Juan Carlos ha già lasciato la Spagna


Ieri l’annuncio in una lettera al figlio Felipe VI

L’ex re di Spagna, Juan Carlos, ha già abbandonato il paese, destinazione Santo Domingo, secondo quanto riferito da diversi organi di informazione spagnoli. Nelle scorse ore era stato lo stesso Juan Carlos ad annunciare la decisione, comunicandolo in una lettera a suo figlio, il re Felipe VI poi diffusa dalla casa reale. Tale scelta segue le polemiche e le pressioni politiche per una serie di indagini in cui è coinvolto l’ex sovrano spagnolo, in particolare per presunta evasione fiscale, corruzione e riciclaggio in patria e in Svizzera. «Di fronte alla ripercussione pubblica che stanno generando certi fatti del passato della mia vita privata – ha scritto Juan Carlos rivolgendosi al figlio –, desidero manifestarti la mia più assoluta disponibilità per contribuire a facilitare l’esercizio delle tue funzioni, nella tranquillità e nella quiete che richiede la tua alta responsabilità. Il mio retaggio e la mia propria dignità come persona me lo impongono». Le notizie che trapelavano sulle indagini avevano spinto Felipe VI a rinunciare all’eredità di suo padre e a privare quest’ultimo del suo vitalizio annuale. Quanto sta avvenendo in queste ore in Spagna sta inoltre riaccendendo il dibattito sulla monarchia nel paese, mentre il leader di Unidas Podemos, Pablo Iglesias, ha affermato su Twitter che «la fuga di Juan Carlos è un gesto indegno da parte di un capo di Stato».


Germania, crolla il PIL nel II trimestre: -10,1%


Sale anche la disoccupazione: +0,1%

Nel secondo trimestre il PIL della Germania è crollato del 10,1%, facendo peggio delle attese che indicavano un -9% trimestrale e un -10,9% tendenziale. Come ricorda l’ufficio federale di statistica si tratta del peggior calo dall’inizio delle misurazioni relative alla crescita economica, iniziate nel 1970. Il record negativo precedente fu il -4,7% registrati all’inizio del 2009, in piena crisi finanziaria. In lieve crescita anche il tasso di disoccupazione: +0,1%.


Brexit, accordo «poco probabile» a luglio


Lo ha spiegato il capo negoziatore europeo Barnier

Con ogni probabilità, l’accordo sul dopo-Brexit non ci sarà a luglio come avrebbe invece voluto Boris Johnson. A esprimere pessimismo in questo senso, è stato il capo negoziatore europeo Michel Barnier a conclusione dei nuovi colloqui tra le parti. Alcune delle difficoltà sono emerse a causa delle «posizioni inaccettabili» del governo britannico sulla pesca e al rifiuto attuale d’impegnarsi per garantire l’allineamento.


PIANO PIANO


Ue: ecco l’accordo sul Recovery Fund. Ma le risorse arrivano dal 2021

Cosa porta realmente a casa Conte? Un piano di risanamento da 750 miliardi di euro, ovvero 858 miliardi di dollari, con una riduzione dei sussidi dai 500 miliardi di euro ai 390 miliardi di euro da destinare ai Paesi colpiti dalla pandemia da coronavirus. Ecco l’accordo raggiunto dai 27 capi di Stato e di governo dell’Europa a Bruxelles dopo un negoziato durato 90 ore, pari a un impegno di spesa di 1.074 miliardi di euro in sette anni a partire dal 2021. Risultato per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen «storico». «Stavolta l’Europa non può essere accusata di aver fatto troppo poco e troppo tardi». Per quanto riguarda la governance, che passa dalla Commissione al Consiglio, altro punto spinoso della trattativa insieme alla risorse, l’accordo prevede di ricorrere al «freno di emergenza» solo in casi eccezionali. Per l’Italia, il piano prevede quasi 209 miliardi, oltre 30 miliardi in più rispetto alla prima proposta (173,8 miliardi), ma dei 208,8 miliardi, 81,4 miliardi sono sussidi a fondo perduto, in calo rispetto a quanto previsto nella precedente bozza, mentre 127,4 miliardi sono prestiti, con un aumento di 36 miliardi rispetto alla previsione della Commissione. Aumentano di molto, i prestiti che vanno restituiti sebbene a tassi molto bassi e a condizioni agevolate. Il bottino che portano a casa soprattutto i Paesi frugali? i rimborsi per la Danimarca ammontano a 322 milioni di euro l’anno, all’Olanda 1,931 miliardi, all’Austria 565 milioni e alla Svezia 1,069.

