Bruxelles gioca d’azzardo con le cartolarizzazioni


Il Regolamento in discussione al Parlamento europeo
Il Regolamento in discussione al Parlamento europeo

Nuovi rischi per i risparmiatori con i prodotti “STS

“Sbagliare è umano, perseverare è diabolico” recita un vecchio adagio sconosciuto a Bruxelles dove, infatti, la Commissione sta per varare un nuovo Regolamento in tema di “cartolarizzazioni” che sembra fatto apposta per ingannare i risparmiatori piuttosto che per tutelarli meglio.
Di che si tratta è presto detto: partendo dal presupposto – sbagliato – che per creare liquidità da immettere nel circuito del credito occorra sviluppare il mercato delle cartolarizzazioni piuttosto che costringere le banche a fare il proprio mestiere, la Commissione intende dare vita a prodotti finanziari che abbiano la caratteristica di essere “semplici, trasparenti e standardizzati”.
Bella idea, si potrebbe dire, se ci si fermasse all’”etichetta” che si vorrebbe appiccicare a questa ennesima invenzione degli uomini di Bruxelles.
Peccato che, come ci spiegano nella stessa bozza di Regolamento inviata al Comitato Economico e Sociale ed al Parlamento Europeo, “il fatto che soddisfi i requisiti STS (semplicità, trasparenza e standardizzazione ndr) non significa che la posizione verso la cartolarizzazione sia scevra di rischi né costituisce in alcun modo un indice della qualità creditizia sottostante la cartolarizzazione”..!
Ma non basta: dopo un attento esame della (catastrofica, ndr) situazione che la finanziarizzazione dell’economia ha prodotto a livello mondiale e, probabilmente, tenuto conto di quanto sta succedendo in Italia alle migliaia di risparmiatori truffati dalle obbligazioni subordinate delle banche “fallite”, la Commissione ha pensato bene di togliere dalla responsabilità dei “cedenti, cioè delle banche, l’obbligo del rating sui prodotti venduti spostandola sugli acquirenti (che, almeno in prima istanza, dovrebbero essere gli investitori istituzionali, ndr).
Secondo questa incredibile impostazione – peraltro tenuemente contestata persino dalle banche – “è essenziale che gli investitori continuino a valutare in prima persona, perché sono loro in ultima analisi i responsabili delle decisioni di investimento che assumono”…
In sostanza è come se il Supermercato sotto casa vostra fosse responsabile della qualità della mortadella che acquistate con fiducia proprio perché ha l’etichettatura IGP e non chi quella mortadella ha insaccato secondo le regole europee.
Gli inesausti alchimisti di Bruxelles, dunque, stanno ancora una volta cercando la pietra filosofale che trasformi il piombo delle loro cartolarizzazioni nell’oro dei poveri risparmiatori mentre, nelle stesse ,ore ci si accapiglia in Italia sull’attribuzione delle responsabilità per il crac delle quattro banche praticamente fallite; la frase che più si sente ripetere e che è scritta su qualsiasi articolo è: possibile che il legislatore e la stampa non si erano resi conto, quando è stato approvato il D.lgs. 180/2015 che recepiva la Direttiva europea sugli enti creditizi, di quanto sarebbe accaduto?
Possibile che nessuno ha avvisato del pericolo che incombeva sui risparmiatori?
Bene, stavolta abbiamo provato ad avvisare in tempo: vediamo se servirà.


