si affronterà lo spinoso tema dell’introduzione nel Mare Mediterraneo del tetto (“total allowable catch”) alle catture totali di pesce spada.

L’ICCAT (International Commission for the Conservation of Atlantic Tuna ) è l’organizzazione internazionale che si occupa della conservazione dei tunnidi e delle specie affini (pesci spada e squali) nell’oceano Atlantico e mar Mediterraneo.

La proposta dell’Unione Europea, contenuta nella “Raccomandazione ICCAT XX-16 SWO che sostituisce la Raccomandazione [13-04] che stabilisce un Piano pluriennale di ricostituzione per il pesce spada del Mediterraneo”, prevede la presentazione all’ICCAT di un piano d’emergenza per il recupero degli stock di pesce spada, simile a quello messo in atto a partire dal 2006 per il tonno rosso.

Proposta della Commissione europea in risposta all’allarme lanciato dagli scienziati lo scorso mese nel corso di una riunione a Madrid prevede un piano di recupero, che sarà presentato dal commissario all’Ambiente e alla pesca, Karmenu Vella, con l’introduzione di un tetto (“total allowable catch”) alle catture totali di pesce spada nel Mare Nostrum, diminuendo ogni anno questo limite massimo, “in linea con i pareri scientifici”.

Ciò significa che le navi attivamente dedite alla pesca del pesce spada (Xyphias gladius) nel Mediterraneo dovranno attuare un piano di recupero di 15 anni a partire dal 2017 fino al 2031, con l’obiettivo di raggiungere il BMSY (criterio che misura la Biomassa da cui si può ricavare la massima resa sostenibile) con almeno il 60% di probabilità.

La misura di conservazione contenuta nella citata Raccomandazione prevede che già nel 2017 si applichi il TAC (Totale Ammissibile di Catture) fissato a livello delle catture del 2015 (10138t). Grande è la preoccupazione tra i pescatori, che da settimane hanno proclamato lo stato di agitazione della categoria con manifestazioni di protesta che si sono già svolte in molte marinerie, per tale limitazione della capacità che dovrà essere applicata per tutta la durata del piano di recupero.

E già nel 2017, si dispone nel Documento UE, le imprese di pesca interessate dovranno limitare il numero delle loro navi da pesca autorizzate a pescare il pesce spada del Mediterraneo al numero medio annuo dei loro pescherecci che hanno pescato, tenuto a bordo, trasbordato, trasportato o sbarcato pesce spada del Mediterraneo nel periodo 2013-2016.

Ed ancora, a partire dal 2018 il TAC dovrebbe essere gradualmente ridotto del 25% nell’arco dei cinque anni consecutivi, corrispondente ad una riduzione del 5% annuo, rispetto al totale delle catture dichiarate per il 2015.

Il richiamato documento prevede anche la creazione, nei primi mesi del 2017, di un apposito gruppo di lavoro dell’ICCAT per stabilire una ripartizione giusta ed equa della quota nella pesca del pesce spada del Mediterraneo attraverso la predisposizione di un piano di ripartizione da convocarsi nei primi mesi del 2017. Il gruppo di lavoro, nel contesto della creazione dello schema di ripartizione, dovrà utilizzare criteri trasparenti e oggettivi, compresi quelli di natura ambientale, sociale ed economica, e in particolare prendere in considerazione la risoluzione dell’ICCAT sui criteri per l’assegnazione delle possibilità di pesca.

Dal nostro punto di vista, la decisione dell’UE di limitare le catture del pesce spada nel Mediterraneo ha il sapore della disfatta per la pesca italiana, già colpita, quasi a morte, dall’introduzione di un sistema di vincoli e limitazioni che ne ha ridotto notevolmente la produttività con conseguente flessione dei livelli di occupazione nel comparto. Elemento che si somma ad altri fattori esogeni come la crisi economica internazionale e la massiccia importazione senza una tutela della produzione nazionale che hanno determinato un aumento dei costi aziendali ed una riduzione degli utili, spingendo al margine del mercato centinaia di imprese di pesca.

Difatti, l’introduzione di un sistema di quote per il pescespada metterebbero in ginocchio la nostra flotta che vale il 50 per cento dell’intera produzione del Mediterraneo. Prima di procedere ad ulteriori limitazioni nella capacità di cattura delle specie ittiche – a nostro avviso – sarebbe più opportuno lavorare per migliorare gli strumenti che già ci sono.

Altra grana caduta sulla testa dei pescatori riguarda la pesca dell’alalunga.

La pesca dell’alalunga (Tonno bianco del Mediterraneo – Thunnus alalunga) con utilizzo del palangaro derivante è stata recentemente vietata con decreto del Ministero delle Risorse Agricole Alimentari e Forestali (MIPAAF). Per garantire il novellame di pesce spada è stata introdotto il divieto di utilizzare lo strumento da pesca palangaro derivante dal primo ottobre al 30 novembre. Pur riconoscendo che la misura è resa necessaria per salvaguardare gli stock di pesce spada non è possibile però – secondo l’UGL – non accompagnare con misure socio economiche le imprese ed i lavoratori impegnati in questo tipo di pesca autorizzati con apposita licenza alla pesca del pesce spada. Si tratta di una platea di imbarcazioni che conta più di 860 navi da pesca delle quali più dell’80 per cento nel Meridione ed in Sicilia in particolare e circa 2 mila pescatori coinvolti.

E impossibile pensare ad una TAC per il pesce spada perché significherebbe dover suddividere la quota spettante all’Italia per un numero enorme di imbarcazioni autorizzate al palangaro per la cattura del pesce spada rendendo antieconomica la misura e oltremodo di difficile attuazione.

