La Libia si salverà da sé stessa?


di Barbara Faccenda

Prima di parlare della situazione politica attuale, vale la pena di ricordare come si è arrivati fin qui. Dopo la rivoluzione del 2011, la caduta di Gheddafi e l’intervento NATO, gli Stati Uniti e l’Unione Europea, tra cui l’Italia, offrirono una varietà di programmi di assistenza alla sicurezza e assistenza economica per aiutare a ricostruire le forze professionali di sicurezza.Sfortunatamente solo pochi di questi programmi s’indirizzarono alle cause centrali del caos post – Gheddafi. Una delle decisioni che ebbe un impatto significativo fu quella per cui il nuovo governo eletto inseriva centinaia di membri delle milizie nel libro paga del settore pubblico piuttosto che trovare un modo per smobilitarli, dopo la rivoluzione, e reintegrarli nelle poslibia_immagine_lametasocialeizioni civili. Una volta che il precedente era stato creato, impossibile da invertire, le milizie contribuirono solo all’insicurezza libica. Così, in qualsiasi momento, una milizia estorceva qualcosa al governo. Un esempio famoso: la presa in ostaggio dell’intero parlamento fino a quando non approvò una legge che limitasse il ruolo degli ex membri del regime nei governi futuri. In altre parole il governo diventò ostaggio delle milizie. Le elezioni del 2012 diedero vita al nuovo apparato governativo il General National Congress (GNC). Importante tenere a mente che l’elezione fu tenuta a giugno e il GNC elegge il suo presidente i primi di agosto, il Ramadan era in agosto, quando si svolgeva pochissimo lavoro negli uffici. Alle difficoltà si aggiungeva l’inabilità da parte del governo libico di definire quale assistenza volessee di continuare le necessità burocratiche minori tipo la firma di documenti o i pagamenti per i progetti che il governo rivendicava di autofinanziarsi. Il governo libico cresce in fragilità dal 2013 alla metà del 2014, il clima politico si fa molto intenso. Quando si decide di svolgere altre elezioni nel giugno del 2014, inizia un periodo di violenza intensa delle milizie che costringono la comunità internazionale a lasciare Tripoli. Violenze che continuano con approssimativamente 1500 morti nel 2015 e la frammentazione di potere raggiunge un punto in cui non si capisce più chi detiene la reale autorità. Nascono de facto due parlamenti opposti a Tripoli il GNC e a Tobruk l’House of Reppresentative (HoR) vincitore delle elezioni del 2014. L’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno appoggiato, anche con bombardamenti il governo di Tobruk, mentre il Qatar e la Turchia hanno sempre sostenuto il governo conservatore di Tripoli.Il 17 dicembre 2015, in Marocco, dozzine di delegati delle due compagini governative rivali, così come municipalità locali e la società civile, firmano un accordo politico delle Nazioni Unite per formare un governo di unità nazionale.

Cosa accade in questi giorni

L’8 aprile 2016piazza dei martiri a Tripoli è stata protagonista di una manifestazione popolare contro l’istituzione del Consiglio di Stato senza il voto della House of Representative. Manifestazioni più piccole si sono svolte anche nella piazza principale, Kish, di Benghazi.Il Consiglio di Stato, organo previsto dall’art. 19 dell’accordo politico(accordo sostenuto dal Consiglio di Sicurezza con risoluzione n.2259), non è ancora ufficialmente esistente perché occorre che l’House of Rappresentative (HoR) incorpori l’accordo politico nel sistema giuridico libico con un emendamento alla dichiarazione costituzionale del 2011 che opera come costituzione ad interim. Inoltre, si è sollevato il criticismo di alcuni osservatori sul potere del Consiglio di Stato. Esso secondo il su citato articolo dell’accordo politico deve essere l’alta assemblea consultiva dello stato, sembra invece abbia iniziato ad agire come un’assemblea legislativa. Un altro aspetto fondamentale per la “rinascita” politica del paese è la Costituzione. 37 dei 56 membri della CostitutionDrafting Assembly (CDA) sono andati a Salalah, ospiti del governo dell’Oman per alcuni giorni di colloqui con UNSMIL (la missione Nazioni Unite in Libia). Lo scopo era quello di cercare una qualche sorta di accordo sul continuare la difficile gestazione della bozza di una nuova costituzione che poi sarà sottoposta a referendum. Il CDA ha iniziato i suoi lavori nel giugno del 2014. Tuttavia, Khaled BubakrWahli, uno dei due Tebu partecipanti (popolazione dell’Africa sahariana, dislocata con stanziamenti discontinui tra Niger, Libia, Ciad e Sudan, suddivisi in clan patrilineari, pastori transumanti, dediti in parte anche al commercio e all’agricoltura; professano la religione musulmana), hanno dichiarato che UNSMIL non né serio né tantomeno imparziale nel dialogo. Affermanodunque di rigettare totalmente le consultazioni a Salalah, aggiungendo che i Tebu avrebbero ancora una volta sospeso la loro appartenenza al CDA. Si è anche dibattuto sul sistema statale, rifiutando il federalismo, ma accettando la decentralizzazione garantendo alle regioni, province e municipalità più poteri, senza però raggiungere il voto dei 2/3 dei membri necessario per approvare le disposizioni del CDA.

