di Francesco Paolo Capone, Segretario Generale UGL

Si cerca ancora il corpo della sedicenne pakistana Saman Abbas, scomparsa dal 1° maggio da Novellara e con quasi assoluta certezza strangolata dallo zio e dai cugini con l’assenso dei genitori, così come raccontato dal fratello alla Procura minorile di Bologna, agli assistenti sociali e ai carabinieri reggiani. La ragazza ha pagato l’aver preteso dai genitori i propri documenti rimasti in loro possesso, dopo essersi rifugiata presso un centro protetto dei servizi sociali di Novellara, a seguito del rifiuto di contrarre un matrimonio combinato in Pakistan.

I quotidiani stentano a definire quanto accaduto alla coraggiosa Saman “femminicidio”, preferendo definirlo più tecnicamente omicidio premeditato. L’ondata di dissenso, anche sui social, non è dilagata, per adesso. Il femminicidio è un neologismo entrato nel nostro vocabolario per identificare tutti i casi di omicidio doloso o preterintenzionale, nei quali una donna viene uccisa da un individuo di sesso maschile per motivi basati sul genere. La Treccani lo definisce «uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale». Quella di Saman Abbas è una barbara uccisione, che rientra a pieno titolo nella categoria del femminicidio. Quest’ultimo è un termine universale perché definisce tutti i casi nei quali una donna viene eliminata per il suo genere e per il suo ruolo sociale, al di là e indipendentemente dalla nazionalità, dalla cultura e dalla religione di provenienza e appartenenza. Se persino nella nostra cultura si rinuncia a utilizzare la parola “femminicidio” nel caso o nei casi simili a quelli di Saman Abbas, per il timore di offendere, nel caso migliore, altri sistemi culturali, valoriali e religiosi, il rischio che si corre è mettere in atto una più subdola forma di indifferenza e razzismo, nonché rinunciare a rivendicare il nostro sistema di valori e di diritti. L’integrazione ha senso e funziona solo se avviene a tutti i livelli, altrimenti anche il più evoluto dei sistemi rischia di restare nel solco di un paternalismo a corrente alternata, sicuramente diverso da quello nel quale sono immersi i familiari di Saman, ma comunque arbitrario e ipocrita.

È un peccato perché sia Saman sia il fratello hanno trovato rifugio nelle nostre istituzioni, le quali evidentemente hanno vinto, ma solo fino ad un certo punto. Non fino al punto di convincere tutta la famiglia Abbas, e ciò che è peggio gli adulti e in particolare lo zio che terrorizzava la comunità pakistana, ad accettare e rispettare un sistema fatto di leggi, di regole e di principi, anche religiosi, che non consentono e non si coniugano con un qualsiasi “sistema di credenze” che preveda l’uccisione di una figlia, di una donna o di qualsiasi essere umano. Tanto più se allo scopo di sanare una presunta onta, non essere conformi ai precetti dell’Islam, della quale si era macchiata Saman e con lei tutta la famiglia: essere libera.