Sembrerebbe che lo studio fatto sulla consistenza degli stock del pesce spada sia stato fatto escludendo l’Italia nello studio. E siccome l’Italia rappresenta più del 50 per cento delle catture totali annuali nell’Unione europea lo studio è parziale e non tiene conto dell’effettivo stock complessivo. La soluzione migliore riteniamo sia quella delle misure gestionali, adottate già in Italia, che ci vedono costretti per la Raccomandazione ICCAT ad osservare tre mesi del divieto di pesca del pesce spada nel mese di marzo, ottobre e novembre di ogni anno ed in più il decreto MIPAAF che ha sancito il divieto di pesca dell’alalunga e l’utilizzo del palangaro derivante per il periodo di ottobre e novembre di ogni anno.

Queste misure gestionali dovrebbero fornire adeguate risposte nel tempo. Oggi è insensato parlare di quote se non in un lasso di tempo di almeno un decennio per comprendere gli effetti di queste misure attivate.

Auspichiamo, inoltre, che il Governo nazionale avvii l’adeguamento dei tipi di pesca di cui all’articolo 9 del decreto del Presidente della Repubblica 2 ottobre 1968, n. 1639, in funzione dell’evoluzione tecnologica ed in coerenza con la normativa sovranazionale, con particolare riferimento alla possibilità di modificare e/o estendere l’operatività delle navi da pesca, nel rispetto delle esigenze di salvaguardia della salute e della sicurezza della vita umana in mare.

Occorre assolutamente operare una revisione generale dei tipi di pesca di cui al D.P.R.1639/1968, al fine di adeguarli all’evoluzione tecnologica delle dotazioni di sicurezza e dei sistemi di controllo, garantendo al contempo un eguale trattamento rispetto alle imbarcazioni battenti bandiere diverse che operano (o possono operare) in condizioni di maggior favore rispetto alle nostre.

Riteniamo che, oggi fissare per legge, quindi in maniera eccessivamente rigida, un limite di operatività che non tenga conto dei cambiamenti in atto sugli scafi e sui sistemi di sicurezza della navigazione non è più sostenibile.

Occorre, quindi trovare in fretta una soluzione per le nostre imprese che sono sempre più esposte alla concorrenza di flotte straniere, garantendo al contempo i necessari standard di sicurezza e mantenimento dei livelli occupazionali per i pescatori, evitando la fuoriuscita di centinaia di lavoratori dal comparto.

Lo stato di salute della pesca italiana rischia di essere seriamente compromesso. La pesca italiana si trova ancora a dover fronteggiare una crisi reale e grave, pur essendo potenzialmente in grado di incidere strategicamente e positivamente sul rilancio del Paese. L’Unione europea ha attestato la gravità della crisi degli ultimi anni: riduzione della cattura al ritmo del 2 per cento annuo, un calo costante dei redditi, incidenza dei costi di produzione per lo strascico fino al 60 per cento. Per quanto riguarda l’Italia, gli ultimi dati disponibili registrano la fuoriuscita di oltre 4.000 pescherecci per una flotta che oggi si assesta intorno alle 13.000 unità. Nella sola Sicilia i pescatori sono passati da circa 20 mila a poco meno di 8 mila negli ultimi 15 anni.

Questo rischia di rendere irreversibili gli effetti di una crisi che trae origine da una molteplicità di fattori: dai problemi dell’inquinamento marino a quelli riconducibili ad una pesca non sempre razionale chiamata a fare i conti con il problema del sovra sfruttamento delle risorse; dalla fragilità del tessuto economico del sistema pesca, composto da un insieme di piccole e medie imprese, frammentato, debole nei confronti del sistema creditizio e delle reti della distribuzione e commerciali agli aumenti continui e costanti dei costi di produzione, che gli operatori non sono in grado di scaricare sul prezzo dei prodotti alla prima vendita.

L’intero comparto si trova di fronte ad una vera e propria emergenza che rischia di avere, specie nelle aree più deboli del Paese, contraccolpi socioeconomici ed occupazionali devastanti; ma siamo anche di fronte ad un cruciale momento di svolta, che, se adeguatamente governato, può consentire un’innovazione strutturale in grado di innescare quei processi di cambiamento utili a valorizzare le attività produttive del settore per un consolidamento delle imprese in un contesto di filiera e per incidere positivamente nello sviluppo del Paese.

Secondo quanto riportato in un documento dell’ACI (Alleanza Cooperative Italiane), nel 2014, infatti, il contributo al valore aggiunto nazionale, prodotto dalle filiere riconducibili all’economia del mare, ha raggiunto il valore di 45 miliardi di euro (in termini nominali) con un’incidenza sul totale del 3 per cento: quasi il doppio di quanto prodotto dal comparto del tessile, abbigliamento e pelli o più del doppio delle telecomunicazioni e il triplo di quello del legno, carta ed editoria. Dal punto di vista occupazionale, i quasi 800 mila lavoratori impiegati nel settore rappresentano il 3,3 per cento dell’occupazione complessiva del Paese, superiore di quasi 240mila unità a quella dell’intero settore formato dalla chimica, farmaceutica, gomma, materie plastiche e minerali non metalliferi. Inoltre è importante sottolineare che nel settore operano imprese in cui trovano spazio anche i giovani e le donne, visto che una su 10 è guidata da under 35 e ben due su 10 da imprenditrici. Tra le caratteristiche fondamentali dell’economia del mare c’è quindi anche quella di essere in grado di attivare indirettamente ulteriori effetti sul sistema economico: per ogni euro prodotto da questo settore se ne attivano infatti altri 1,9 nel resto dell’economia. Ciò conferma la sua importanza strategica anche in chiave di rilancio del Paese, che sarebbe un errore sottovalutare e frenare.

Giuseppe Messina

Segretario regionale UGL Sicilia


Juncker, la crisi resta senza risposte


 

Stefano Cetica

Con un intervento ancora più deludente di quello pronunciato dieci giorni prima a Strasburgo sullo “stato dell’Unione” , il Presidente della Commissione, Juncker, è intervenuto al Comitato Economico e Sociale riunito a Bruxelles per l’assemblea plenaria.