L’altra faccia del terrorismo


di Caterina Mangia

Ognuno di noi conosce tristemente la parola Isis. Non tutti invece sanno che cos’è Boko Haram.
Le due parole, che in lingua hausa significano “l’istruzione occidentale è peccato”, designano un gruppo estremista situato nel nord-est della Nigeria, alleato da marzo 2015 con lo Stato islamico e che ormai da anni – specialmente a partire 2011 – compie stragi abominevoTerrorismoli nel nome del jihadismo.
Nei terribili giorni in cui l’Isis a Parigi compiva il suo assalto alla redazione di Charlie Hebdo, Boko Haram uccideva migliaia di persone nella Nigeria settentrionale.
Pochi giorni dopo il 13 novembre, data dell’assalto di Daesh alla capitale francese, due bombe di Boko Haram uccidevano 49 persone e ne ferivano 130 in due diverse città.
Secondo il Global Terrorism Index curato dall’Università del Maryland, l’organizzazione terrorista vanta un macabro primato e – incredibile ma vero – nel 2014 ha sorpassato Daesh per numero di vittime: 6.664 persone lo scorso anno sono state uccise per mano degli affiliati di Boko Haram. (Vedi link a Cnn)
Eppure, poco si parla dei loro crimini.
Anche oggi gli jihadisti hanno mietuto delle vite: in seguito a un attacco nel villaggio di Kamuya sono morte almeno 14 persone. La conta dei decessi ha una cadenza quasi quotidiana.
Fondato nel 2002 da Mohamed Yusuf e guidato oggi da Abubakar Shekau, il gruppo è nato a Maiduguri, capoluogo del Borno, al Nord-est della Nigeria, dove sono state fondate una scuola e una moschea. Come spesso avviene, gli indottrinamenti hanno purtroppo coinvolto le fasce più povere, disperate e giovani della popolazione. L’obiettivo, creare un califfato in Nigeria. I metodi, feroci: non vengono risparmiati gli anziani, le donne e i piccoli. Alcuni attacchi terroristici sono stati realizzati imbottendo delle bambine di esplosivo. Anche i numeri sono spaventosi: da quando è stato fondato, Boko Haram ha ucciso più di 17mila persone; a causa delle sue azioni sono 2 milioni e 200mila gli sfollati; il bilancio delle vittime nel 2014 è salito del 300 per cento rispetto all’anno precedente.
Nell’aprile 2014 il gruppo jihadista ha rapito 300 studentesse in una scuola – gli istituti educativi sono tra gli obiettivi preferiti dell’organizzazione – per venderle come mogli. Di più di 200 di loro si sono perdute le tracce. Dopo una grande mobilitazione su Twitter e una campagna online con l’hashtag #bringbackourgirls, il destino di queste ragazze è finito nel dimenticatoio.
Non c’è da sorprendersi se la conoscenza delle azioni perpetrate da questo gruppo terrorista non è diffusa capillarmente; anche le notizie riguardanti il massacro degli yazidi da parte dell’Isis – che ha ucciso, rapito, reso schiava e sepolto viva quella popolazione – non sono state in primo piano sui nostri media e non hanno avuto un impatto prioritario sulle coscienze e sull’opinione pubblica.
L’errore che la società civile e gli organi di informazione “occidentali” spesso commettono è quello di dar voce all’idea che ciò che avviene lontano da noi non ci tocchi; si trascura il fatto che in un mondo globalizzato come quello di oggi un fenomeno “locale” si possa facilmente trasformare in un problema generale, come dimostrato platealmente dal fenomeno dei foreign fighters e del terrorismo internazionale.
Il secondo – vero, imperdonabile errore – è quello di pensare che nel mondo ci siano morti di serie A e morti di serie B.


Conferenza sul clima, raggiunto accordo “storico”