Gli interessi dell’Italia

L’ Eni è presente in Libia dal 1959 con un livello di produzione attuale pari a 300mila barili di olio equivalente al giorno, molto di più di quello che la compagnia produceva prima della rivoluzione libica del 2011. Lo scorso autunno un auto bomba è esplosa di fronte alla sede della joint venture libica con l’ENI di cui se n’è assunto la responsabilità lo stato islamico. Molti sono andati via, ma l’ENI ha persistito, questo perché la Libia ha le quarte più larghe riserve naturali di gas in Africa. Ricordiamo in particolare che le attività dell’ENI in Libia sono concentrate prevalentemente nell’area occidentale nei giacimenti offshore BahrEssalam, che, attraverso la piattaforma di Sabratha, garantisce l’approvvigionamento di gas al centro di trattamento di Mellitah che lo convoglia poi al gasdotto Greenstream per l’esportazione verso l’Italia, i cui flussi sono rimasti regolari come ribadito più volte dai vertici del gruppo.

Nel corso di un incontro, lo scorso dicembre, a Roma, tra Claudio Descalzi, e il presidente della compagnia petrolifera di Stato libica National Oil Corporation, MustafaSanalla, si sono rinsaldati i rapporti tra le società;il gruppo italiano è il maggiore produttore straniero di idrocarburi in tutte le regioni della Libia.

La transizione politicalibica e la minaccia dell’ISIS non possono essere affrontati con un’unica strategia.

Se è vero che si dovrebbero apprendere le lezioni dalla storia, è altresì vero che si è sottostimata l’estensione in cui Gheddafi ha privato il paese di istituzioni funzionanti e creato un sistema complesso tra funzionari, ufficiali per cui nessuno voleva prendersi la responsabilità di approvare decisioni importanti. Abbiamo sentito che prevenire una catastrofe umanitaria e creare una democrazia avrebbe sconfitto l’estremismo e poi abbiamo visto cosa ne è scaturito, compresa un crescente abuso di diritti umani. Abbiamo visto che la precedente pressione dalla comunità internazionale per restare incollati ad una sequenza temporale spesso affrettata ha dato il via ad errori fatali in Libia, come le elezioni del 2014 dove non c’è stata una massiccia registrazione ed un accordo tra le fazioni per rispettare il risultato. Il voler credere che la forza militare produca stabilità si è dimostrato un pensiero del tutto errato. Vediamo, infine che, nel tentativo di semplificare ogni situazione a tutti i costi, si mette in un unico calderone la transizione politica e la minaccia dei gruppi estremisti ed in particolare dell’ISIS. La transizione politica, e ancora di più la riconciliazione sono processi lenti che hanno un unico protagonista: il popolo libico. La minaccia che emana dall’ISIS va tenuta distinta. Il gruppo beneficia della mancanza di una strategia della comunità internazionale. Inoltre, l’ISIS non deve rimanere popolare in Libia per dominare ed espandersi, tutto quello di cui ha bisogno è la perpetuazione dello status quo.Vista l’esigua distanza tra Roma e Tripoli, sarebbe una bella novità, se l’Italia fosse decisa ad assumere un ruolo da protagonista nella politica estera, in particolare in Libia. Pur dovendo, ovviamente rimanere in un quadro di legalità del diritto internazionale, è evidente che le linee guida di strategie efficaci ed effettive soprattutto a lungo termine, debbano essere costruite per tempo, evitando di pensare che si possa risolvere ogni cosa con il ricorso alla forza armata.


Fondi Ue, i risultati della task force per evitare ritardi


di Maria Rosaria Pugliese

Dirigente confederale Ugl, responsabile Fondi Strutturali

 

E’ di pochi giorni fa il report della Task force in merito alle cause che ritardano l’erogazione dei finanziamenti europei in otto Stati membri, Italia inclusa.