Nessuna novità rispetto ai concetti enunciati nella precedente occasione, soltanto la conferma della situazione “davvero grave” in cui versa l’UE anche per le “numerose e pericolose disparità” – ha ammesso Junker – che esistono al suo interno.

Ma la ricetta per superare questa situazione non cambia, nonostante abbia dimostrato la sua totale inefficacia.

Per Juncker, infatti, il patto di stabilità non è affatto “stupido” come sosteneva qualcuno (Prodi..) ma “funziona” e la prova sarebbero le statistiche sull’occupazione che il presidente della Commissione usa come il famoso pollo di Trilussa, incurante della crisi che attanaglia i Paesi che affacciano sul Mediterraneo, a partire dall’Italia.

Tuttavia Juncker ha tenuto a ribadire che, senza la sua interpretazione del patto di stabilità, l’Italia non avrebbe potuto spendere 19 miliardi in più e il nostro è l’unico Paese che si avvale della clausola per gli investimenti.

Ribadita la fiducia nel piano che porta il suo nome e la promessa di raddoppiarlo entro il 2022, Juncker ha incentrato il suo intervento sulla crisi dei rifugiati, riconoscendo il ruolo del nostro Paese in questa immane tragedia che larga parte degli Stati membri della UE ritengono non li riguardi.

Juncker ha affermato che, indipendentemente dalla bandiera che battono le varie Marine militari  operanti nel Mediterraneo, i profughi finiscono sempre ed esclusivamente in Sicilia.

Purtroppo la risposta del Presidente della Commissione non è stata, come era lecito attendersi, un maggior contributo economico per questo peso, piuttosto la richiesta di un maggiore quanto impossibile controllo dei confini. In questo senso Junker ha persino ricordato che il primo a chiederlo fu il Commissario Frattini nel 2007 la cui proposta, però, venne sonoramente bocciata dal Consiglio.

Dopo aver annunciato la costituzione di un “Corpo di Volontari” costituito da giovani europei che, usufruendo di non meglio specificati contributi pubblici, opererà in tutta Europa con compiti di soccorso per crisi economiche, terremoti, ecc., il Presidente della Commissione ha ribadito la speranza che il suo piano veda il raddoppio degli investimenti arrivando, nei prossimi sei anni, alla cifra di 630 miliardi sempre basandosi sul famoso “moltiplicatore 15” che, in una visione ottimistica quanto irreale della situazione, dovrebbe arrivare a 17.

Forse il miglior commento sul discorso di Juncker di Strasburgo (e, quindi, anche di Bruxelles) lo ha fatto un economista, Giulio Sapelli.

Il discorso del presidente Jean- Claude Juncker al Parlamento europeo rimarrà nella storia dello sgretolamento dell’Unione iniziato con la mortificazione economica della Grecia e culminato con la Brexit e i muri eretti contro i migranti. Junker  – precisa Sapelli – ha dato una dimostrazione plastica dell’inadeguatezza della tecnocrazia ‘mista’ europea. Mista perché affonda le sue radici nelle culture politiche nazionali e nel clientelismo che governa la loro ascesa ai vertici di Bruxelles. E nel contempo  – conclude – cerca una legittimazione algoritmica neutrale neo-ordoliberista. Ciò spiega perché Junker rappresenta l’epifenomeno più preclaro del gioco di specchi che questa tecnostruttura mista continuamente crea”.

 


Ue, nuove misure per una governance orientata allo sviluppo


Il Cese, organo della UE che riunisce le parti sociali dei Paesi membri, ha approvato un parere di iniziativa legato al futuro e alla strategia UE 2030 – 2050.

Per il Comitato economico e sociale europeo il primo e fondamentale strumento della governance centrale è il semestre europeo.

Assemblea Cese
Assemblea Cese

La valutazione dell’efficacia della governance orientata allo sviluppo potrebbe basarsi, oltre che sull’indicatore prevalentemente economico costituito dal Pil, anche su un indicatore complementare, che includa la sostenibilità e comprenda soprattutto fattori sociali e ambientali.

Il Cese, così come si legge nella sintesi del parere, punta alla cooperazione con gli Stati membri rafforzando gli strumenti giuridici e finanziari (in particolare i fondi strutturali e di investimento europei e il Fondo europeo per gli investimenti strategici).

Stefano Cetica, in rappresentanza della Ugl a Bruxelles, esprime piena soddisfazione per l’approvazione di questo parere che focalizza l’attenzione su obiettivi ed azioni comuni utili per il rilancio dell’Europa.

Si tratta di un parere importante che  – precisa il consigliere Cetica – in qualche modo smonta i cardini dell’attuale impostazione politica ed economica europea criticando apertamente le politiche di austerità imposta anche ai paesi con un forte debito pubblico da Bruxelles”.

“Si chiedono strumenti di gestione e di decisione più democratici ed il  coinvolgimento delle parti sociali nonché l’individuazione di parametri di valutazione diversi dal PIL come da sempre chiede anche l’UGL. Considerato che questi pareri vengono elaborati nell’ambito di assemblee e gruppi di lavoro nei quali sono presenti istanze politiche ed interessi economici a volte molto distanti tra di loro, ritengo che le indicazioni emerse – a partire dal rafforzamento del piano Junker – rappresenti un buon punto di sintesi ed una indicazione forte per un cambiamento radicale delle politiche europee”.

I punti salienti del parere del Comitato

Il Cese ritiene che la continuità sia un fattore essenziale per una governance orientata allo sviluppo a lungo termine. Il Comitato sostiene con forza la partecipazione democratica e il coinvolgimento della cittadinanza. Occorre garantire a tutti i livelli la partecipazione dei partner economici e sociali e delle organizzazioni non governative. Il Cese sostiene l’elaborazione di un codice di condotta europeo sul partenariato, inteso a fornire agli Stati membri un quadro relativo al partenariato nella pianificazione e nell’attuazione e, sottolinea che bisogna superare la regolamentazione del partenariato precisando i requisiti minimi che le autorità degli Stati membri dovranno soddisfare per non incorrere in sanzioni.

