L’infanzia negata: i bambini del terrore


 

Bambini usati come scudi umani, bombe umane, cecchini, donatori di sangue, carcerieri, boia. Nella galassia delle organizzazioni estremiste l’ISIS spicca per un utilizzo senza precedenti dei bambini come armi

di Barbara Faccenda

Bambini usati come scudi umani, bombe umane, cecchini, donatori di sangue, carcerieri, boia, spie. L’ISIS attivamente recluta i minori per mandarli nei campi d’addestramento e quindi poterli utilizzare come veri e propri combattenti. Il rappresentante speciale dell’ONU per i bambini e conflitti armati riporta che l’ISIS ha ordinato ai ragazzini di 13 anni di portare le armi, fare la guardia a posti strategici addirittura di addestrare i civili. Centinaia di bambini maschi “non civili” sono morti nei combattimenti. Uno studio della Georgia State University ha rivelato che i minori nei ranghi dell’ISIS arrivano da 14 nazionalità, solo meno di due terzi è tra i 12 e i 16 anni. Il numero delle operazioni suicide che coinvolgono i bambini è aumentato di tre volte nel gennaio 2016.
Come avviene il reclutamento dei bambini
Trasformare un bambino in un provetto combattente è spaventosamente semplice. Si comincia dal reclutamento, che può avvenire attraverso sequestro o tecniche di “persuasione”. Dopo di che ci sono i metodi di addestramento e conversioni crudeli. Brutalità e abusi del peggior tipo sottolineano ogni fase, ma su di essi si fonda generalmente l’efficacia dell’intero programma. Lo scopo ultimo del processo è favorire la dipendenza del bambino dall’organizzazione armata e impedirne la fuga. Gruppi a rischio sono i profughi e i rifugiati interni. In molti casi le famiglie in fuga finiscono per disperdersi, consentendo ai gruppi estremisti armati di avvicinare i bambini non accompagnati e dunque più vulnerabili.
Trasformare un bambino in un terrorista
Il passo iniziale dell’indottrinamento, quello che fornisce la così detta “motivazione portante” consiste nell’instillare nel bambino una nuova visione del mondo, una visione da combattente. L’intero processo del loro indottrinamento e successivamente del loro addestramento all’interno del gruppo utilizza la paura, la brutalità e la manipolazione psicologica per ottenere livelli elevati di obbedienza. In rapporto ai potenziali obiettivi, oltre alla loro intelligenza e al loro entusiasmo è della massima importanza il loro aspetto fisico. La capacità di mescolarsi o di non destare sospetti consente agli attentatori di avvicinarsi maggiormente ai bersagli. Per esempio, le Tigri Tamil utilizzano ragazze giovani e carine che hanno meno probabilità di suscitare sospetti, mentre il jihad islamico palestinese tende a selezionare ragazzi che possono passare per ebrei israeliani.
L’ISIS anche nell’utilizzo dei minori si distingue dalle altre organizzazioni estremiste, perché il suo obiettivo è quello di creare una nuova forma di uomo. I bambini sono più facilmente plasmabili nella nuova visione del mondo dell’ISIS. Come ci spiega uno psichiatra, Otto Kernberg, “gli individui nati in un sistema totalitario ed educati da esso fin dall’infanzia, hanno poche possibilità di fuga dalla totale identificazione con quel sistema”. I sistemi educativi totalitari permettono un sistematico indottrinamento di bambini e giovani nell’ideologia dominante.
Preparazione mentale e addestramento
L’ISIS controlla strettamente l’educazione dei minori nei suoi territori. Le bambine ed i bambini al di sotto dei 15 anni vengono portati al “campo Shariah” per imparare in cosa consiste il loro credo e la religione. Quelli sopra i 16 anni che hanno già ricevuto l’indottrinamento nei campi possono partecipare alle operazioni militari. Per imparare a decapitare un altro essere umano, gli vengono date delle bambole su cui fare pratica, anche degli orsacchiotti di peluche.
Per le bombe umane, la preparazione avviene di frequente in piccole cellule, composte di un addestratore e due o tre candidati all’azione suicida. Questa compartimentalizzazione non solo rende più arduo per le forze di sicurezza sradicare l’organizzazione, ma aumenta anche l’intimità e la presa del leader sulle nuove reclute. Tra i nuovi membri vale anche l’uso della promessa solenne o giuramento. Alcuni gruppi radicali islamici giurano sul bayt al ridwn (dal nome del giardino del paradiso), allo scopo di stringere ancor più il gruppo in un destino condiviso. Le ultime ore le passano in preghiera e nella preparazione dei messaggi di addio, che vengono registrati in video, che oltre ad essere usati per futuri reclutamenti, contribuiscono a rendere irreversibile la scelta dei futuri attentatori, esponendoli al rischio di essere pubblicamente disonorati. Nelle Tigri Tamil, le giovani bombe umane hanno l’onore di consumare il loro ultimo pasto in compagnia del capo supremo delle Tigri.
L’indifferenza del mondo
Farò del mio corpo una bomba che entrerà nella carne dei sionisti (…) distruggerò i loro corpi in mille pezzi e gli causerò più dolore di quanto possano immaginare”. A., 11 anni
I miei genitori mi hanno incoraggiato a venire qui. Avrei preferito vivere e gioire della vittoria, ma almeno la mia morte sarà ricompensata in cielo”. M., 14 anni
Malgrado i numerosi strumenti internazionali che vietano l’utilizzo dei minori nei conflitti armati e nonostante l’uso dei bambini nei conflitti armati sia un crimine di guerra quello che tristemente si nota è l’indifferenza generale per questi bambini costretti a pagare il prezzo più alto nelle guerre dei grandi.