La Task force è stata istituita dalla Commissione Ue nel 2014 per comprendere  come otto Stati membri, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Italia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria, stessero tardando nell’erogazione di finanziamenti europei attraverso programmi e progetti. Obiettivo finale della Task force era  quello di  fornire a ciascun Paese un metodo personalizzato per migliorare l’attuazione dei fondi Ue nel periodo di programmazione 2007-2013.  Il lavoro è iniziato analizzando i programmi supportati dall’Ue, le priorità e i singoli progetti ed individuando gli interventi per accelerare l’esecuzione delle attività programmate, attività integrate nei piani d’azione degli Stati membri. Tale lavoro ha consentito di  adeguare il calendario di vari programmi e progetti, alcuni dei quali sono stati scaglionati in due periodi di programmazione, per poter essere attuati completamente durante il periodo 2014-2020 nonché di scambiare buone prassi, migliorando le procedure di follow-up e le modalità di assegnazione dei fondi. Il risultato dell’analisi è particolarmente interessante tenuto conto che sono state riscontrate  cause comuni negli otto Stati membri alla base dei ritardi nell’erogazione di finanziamenti europei quali  l’ avvio lento di alcuni programmi, la preparazione insufficiente per progetti infrastrutturali complessi,  cicli di progetto lunghi,  procedure amministrative nazionali eccessivamente lunghe, mancanza di capacità amministrativa a livello nazionale e del beneficiario, non ultimo errori nelle procedure di aggiudicazioni degli appalti pubblici. Per evitare ritardi in futuro la Task force invita le autorità degli Stati membri ad adottare quanto prima le misure necessarie per l’attuazione dei programmi, individuando modi efficaci per supportare i beneficiari dei progetti nel momento in cui iniziano ad utilizzare i fondi. Inoltre, la Commissione Ue dovrebbe consolidare le proprie capacità più frequentemente, utilizzando il processo TAIEX-REGIO PEER 2 PEER, concepito per scambiare esperienze tra gli organi che gestiscono i finanziamenti previsti dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e dal Fondo di coesione.

Per l’aggiudicazione più trasparente degli appalti, secondo la TFBI potrebbero essere attivati i Patti di integrità, che contribuiscono a ottenere processi di aggiudicazioni esenti da corruzione. La lezione punta sulle buone prassi  di ottimizzare tempistiche di progetti e pagamenti e di dare maggiori segnalazioni.  Ne è gia’ scaturito,  in sinergia con la Task Force, che  Slovacchia, Romania e Croazia non rischiano più di perdere finanziamenti dell’UE per un valore di 1,3 miliardi di EUR. Per il nostro Paese una cosa è certa: ad oggi, la partenza della programmazione 2014-2020 non appare entusiasmante, ne’ in ambito nazionale ne’ regionale, ne’ si riscontrano segnali di accelerazione a seguito di consigli così veri e mirati. Bisognerà attendere i primi monitoraggi che on ogni caso non tardano a venire.

 


La radicalizzazione


di Barbara Faccenda

 

Diceva Francis Quarles: “Lasciamo che la paura del pericolo sia uno stimolo a prevenirlo; colui che non ha paura, fornisce un vantaggio al pericolo”.

Sistema carcerario italiano e reati di terrorismo internazionale

In Italia i detenuti che devono rispondere di reati di terrorismo internazionale vengono inseriti nel circuito penitenziario Alta Sicurezza 2, che prevede sia la rigorosa separazione dal resto degli individui detenuti che il distacco dagli altri detenuti che appartengono allo stesso circuito che però sono reclusi per reati di eversione interna. Quando si parla di detenuti incriminati per terrorismo internazionale, che appartengono magari al movimento jihadista globale, ci si pone la domanda dove e come contenerli all’interno del circuito carcerario. S’intravedono solo due opzioni: quella di concentrarli in un istituto di pena oppure disperderli nel sistema carcerario con svantaggi e vantaggi. Concentrarli permette di tenere i detenuti estremisti in un solo luogo, o almeno in un piccolo numero di case circondariali. In questo modo le risorse specializzate possono essere collocate in pochi luoghi. Tuttavia ci sono delle difficoltà. Questo tipo di detenuti potrebbero organizzarsi e porre problemi di sicurezza senza precedenti. Coloro che fanno parte di gruppi del jihad violento sono abituati ad essere organizzati, fondamentalmente, in piccole cellule e gruppi, in un ambiente carcerario potrebbero invece voler fare un “salto di qualità” e consolidare una più solida forma organizzativa.  Al contrario, disperdere i detenuti estremisti previene la formazione di strutture e legami organizzativi forti in un dato istituto di pena e riduce le opportunità per le figure di leader di mantenere una stretta disciplina e controllo sui detenuti. Tuttavia, la dispersione può fornire ai detenuti jihadisti violenti l’accesso ad una nuova fonte di potenziali reclute.