Il Cese raccomanda che gli Stati membri siano tenuti a istituire efficaci sistemi di finanziamento intesi a sviluppare le capacità dei partner e invita con insistenza la Commissione a predisporre un sistema di finanziamento che contribuisca al lavoro delle reti europee di Ong.


Il CESE critica le politiche di austerità imposte da Bruxelles


Il CESE, organo della UE che riunisce le parti sociali dei Paesi membri, di cui fa parte in rappresentanza della UGL il Consigliere Stefano Cetica, si occupa di fornire pareri alle Istituzioni della UE sui più importanti argomenti economici e sociali di pertinenza europea, ponendo così all’attenzione dell’Europa le osservazioni e le richieste del mondo del lavoro.

L’8 settembre 2016 la Commissione Economia del CESE, con 83 voti favorevoli e nessun contrario, ha adottato un significativo parere di iniziativa “Nuove misure per una Governance e un’attuazione orientate allo sviluppo”. Il testo è stato redatto da un Gruppo di Lavoro di cui ha fatto parte il Consigliere UGL  Stefano Cetica, che ha in merito dichiarato: “Si tratta di un parere importante che in qualche modo smonta i cardini dell’attuale impostazione politica ed economica europea criticando apertamente le politiche di austerità imposta anche ai paesi con un forte debito pubblico da Bruxelles. Si chiedono strumenti di gestione e di decisione più democratici ed il  coinvolgimento delle parti sociali nonché l’individuazione di parametri di valutazione diversi dal PIL come da sempre chiede anche l’UGL. Considerato che questi pareri vengono elaborati nell’ambito di assemblee e gruppi di lavoro nei quali sono presenti istanze politiche ed interessi economici a volte molto distanti tra di loro, ritengo che le indicazioni emerse – a partire dal rafforzamento del piano Junker – rappresenti un buon punto di sintesi ed una indicazione forte per un cambiamento radicale delle politiche europee”.

Di seguito il testo del Parere

ECO/400 Nuove misure per una Governance e un’attuazione orientate allo sviluppo

A giudizio del CESE vi è necessità di una governance europea coordinata e orientata allo sviluppo, il cui obiettivo sia contribuire alla costimg_0220ruzione di un’Europa rinnovata, forte e pacifica. Occorre rafforzare il coordinamento, anche attraverso una nuova forma organizzativa della governance. Bisogna rilanciare, mediante fasi coordinate, lo sviluppo dinamico dell’economia, e rafforzare le fondamenta del benessere sociale e della democrazia, la coesistenza tra le diverse culture e un rispetto esemplare per l’ambiente. Il CESE sottolinea che l’obiettivo di un’applicazione coerente del principio di partenariato è quello di promuovere la partecipazione dei soggetti interessati alla pianificazione e alla realizzazione degli investimenti finanziati con fondi europei. Ciò rafforza l’impegno collettivo per gli investimenti, estende il coinvolgimento di competenze, rende più efficace l’esecuzione dei progetti, accresce la trasparenza e contribuisce a prevenire frodi e abusi.

Servono un sistema di obiettivi e una strategia semplici e comprensibili e un piano unitario per l’Europa (Strategia UE 2030-2050). Va ribadito che uno dei principali obiettivi strategici dell’UE continua ad essere la realizzazione di un’Unione europea innovativa, sostenibile e inclusiva. A tal fine occorre integrare nel piano anche gli obiettivi della COP 21 (obiettivi di sviluppo sostenibile). Sono necessari programmi di sviluppo maggiormente coordinati. La definizione dei programmi e degli strumenti di sviluppo a breve, medio e lungo termine deve fondarsi su una serie di obiettivi sintetici. Tra gli strumenti vanno considerati anche quelli politici, giuridici, organizzativi e finanziari. Ai fini di un miglior coordinamento, il CESE raccomanda di mettere al servizio degli obiettivi comuni europei sia il ricorso ai tradizionali fondi strutturali e d’investimento europei (fondi SIE), sia i progetti, orientati al mercato e in grado di mobilitare anche il capitale privato, del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS). In quest’ottica bisogna allineare gli obiettivi e le regole per la loro attuazione.

Il CESE raccomanda che il primo e fondamentale strumento della governance centrale rafforzata orientata allo sviluppo sia il semestre europeo, basato sull’analisi annuale della crescita, che dovrebbe dotarsi dei mezzi per esercitare un’influenza costante e rivolgere un’attenzione continua nei confronti dell’avanzamento del piano per l’Europa. Il semestre europeo può quindi svolgere al tempo stesso le funzioni dei sistemi volti a creare un ambiente sociale che garantisca il benessere.

La valutazione dell’efficacia della governance orientata allo sviluppo potrebbe basarsi, oltre che sull’indicatore prevalentemente economico già in uso, vale a dire il PIL, anche su quello, complementare, del risultato interno lordo (Gross Domestic Result), che include la sostenibilità e comprende soprattutto fattori sociali e ambientali. Bisogna creare un forte coordinamento e un metodo aperto di cooperazione (Open Method of Cooperation) con gli Stati membri. Occorre adattare l’esperienza acquisita finora nei processi di sviluppo. È necessario rafforzare gli strumenti giuridici e finanziari. I risultati della governance orientata allo sviluppo dipendono da un’economia dinamica, da un aumento del capitale investito, da un regime di investimenti più efficiente, da una forza lavoro più qualificata e da imprese maggiormente innovative. Più a lungo termine, tuttavia, il suo principale obiettivo è una società rinnovata, la creazione di prosperità e la garanzia di un ambiente risanato e sostenibile.