L’Argentina di Mauricio Macri


di Barbara Faccenda
La presentazione di una proposta seria, ai possessori di obbligazioni estere, da parte del presidente argentino Mauricio Macri, è un passo in più lungo la via che porta l’Argentina lontano da quella dozzina di anni in cui il paese del populismo di sinistra era nelle mani dell’ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner, i suoi predecessori e l’ultimo marito, Nestor Kirchner. Gli sforzi di Macri verso i creditori rappresentanola demolizione di ogni forma del “kirchnerismo”, delle sue strutture economiche e politiche che il presidente argentino sta smantellando ad una velocità incredibile.
L’elezione di Macri nel 2015, ed ora è evidente,segue una tendenza globale di disaffezione che favorisce i candidati che provengono dall’esterno del così detto establishment politico. È il primo presidente argentino in un secolo che non appartiene a nessuno dei due partiti: Peronistas e Radicali. È riuscito ad unire tutti quelli che volevano un cambiamento dal “kirchnerismo”, a cominciare dal suo stesso partito di centro – destra Proposta repubblicana, ai social democratici dell’Unione radicale civica e i liberali della Coalizione civica. Relativamenteprincipiante della politica, è un uomo d’affari di grande esperienza che firmava accordi con il magnate americano Donald Trump quando aveva solo 24 anni. Nel 1991 fu rapito e tenuto in ostaggio per 12 giorni da una banda di poliziotti corrotti che chiedevano milioni per il riscatto. Quattro anni dopo diventava il presidente del Boca Juniors Football Club e presto utilizzò il suo successo lì come trampolino di lancio per la sua carriera politica.
Dal momento in cui ha vinto l’elezione, ha reso chiaro che avrebbe stabilito non solo un non ritorno alle politiche dei Kirchner, ma che avrebbe invertito il corso del paese bruscamente, anche se queste mosse portano con sé un alto costo politico. Le decisioni di Macri da allora ci confermano che non è un populista. Lui è un commerciante libero, che crede che le forze di mercato metteranno il paese sulla giusta via, anche se deve sopportare una considerevole quantità di dolore prima che i benefici siano tangibili. In questo processo, Macri affronta due grandi ostacoli. Innanzitutto, ha preso le redini del paese in un momento in cui l’economia globale sta affrontando quel tipo di vento contrario che sbatte più duramente sulle economie emergenti ricche di risorse. Il collasso dei prezzi dei prodotti sta ponendo un limite alla crescita, non solo abbassando i prezzi delle esportazioni dei prodotti argentini, ma anche creando una profonda recessione economica nel vicino Brasile, che è il partner commerciale principe per l’Argentina, relazione che si potrebbe semplificare così: quando il Brasile starnutisce, l’Argentina può prendere un raffreddore.
Il secondo ostacolo è la continua incombente presenza di Cristina Fernandez, i cui seguaci vogliono che ritorni al potere; l’astio per il rivale che lei stessa ammette di disprezzare è stato evidente il giorno dell’insediamento di Macri, quando si rifiutò di partecipare, rompendo finanche una tradizione del paese.
L’offerta di Macri ai creditori è carica di significato politico ed economico. Si è offerto di pagare 75 centesimi ogni dollaroaipossessori rimanenti del debito argentino che risale allo spettacolare default del paese nel 2001. La Fernandez etichettò i fondi di investimento che sostenevanoquel debito come “fondi avvoltoio” facendoli diventare un soggetto politico e aggiungendoli alla lunga lista di cattivi che accesero gli animi della sua base e fornirono giustificazione per i problemi del paese. Per Macri, negoziare rispettosamente con i così detti “avvoltoi”, che le masse hanno imparato ad odiare, contiene per sé un rischio politico; ma, se avrà successo, potrebbe permettere all’Argentina di ritornare nei mercati internazionali di credito.
Per quanto riguarda l’Italia si è arrivati recentemente ad un’intesa bilaterale per cui il governo di Buenos Aires ha accettato di pagare in contanti il valore nominale dell’obbligazione e il 50% degli interessi dal default a oggi. L’operazione ha un controvalore di 1,35 miliardi.(http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-02-02/tango-bond-l-argentina-pronta-rimborsare-150percento-225525.shtml?uuid=ACoq6QMC). L’accordo è soggetto all’approvazione da parte del Parlamento argentino, che avverrà presumibilmente i primi di marzo.
Questa non è la decisione più rischiosa che ha preso Macri. Alla fine di gennaio, il suo ministro dell’energia, Juan Aranguren, ha annunciato la fine dei sussidi sull’elettricità, che il governo afferma sono costati al paese più di 50 miliardi di dollari da quando i Kirchner sono saliti al potere. Aranguren ha dichiarato inoltre, che il cambiamento sarà ammorbidito dall’imposizione di una “tariffa sociale” sui consumatori più benestanti per mitigare il costo per le case dei poveri.Macri ha smantellato altre politiche controverse che ha ereditato dalla Kirchner, ad esempio ha tagliato le tasse sulle esportazioni dei prodotti agricoli.
Sul fronte della politica estera, Macri ha messo in chiaro ancora prima di entrare in carica che avrebbe sovvertito l’allineamento dell’Argentina con il Venezuela e l’Iran. Settimane prima di assumere il potere ha condannatoil governo in Venezuela, per le sue pratiche di incarcerare i dissidenti e di soffocare la libertà di parola. I precedenti legami “caldi” tra l’Argentina e l’Iran si stanno rapidamente raffreddando, soprattutto da quando il presidente argentino ha annunciato che cercherà di far cancellare dalla sua legislatura un accordo controverso tra i due paesi per indagare sul bombardamento del 1994 sulla comunità ebrea nel centro di Buenos Aires, un attacco che i procuratori argentini credono sia stato condotto dall’Iran ed Hezbollah.
Allo stesso tempo, Macri lavora per rafforzare le relazioni con gli Stati Uniti. Al Forum mondiale economico di Davos Macri, primo presidente argentino in più di una decade ad unirsi all’élite finanziaria globale, dice apertamente al vice presidente americano JoeBiden che vuole costruire una relazione pragmatica ed intelligente con Washington.
Macri si sta muovendo rapidamente perché sa che i risultati non arriveranno altrettanto velocemente. La storia argentinamostra che se le sue riforme non produrranno miglioramenti tangibili, potrebbe avere un forte disapprovazione populista.