Non va sottovalutata la possibilità che, nei circuiti comuni, vi possano essere individui che, arrestati per reati minori, portino avanti idee radicalizzate e possano influenzare a loro vantaggio altri detenuti. La religione e la conversione religiosa, da sempre fattore importante nell’ambiente carcerario, ha molto da offrire ad alcuni detenuti a livello spirituale, psicologico e alle volte anche fisico e materiale. Giacché la formazione di un gruppo è la caratteristica dell’esperienza in carcere, ad un livello più pratico, l’affiliazione religiosa può fornire un beneficio materiale al detenuto, come lettere, visitatori e altri mezzi di riconnessione con il mondo esterno. Verosimile è la circostanza che detenuti in circuiti comuni, con idee radicalizzate, possano offrire ad altri detenuti la possibilità di una conversione religiosa basandosi, oltre che sulla loro vulnerabilità, proprio sulla circostanza di poter far parte di un gruppo ed ottenere anche un sostegno materiale/fisico. Il Protocollo d’intesa siglato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria con l’Unione delle Comunità ed Organizzazioni islamiche in Italia (UCOII), il 5 novembre 2015, favorisce l’accesso di mediatori culturali e di ministri di culto negli istituti penitenziari.Va detto altresì che l’unirsi a gruppi religiosi e impadronirsi di una identità religiosa non è necessariamente un indicatore dell’attività di radicalizzazione o dell’inclinazione a ciò.

Monitoraggio

L’ufficio ispettivo del DAP effettua un’attività di monitoraggio. I dati relativi alle relazioni comportamentali dei detenuti che guidano la preghiera e l’analisidelle attività quotidiane, già in possesso delle Direzioni degli Istituti, come i flussi di corrispondenza, i colloqui, le telefonate, il flusso di denaro, vengono analizzati e le risultanze dell’attività di monitoraggio esaminate congiuntamente in sede di Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (CASA), di cui fanno parte il DAP, la Polizia di Stato, l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza e le agenzie per la sicurezza interna ed esterna. Nel corso delle riunioni tecniche di questo Comitato, si realizzanoliste dei soggetti di interesse e si valutano interventi da intraprendere.

Che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria prenda parte al progetto europeo RAN: RadicalisationAwarness Network, una rete di professionistie di agenti di polizia e di polizia penitenziaria, di tutta Europa, in prima linea e che lavorano quotidianamente con chi è già radicalizzato o che è vulnerabile alla radicalizzazione, è certo un’occasione per condividere esperienze, ma è necessario che l’Italia punti prima di tutto su:attività di prevenzione efficace e contro – narrativa nel circuito carcerario. Questi due elementi, a nostro avviso, fondamentali per ostacolare il processo di radicalizzazione nei detenuti nel sistema carcerario italiano, passano necessariamente per due condizioni sine qua non:

  1. la formazione del personale della polizia penitenziaria e risorse sufficienti in tutti gli istituti di pena;
  2. impedire il sovraffollamento delle carceri. Questo del sovraffollamento è un fattore di rischio per la radicalizzazione; il personale penitenziario deve essere numericamente adeguato.

L’offerta di un intervento moderato, attraverso la formazione di imam nel carcere. Complessivamente sono solo 9 gli imam che hanno accesso al circuito carcerario italiano a fronte di 195 Istituti di Pena sul territorio nazionale.

Il Ministro dell’Interno Alfano dal Consiglio straordinarioInterni e Giustizia dell’Unione Europea, convocato dopo gli attentati di Bruxelles, (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-03-24/terrorismo-alfano-annuncia-piano-nazionale-anti-radicalizzazione–170129.shtml?uuid=AC8b3HuC) asserisce che il nostro paese deve, dal punto di vista culturale, cioè nel legame che la cultura ha con la sicurezza, varare un piano nazionale anti- radicalizzazione. Benissimo! Avviciniamo le belle e pompose parole del Ministro dell’Interno ai problemi della polizia penitenziaria, alla carenza di personale e mezzi inadeguati, ai problemi gestionali che discendono proprio dalla carenza di personale: carenza di mezzi e risorse economiche dunque. Non è difficile capire che la scarsità di donne e uomini della polizia penitenziaria comporta un abbassamento dei livelli di sicurezza e fa paura se dovessimo per un momento pensare che quelle risorse mancano proprio negli istituti di pena del circuito Alta Sicurezza 2. I corsi di aggiornamento sul terrorismo internazionale devono essere adeguati, offrire al personale della polizia penitenziaria, come a tutti gli operatori che interagiscono con i detenuti, degli insegnamenti sulla nuova minaccia del movimento jihadista, su temi come etnia, cultura, multiculturalità, sul diritto internazionale, insomma corsi tenuti da professionisti dei settori su indicati che siano in grado di formare specialisti.