È necessaria un’attuazione multilivello condivisa. Parallelamente alla riforma in corso (programma REFIT), occorre elaborare anche gli strumenti giuridico-amministrativi di una governance orientata allo sviluppo. In tale contesto bisogna rafforzare in misura significativa gli strumenti di livello intermedio, ossia quelli destinati al coordinamento degli sviluppi macroregionali; inoltre, nell’orizzonte temporale del piano per l’Europa acquisisce una notevole importanza il ruolo delle regioni funzionali, delle città, delle aree urbane, degli agglomerati, delle aree metropolitane e delle reti. La continuità è un fattore essenziale per una governance orientata allo sviluppo a lungo termine. Occorre coordinare i quadri dei diversi cicli delle politiche, dei processi di programmazione e di sviluppo e degli orizzonti temporali di bilancio. L’attività di sviluppo presuppone l’analisi continua, la verifica e la correzione.

È particolarmente importante informare dettagliatamente e coinvolgere i cittadini, sviluppare la comunicazione e il “marketing” delle politiche e presentare correttamente i risultati effettivi raggiunti e i punti deboli. Il CESE ha costantemente sostenuto che bisogna rafforzare la partecipazione democratica. Nel metodo aperto di cooperazione occorre garantire a tutti i livelli la partecipazione dei partner economici e sociali e delle organizzazioni non governative, cosa che, in ambito europeo, deve andare di pari passo con la valorizzazione del ruolo del CESE. Come già segnalato in un parere del 2012, il CESE sostiene l’elaborazione, su iniziativa della Commissione europea, di un codice di condotta europeo sul partenariato (CCEP), inteso a fornire agli Stati membri un quadro relativo al partenariato nella pianificazione e nell’attuazione. La concezione dell’Europa adottata dai vari partner contribuirà alla definizione degli obiettivi e all’identificazione con essi, oltre a promuovere un’attuazione più efficace dei progetti.

Il CESE sottolinea che bisogna superare la regolamentazione del partenariato basata sulle proposte e sulle buone pratiche, e precisare ampiamente i requisiti minimi che le autorità degli Stati membri dovranno soddisfare per non incorrere in sanzioni. Il CESE raccomanda che gli Stati membri siano tenuti a istituire efficaci sistemi di finanziamento intesi a sviluppare le capacità dei partner. Tali sistemi devono andare oltre le mere iniziative di formazione e di trasferimento di informazioni, ed estendersi anche allo sviluppo di reti di partenariato e alla creazione di strumenti di partecipazione effettiva. Il CESE invita con insistenza la Commissione a intensificare la cooperazione con le reti di partenariato a livello europeo. Occorre che la Commissione predisponga un sistema di finanziamento che contribuisca al lavoro delle reti europee di ONG attive nella politica regionale, in particolare per quanto riguarda il controllo dei processi nazionali e la garanzia di un riscontro.

Per un’Europa rinnovata e forte. Contesto attuale e motivazioni

L’Unione europea è solida, ma deve tuttora far fronte a una crisi multiforme, che si ripresenta a più riprese, come dimostra chiaramente la Brexit. La crisi economica del 2008 ha segnato la fine dell’euforia che aveva accompagnato l’allargamento all’inizio degli anni 2000, e invertito il processo di convergenza in numerosi paesi. La crisi economica e la diminuzione degli investimenti che ne è derivata hanno incrinato l’unità degli Stati membri basata sulla crescita e causato crescenti tensioni politiche, economiche e sociali. Malgrado l’obiettivo fondamentale dell’UE, il divario di sviluppo tra Stati membri aumenta.

L’imposizione di severe politiche di austerità ai paesi che hanno un disavanzo esterno, un debito pubblico e un deficit di bilancio eccessivi non fa altro che accrescere il divario tra i paesi più sviluppati e quelli assoggettati all’austerità. Sono necessarie politiche nuove per coniugare la crescita economica e il contenimento del deficit di bilancio, insieme a politiche efficienti di inclusione sociale. La povertà, la precarietà del lavoro e la disoccupazione hanno toccato livelli inaccettabili. La mancanza di prospettive per i giovani rappresenta un serio ostacolo per il rinnovamento futuro dell’Europa.

L’UE ha perso la sua attrattiva per gli investimenti e sembra anzi contraddistinguersi per una certa farraginosità. In quanto destinazione di investimenti produttivi l’Unione come blocco sta perdendo terreno rispetto agli Stati Uniti ma anche ad alcuni suoi Stati membri, ad esempio Germania e Regno Unito. I paesi in ritardo frenano quelli più dinamici. L’esigenza di reciproca interdipendenza si riduce. In alcuni paesi, nonostante la significativa eccedenza di bilancio, il calo degli investimenti produttivi approfondisce il divario, accrescendo tra l’altro il distacco delle regioni più povere. La risposta a queste difficoltà è lenta e burocratica. In un contesto dominato dal terrorismo e dalla crisi migratoria, conquiste fondamentali come l’area dell’euro o lo spazio Schengen appaiono oggi come fattori di divisione, e non già come elementi di coesione. In vari paesi l’UE viene strumentalizzata per dispute politiche interne.

I livelli di sviluppo delle regioni non convergono. Il rapporto tra la regione più sviluppata e quella meno sviluppata, misurato in termini di PIL, è pari a 14: 1. Alcuni paesi che beneficiano di un particolare sostegno utilizzano i fondi europei loro destinati al posto degli strumenti e dei meccanismi di investimento nazionali, dal momento che i contributi nazionali si sono ridotti al minimo, ben al di sotto degli obiettivi iniziali. I comitati per la competitività, istituiti di recente, possono dare un importante contributo, con i loro strumenti, a ravvicinare il livello di sviluppo delle diverse regioni.