Il caso Regeni: l’Egitto che non ci si aspetta


di Barbara Faccenda

Nel rispetto del dolore della famiglia, per la perdita di Giulio Regeni, nella speranza che presto si possa arrivare alla verità, ci sembra opportuno riflettere su cosa è diventato l’Egitto. Lo facciamo in particolare su due punti: la repressione di ogni forma di dissenso ed il ruolo dei sindacati.
Il parallelo storico con l’era di Gamal Abdel Nasser.
Facilmente e senza nessun merito si descrive l’odierno sistema politico egiziano come una restaurazione dell’era autocrate di Mubarak. Ma ciò non è abbastanza. La repressione è adesso molto più estesa. Un parallelo storico che potrebbe calzare è quello con l’era di Gamal Abdel Nasser, presidente egiziano dal 1956 fino alla morte nel 1970. Secondo il “sistema Nasser” era consentito solo un partito politico, i Fratelli Mussulmani erano duramente repressi, il dissenso politico e ogni inclinazione ideologica era fortemente monitorata. I giornali erano nazionalizzati e controllati, gli ufficiali di sicurezza e militari sparsi in tutte le posizioni chiave dello stato. Il periodo Nasser incoraggiava l’attività politica, ma solo nella misura in cui che era sostenuta dal regime. L’odierno sistema politico egiziano è basato su un simile livello di repressione nelle mani dei militari al potere. Resta vero il fatto che Sisi non sta presiedendo ad una semplice ri – creazione del “nasserismo”. Nella visione dei militari, che dopo il coup, governano de facto il paese, l’Egitto non deve incontrare lo stesso destino della Siria e della Libia e la politica deve attendere.
Le iniziative economiche ed i decreti di Sisi tradiscono la sua limitata capacità di comprensione della natura e delle cause dei problemi strutturali che affronta l’Egitto: povertà, disoccupazione, produttività bassa. In maniera più ampia l’approccio di Sisi è risultato essere un misto di decreti legislativi ed amministrativi caratterizzato dall’inconsistenza e da contraddizioni intrinseche. L’enfasi sui megaprogetti appare riflettere una credenza semplicistica che la loro grande scala in qualche modo allevierà la disoccupazione che è significativa. I prestiti, i crediti ricevuti dal 2014, di svariati di miliardi di dollari, negoziati direttamente da Sisi, l’assistenza finanziaria dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e del Kuwait dal luglio 2013 ai primi 2015 è stata massiccia, ma solo sufficiente a tenere l’economia e lo stato a galla. La dura verità è che la guida inesorabile di Sisi per generare nuovi investimenti effettivamente cerca facili guadagni, ignorando il bisogno di affrontare in maniera fondamentale i problemi strutturali dell’Egitto.
La repressione del dissenso ed il ruolo dei militari
C’è un modo molto diverso di raccontare la storia del 2011. Questa storia non è di grandi ma disilluse speranze, ma quella di una minaccia di caos e salvezza. Dalla prospettiva delle istituzioni di sicurezza egiziane – la sua forza di polizia e di intelligence – la rivoluzione ha minacciato non solo di far cadere il presidente dell’Egitto, ma il suo intero ordine sociale e politico. Evitare questo è stato un compito arduo, uno di quelli che le forze militari egiziane sentono ancora nel vivo compimento. I militari egiziani si sono visti, tradizionalmente come i guardiani della nazione: in altre parole credevano che avevano sia il diritto che il dovere di sbarazzarsi di figure governative che erano diventate illegittime. Il Supreme Council of the Armed Forces, si è sentito il protettore del cuore degli interessi nazionali, incluso rimuovere le ondate di scioperi dei lavoratori che avevano raggiunto le infrastrutture guidate dai militari, restaurare l’ordine e la legge.
Il fallimento di schiacciare la politica egiziana nel box militare, in aggiunta all’irritante, goffo tocco politico dei Fratelli Mussulmani, hanno lasciato, agli occhi dei militari nessuna scelta se non quella di assumere il compito che avevano desiderato a lungo: comandare e governare allo stesso tempo. Nel luglio del 2013, quando Sisi dichiara che Morsi non è più il presidente, le prospettive dell’Egitto sembrarono affievolirsi: l’economia sull’orlo del disastro, società profondamente polarizzata, la penisola del Sinai che era teatro di attacchi terroristici. Per i militari, l’unica opzione che sembrava potesse salvare il paese dal collasso catastrofico era imporre l’ordine, a qualsiasi costo.