Infine sottolineiamo che è necessario impedire il proselitismo avviando un processo di contro – narrativa e allo stesso tempo di cambiamento che induca ad abbandonare idee e metodi violenti e riducendo quelle condizioni di vulnerabilità che rappresentano terreno fertile per la radicalizzazione. Questo obiettivo, tuttavia, non può essere affidato esclusivamente ad un ristretto numero di autorità e operatori ma richiede il coinvolgimento di un numero di attori più esteso possibile per la migliore comprensione dei comportamenti e delle strategie di contrasto al fenomeno. Soprattutto richiede risorse umane e materiali più che sufficienti. La cultura si fa a parole, la prevenzione a fatti!

 

 

 


L’industria della maternità surrogata


“L’industria della maternità surrogata: nuove forme di schiavitù”. Questo il titolo del convegno organizzato dal Dipartimento Diritti Umani e Libertà Civili e dal Dipartimento Scuola e Università di Forza Italia guidati rispettivamente dall’On. Mara Carfagna e dall’On. Elena Centemero che si è svolto nella Sala Aldo Moro della Camera dei Deputati. E’ intervenuto portando i suoi saluti l’On. Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ed era presente l’On. Renata Polverini, vice presidente della Commissione Lavoro e responsabile del Dipartimento nazionale politiche del lavoro e sindacali di Forza Italia.
“Davanti a noi abbiamo una battaglia, quella contro la maternità surrogata, che va combattuta a livello trasversale – ha detto durante il suo intervento l’On. Mara Carfagna, portavoce del Gruppo Forza Italia alla Camera -, abbiamo il dovere di chiamare a raccolta esperienze, tradizioni, identità, appartenenze politiche diverse per lottare contro quella che è una vera e propria forma di schiavitù”. foto
“L’Italia deve essere in prima linea a livello mondiale su questo fronte, Forza Italia lo è, ma non basta, serve che il Governo assuma su di sé questa responsabilità, facendo diventare prioritaria la lotta per i diritti femminili e per la messa al bando universale dell’utero in affitto. La maternità surrogata lede profondamente i diritti umani di donne bambini e non tiene conto del fatto che la donna che presta il proprio utero e che per contratto non sarà la madre del bambino che porta in grembo, non è un mero incubatore e non sarà ininfluente perché tra gestante e nascituro c’è, ed è scientificamente provato, uno scambio continuo di materiale biologico che influisce sullo sviluppo del bambino, creando un legame intimo e vitale strettissimo”.
Durante il convegno, moderato da Monica Ricci Sargentini, giornalista del Corriere della Sera, sono stati numerosi gli interventi a partire da quello dell’On. Elena Centemero, presidente della Commissione Equality and Non Discrimination del Consiglio d’Europa, che ha ricordato gli sforzi che si stanno portando avanti in Europa dove da una parte si sta cercando di combattere una pratica “aberrante”, come la maternità surrogata, e dall’altra di difendere i diritti delle donne. Per la Centemero, inoltre, è necessario che su questo argomento “ci sia una maggiore e corretta informazione nelle scuole”.
Secondo Maria Grazia Colombo, vicepresidente nazionale Forum Associazioni Familiari, “bisogna affrontare questo tema tenendo ben presente un punto di vista fondamentale, quello del bambino che ha il diritto di conoscere “le proprie radici, perché la vera essenza di una persona è legata al suo percorso. Il rischio futuro è quello di una generazione senza identità”. Emanuela Giacobbe, professore ordinario di diritto privato, Università Lumsa Roma, ricordando alcuni articoli principali della Carta Europea dei diritti fondamentali e della Costituzione italiana, ha spiegato come “utilizzare il proprio corpo come mezzo per la felicità altrui o corpi altrui come mezzo per la propria felicità significa negare i principi di civiltà che avevamo conquistato”. Secondo l’On. Fabrizia Giuliani, deputato Pd, membro commissione Giustizia alla Camera dei Deputati, su questioni del genere dove c’è stato “un vuoto legislativo” serve dialogo. La lotta alla maternità surrogata deve essere “una battaglia trasversale” perché stiamo parlando di un vero e proprio “sfruttamento del potere procreativo”. Benedetta Liberali, assegnista di ricerca in Diritto costituzionale, Università degli Studi di Milano – Professore a contratto di Istituzioni di Diritto pubblico, Università degli Studi di Verona, Avvocato del Foro di Milano, affrontando il tema dal punto di vista giuridico, ha spiegato che bisogna sempre tener conto della “dignità del nascituro e della madre, così come del diritto del bambino di conoscere le proprie origini e della donna a salvaguardare la propria salute”.