I cittadini e gli operatori economici, sociali e delle ONG d’Europa non hanno più prospettive e si sono estraniati dal processo politico, ripiegandosi sempre più in sé stessi. Essi vedono l’Unione europea come un’istituzione rigida e inflessibile, incapace di rinnovarsi. L’UE, soprattutto a causa dei suoi risultati insufficienti e della debolezza del suo sistema istituzionale per lo sviluppo, non è in grado di mobilitare mezzi adeguati per il raggiungimento dei suoi obiettivi, peraltro frammentari. Mancano una visione del futuro, una volontà politica e una capacità di governance unitarie. Il metodo di coordinamento è insufficiente e obsoleto, gli strumenti giuridici sono inefficaci o difficili da utilizzare, la partecipazione delle organizzazioni e il sostegno sociale – tra l’altro a causa di una comunicazione inadeguata – sono deboli. La strategia di sviluppo a lungo termine dell’UE per il periodo fino al 2020 non è più abbastanza lungimirante né realistica, e risulta per di più frammentata e inadeguata a orientare i processi nell’ambito dei quadri metodologici attuali. Nel frattempo sono stati adottati i 17 obiettivi fondamentali della COP 21 relativi alla sostenibilità dello sviluppo, alla luce dei quali la Commissione europea ha avviato, nel quadro di una strategia complessa e a più lungo termine, il riesame del sistema e degli strumenti di governance.

Nuove vie

In questo contesto, la nuova Commissione europea, sostenuta dal Parlamento europeo, ha annunciato un nuovo modello di sviluppo economico. Gli obiettivi stabiliti – stimolare l’occupazione e la crescita, attuare il mercato unico europeo, semplificare il sistema di regolamentazione economica, consolidare gli sviluppi comunitari più urgenti, il mercato dell’energia, sostenere gli investimenti destinati al mercato e ai servizi digitali, gestire in via prioritaria le reti immateriali e fisiche per collegare l’Europa, rafforzare la responsabilità legata ai fattori ambientali – possono apportare un’importante nuova dinamica per l’economia.

Il semestre europeo e le sue componenti costituiscono un sistema che va al di là della governance economica. Gli obiettivi sociali e ambientali a lungo termine dovrebbero avere un ruolo più rilevante nel meccanismo del semestre europeo. Trattato come un obiettivo prioritario, il programma inteso a rafforzare pienamente il sistema finanziario dell’area dell’euro è da un lato inadeguato, dall’altro alimenta il reale timore di un approfondimento delle fratture tra i paesi europei. Degli obiettivi di sviluppo a livello europeo potrebbero ridurre l’irrigidimento dell’Europa a due velocità.

Attualmente i processi di sviluppo sono determinati da due grandi serie di strumenti economici e finanziari, accompagnate dalle rispettive procedure. Occorre rafforzare la loro complementarità, già in fase di coordinamento degli obiettivi. La prima serie è quella dei tradizionali fondi strutturali e di investimento europei (fondi SIE), previsti anche dai trattati dell’UE e finalizzati alla coesione sociale, economica e territoriale. Essi vengono ammodernati di continuo, ma il loro carattere è immutato: si tratta infatti di aiuti all’investimento e allo sviluppo, che derivano dalla ridistribuzione del bilancio dell’UE preveniente a sua volta dai contributi degli Stati membri. In un certo numero di casi questi fondi non sono valutati adeguatamente dai loro destinatari, in base all’argomento che essi “spettano” loro. Al momento della revisione “intermedia” relativa al periodo fino al 2020, è indispensabile introdurre nuove norme al fine di garantire la summenzionata complementarità.

La seconda serie di strumenti è quella del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS). Destinato ad attuare il cosiddetto “piano Juncker”, il FEIS rappresenta un nuovo strumento finanziario orientato al mercato, in grado di consentire la copertura di rischi e di mobilitare risorse pubbliche, bancarie e private, e il cui ammontare complessivo può essere aumentato. Il meccanismo di gestione istituito dovrebbe diventare un elemento costitutivo della governance orientata allo sviluppo. Anche a livello dei singoli Stati membri occorre coordinare questi due differenti sistemi di finanziamento. In confronto a questi sistemi di finanziamento, gli altri strumenti finanziari che operano con successo sono diversificati, adattati al compito loro assegnato, ma di dimensioni minori e destinati specificamente a determinati obiettivi. I quadri del piano per l’Europa possono essere occasione di un coordinamento forte e sistematico.

Gli obiettivi, poco numerosi ma non collegati tra loro, della strategia Europa 2020, destinata a migliorare il coordinamento, non hanno beneficiato finora dei mezzi diretti che ne avrebbero potuto favorire la realizzazione. Senza tali risorse, tuttavia, non è certo che si possa garantire adeguatamente il coordinamento dello sviluppo dell’UE. Il nuovo piano per il periodo successivo al 2020 deve quindi avere tra i suoi compiti la pianificazione dell’interazione tra i vari strumenti.

Gli 11 obiettivi tematici del quadro finanziario pluriennale, che regola l’applicazione dei fondi SIE, e i 10 obiettivi principali del piano Juncker, solo vagamente sovrapponibili ai precedenti, e le loro rispettive regolamentazioni finanziarie e giuridiche dovrebbero adesso essere al servizio dell’attuazione della strategia Europa 2020. A ciò si aggiungono i 17 criteri di riferimento in materia di sostenibilità della COP 21, destinati a indicare il percorso futuro in questo campo. Il processo di programmazione per il periodo successivo al 2020 dev’essere caratterizzato da una serie limitata di obiettivi comprensibili, ricavati da finalità sintetiche.

A tutt’oggi i meccanismi divergenti connessi agli obiettivi, come pure le loro scadenze iniziali e finali e le loro tempistiche differenti fanno sì che nessuno di tali obiettivi sia del tutto trasparente, e che essi risultino poco comprensibili e difficili da seguire per gli ambienti socioeconomici e la società civile. La mancanza di sinergie o di interazioni tra i singoli obiettivi riduce significativamente l’efficacia degli strumenti e degli investimenti. Bisogna rafforzare le sinergie tra il FEIS e la strategia Europa 2020 rinnovata con l’elaborazione di una nuova strategia UE 2030-2050 (piano per l’Europa).