Il 25 gennaio 2015, il giorno in cui scomparve Giulio Regeni, era il giorno del quinto anniversario della rivoluzione che portò alla caduta del presidente Hosni Mubarak. La polizia egiziana conduce centinaia di incursioni in appartamenti al Cairo, arresta diversi “sospetti” e poi li accusa di “incitamento alle proteste”. Gruppi di destra e di attivisti di opposizione accusano le forze di sicurezza di detenere centinaia di attivisti senza riportare i loro arresti, citando almeno 340 casi di sparizioni forzate in periodo di 4 mesi: dall’agosto al novembre 2015. Un gruppo egiziano chiamato El Nadeem Centre for Rehabilitation of Victime of Violence, (http://alnadeem.org/en/node/23) recentemente ha pubblicato un rapporto che coincide con l’anniversario della rivoluzione del 2011. Secondo il movimento, almeno 41,000 persone sono state detenute, accusate o condannate fin dal luglio 2013.
Il ruolo dei sindacati
Il movimento dei lavoratori ha giocato un ruolo centrale nella costruzione della rivoluzione del 2011, e nelle successive proteste. La situazione di sicurezza non ha lavorato in favore dei sindacati. Le leggi anti – protesta introdotte nel 2013 erano un serio ostacolo ai movimenti dei lavoratori, così come l’arresto di molti leader per aver tentato di ottenere permessi per tenere manifestazioni dei lavoratori. Il Center for Trade Union and Workers Services (CTUWS), che nel 2008 cercava di registrarsi legalmente come una ONG riconosciuta in Egitto, è una organizzazione sindacale indipendente che sostenne la campagna Tamarrud durante le dimostrazioni del 30 giugno 2013 per il voto popolare di sfiducia a Morsi. Attraverso i suoi sei uffici regionali radunò 200,000 firme. Storicamente ha sempre messo come priorità il movimento dei lavoratori sulla partecipazione alla politica nazionale, in parte, per questa ragione, i sindacati allineati con il CTUWS si sono ritirati dal Egyptian Trade Union Federation (EFTU) l’organizzazione affiliata dello stato che ha il monopolio legale sulla rappresentanza dei lavoratori.
Dall’imposizione del autoritarismo militare dal luglio 2013, lo stato si sta riappropriando della sfera pubblica in combinazione con una crescente repressione dei dissidenti; fuori legge sono le proteste, gli scioperi, i sit – in spazi pubblici, università, società civile e media privati sono soggetti ad uno stretto controllo legale e di sicurezza. Non ultima l’adozione di restrizioni nei confronti dei sindacati indipendenti, de – legittimizzandoli in favore del ETUF. Molti sindacalisti indipendenti sono stati arrestati e licenziati dal loro lavoro arbitrariamente. ETUF fu stabilito nel 1950 come un modo per lo stato di controllare i lavoratori mentre rivendica di rappresentare i loro interessi. E qui ritorna il parallelo storico con Nasser perché durante il suo governo la relazione tra lo stato e la classe lavoratrice era basata su uno baratto tra le libertà e i diritti politici su una mano e i privilegi economici dall’altra.
Lo stato egiziano ha perseguito costantemente la stessa strategia nei confronti del movimento dei lavoratori per più di una decade. Questa strategia può essere riassunta in: non offrire nessuna concessione nelle leggi e negli accordi istituzionali legati al movimento dei lavoratori, sia riguardo al permettere il pluralismo nei sindacati, sia per la libertà di associazione, legalizzare il diritto allo sciopero, o accordarsi per il salario minimo. L’obiettivo era quello di preservare il quadro istituzionale dell’organizzazione sindacale dominata dallo stato e il corporativismo autoritario dello stato, in cui una singola organizzazione gerarchica strettamente controllata dallo stato monopolizza la rappresentanza degli interessi dei lavoratori.
Si continuava a mantenere e preservare l’ETUF, ma si adottano misure più stringenti in relazione al divieto di sciopero e alle proteste. La legge sul pubblico impiego n.18, passa nel 2015 e restringe il diritto dei lavoratori ad organizzarsi in generale e non garantisce la nomina di rappresentanti degli impiegati pubblici al National Civil Service Council. La legge passa senza nessun contributo di sindacati, sia controllati dallo stato che indipendenti.
Forse ci si potrebbe chiedere che cosa accadrà all’Egitto se i lavoratori non saranno più in grado di giocare lo stesso ruolo di prima. Sin dal giugno 2013 il governo egiziano ha perseguito una politica economia di liberalizzazione dei mercati e di incoraggiamento degli investitori. Tuttavia, né il regime, né i lavoratori stanno giocando un ruolo nel raggiungimento di uno sviluppo economico reale che crei lavoro e riduca la povertà. In più, non c’è un chiaro percorso per raggiungere la stabilità in questa maniera, perché le cause che scatenarono la rivoluzione del 2011 rimangono in essere se non più fortificate. E nel processo di tracciare un cambiamento economico, lo stato ha scelto di eliminare ogni garanzia statale vinta dai lavoratori nel corso degli anni, alterando le leggi che organizzano le relazioni di lavoro in tutti i settori e permettendo ai datori di lavoro di assumere liberamente senza aderire alle garanzie obbligatoriedi lunga data dei diritti dei lavoratori.