 

 


Incendio cattedrale di Nantes, proseguono le indagini


Si segue pista incendio doloso, ma non si esclude ipotesi incidente

Si continua a indagare su quanto accaduto alla cattedrale di Nantes, in Francia, dopo che un incendio, avvenuto sabato 18 luglio, ha causato la distruzione di un grande organo del diciassettesimo secolo e di una vetrata. Non si esclude possa essersi trattato di un incendio doloso (ieri è stato rilasciato l’uomo che era stato incaricato venerdì di chiudere a chiave la Chiesa), ma anche l’incidente elettrico è tra le ipotesi su cui si sta cercando di fare luce.


Cicale e tulipani


Vertice Ue prosegue ad oltranza, ma non punta a Sud. Kurz: «Il Recovery fund è stato ridotto e gli sconti all’Austria sono stati aumentati in modo significativo»

Dovevano essere due, forse tre, e invece con oggi siamo al quarto giorno di trattative dei leader dei Paesi dell’Unione europea per trovare un accordo sul Recovery Fund. Come aveva preannunciato venerdì scorso La Meta Serale, il Consiglio europeo straordinario del 17-18 luglio non si è ancora concluso. Forse siamo vicini ad un accordo ma se si pensa che la pandemia è scoppiata a marzo e che l’Ue ancora non ha erogato un euro ai Paesi in difficoltà né trovato un accordo, è chiaro che ritardi, bizantinismi e incapacità di decidere non sono più categorie esclusive della politica italiana. Si è rivelato più difficile del previsto avvicinare le posizioni tra Italia, ma non solo, e Olanda (in testa a Austria, Svezia, Danimarca, ai quali si è unita anche la Finlandia). Le trattative sono andate avanti per tutto il week end con incontri bilaterali notturni tra i leader e scontri (anche tra Rutte e Macron, non solo con Conte) pur di arrivare a una sintesi nella giornata di oggi. Senza la quale si rischia di inviare un cattivo segnale al mondo e ai mercati, i quali infatti oggi hanno aperto in lieve calo. Alle 16 a Bruxelles si è riunita la plenaria del Consiglio nella quale si attende il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, con una nuova proposta di mediazione che dovrebbe prevedere la riduzione della componente delle sovvenzioni a fondo perduto rispetto alla proposta originale della Commissione Europea. Come spiegato dallo stesso premier Conte, la nuova proposta porterebbe a una riduzione dei grants a 400 miliardi e a 390 miliardi. Le tensioni ruoterebbero intorno a 50 miliardi di euro di sussidi: l’asse franco tedesco avrebbe lottato per portare i più riluttanti a una quota di circa 400 miliardi di euro, ma il gruppo capitanato dall’Olanda non è disposto a superare i 350. Non proprio una vittoria per i cosiddetti stati del Sud Europa e per Conte, pur stimato da Rutte. Per contropartita, il nostro presidente del Consiglio si è opposto al voto all’unanimità per il via libera ai piani nazionali ovvero all’idea che un singolo stato membro possa porre un veto. Ma i “frugali” già cantano vittoria. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, in una intervista all’emittente radiofonica Orf ha dichiarato: «Possiamo essere contenti perché il Recovery fund è stato ridotto e gli sconti all’Austria sono stati aumentati in modo significativo». «La “migliore decisione” dell’Austria è stata quella di unirsi al “gruppo dei frugali», «siamo piccoli Paesi che non avrebbero peso da soli: questo risultato non ci sarebbe mai stato se fossimo stati da soli». E se pensiamo che in Germania Afd, la destra tedesca, appoggia le posizioni di Rutte e Kurz, ben poco a favore dell’Italia si potrà sbilanciare la cancelliera Merkel. Si sa, nell’Unione ognuno pensa al proprio elettorato. Solo quando lo fa l’Italia diventa un problema.