Mentre i fondi strutturali dispongono di un meccanismo fortemente burocratico, centralizzato e al tempo stesso decentrato, di preparazione, esecuzione, verifica e analisi, e mentre a livello dell’UE un gran numero di agenzie contribuisce a sostenerne l’applicazione, il meccanismo di gestione creato di recente per il nuovo FEIS si distanzia finora dal quadro della Commissione europea, e la sua nuova struttura organizzativa viene plasmata in funzione delle esigenze dell’ambiente finanziario e di investimento. Il coordinamento delle due grandi strutture sopra descritte presuppone uno strumento strategico e un nuovo sistema di governante.

La creazione di un nuovo sistema di governance orientata allo sviluppo può portare a un coordinamento rafforzato e una cooperazione aperta tra i partner interessati.  Per accrescere l’efficacia e l’efficienza dei Fondi SIE occorre rafforzare il sistema istituzionale del partenariato, che dev’essere esteso, attraverso i diritti di partecipazione pubblica, a ogni cittadino europeo. I cittadini europei dovrebbero poter avere accesso alle informazioni e partecipare alle decisioni di pianificazione e di attuazione. Essi dovrebbero anche essere in grado di esprimere il loro parere in merito ai progetti di programmi, di bandi di gara e di relazioni di valutazione.

Il rafforzamento del partenariato

Il Comitato ha già trattato il principio di partenariato e avanzato proposte dettagliate al riguardo in vari pareri.  In un parere adottato nel 2010 il CESE osservava che i regolamenti in vigore lasciavano ancora troppo spazio ad interpretazioni a livello nazionale del concetto di partenariato e che pertanto la Commissione, in qualità di garante del principio di partenariato, doveva svolgere un ruolo più incisivo e molto più proattivo. Il CESE considerava fondamentale che in tutti i programmi operativi le risorse destinate all’assistenza tecnica dovessero essere riservate ai partner, al fine di potenziare le loro capacità. Auspicava inoltre un ritorno a programmi d’iniziativa comunitaria aventi come obiettivo l’innovazione sociale e lo sviluppo locale.

In un parere del 2012, il CESE ha appoggiato l’iniziativa della Commissione di istituire un codice di condotta in materia di partenariato. Ha segnalato la preoccupazione della società civile organizzata per la mancata attuazione del principio di partenariato. Ha proposto di creare un sistema di controllo del partenariato, gestito dagli stessi partner. Ha chiesto che una corretta applicazione del codice di condotta costituisse una condizione preliminare per la conclusione di contratti di partenariato con gli Stati membri, e che le risorse assegnate ai programmi operativi fossero integrate con incentivi finanziari. Ha ribadito le sue raccomandazioni sullo sviluppo delle capacità dei partner.

La normativa sulla politica di coesione prevede l’elaborazione di un codice di condotta europeo sul partenariato contenente principi guida e buone pratiche.  Le esperienze maturate con l’attuazione di tale codice di condotta mostrano che alcuni paesi l’hanno applicato solo formalmente nei processi nazionali di programmazione e nella trasformazione della struttura istituzionale di attuazione dei fondi SIE.  In vari paesi i partner non hanno avuto tempo sufficiente per esprimersi in merito ai  documenti pertinenti. Essi non sono stati coinvolti nel merito delle principali decisioni strategiche, quali quelle sulla definizione delle priorità e sulle dotazioni finanziarie. Non sono stati introdotti speciali metodi e strumenti di comunicazione e partecipazione volti a incoraggiare la partecipazione attiva.  Le analisi realizzate da alcune ONG hanno mostrato che, in vari paesi, sebbene la scelta dei partner presenti nei comitati di sorveglianza sia stata formalmente regolare, la copertura tematica e la rappresentatività non sono sempre state garantite. Lo scambio di informazioni tra le autorità di gestione e i membri dei comitati di sorveglianza è inadeguato.

Le autorità competenti per le questioni orizzontali, come ad esempio i ministeri dell’Ambiente, non sono state rappresentate in tutta una serie di importanti comitati di sorveglianza. Le autorità di gestione non si sforzano di coinvolgere i partner della società civile che rappresentano i principi orizzontali nella pianificazione delle gare d’appalto e nella valutazione delle proposte di progetti.  In alcuni paesi gli interventi di sviluppo delle capacità dei partner sono insufficienti: si limitano per lo più alle formazioni e al rimborso delle spese di viaggio, mentre non vengono attuate varie proposte del codice di condotta europeo sul partenariato, tra cui il collegamento in rete e il coordinamento, nonché la copertura delle spese per gli esperti necessarie a garantire la partecipazione effettiva di importanti partner.

La Commissione europea e gli Stati membri non hanno dedicato sufficiente attenzione all’utilizzazione dello strumento dello sviluppo locale di tipo partecipativo (CLLD) nella prima metà del periodo di bilancio.  Il CESE ritiene necessario un esame completo delle pratiche di partenariato. Tale esame deve comprendere una valutazione dell’attuazione delle procedure di pianificazione e della struttura istituzionale di attuazione, e valutare in che misura l’attuale sistema normativo sia in grado di condurre a un partenariato efficiente. Occorre coinvolgere attivamente i partner nel processo di valutazione.


Monaco di Baviera, un venerdì di sangue e dolore


 

L’Europa continua ad essere ostaggio, anzi vittima, di nuovi attentati. Sembra quasi impossibile frenare quel sentimento di odio misto a follia che spinge esseri umani ad accanirsi con tanta freddezza e rancore su vite innocenti.

