Covid-19, in Spagna 932 vittime in 24 ore


Superata, almeno per il momento, l’Italia per numero di contagi

Il coronavirus non dà tregua alla Spagna, dove nelle ultime 24 ore si sono registrate 932 nuove vittime, confermandosi uno dei paesi più colpiti in Europa e nel mondo. I casi complessivi di contagio – riferisce El Pais – salgono a 117.710, 7.472 in un giorno, superando, almeno all’ultimo aggiornamento (escludendo quindi la giornata di oggi), l’Italia (115.242).


Doppia faccia


Cig Ue e Mes, le (almeno) due facce di Ursula Von der Leyen. Prima «siamo tutti italiani», poi «capisco la Germania» e poi di nuovo all’Italia «vi chiedo scusa, siamo con voi». Ma il nodo Fondo “salva Stati” resta

A seconda delle convenienze, un po’ Regina Grimilde, quella cattiva di Biancaneve, e un po’ Fata Turchina: così appare, osservandola dall’Italia, la versione femminile del (neo) presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, cioè di quella carica che può anche cambiare forma ma non sostanza. Prima ci ha accarezzato idealmente, ma tardivamente, su una guancia parlando in italiano e affermando dolcemente, per quello che le è possibile: «Non siete soli, in Europa siamo tutti italiani, vi sosterremo». Passato qualche giorno, entrando a gamba tesa in un dibattito nel quale non era coinvolta – la proposta sugli eurobond spettava all’Eurogruppo – si trasforma in Regina Grimilde e in un’intervista all’agenzia di stampa tedesca Dpa dichiara: «Non li faremo. Non stiamo lavorando a questo», «il termine corona bond è attualmente uno slogan. Dietro ad essa c’è la questione più grande delle garanzie e le riserve in Germania, ma anche in altri Paesi, sono giustificate». Condannando così l’Italia e tutti i Paesi in maggiore difficoltà, dovute alle conseguenze del lock down mirato ad arginare e debellare la pandemia Coronavirus, a ricorrere al Mes ovvero ad un meccanismo finanziario che a fronte di un ingente prestito per ragioni di emergenza pretende garanzie o condizionalità tali da “strozzare” quello stesso Paese, da privarlo di sovranità, costringendolo a varare riforme “lacrime e sangue”. La discutibile posizione, nel metodo e nel merito, di von der Leyen, Germania e Olanda ha suscitato sdegno e non solo in Italia. Allora, ecco von der Leyen trasformarsi di nuovo in Fata Turchina e dichiarare oggi altre frasi compassionevoli, forse un po’ troppo enfatiche, dalle colonne del quotidiano La Repubblica: «Siamo testimoni dell’inimmaginabile…l’Italia è diventata anche la più grande fonte di ispirazione per noi tutti. Migliaia di italiani hanno risposto alla chiamata del governo e sono accorsi ad aiutare le regioni più colpite», «vi chiedo scusa, siamo con voi». L’offerta di pace con solidale sigillo è la cassa integrazione europea, “Sure” (Sicuro), un fondo che ha in dotazione ben 100 miliardi di euro. Pari e patta? No, perché il progetto del Mes non è ancora tramontato e la pandemia non è stata ancora sconfitta. Sempre oggi il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, che dovrebbe stare nel fronte degli otto Paesi, Italia compresa, contrari al Mes, ha dichiarato: «Dobbiamo attivare il Mes in modo ‘light’, senza condizionalità eccessive». Addirittura per il commissario Ue all’economia, Paolo Gentiloni, «se le condizionalità che vennero adottare in precedenza fossero eliminate, il Mes sarebbe uno strumento che ha un patrimonio importante e che potrebbe essere considerato in una luce diversa». Scuse accettate, ma stiamo in campana.


Coronavirus, Regno Unito: sei mesi per tornare alla normalità


Negli Usa atteso il picco in due settimane

Sei mesi. È un arco temporale piuttosto ampio, ma è quanto potrebbe servire al Regno Unito, secondo la vice del consigliere sanitario del premier britannico Boris Johnson, Jenny Harries, per tornare alla normalità passata l’emergenza del coronavirus. Un po’ ovunque si sta cominciando a fare i conti con la ripresa graduale delle attività, ma è difficile stabilire una tempistica precisa. Del resto l’emergenza è tutt’altro che passata, anzi in alcuni casi si osserva ancora una fase acuta. In questi giorni il governo di Londra invierà alle famiglie britanniche una lettera contenente un messaggio di Johnson: «È importante per me essere esplicito: sappiamo che le cose peggioreranno prima di migliorare. Ma ci stiamo preparando nel modo giusto, e più seguiremo tutti le regole, meno vite andranno perdute e prima la vita potrà tornare alla normalità. Per questo, nel momento dell’emergenza nazionale, vi rivolgo questo invito: “Restate a casa”». Resta critica la situazione anche negli Stati Uniti. Le misure di distanziamento sociale – attendendo il picco in due settimane – resteranno in vigore fino alla fine del mese, ha annunciato il presidente Donald Trump. Secondo il capo dell’Istituto per le malattie infettive, Anthony Fauci, le vittime negli Usa potrebbero arrivare fino a 200 mila, con milioni di contagiati. L’ultimo bollettino della Johns Hopkins University afferma che i decessi nel mondo provocati dal coronavirus hanno superato quota 34 mila. In India il primo ministro Nerendra Modi ha chiesto ai cittadini di perdonarlo per il lockdown imposto nel paese.