di Caterina Mangia

“Un accordo storico”, ha detto Hollande. “Un passo decisivo”, la definizione di Renzi. “Abbiamo la chance di salvare il pianeta”, ha commentato Obama.
La conferenza sul clima di Parigi si conclude con un’intesa: l’impegno, recita l’articolo 2 del testo, è quello di “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”, restando “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”. Si prevede inoltre la costituzione di un Fondo da 100 miliardi di dollari che i Paesi sviluppati destineranno ogni anno a quelli in via di sviluppo per sostenere lo sviluppo di fonti di energia meno inquinanti; si terranno poi verifiche quinquennali sullo stato di attuazione dei tagli ai gas serra a partire dal 2023.
Parigi torna a esserClimae la Capitale del dibattito sulla sicurezza: non solo per quanto riguarda il pericolo islamista e le contromisure geopolitiche da adottare, ma per un tema, quello della sopravvivenza del pianeta e della tutela dell’umanità, più trascurato e paradossalmente più minaccioso.
La temperatura globale è attualmente aumentata di un grado rispetto ai livelli pre-industriali: se l’incremento arrivasse a raddoppiare, il volto del pianeta cambierebbe irreversibilmente e le conseguenze – affermano gli scienziati – sarebbero incalcolabili: intere isole e città costiere, anche in Italia, potrebbero scomparire sotto l’urto delle onde, la neve scomparirebbe dalle montagne, i ghiacciai si scioglierebbero e intere zone del mondo dovrebbero fronteggiare siccità e desertificazioni, diventando inabitabili.
L’intesa raggiunta a Parigi segna forti cambi di passo nei confronti del passato: a differenza del vertice di Copenhagen di sei anni fa, si è conclusa con un testo di intesa. Rispetto a quanto avvenne per il protocollo di Kyoto, stavolta anche “grandi inquinatori” come Usa, India e Cina sono stati parte attiva: per questo il Presidente francese Hollande ha definito il protocollo “il primo accordo universale della storia in termini climatici”.
Tredici giorni di negoziati, sfociati in una trattativa-fiume, hanno portato all’elaborazione di 12 pagine e 29 articoli: l’incremento delle emissioni deve essere bloccato il prima possibile per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”. (vedi i principali punti dell’accordo sul Corriere della Sera)
L’obiettivo dell’intesa – fermare la febbre del pianeta – è ambizioso e la posta in gioco altissima; tuttavia il testo presenta luci e ombre.
Il protocollo di Parigi non fissa infatti alcun termine per la fine dello sfruttamento del carbone e petrolio; alcuni punti dell’accordo, inoltre, sono su base volontaria e non vincolanti.
La maggiore critica che viene mossa al testo riguarda infine il fatto che, nonostante siano previste verifiche periodiche sulla riduzione delle emissioni, non saranno applicate sanzioni in caso di mancato mantenimento degli impegni: è dunque possibile che si apra un divario tra ciò che è stato annunciato e ciò che verrà realizzato.
Per tutti questi motivi George Monbiot, giornalista del Guardian, ha così definito l’intesa: “un miracolo rispetto a quello che avrebbe potuto essere” e “un disastro rispetto a quello che avrebbe dovuto essere”.


Migranti, scontro Roma-Bruxelles


di Caterina Mangia

Scontro tra Roma e Bruxelles sul tema migranti: la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione per l’Italia in materia di asilo attraverso una lettera di messa in mora. Nello specifico si rimprovera al nostro Paese di non aver identificato con le impronte digitali alcuni profughi nel sistema Eurodac. “Dopo due mesi non si è risposto in modo efficace alle preoccupazioni”, è la spiegazione dell’esecutivo comunitario, che ha bacchettato anche Grecia e Croazia, le quali risultano comunque in una posizione di maggiore efficienza. MIgranti
La risposta italiana non si è fatta attendere: sui migranti “l’Europa non sta facendo tutto quello che può”, ha attaccato il premier Matteo Renzi, mentre il capo Dipartimento Immigrazione del Viminale, il prefetto Mario Morcone, ha scandito ai microfoni di Sky Tg24: “il dato italiano, per quanto riguarda l’identificazione degli arrivi di migranti, è tra i più alti. Siamo oltre l’80 per cento, ormai siamo quasi al 100 per cento di quelli che arrivano”. Per Morcone la procedura di infrazione è “una modalità per fare pressioni sui Paesi delle frontiere esterne, Italia Grecia e Malta. I dati testimoniano che l’Italia fa molto bene il proprio compito, i colleghi della Polizia di Stato stanno facendo il massimo, fotosegnalando quasi tutti quelli che arrivano. Rimangono alcune piccole sacche di eritrei che si rifiutano, ma questo è un tema delicato, sull’uso proporzionato della forza”.
Altrettanto polemico il responsabile degli Affari Ue Sandro Gozi: la procedura “non è la risposta che ci aspettiamo dall’Europa”, perché “la soluzione non è applicare in modo miope e rigido le regole comuni verso chi ha fatto molto più e meglio di altri”.
Del resto, i dati incrociati dell’Ue mostravano da circa un anno discrepanze e già a settembre l’Ue ha segnalato il problema all’Italia: secondo i dati Frontex confermati dalle autorità nazionali, solo 50mila persone su 140mila approdate in Italia da gennaio a novembre 2015 sono state inserite nel database Eurodac. Percentuali simili per i mesi che vanno da luglio a novembre: su 65mila arrivi, solo 29mila sono registrati. L’Ue ha poi ritenuto “insufficienti” le rassicurazioni del capo della Polizia Alessandro Pansa, secondo cui il tasso di inserimenti nel database è aumentato dal 65 per cento di luglio all’attuale 79,52 per cento.
Il tema delle richieste asilo si fa comunque sempre più di attualità e i numeri lo attestano: secondo i dati diffusi oggi da Eurostat le prime richieste di asilo in Ue nel terzo trimestre 2015 sono state 410mila, il doppio rispetto al trimestre precedente. I numeri più alti in Germania e in Ungheria (108mila ognuna; 26%), seguono Svezia (42.500; 10 per cento), Italia (28.400; 7 per cento) e Austria (27.600; 7 per cento). In Italia il dato sale del 91% sul trimestre precedente.
Sembrano inoltre essere all’orizzonte alcune novità: secondo il Financial Times la Commissione europea presenterà la prossima settimana il piano per creare una forza di polizia europea per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione: una guardia costiera e una di frontiera permanenti che sostituirebbero Frontex.
Nel frattempo – e questo è il vero, tragico, ineludibile dato – il fenomeno migratorio continua a mietere vittime: all’alba di oggi sono morte quattro persone nel naufragio di un barcone di profughi iracheni. E’avvenuto nei pressi dell’isola greca di Farmakonissi, al largo della provincia turca di Aydin, nell’Egeo.
Nove sono i dispersi.