La radicalizzazione nel sistema carcerario


di Barbara Faccenda

La radicalizzazione dei detenuti non è né nuova né unica. Un certo numero di organizzazioni estremiste, soprattutto del jihad violento, ha dimostrato come il sistema carcerario sia usato come fonte di nuove reclute e come base di potere. Le aperture cognitive a nuove, radicali idee, non sono uniche nei detenuti musulmani contemporanei e neanche dell’ambiente carcerario.

La carcerazione può aumentare l’influenzabilità di un detenuto ad adottare nuove idee e radicalizzare le sue convinzioni in un processo definito come “apertura cognitiva”. Sono impressionanti le analogie tra quelle che sono ritenute le esperienze psicologiche che rendono i giovani musulmani influenzabili alla radicalizzazione e l’impatto psicologico della carcerazione sugli individui in generale. Queste esperienze includono: soffrire di crisi di personalità che mettono in discussione o anche distruggono la concezione di sé, l’esperienza di intensi sentimenti di rifiuto dalla società di nascita o di adozione e il cercare di competere adottando una nuova immagine di sé o una nuova personalità, che potrebbe essere raggiunta scegliendo una nuova struttura di credenze (religiose o altre) ed essere assimilati al nuovo, inclusivo e spesso protettivo gruppo identità. In questo tipo di ambiente, si può cadere sotto l’influenza di criminali navigati ed emergere come individui più criminali. L’apparente tendenza di alcuni detenuti a convertirsi o ritornare a credenze religiose sottolinea l’importanza di prevenire gli estremisti dal diffondere la loro ideologia attraverso le pratiche religiose o in luoghi di preghiera negli istituti di pena.

La parola “radicalizzazione” non è confinata solo ad un tipo di motivazione ideologica né è un fenomeno recente. La maggior parte delle definizioni in circolazione al giorno d’oggi descrivono la radicalizzazione come il processo (o i processi) per cui individui o gruppi approvano e (sostanzialmente) partecipano all’uso della violenza per obiettivi politici. In due revisioni molto dettagliate della ricerca sulla radicalizzazione pubblicate sul Journal of Strategic Security, Randy Borum ha sintetizzato il fulcro della radicalizzazione come il “processo di sviluppo di ideologie e convinzioni estremiste – fase preliminare al terrorismo”.

Cerchiamo di fissare dei punti importanti. La radicalizzazione nel sistema carcerario:

  1. si dice spesso che gli istituti di penasono diventati terreni fertili per la radicalizzazione. Non dovrebbe essere una sorpresa: sono i luoghi della vulnerabilità, che producono i così detti “cercatori di identità”, “cercatori di protezione” e “ribelli” in grandi numeri rispetto ad altri ambienti. Essi forniscono delle condizioni quasi perfette in cui idee incastrate religiosamente nell’ideologia possono fiorire.
  2. Il sovraffollamento e la mancanza di organico amplificano le condizioni che possono condurre alla radicalizzazione. Case circondariali tenute male possono creare uno spazio ideologico e psicologico in cui i reclutatori di estremisti possono operare liberamente e monopolizzare il discorso sulla religione e sulla politica.
  3. La conversione religiosa non è la stessa cosa della radicalizzazione. Delle buone politiche di contro – radicalizzazione, che siano all’interno o all’esterno del penitenziario – non mancano mai di distinguere tra la legittima espressione di fede e le ideologie estremiste. I servizi del sistema carcerario devono investire nella formazione della polizia penitenziaria, e considerare la condivisione di risorse specializzate, ad esempio dei traduttori.
  4. Nel caso della radicalizzazione islamista militante, gli iman in carcere hanno un importante ruolo, ma non sono la panacea a tutti i mali. La loro indipendenza e credibilità deve essere protetta. Non è né ragionevole, né realistico aspettarsi che siano dei consulenti spirituali, o esperti di terrorismo internazionale tutto allo stesso tempo.