Cinque anni dopo le rivoluzioni arabe


di Barbara Faccenda

Cinque anni dopo le rivoluzioni arabe, l’ottimismo si è sbiadito nel cinismo e i conflitti in Siria, Libia e nello Yemen stendono un’ombra sulle prospettive per una transizione democratica sostenibile nella regione. Malgrado le prospettive nere, c’è qualche speranza per la transizione in corso in Tunisia, nel vicino Marocco, dove un’apertura politica controllata nel sistema autoritario continua a realizzarsi piano piano.
Rivoluzione per alcuni implica un’idea normativa circa le precondizioni e la teoria. Perciò essi valutano una scena rivoluzionaria secondo il loro modello preconcetto allo scopo di determinare se vale la pena etichettarlo come “rivoluzione”. Essi credono che una rivoluzione deve lottare per un cambiamento radicale al di là della lotta per la libertà, la richiesta popolare per la fine del despotismo e le aspirazioni di partecipazione democratica. Una visione ideologica che può aver nascosto la semplice verità: i regimi autoritari sono solo interessati all’auto – preservazione. Ciò nonostante, dopo 5 anni, i principali partecipanti: gli islamisti, la gioventù araba e i regimi stessi, dovrebbero esaminare diverse lezioni. Occasionalmente i regimi e gli islamisti hanno cooperato, entrambi, costantemente, hanno tentato di co – optare o contenere i giovani, che erano i catalizzatori delle rivoluzioni. La continua interazione tra le forze come i giovani e gli islamisti e come assimilare le lezioni dei passati 5 anni può offrire un’idea sulle transizioni in corso in Tunisia, Marocco ed Egitto.
Gli islamisti
Dalle rivoluzioni dal 2011, a seconda del paese, gli islamisti nella regione hanno mostrato grande disparità tra vincita e sconfitta. In Marocco, il partito “giustizia e sviluppo” ha realizzatosolide vincite. Imparando la lezione dalla vicina Algeria, che ha visto l’Islamic Salvation Front e il regime algerino combattere una devastante e lunga guerra civile negli anni ’90, il partito “giustizia e sviluppo”, nonostante fosse descritto come “il partito che non vuole vincere”, ha perseverato nel suo approccio graduale e cauto e questo atteggiamento ha portato i suoi frutti. Le riforme costituzionali e le elezioni nel 2011 hanno permesso al partito di formare un nuovo governo. Nelle elezioni storiche del settembre del 2015, nel consiglio regionale delle elezioni – dove i marocchini hanno votato per la prima volta per scegliere direttamente i loro rappresentanti locali e regionali – il partito ha ottenuto il 25% dei seggi, capace di assicurare una maggioranza in città importanti. Quandosi chiede al primo ministro AbdelilahBenkirane (partito “giustizia e sviluppo”), se ha messo da parte l’ideologia islamica, lui replica che non è venuto a cambiare le sue idee religiose, ma a risolvere i problemi.
In Tunisia, la rivoluzione ha creato aperture per il partito islamista Ennahda, che ha vinto nelle elezioni parlamentari e presidenziali. Nel 2013, quando al movimento salafista Ansar al – Sharia fu proibito di condurre congressi di partito, dando vita a proteste, Ennahada ha lavorato con i poteri politici per rimettere la transizione in carreggiata. Ha anche collaborato con gli oppositori per far passare una costituzione che ha ricevuto il supporto popolare e fu lodata,regionalmente,come un modello di riforma costituzionale. Malgrado l’aver perso le elezioni presidenziali del 2014, Ennhada ha vinto un pizzico di fiducia in più dai tunisini in riconoscimento della sua abilità di fare compromessi e di rinunciare al potere.