Riscaldamento globale, il vertice Cop21 entra nel vivo


Clima

di Caterina Mangia

“Siamo l’ultima generazione che può salvare il pianeta”.
Con queste poche, inequivocabili parole, il Presidente Usa Barack Obama definisce la posta in gioco del vertice Cop21 di Parigi, entrato nel vivo ieri e in calendario fino all’11 dicembre a Le Bourget, a nord della Ville Lumière.
Dopo gli attentati terroristici del 13 novembre, gli occhi del mondo tornano ad essere puntati sulla capitale francese, blindata con 11mila agenti per il summit planetario sul clima, che vede la partecipazione di 25mila delegati Onu, 147 Capi di Stato e 195 Paesi.
L’obiettivo comune è l’abbattimento delle emissioni di gas serra entro il 2030 e il contenimento della temperatura del globo entro un tetto di 2 gradi in più rispetto all’era pre-industriale: oltre questo limite, ritengono gli esperti, la Terra andrebbe incontro a un caos climatico dai risvolti catastrofici e irreversibili.
E’ dunque fondamentale puntare a un accordo che avrebbe una portata storica: come ha detto il presidente francese Francois Hollande nel corso del summit, non è mai stata “affrontata una sfida così grande come quella sul futuro del pianeta, della vita”.
Dopo il fallimento del vertice di Copenhagen nel 2009, la Conferenza sul clima è adesso chiamata a uno sforzo straordinario di condivisione e partecipazione; in vista del summit i leader di 183 Paesi su 195 hanno già presentato il loro impegno per la riduzione delle emissioni, compiendo un passo avanti significativo ma insufficiente, perché porterebbe comunque a un riscaldamento prossimo ai 3 gradi.
Nello specifico, entro il 2030 gli Stati Uniti promettono di tagliare i gas serra del 26-28 per cento rispetto al 2005, e del 12-19 per cento rispetto al 1990. Un obiettivo timido, ma verosimilmente raggiungibile. Entro la stessa data l’Unione Europea progetta di ridurre le emissioni del 40 per cento rispetto al 1990, ma a parere degli esperti le attuali politiche messe in campo nel Vecchio Continente potranno portare a una diminuzione che va soltanto dal 21 al 35 per cento. Si contesta inoltre alla Germania di non voler rivedere al rialzo il proprio impegno, facendo leva sulla forza e sulla modernità della propria industria e seguendo esempi virtuosi come quello danese. Per il premier italiano, Matteo Renzi, “l’Italia vuole stare tra i protagonisti della lotta all’egoismo, dalla parte di chi sceglie valori non negoziabili come la difesa della nostra madre terra. Abbiamo un piano di investimenti da 4 miliardi di dollari da qui al 2020”.
Alle prese in questi giorni con una cappa di smog di 24 volte superiore al limite di tolleranza internazionale – un record storico -, il governo di Pechino ha invece annunciato oggi un provvedimento con cui ridurre le emissioni di gas serra nell’ambiente del 60 per cento entro il 2020, e quelle di anidride carbonica da parte delle centrali elettriche a carbone di 180 milioni di tonnellate annue.
L’India propone una riduzione dell’intensità carbonica del 33-35 per cento entro il 2030; entro la stessa data, inoltre, il 40 per cento dell’energia elettrica prodotta non deriverà da fonti fossili.
Le diplomazie sono al lavoro dietro le quinte per limare i dettagli dell’auspicabile intesa, ma il problema che si pone è – come spesso succede nel caso dei summit internazionali -, quello di passare dalle parole ai fatti.
Per questo motivo Obama ha detto che “l’accordo sul clima in preparazione a Parigi deve essere vincolante, almeno per quanto riguarda la trasparenza e le revisioni periodiche degli obiettivi di diminuzione delle emissioni di gas serra”: in poche parole, servono verifiche sull’operato degli Stati affinché le promesse non rimangano soltanto sulla carta.
Come espresso efficacemente da Papa Francesco, infatti, “il mondo è sull’orlo del suicidio”: secondo le stime pubblicate dall’Oms in occasione del vertice Cop21, ogni anno nel mondo i cambiamenti climatici uccidono decine di migliaia di persone e nel 2012 i decessi legati all’inquinamento atmosferico sono stati 7 milioni.
Per l’Organizzazione mondiale della sanità, inoltre, dal 2030 al 2050 i cambiamenti climatici provocheranno 250mila morti in più ogni anno per malaria, diarrea, stress da calore e denutrizione.
A questo quadro drammatico si aggiunge il rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente, secondo cui l’Italia è maglia nera in Europa per il numero di morti premature legate allo smog: nel 2012 sono state 84.400, ovvero un quinto dei decessi del Vecchio Continente. (Vedi link ad articolo su Repubblica.it)
Nel corso dell’ultima tappa a Tunisi del Sudact organizzato dall’Ugl, infine, Aldo Morrone, Presidente dell’Istituto ematologico del Mediterraneo (IME), ha puntato l’accento su un problema troppo spesso in ombra, quello legato alle cosiddette “ecomigrazioni”: a causa di allagamenti, desertificazioni, alluvioni, deforestazioni e carenza d’acqua, 50 milioni di persone nel 2011 hanno dovuto trovare rifugio lontano dalle loro case, e il numero è destinato a salire a 200 milioni nel 2050.