Regno Unito, Boris Johnson positivo al coronavirus


Il premier britannico presenta «sintomi lievi»

Il premier britannico, Boris Johnson, 55 anni, è risultato positivo al coronavirus e al momento presenta «sintomi lievi», sviluppati nelle ultime 24 ore, motivo che lo ha spinto a sottoporsi al test. Johnson, in un messaggio video diffuso su Twitter, ha inoltre informato di essere in isolamento e che sta continuando a lavorare da casa, restando «al timone della lotta contro il coronavirus».


Coronavirus, crescono le preoccupazioni nel Regno Unito


Oltre 450 mila i casi nel mondo, Spagna in difficoltà

La situazione più grave resta quella spagnola. In Spagna, infatti, i casi di coronavirus sono ancora in crescita e oggi risultano essere quasi diecimila in più di ieri: dai 47.610 registrati ieri si è passati a 56.188. Ad aumentare, poi sono anche le vittime, da 3.434 a 4.089. Ma ora si teme il peggio anche nel Regno Unito, con gli ospedali che già sono alle prese con «un’esplosione» – per dirla con le parole di Chris Hopson, numero uno di Nhs Providers, associazione che rappresenta i manager del sistema sanitario britannico, intervistato dalla Bbc – di casi gravi che potrebbe presto trasformarsi in uno «tsunami». E i timori di una situazione sempre più fuori controllo cominciano a emergere pure in Russia, che intanto ha deciso lo stop dei voli internazionali per contenere la diffusione del virus. Non solo. Tutti i negozi a Mosca, tranne gli alimentari e le farmacie, dovranno chiudere tra il 28 di marzo e il 5 aprile, come annunciato dal sindaco della capitale Serghei Sobyanin. La misura riguarderà anche bar e ristoranti (ma non le consegne a domicilio). Fuori dall’Europa, l’Iran rimane uno dei paesi più colpiti. Secondo quanto riferito dal ministero della Salute di Teheran, altre 157 persone sono decedute nelle ultime 24 ore: il totale ora si attesta a 2.234 vittime. I casi aumentano invece a 29.046, con 2.389 nuovi contagi accertati. Nel mondo sono oltre 450 mila i casi ufficialmente accertati di coronavirus, come riferisce il bollettino aggiornato della Johns Hopkins University.


Eurobond vs Mes, Sud vs Nord


L’Unione rischia di deflagrare. Toccanti le parole di Ursula von der Leyen ma non bastano

Non si può dire che la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non sappia usare le parole: «Una volta passata la pandemia di Covid-19, gli europei si ricorderanno di chi c’è stato per loro e di chi non c’è stato. Si ricorderanno di chi ha agito e di quelli che non lo hanno fatto. Si ricorderanno delle decisioni che prenderemo oggi. E di quelle che non prenderemo». Questo il monito che precede uno degli eventi più cruciali della giornata di oggi: i capi di Stato e di governo dell’Ue si riuniscono in videoconferenza per cercare un accordo su ulteriori misure rivolte a combattere una crisi senza precedenti, generata dal coronavirus e dal relativo blocco, o rallentamento, delle attività produttive. Von de Leyen ha invocato l’unità dei leader Ue e pronunciato parole come «amore» e «compassione», ma francamente poco credibili perché il punto sul quale i leader europei si dividono è noto. Tra il fronte, ufficializzato ieri dal nostro presidente del Consiglio durante il suo intervento alla Camera, composto da Italia, Belgio, Francia, Spagna, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Slovenia, che ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, sollecitando la creazione di uno «strumento di debito comune emesso da un’istituzione dell’Ue». Ovvero il Coronabond o, come ha preferito chiamarlo oggi Conte intervenendo al Senato, «European Recovery Bond». Dall’altra, i Paesi del Nord, con Olanda e Germania in testa, che non se la sentono proprio di accollarsi i debiti dei Paesi del Sud in caso di loro futura insolvenza, nonostante la (timida) apertura allo strumento da parte della presidente della Bce, Christine Lagard. Sul piatto le possibilità di discussione per i “nordici” ruoterebbero solo intorno alle condizioni (Eccl) per accedere al Mes, due le soluzioni, una più intransigente e una, illustrata anche dal presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, dal commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni e dal direttore del Mes Klaus Regling. Le linee di credito, circa il 2% del Pil del Paese richiedente (36 mld per l’Italia), sarebbero a disposizione di tutti gli Stati, la scelta di richiederle e attivarle spetta a ciascun Paese con il conseguente rischio di finire nel discredito sui mercati. Secondo Centeno le condizionalità non sono esose nel breve termine, perché giustificate dalla necessità di rispondere all’epidemia di Covid-19. Ma se nel lungo termine gli Stati membri dovessero «concentrarsi sull’assicurare un percorso sostenibile» di finanza pubblica, allora ecco riapparire lo spettro della Grecia e della mortale cura dimagrante a cui è stata sottoposta dalla troika. Insomma, più che incandescente il materiale che i leader Ue si troveranno a maneggiare oggi sembra essere radioattivo, nel senso che davvero l’Ue, Unione già molto fragile come si comprende dalla inconciliabilità delle posizioni sul tavolo, rischia di deflagrare.