In Egitto, malgrado le vittorie parlamentari e presidenziali, i Fratelli Mussulmani,nel complesso,hanno perso. Nelle elezioni parlamentari del 2011, avevano vinto una quota importante di seggi con il 37.5% e promesso di non mettere in campo un candidato presidenziale. L’inflessibilità e la mancanza di pragmatismo in politica quasi sicuramente si ritorcono contro. I Fratelli Mussulmani decisero di far scendere in campo un candidato il suo finanziere e mente organizzativa, Khairat al Shater. Dopo la sua squalifica, Mohammed Morsi divenne il candidato che vinse le elezioni presidenziali con un margine sottile, ma che poi si comporta in maniera negligente. Il suo governo non ha fornito le riforme economiche necessarie, ha fallito di intraprendere ogni tipo di riforma del sistema di sicurezza, come aveva promesso, emanando decreti presidenziali piuttosto che costruire consenso. Con questi, ed altri passi falsi, Morsi e i Fratelli Mussulmani si sono allontanatida molti segmenti della popolazione egiziana, aprendo la strada per un coup militare appoggiato dalla popolazione che ha portato al potere Abd al-Fattah al-Sisi.
Quali quindi le principali lezioni che dovrebbero apprendere gli islamisti? L’inflessibilità e la mancanza di pragmatismo in politica sicuramente si ritorceranno contro. Gli islamisti in Marocco e Tunisia sono riusciti ad utilizzare uno spazio aperto in un sistema politico ristretto solo grazie alla loro visione pragmatica e graduale.
I giovani
Inizialmente i principali conduttoridelle rivoluzioni, i giovani hanno perso su diversi fronti. Anche nelle storie a lieto fine come quella della Tunisia, la disoccupazione giovanile continua a salire, il 40% nel 2015. In Marocco il 20% ed in Egitto il 26% sempre nel 2015. I giovani alla guida delle rivoluzioni hanno lottato per posizioni di potere, negategli per la loro inesperienza, per la mancanza di strutture organizzative e un accesso decisamente limitato alle risorse. È tristemente ironico dire che dopo le rivoluzioni in Tunisia la cui scintilla è stata data dal 26enne Mohammed Bouazizi, il paese è ora guidato dall’ottuagenario Beji Caid Essebsi.
Nell’assembla nazionale costituente tunisina, il cui compito era quello di scrivere la prima costituzione dopo la rivoluzione, solo il 4% dei suoi membri era sotto i 30 anni, mentre la maggioranza (il 76%) era al di sopra dei 50 anni. In Marocco, la cooperazione tra il re e il “partito giustizia e sviluppo” ha messo ai margini il movimento di giovani “20 febbraio”, che ha poi dato il via alle proteste del 2011. In Egitto, i politici giovani vicini al regime e finanziati dai suoi alleati sono incoraggiati a partecipare al processo politico, mentre migliaia di giovani egiziani, inclusi molti che erano in prima linea nella rivoluzione, rimangono in prigione. In un rapporto di Amnesty International dell’anno scorso si descrive la “generazione della protesta” dell’Egitto del 2011 come la “generazione prigione” del 2015.
Anche per i giovani, dopo cinque anni, ci sono delle lezioni che devono essere assimilate. Le proteste hanno bisogno di essere seguite dalla costruzione ovvero dall’unirsi a strutture politico – organizzative che capitalizzino il movimento della strada. Il canto: “pane, libertà e giustizia sociale” rimane un potente ed ammirevole richiamo alla protesta, ma necessita di una piattaforma politica che carpisca il supporto popolare e che si renda esecutivo di significativi cambiamenti politici. Se una nuova opzione politica non si cristallizza, allora le rivoluzioni arabe rimarranno per sempre bloccate tra generali e sceicchi. I giovani arabi si trovano in un ambiente molto differente dalle precedenti generazioni: più connessi al mondo, più educati e ambiziosi. Hanno vissuto e partecipato alle rivoluzioni e capiscono che i risultati politici non sono più pre – imposti. Necessariamente collegato a questo è la lezione che dovrebbero apprendere i regimi della regione se non vogliono che il malcontento dei giovani nel non essere inseriti e partecipi nelle strutture economico – politiche sia catalizzato da movimenti estremisti violenti, come l’ISIS: assicurare ai giovani una piena integrazione.
Non dobbiamo dimenticare che le rivoluzioni abbisognano di tempo e possono passare ancora anni fino a quando sarà possibile scrivere la parola fine per le così dette Arab Spring.