Caccia russo abbattuto da F16 turchi, tensione tra Ankara e Mosca


Cacciadi Caterina Mangia

Confine turco-siriano, 9.24 del mattino. Un caccia Sukhoi 24 proveniente dalla Russia viene abbattuto da due F-16 di Ankara.
I due piloti si paracadutano prima dello schianto del velivolo. Uno si salva, l’altro muore.
Il resto della giornata è un crescendo di tensione tra Turchia e Russia: Ankara accusa il bombardiere di aver violato lo spazio aereo nazionale, ignorando i ripetuti avvertimenti che gli intimavano di allontanarsi; Vladimir Putin, furioso, lancia il suo j’accuse: si è trattato di “un crimine, una pugnalata alla schiena sferrata dai complici dei terroristi”. L’incidente, ha spiegato il presidente russo, avrà “serie ripercussioni”: “invece di stabilire un contatto immediato con la Russia”, la Turchia avrebbe infatti “fatto appello alla Nato come se fosse un loro aereo ad essere stato colpito da uno russo”. “Abbiamo sempre trattato la Turchia come non solo un vicino, ma come uno stato amico – ha aggiunto Putin – non so chi aveva bisogno di ciò che è successo, comunque non noi”. Il regime di Damasco, sulla stessa linea russa, definisce l’accaduto una “flagrante aggressione contro la sovranità siriana”, la prova che “il governo turco è dalla parte del terrorismo”.
Dal canto suo, il presidente turco Erdogan spiega che “l’abbattimento dell’aereo russo è avvenuto nel pieno rispetto delle regole di ingaggio: la Turchia non sopporta la violazione di propri confini”.
Lo sconfinamento dello spazio aereo da parte dei caccia russi viene confermata anche dalla Nato: in seguito al Consiglio atlantico convocato dopo l’accaduto, il segretario generale Jens Stoltenberg dichiara che “gli accertamenti di diversi alleati hanno confermato” la versione della Turchia, e invita alla de-escalation.
Anche l’Ue, preoccupata, getta acqua sul fuoco e invita le parti alla calma.
Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, un membro della Nato ha abbattuto un aereo militare di Mosca: l’accaduto complicherà ulteriormente il quadro relativo alla già difficile questione siriana.