Il jihad violento e il sistema carcerario. Gli jihadisti violenti sono consapevoli che potrebbe aspettarli la prigione se non si materializza il martirio. Di conseguenza non è una sorpresa se carceri e detenuti sono un soggetto frequente nella variegata letteratura islamista. Le istituzioni del jihad scandiscono le ragioni perché gli jihadisti violenti sono incarcerati. Osama bin Laden comparava favorevolmente gli scolari sauditi in carcere con la detenzione di IbnTaymiyaa per le sue idee. Quest’ultimo, uno scrittore vissuto tra il XII e XIV secolo è stato una chiave di influenza storica sull’ideologia contemporanea del jihadismo e fu ripetutamente detenuto dalle autorità al Cairo e a Damasco per le sue idee radicali. Sayid Qutb, il moderno ideologo guida di una vasta gamma di gruppi islamisti e di gruppi jihadisti, compreso lo stato islamico, produsse il suo più influente lavoro mentre era in prigione in Egitto. Durante la sua prigionia ha scritto testi islamisti che sono pietre miliari: “milestone” e“in the shade ofthe Qu’ran” furono contrabbandati all’esterno della sua cella. Abu Muhammad al-Maqdisi (vero nome EssamBarqawi) è stato descritto come il più importante ideologo jihadista ancora in vita. È stato mentore del defunto militante giordano Abu Musab al – Zarqawi (a capo di Al Qaeda in Iraq). Entrambi furono arrestati in Giordania nel 1993 con l’accusa di organizzare una cellula armata segreta rilasciati entrambi a seguito di un’amnistia generale nel 1999. Durante la loro detenzione, entrambi, hanno continuato a fare proseliti e a cercare nuove reclute sia dentro che fuori il carcere; esercitando, inter alia, attività come la distribuzione e la produzione di letteratura ideologica per i detenuti,allontanandoli dalla moschea ufficiale del carcere per concentrarli in “alternative” preghiere del venerdì.  Quando al – Zarqawi diventa il capo del gruppo al –Taweed, al – Maqdisi prende il ruolo di mentore spirituale del gruppo.

Nel tardo 2004, inizio 2005un’operazione militare in Iraq, a guida americana, cattura estremisti di alto livello ed un uomo che si registra a Camp Bucca come Ibrahim Awad Ibrahim al Badri. Ci sono rapporti conflittuali sulla detenzione di quest’uomo. Jeremy Suri professore all’Università del Texas e Andrew Thompson che ha prestato servizio in un centro di detenzione americano in Iraq, argomentano che la struttura di Camp Bucca ha facilitato un’ulteriore radicalizzazione tra i detenuti. Dopo che Ibrahim esce di prigione si unisce ai ranghi dell’Islamic State in Iraq e, quando nell’aprile del 2010 attacchi aerei uccidono il successore di Al – Zarwaqi, spazzando via tutta la leadership di ISI, nel maggio 2010 quell’uomo diventa il leader del gruppo con il nome de guere: Abu Bakr al – Baghdadi. Nel luglio 2012, dopo aver sostanzialmente ricostruito l’organizzazione, annuncia pubblicamente la campagna: “breaking down the wall” in cui promette di liberare le prigioni irachene. Infatti attacca 8 prigioni e libera centinaia di detenuti che susseguentemente si uniscono all’organizzazione.

Capire la sfida dei detenuti estremisti e radicalizzati

Nel caso di jihadisti violenti, come evidenziato, il carcere è stato formativo del pensiero di importanti ideologi del movimento. Tuttavia ci sono esempi limitati della pianificazione, all’interno del carcere, di attacchi, sebbene si supponga che la cellula “martiri del Marocco” che voleva attaccare il tribunale nazionale a Madrid, fu creata nelle prigioni spagnole.La novità dello stato islamico, nel movimento jihadista globale, sta anche nella capacità di erogare denaro ai suoi militanti e nel presentare un modello di vita percepito come maggiormente egalitario rispetto alle società di nascita o di adozione degli individui che scelgono di unirsi ai suoi ranghi. La sfida è anche quella di prevenire che criminali detenuti possano scegliere di unirsi allo stato islamico attratti dal denaro, ed una volta usciti dal carcere diventare veri e propri militanti dell’ISIS.


Terrore a Bruxelles


C.P.