La lunga mano della Cina nel Medio Oriente


di Barbara Faccenda

Il viaggio del presidente XiJiping in Arabia Saudita, Iran ed Egitto (http://www.nytimes.com/2016/01/31/world/asia/xi-jinping-visits-saudi-iran.html?_r=0) è passato inosservato, ma riveste una grande importanza: è la prima visita nella regione di un capo di stato cinese da quando l’ex presidente cinese Hu Jianto si recò in Arabia Saudita nel 2009. La diffusione, agli inizi del mese, in vista del viaggio di stato del presidente, dell’Arab Policy Paperda parte del ministro degli affari esteri cinese ci mostra l’intenzione di Pechino di intraprendere decisamente la strada dellacooperazione strategica con i paesi arabi. Il documento reitera quello che la Cina chiama “i 5 principi della co – esistenza pacifica” e mostra un’agenda ambiziosa per una cooperazione bilaterale più profonda tra la Cina e gli stati arabi su una vasta gamma di materie: dal commercio alle infrastrutture passando per la sicurezza. Il documento quindi invita gli stati arabi ad unirsi agli sforzi cinesi di costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali sulle fondamenta di una cooperazione vantaggiosa per tutti.
Lasciando le simpaticherie diplomatiche da una parte, il documento è fondamentalmente un manifesto dell’approccio quid pro quo della Cina verso il mondo arabo. Ufficialmente chiarifica che le aspettative della Cina dai suoi partner arabi sono: flussi stabili di petrolio; supporto per le posizioni cinesi in Tibet, Taiwan e Xinjiang nel consesso delle Nazioni Unite; cooperazione sui piani di integrazione economica regionale cinese attraverso la sua grande iniziativa di sviluppo nell’Eurasia e la cooperazione crescente nell’intelligence e nel contro – terrorismo. In cambio la Cina promette di aiutare gli stati arabi a mantenere la loro indipendenza politica, una gestione pacifica dei conflitti nella loro regione, sviluppo delle loro economie e la salvaguardia dei loro legittimi interessi.
Senza dubbio il Medio Oriente sta diventando predominantenei calcoli della sicurezza nazionale di Pechino, molto di più quando si tratta di mettere in sicurezza fonti energetiche. Malgrado gli sforzi internazionali per la transizione verso un’energia più pulita, l’economia cinese sarà sempre più dipendente dal petrolio mediorientale ancora per decadi. Lo scorso anno più della metà delle importazioni cinesi di petrolio – 3,2 milioni di barili al giorno – veniva dal Medio Oriente, con l’Arabia Saudita in testa. Nella passata decade, le importazioni cinesi di greggio dai paesi arabi sono aumentate in una stima del più del 12% annuo. L’Arab Policy Paper chiama l’energia il “cuore” dello schema di cooperazione arabo – cinese. Le speranze cinesi che sotto la loro guida, i paesi della regione inizieranno a mettere commercio e profitto prima della politica, espongono Pechino ad un dilemma fondamentale: “possono mettere in sicurezza l’accesso al petrolio della regione e promuovere la loro posizione sia con i paesi arabi che con l’Iran senza prendere le parti nei vari conflitti e senza aggrovigliarsi in complesse sfide militari e di sicurezza?”
Diplomaticamente Pechino cerca di porsi come un mediatore fidato, una potenza neutrale. Recentemente ha invitato rappresentanti del governo siriano e dell’opposizione a Pechino, separatamente, per colloqui su una possibile soluzione. Quando le tensioni tra l’Arabia Saudita e l’Iran hanno avuto il loro picco dopo l’uccisione del prominente religioso sciita, Pechino ha subito mandato il suo inviato per il Medio Oriente, Zhang Ming, sia a Riad che a Teheran per cercare di calmare gli animi.
Incoraggiando gli attori regionali ad investire nella sua ambiziosa iniziativa infrastrutturale Silk Road, attraverso meccanismi bilaterali e multilaterali come la Asian Infranstructure Development Bank (a guida cinese), Pechino spera di vendere l’integrazione economica come un modo per stabilizzare la regione.
Questa strategia, tuttavia, contiene sia rischi che limiti. Mantenere la neutralità nel lungo periodo in un Medio Oriente sempre più polarizzato è più facile a dirsi che a farsi. Il veto di Pechino alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sponsorizzate dell’“occidente” sulla Siria, hanno messo la Cina in cattiva luce agli occhi degli oppositori di Assad. La Cina si difende chiarendo che il suo veto deve essere interpretato come la politica cinese di lungo corso di non interferenza negli affari interni di stati sovrani.
Sebbene Pechino preferisce un approccio più morbido per il momento, i suoi accresciuti interessi nella regione la spingeranno, presumibilmente, nel tempo, in partenariati più militari e di sicurezza. Se questo momento dovesse presentarsi come si comporteranno i paesi della regione, romperanno le loro relazioni politiche, specialmente con gli Stati Uniti per muoversi verso la Cina? Anche con questi possibili movimenti, senza una potenza forte nella regione, l’influenza militare e di sicurezza di Pechino rimarrebbe limitata, specialmente comparata a quella degli Stati Uniti. Questo avrebbe un impatto non solo sulla sua abilità di rispondere alle crisi, ma limiterebbe le imprese di difesa cinesi dal diventare concorrenti nel mercato lucrativo della difesa nella regione. Per fare un esempio, la Turchia ha ceduto alla pressione della NATO, lo scorso anno, cancellando i suoi piani per ottenere sistemi di difesa missilistica e a lungo raggio da un’impresa cinese per un valore di 3,4 miliardi di dollari.
Consapevole delle limitazioni geopolitiche del momento, Xi non farà nessuna mossa drammatica per rovesciare il bilancio di potere regionale nel breve termine. Si atterrà a quello che la Cina sa fare meglio, anche se in una scala maggiore, come dimostrato dall’investimento e lo sviluppo di accordi in Egitto che potrebbero valere fino a 15 miliardi di dollari. Nella sua visita in Iran qualche giorno fa, Xi ha chiesto di incrementare il commercio tra la Cina e l’Iran di 600 miliardi di dollari nella prossima decade.
Quello che la Cina vuole per ora è costruire abbastanza leve per mitigare i suoi più seri rischi di dipendenza dal petrolio mediorientale e dalle rotte di transito. I politici cinesi che si occupano di politica internazionale sono conosciuti per la loro “pazienza strategica”. Hanno iniziato a giocare il loro lungo gioco nel Medio Oriente.