E l’ennesimo episodio di sangue si è verificato proprio ieri a Monaco di Baviera, tra un McDonald’s e un affollato centro commerciale ubicato a nord della città. Il bilancio è terribile e, come sempre, provvisorio: dieci morti (uno dei quali lo stesso attentatore morto suicida). A sparare, ha annunciato in nottata la polizia, è stato un ragazzo di 18 anni, nato e cresciuto in Baviera, ma di origini iraniane. Ha prima ucciso e poi si è sparato. La polizia non lo conosceva e ora sa quasi tutto di lui, tranne le ragioni che lo hanno spinto a commettere il massacro. Per questo, per ora, le ipotesi sono tutte sul tavolo: dal terrorismo alla follia. Una giornata di lutto nazionale è stata proclamata per oggi in Baviera, in memoria delle vittime dell’attentato di Monaco. Il presidente del Land ha dato disposizione che in tutti gli edifici pubblici vengano esposte bandiere a mezz’asta.
Intanto il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha convocato per oggi una riunione del Consiglio di sicurezza Nazionale.
IL FATTO
Secondo una prima ricostruzione dei fatti, il killer, con doppia cittadinanza tedesca e iraniana e da diversi anni residente a Monaco, ha iniziato a sparare con una pistola poco prima delle 18 davanti al fast food. E’ stato inseguito da agenti in borghese e poi, come confermato dal capo della polizia di Monaco, Hubertus Andrae, si è suicidato a circa un chilometro dal centro commerciale “Olympia”, teatro del massacro. Il caos iniziale e le voci su un’auto partita a forte velocità con tre persone a bordo avevano fatto pensare inizialmente all’azione di un commando. Gli ora escludono che il giovane avesse complici o ci fossero altri attentatori.
Il capo della polizia ha sostenuto che al momento non vi sono elementi che indichino una matrice islamista dell’attacco o un “parallelismo” con il recente attacco a colpi di ascia e coltello sul treno a Wuerzburg. Sulle frasi urlate durante l’attacco, le dichiarazioni dei testimoni sono contrastanti e non chiariscono il movente. Secondo alcuni avrebbe rivendicato il suo essere tedesco e insultato gli immigrati; una donna ha riferito alla Cnn che il killer, prima di sparare su bambini seduti al tavolo, avrebbe gridato Allah Akbar. Saranno comunque indagini su contatti e parenti del giovane a dare elementi più certi, ha detto Andrae che in nottata si è limitato a parlare di “sparatoria”.
La polizia non ha diffuso informazioni sulle vittime. Andrae si è limitato a confermare che tra loro c’è una ragazza di 15 anni e che ci sono alcuni bambini tra i feriti.
Secondo le testimonianze raccolte subito dopo la strage, tutto ha avuto inizio intorno alle 17.50 circa, momento in cui diversi testimoni chiamano la polizia e segnalano una sparatoria nei pressi del centro commerciale “Olympia” della zona di Moosach. Sulle prime si pensa che fossero in azione tre persone con fucili, ma la circostanza verra’ smentita.
Tempestivo l’intervento della polizia che scende in campo con più di 2.300 agenti: tutti gli uomini disponibili di quella di Monaco, forze speciali di Baviera, Baden-Wuerttemberg e Assia, le teste di cuoio “Gsg 9” della polizia federale, i “Cobra” provenienti dalla vicina Austria, elicotteri.
Al momento della segnalazione viene bloccato l’intero trasporto pubblico di Monaco, citta’ da 1,4 milioni di persone, che riprendera’ solo all’una di notte.
Lo sparatore, un diciottenne tedesco-iraniano di Monaco, sembra aver agito da solo: fa nove vittime e viene rinvenuto morto suicida verso le 20:30 nell’Olympiapark (un parco a circa un chilometro dal Centro commerciale).
Ventuno persone sono state trasportate in ospedale con ambulanze e cinque con auto private: in nottata erano ricoverati tre feriti “gravi” e 13 “leggeri”. Altre persone con lesioni ancor meno preoccupanti si sono portare da sole in pronto soccorso.
Poco dopo la sparatoria a Moosach vi sono state segnalazioni di colpi esplosi in altri punti della citta’ e anche di un possibile presa di ostaggi, ma non ci sono state conferme.
Messaggi di solidarietà arrivano – alla cancelliera Angela Merkel – dall’Europa e dalla Casa Bianca, che parla di “terrorismo”. Obama ha detto, intervistato dalla Cbs: “Il terrorismo è una reale minaccia – – ma il modo migliore per prevenirlo è non dividere il Paese, non soccombere alla paura, non sacrificare i nostri valori”

IL PRECEDENTE – UNA DELLE PIU’ GRANDI STRAGI NELLA STORIA DELLE OLIMPIADI
All’alba del 5 settembre del 1972, otto terroristi palestinesi scavalcano la rete di recinzione del villaggio olimpico ed irrompono nella palazzina numero 31, nella quale soggiornava la rappresentativa israeliana. Subito vi fu una prima vittima, Moshe Weimberg, l’allenatore della squadra di lotta, che ebbe la sfortuna di passare lì per caso. Una seconda vittima fu il pesista Joseph Romano, che accorse in aiuto dell’allenatore, 18 atleti israeliani riuscirono a fuggire e a dare l’allarme. 9 atleti rimasero però in mano ai terroristi, che subito ordinarono il rilascio di ben 234 fedayin, che erano detenuti a Tel Aviv e anche di altri due terroristi recentemente catturati e in carcere proprio in Germania. Il rapimento fu presto rivendicato dall’organizzazione terroristica Settembre Nero. Le trattative tedesche furono lente e disordinate. Alle dieci di sera giunse finalmente un pullman che trasportò gli ostaggi e i terroristi su due elicotteri, con i quali raggiunsero l’aeroporto di Furstenfeldbruck, a 80 km da Monaco di Baviera. Lì essi sarebbero dovuti salire su un aereo diretti in Medio Oriente. Ma ad attenderli vi era la polizia tedesca. A un certo punto iniziò la sparatoria durante la quale un elicottero prese fuoco e per i suoi occupanti non vi fu scampo. La terribile strage durò otto minuti: morirono 5 degli 8 terroristi, il pilota di uno degli elicotteri, 1 poliziotto tedesco, e tutti i 9 ostaggi israeliani. I tre terroristi rimasti vivi furono catturati.