Bruxelles, ore 8 del mattino: due esplosioni devastano l’aeroporto di Zaventem. Un’ora dopo un’altra bomba esplode in centro, alla fermata di Metro Maelbeek, vicino alle istituzioni europee. Sono 34 le vittime e oltre 130 i feriti, un bilancio che rischia di continuare a salire.
Una mattinata convulsa, tra incredulità e paura, quando la matrice terroristica è ancora un sospetto. Intorno alle 13, però, arriva l’ufficialità: lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco.
Livello di sicurezza elevato al livello 4 in tutto Belgio, il massimo previsto. Uno scenario quasi surreale: città blindata, esercito in strada, traffico completamente paralizzato per permettere il passaggio delle ambulanze.
E’ stato predisposto un piano di emergenza per deviare i voli su Charleroi, sono stati interrotti i collegamenti ferroviari da e per l’aeroporto.
Le esplosioni a Zaventem sono avvenute nella hall delle partenze, al terminal A, accanto al banco della American Airlines e della Brussels Airlines. La polizia ha evacuato lo scalo, interrotto i voli e i collegamenti ferroviari.  La rete pubblica belga Vrt lo ha definito “un attacco suicida” nel quale avrebbe agito almeno un kamikaze. Fonti governative parlano di un attentato. Sotto attacco anche il centro della città e l’area dove si trovano gli uffici dell’Unione europea. Solo un’ora dopo si vede del fumo uscire dalla stazione di metro di Maellbek, nel cuore del quartiere amministrativo di Schumann, a poche centinaia di metri dalla sede dell’Unione europea.
Si tratta di attentati, “ciechi, violenti e vigliacchi”, ha detto il premier belga Charles Michel sottolineando che il Paese è dinanzi a “un momento nero” e ha fatto “appello a tutti a dimostrare calma e solidarietà”. “Dobbiamo rimanere uniti”, ha aggiunto. “Siamo determinati – ha detto – a fronteggiare la situazione”.
“Con gli attacchi di Bruxelles – ha detto il presidente francese, Francois Hollande –  è stata colpita tutta l’Europa”. “I ripugnanti attentati di Bruxelles ci spingono a restare uniti: solidarietà con le vittime e fermezza contro i terroristi”: è stato il messaggio del portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, pubblicato su Twitter. “Sono scioccato e preoccupato per gli eventi di Bruxelles. Faremo tutto ciò che possiamo per aiutare”, ha affermato il premier britannico David Cameron in un tweet.
Massimo il livello di allerta nel cuore dell’Europa con le misure di sicurezza rafforzate negli aeroporti delle principali capitali del mondo, incluso quello di Fiumicino. Il governo britannico ha rafforzato la presenza della polizia nel Paese, ha annunciato Mark Rowley, il capo dell’anti-terrorismo di Scotland Yard. In particolare saranno presidiati con più agenti gli obiettivi sensibili a Londra, come metropolitana ed aeroporti.  Stato di massimo allerta anche a Parigi non solo negli aeroporti della capitale francese, ma anche nelle tante stazioni ferroviarie e delle metro sono state rafforzate le misure di sicurezza. Schierati in forza militari, oltre agli agenti di polizia e della Gendarmerie.
Sale il livello d’allerta anche a Roma. La questura ha disposto il rafforzamento dei controlli su tutti gli obiettivi sensibili come metropolitane, stazioni ferroviarie, ambasciate a partire da quelle del Belgio presso la Repubblica Italiana e la Santa Sede.  “Con il cuore e con la mente a Bruxelles, Europa” ha scritto questa mattina su twitter il premier Matteo Renzi, che nel pomeriggio presiederà il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica convocato dal ministro dell’interno Angelino Alfano per valutare “ulteriori misure di contrasto e prevenzione alla minaccia terroristica”. Alfano, in stretto contatto con i vertici delle forze di polizia e dei servizi di intelligence, ha espresso il cordoglio per l’attentato: “il mio pensiero va ai familiari delle vittime e alle persone coinvolte in questo efferato attacco terroristico che ha colpito il cuore dell’Europa”.
Vicinanza è stata espressa dal segretario generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone: “Tutta l’Ugl si stringe intorno ai familiari delle vittime degli attentati di Bruxelles e ai suoi cittadini, fra i quali tanti nostri connazionali, che stanno vivendo ore di angoscia. Gli attacchi alla capitale del Belgio sono un attacco al cuore dell’Europa politica ed economica, siamo tutti coinvolti”. Secondo Capone, “oggi più che mai l’Europa deve dimostrare di essere salda e coesa, perché il clima di odio e di terrore può essere superato solo unendo le forze e potenziando diplomazia e intelligence; bisogna promuovere un fronte collettivo contro una minaccia comune, anche con il sostegno di associazioni e organismi politici, economici, sociali, ciascuno dei quali può dare il suo contributo alla lotta contro il terrorismo”.
“A Bruxelles un attacco al cuore dell’Europa – ha detto la deputata di Forza Italia, Renata Polverini – che colpisce la nostra democrazia ed e’ diretto contro tutti noi. Serve una risposta rigida e coerente da parte di tutti i Paesi per rispondere a chi vuole distruggere l’Europa e quello che rappresenta. Esprimo il mio profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e vicinanza ai feriti e a chi ha vissuto questo momento terribile”. Il Pd, con il capogruppo Ettore Rosato, ha sottolineato: “All’attacco al cuore dell’Europa contro tutti noi – ha detto – l’Italia deve dare una risposta unitaria, ferma e coesa forte delle Istituzioni Ue che devono mostrasti forti, unite e coordinate. In Italia serve un senso di coesione”. La Lega ha chiesto la convocazione del premier Renzi in aula.