Combattere l’ISIS coprendo le statue


di Barbara Faccenda

Alcune statue nude dei musei capitolini sono state coperte con dei pannelli bianchi su tutti i lati: la Venere Esquilina, il Dioniso degli Horti Lamiani e un paio di gruppi monumentali, uno raffigurante un leone che azzanna un cavallo e uno delle fanciulle, per non “offendere la cultura iraniana al passaggio del presidente Rouhani”.
Ci pareva che proprio il presidente del consiglio Renzi avesse dichiarato in maniera forte che l’ISIS si combatteva con la cultura, che i gruppi estremisti di natura islamica si combattono con la cultura, che svariati miliardi di euro sarebbero stati destinati alla cultura, che addirittura si erogano dalle casse dello stato i bonus per i diciottenni per andare al museo. Speriamo che le statue a quel punto siano visibili in tutto il loro splendore.
Approfittiamo per ragionare su cosa è il terrorismo internazionale e soprattutto perché coprire le statue è stato un enorme favore per l’ISIS ed un atto del tutto inopportuno. Non esiste una definizione del terrorismo internazionale, gli Stati non si sono mai accordati a questo proposito molto probabilmente perché avrebbero dovuto escludere i gruppi che proteggono e finanziano. Il Consiglio di Sicurezza ha quasi sempre evitato di fornire una definizione, piuttosto ha provveduto a fissare un regime di repressione. Ci sono dei concetti chiave in ogni discussione del terrorismo, quindi forniamo una definizione di “lavoro” relativamente neutrale che riconosce il fatto basilare che il terrorismo è una tattica usata da diverse tipologie di gruppi. Include cinque elementi principali: 1)l’uso della violenza o minaccia dell’uso; 2) da parte di un gruppo organizzato 3) per raggiungere obiettivi politici. 4) La violenza è diretta contro un target audience che si estende ben oltre alle vittime immediate, che sono spesso civili. 5) Mentre un governo può essere sia il perpetratore della violenza o il suo obiettivo, è considerato un atto di terrorismo solo se uno o entrambi gli attori non sono governativi. Questa definizione ci serve anche per comprendere che non solo l’ISIS è un gruppo che usa questa tecnica, ma anche altri. Consideriamo, ad esempio che, l’Iran finanzia, protegge ed usa come proxy, Hezbollah, un altro gruppo estremista di natura religiosa – islamica, sebbene di differente ideologia rispetto all’ISIS, che usa la tecnica del terrorismo allo stesso modo dell’ISIS e più in generale di qualsiasi gruppo estremista.
In questo quadro ci resta abbastanza difficile comprendere in che cosa esattamente consiste la lotta al terrorismo internazionale attraverso la cultura.
In più, l’ideologia dell’ISIS contiene elementi sia di salafismo che di wahhabismo. Sono due correnti dell’islam sunnita. Se ci soffermiamo a guardare più da vicino il wahabbismo che è una sorta di salafismo conservatore notiamo che il primo ideologo MuhammedIbnAbd al Wahhab sosteneva che i musulmani impegnati in pratiche che potevano essere considerate idolatre: politeismo, venerale le tombe dei santi e le statue, misticismo non era affatto da musulmani.
Coprire le statue non è un segno di rispetto al presidente dell’Iran, la cortesia ad un ospite, ma un atto inopportuno da un punto di vista di politica internazionale, copriamo la nostra cultura e ci copriamo anche gli occhi se finanziate gruppi terroristici.